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05.3688 · Mozione · 2005-10-07

Dipartimento degli affari esteri

Liquidato

Wortlaut

Il Consiglio federale è incaricato di riconoscere il genocidio avvenuto in Bosnia e Erzegovina (simbolicamente rappresentato da quanto avvenuto a Srebrenica nel luglio 1995), scatenato dall'aggressione dei Serbi e delle truppe serbo-bosniache, e di trarne le debite conseguenze sia nell'ambito delle relazioni con la Bosnia e Erzegovina che, nell'ambito della politica interna, nei confronti dei profughi che sono stati vittima di questo genocidio.

Begründung

La guerra condotta dalla Serbia e dalle truppe serbe di Bosnia contro la Repubblica di Bosnia e Erzegovina dopo la dichiarazione di indipendenza dell'aprile del 1992 è stata inizialmente dipinta come una guerra civile fra etnie diverse. Anche l'ONU si è allineata su questa tesi e l'ha difesa per tutta la durata del conflitto, seguendo così la posizione assunta dai suoi membri più influenti. In tal modo allo Stato di Bosnia e Erzegovina è stato negato il diritto all'autodifesa anche se l'ONU e l'Unione europea ne avevano riconosciuto la sovranità nel 1992.

Solo nel mese di novembre del 1999, nell'ambito di un rapporto presentato all'Assemblea generale dell'ONU, il Segretario generale dell'ONU Kofi Annan ha riconosciuto che l'embargo sulle armi applicato dal 1991 ha negato alla Repubblica di Bosnia e Erzegovina il diritto all'autodifesa e ha favorito la netta supremazia militare delle forze armate serbe. Kofi Annan ha inoltre affermato che l'aiuto umanitario prestato in questa circostanza non può essere considerato come una risposta adeguata alla tragedia delle operazioni di pulizia etnica e del genocidio: "Srebrenica ha portato alla luce una verità che l'ONU e il resto del mondo hanno capito troppo tardi, e cioè che quanto stava avvenendo in Bosnia non poteva essere visto solo come un conflitto di tipo militare, ma era anche problematico da un punto di vista etico. La tragedia di Srebrenica peserà per sempre sulla nostra storia."

Nell'aprile del 2004 i giudici del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia hanno riconosciuto che il massacro di Srebrenica è da considerare un caso di genocidio. Si è trattato di una prima sul piano europeo (ai tempi del processo di Norimberga questo termine non era ancora in uso), decretata a conclusione di una lunga e dolorosa inchiesta. Fino ad oggi 14 persone sono state accusate di genocidio; 6 di loro sono ancora in fuga e fra questi si trovano i due principali accusati Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Dopo la presentazione del rapporto dell'ONU più nessuno contesta il fatto che in Bosnia sia stato perpetrato un genocidio. Anche le autorità della Repubblica serba di Bosnia hanno recentemente elaborato un elenco coi nomi di 20 000 militari e poliziotti coinvolti nel massacro di Srebrenica. Ciò nonostante le autorità della Confederazione non abbiano modificato la loro posizione e considerino questo conflitto sempre alla stregua di una guerra civile fra due etnie diverse.

Riconoscere che in Bosnia è avvenuto un genocidio e che la responsabilità principale di quanto successo incombe all'aggressore comporterebbe ripercussioni sia per la politica estera della Svizzera che per quella interna nei confronti delle persone vittima di tale genocidio.

La Svizzera è un Paese che ha dovuto trovare un proprio equilibrio fra comunità linguistiche e religioni diverse e quindi sarebbe opportuno che in Bosnia assuma un ruolo più attivo, offrendo il proprio sostegno per recuperare la capacità, derivante da secolare tradizione, di far convivere comunità diverse e per superare la divisione imposta dagli accordi di Dayton.

L'istituzione di due "entità" decisa dagli accordi di Dayton del 1995 ha consentito di porre fine alla guerra ma non di porre mano alla ricostruzione politica ed economica della Bosnia. Il Paese si trova ancora, per così dire, sotto il protettorato dell'Alto rappresentante dell'Unione europea, ma si tratta di una situazione poco vivibile a lunga scadenza, così come non lo può essere la divisione in due entità di un piccolo Paese di 4,5 milioni di abitanti (Federazione croato-bosniaca e Repubblica serba). Per questo motivo le firmatarie della presente mozione - che sono le nove parlamentari che lo scorso luglio hanno compiuto un viaggio in Bosnia - auspicano che la Svizzera prenda chiaramente posizione nei confronti del genocidio perpetrato in Bosnia e delle relative responsabilità, che rafforzi il proprio ruolo politico in questo ambito e che offra il proprio attivo contributo per la ricostruzione della Repubblica di Bosnia e Erzegovina e a favore di un "dopo Dayton" incentrato sulla eliminazione delle "entità".

Sul piano della politica interna è pure contraddittorio, in caso di riconoscimento anche solo implicito del genocidio di Srebrenica, chiedere alle vittime di tornare in patria a confrontarsi con una situazione che non può garantire sicurezza e dignità. Di fatto le vittime sono in balìa delle medesime forze che hanno perpetrato il genocidio del 1995. Nella Repubblica serba i responsabili dei massacri non sono per ora stati puniti. I profughi che si recano nell'altra entità dove, secondo l'Ufficio federale della migrazione (UFM), "possono risiedere nella regione in cui la loro etnia è maggioritaria", in realtà rimangono profughi anche nel proprio Paese, senza lavoro o assistenza medica e sociale e sono ancora confrontati con chi nega che siano stati vittima di un'operazione di pulizia etnica.

