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Conseguenze del discorso del 26 ottobre 2005 del presidente della Repubblica islamica dell'Iran, signor Ahmadinejad

05.3754 · Interpellanza · 2005-12-06

Dipartimento degli affari esteri

Liquidato

Wortlaut

Il Consiglio federale è invitato a rispondere alle seguenti domande:

1. Il discorso del signor Ahmadinejad non costituisce un'istigazione con dolo eventuale allo sterminio di una parte della popolazione a causa della relativa nazionalità?

2. In caso di risposta affermativa, l'autore del discorso in questione non dovrebbe essere deferito alla Corte penale internazionale?

Begründung

Il 26 ottobre 2005, il signor Ahmadinejad ha pronunciato di fronte all'Associazione degli studenti musulmani un discorso intitolato "Un mondo senza sionismo" consultabile su Internet in una traduzione dell'ufficio del "New York Times" a Teheran. Pur affermando di non voler alimentare un conflitto interreligioso, ma di porsi nell'ottica della resistenza della nazione musulmana (Ummah) contro un sistema di oppressione rappresentato soprattutto dagli Stati Uniti (di cui Israele è percepito come avamposto), il presidente della Repubblica islamica dell'Iran non ha esitato a definire "una proposta molto saggia" l'esortazione di fuoco dell'Ayatollah Khomeiny secondo cui "il regime di occupazione deve essere radiato dalle carte", dove beninteso la definizione di "regime di occupazione" indubbiamente sta a indicare lo Stato di Israele. Comunque si voglia valutare il modo deplorevole in cui con regolare frequenza le autorità israeliane si comportano nei riguardi del popolo palestinese, nulla può giustificare un appello a radiare un Paese dal mappamondo, visto che nessuno può essere tanto ingenuo da credere che un'operazione di questo tipo potrebbe esser svolta senza sterminare la popolazione israeliana o comunque farne strage. In altre parole, i crimini passati non giustificano assolutamente quelli futuri. Dunque, le proteste e la disapprovazione espresse dal Consiglio federale sono giustificate in pieno, ma del tutto insufficienti. L'evoluzione del diritto internazionale nell'ultimo decennio deve incitare a domandarsi in modo serio se, in un caso grave come quello presente, non sia indispensabile ricorrere alla giustizia internazionale contro un capo di Stato in carica. Tenendo conto della portata delle affermazioni del signor Ahmadinejad, che, espresse davanti ad un largo pubblico ed alla presenza dei media, sono destinate a diffondersi su tutto il pianeta, ma in particolare tra le comunità musulmane, l'autore di queste parole folli ha volutamente incitato al crimine un numero tanto indeterminato quanto elevato di persone con conseguenze incontrollabili, ivi compreso un inevitabile inasprimento del conflitto a scapito del popolo palestinese.

Stellungnahme des Bundesrates

1. La Svizzera ha protestato immediatamente e con decisione contro le dichiarazioni del presidente Ahmadinejad riguardo ad Israele e all'olocausto, rendendo pubbliche queste proteste tramite i comunicati stampa del Dipartimento federale degli affari (DFAE) esteri del 27 ottobre 2005, del 29 ottobre 2005 e del 9 dicembre 2005. Il 26 ottobre 2005 e ancora il 12 dicembre 2005 l'ambasciatore iraniano è stato invitato presso il DFAE dove il responsabile della sezione competente delle relazioni bilaterali con l'Iran gli ha spiegato in maniera inequivocabile la posizione della Svizzera. Il Consiglio federale ritiene che queste misure corrispondono alle circostanze attuali. Un giudizio penale delle dichiarazioni del presidente iraniano dovrebbe, se del caso, essere emesso da un tribunale.

2. L'Iran non partecipa allo Statuto di Roma e non ha riconosciuto ad hoc la Corte penale internazionale che perciò non è competente di atti commessi da cittadini iraniani in Iran. In tale situazione solo il Consiglio di sicurezza dell'ONU potrebbe sottoporre il caso al procuratore della Corte penale internazionale appoggiandosi al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. I membri del Consiglio di sicurezza dell'ONU hanno condannato le dichiarazioni del presidente iraniano, come ha fatto la Svizzera.

Risposta del Consiglio federale.