Antrag des Bundesrates

Il Consiglio federale propone di respingere la mozione.

Stellungnahme des Bundesrates

1. La nozione di genocidio è definita nella Convenzione del 9 dicembre 1948 per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, come pure nello statuto dei tribunali ad hoc per l'ex Jugoslavia e per il Ruanda e nello Statuto di Roma che istituisce la Corte penale internazionale. Questi strumenti giuridici, che danno una definizione di genocidio, sono stati introdotti per determinare la responsabilità penale individuale nel caso specifico di persone accusate di aver commesso, tentato di commettere, incitato direttamente e pubblicamente qualcuno a commettere o preso parte a un genocidio. A livello nazionale, il 15 dicembre 2000 è stato introdotto il reato di genocidio (art. 264) nel Codice penale svizzero. Il procedimento e il giudizio dei relativi reati sottostanno alla competenza della Confederazione.

2. Spetta alle autorità giudiziarie nazionali e ai tribunali internazionali decidere in che misura determinati reati devono essere qualificati come delitti di genocidio. Nella sentenza del 2 agosto 2001 sul caso Krstic, il Tribunale penale per l'ex Jugoslavia è giunto alla conclusione che "è provato al di là di ogni ragionevole dubbio che nel luglio 1995 a Srebrenica è stato perpetrato un genocidio, sono stati compiuti crimini contro l'umanità e sono state violate leggi e consuetudini relative alle situazioni di guerra contro i musulmani di Bosnia". Il Consiglio federale condivide queste conclusioni, ma bisogna sottolineare che si tratta di eventi avvenuti a Srebrenica e non in generale in Bosnia e Erzegovina.

3. Da oltre dieci anni la Svizzera è attiva in numerosi settori importanti all'interno della Bosnia e Erzegovina. Il Consiglio federale ritiene molto importante continuare ad assistere le organizzazioni internazionali che operano in Bosnia e Erzegovina: in primo luogo l'Ufficio dell'Alto rappresentante, l'Alto commissariato dell'ONU per i rifugiati, l'OSCE, le truppe di protezione dell'UE (EUFOR) e le forze di polizia internazionali (EUPM). Tutte queste organizzazioni offrono un contributo decisivo alle attività di ricostruzione e di sostegno al ritorno dei profughi nonché al promovimento della democrazia, dei diritti umani e di una pace duratura nel Paese. Questi sforzi hanno consentito la realizzazione di numerose riforme, che non da ultimo hanno favorito l'avvicinamento della Bosnia e Erzegovina all'Unione europea.

4. La strada verso l'adesione all'Unione europea esige ancora ulteriori riforme di base. È indispensabile una riforma della carta costituzionale elaborata dieci anni fa sotto forma di allegato 4 agli accordi di pace di Dayton. Il sostegno offerto dal Consiglio federale si concentra in particolare sui processi avviati dalla società civile bosniaca e sull'operato degli specialisti inviati dall'estero quale contributo alla creazione delle condizioni quadro necessarie, sul piano politico e sociale, al successo di una riforma costituzionale.

5. La guerra del periodo 1992-1995 con le sue vittime, le deportazioni e le violazioni dei diritti umani, ha inferto profonde ferite alla società bosniaca. Fra le diverse popolazioni regna ancora la diffidenza e la riconciliazione richiederà un processo lungo e difficile. Il Consiglio federale considera di conseguenza molto importanti le misure atte a rielaborare sul piano giuridico o extra giuridico i crimini di guerra perpetrati in Bosnia e Erzegovina.

6. Dopo il 1996 circa 450 000 profughi e sfollati sono tornati in regioni della Bosnia e Erzegovina in cui si trovano in minoranza. Da quando, negli ultimi anni, la situazione in materia di sicurezza si è stabilizzata - non da ultimo anche nella regione attorno a Srebrenica - il numero delle persone desiderose di rimpatriare è notevolmente aumentato, anche se il Consiglio federale è consapevole che le condizioni di vita di chi appartiene a una minoranza rimangono difficili. In senso generale il Consiglio federale rinvia alla risposta data alla mozione Müller-Hemmi 04.3031, "La Bosnia e Erzegovina non è un Paese di provenienza sicuro". Va inoltre ricordato che nel caso in cui non sussistono le condizioni per la concessione dell'asilo, l'Ufficio federale della migrazione (UFM) valuta se si può ragionevolmente pretendere che la persona in questione torni a vivere in Bosnia e Erzegovina, anche in una regione che non è quella in cui abitava precedentemente, oppure se si può concedere un'ammissione provvisoria. Inoltre, nell'ambito della promozione del rientro volontario si offre sostegno individuale e alle persone vulnerabili si dà la possibilità di partecipare al nuovo programma d'aiuto al ritorno nei Balcani. Infine nei casi di rigore viene decisa un'ammissione provvisoria nel nostro Paese. Perciò il Consiglio federale ritiene sussistano le garanzie per un rimpatrio sicuro e dignitoso.

7. Il Consiglio federale intende continuare anche in futuro, nei limiti delle risorse disponibili, le diverse attività bilaterali e multilaterali in atto a favore di una pace duratura, della riconciliazione e del rafforzamento complessivo dello Stato in Bosnia e Erzegovina.

Il Consiglio federale propone di respingere la mozione.