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Per la soppressione della concorrenza sleale e la promozione di condizioni di lavoro umane nell'industria tessile

14.423 · Iniziativa parlamentare · 2014-06-17

Liquidato

Wortlaut

Fondandomi sull'articolo 160 capoverso 1 della Costituzione federale e sull'articolo 107 della legge sul Parlamento, presento la seguente iniziativa:

Occorre modificare la legislazione al fine di introdurre una tassa sui capi d'abbigliamento all'atto della loro entrata in Svizzera. La tassa, di un importo compreso tra 1 e 25 centesimi a seconda della taglia e del grado di elaborazione dell'indumento, alimenta un fondo che consente di finanziare misure volte a migliorare sia la protezione sociale sia la sicurezza sul lavoro dei lavoratori del settore tessile.

Sono esonerati dalla tassa i capi d'abbigliamento le cui aziende importatrici dimostrano che le unità di produzione degli indumenti sono soggette a una normativa equivalente a quella prevalente in Svizzera e che detta normativa è applicata concretamente e a tutti gli effetti in tutto il Paese in questione e ai capi d'abbigliamento le cui aziende distributrici partecipano finanziariamente e in modo continuato a un programma internazionale riconosciuto, effettivo e verificato da un'istanza indipendente di miglioramento delle condizioni di lavoro e di protezione dei lavoratori, sia in maniera generale sia nelle loro fabbriche.

La modifica di legge non può essere rimessa in discussione da accordi commerciali di libero scambio.

Begründung

Il 24 aprile 2013 crollava in Bangladesh l'immobile Rana Plaza causando oltre 1100 morti e 2000 feriti tra gli operai del settore tessile che vi lavoravano. Il dramma ha attirato l'attenzione di tutto il mondo sulle disastrose condizioni di lavoro e di sicurezza nelle fabbriche del Paese. Secondo fornitore mondiale dopo la Cina, il Bangladesh produce una gran parte degli indumenti venduti in tutto il mondo, Svizzera compresa, da grandi marche quali H&M, C&A, Zara, Benetton ecc. Tuttavia, la terribile disgrazia dell'anno scorso non è purtroppo un caso isolato, ma rappresenta il sintomo di un problema diffuso su larga scala: le condizioni di lavoro, in particolare per quanto riguarda la protezione sociale, e di sicurezza sono estremamente precarie nella stragrande maggioranza delle fabbriche tessili del Bangladesh.

In seguito allo shock causato dalla tragedia del Rana Plaza sono state lanciate diverse iniziative per porre rimedio alla situazione. Sotto l'impulso della Federazione sindacale internazionale del settore tessile IndustriALL, che ha sede a Ginevra, è stato firmato un accordo sulla prevenzione degli incendi e la sicurezza degli edifici in Bangladesh con l'obiettivo di garantire la sicurezza dei lavoratori sottoponendo gli edifici a controlli e ristrutturazioni. A un anno dalla tragedia gli stessi promotori dell'accordo sono costretti a riconoscere che, malgrado la firma di oltre 150 marchi e distributori internazionali, l'iniziativa non è sufficiente. Sono ancora troppe le imprese che non vi partecipano. In Svizzera, per esempio, H&M ha firmato l'accordo, ma Migros e Coop non l'hanno fatto. Quando si tratta di pagare, inoltre, l'impegno dei marchi rimane molto limitato, come testimoniano le difficoltà incontrate dai fondi di indennizzo delle vittime della disgrazia. Soltanto metà delle imprese presenti sul luogo dell'incidente hanno accettato di parteciparvi, versando per di più contributi insufficienti, tanto che mancano ancora due terzi dei 40 milioni di dollari necessari per indennizzare le vittime.

Considerata la reticenza di numerosi marchi a mettere in pratica le promesse di migliorare le condizioni di lavoro e di sicurezza nel settore tessile, creando così una concorrenza sleale rispetto alle imprese che si sono impegnate concretamente o che hanno scelto un Paese in grado di garantire standard equivalenti a quelli prevalenti in Svizzera, occorre andare oltre l'azione svolta su base volontaria e agire adottando una normativa che consenta di risolvere la problematica sul lungo termine.

Il modo più semplice ed efficace è di applicare una tassa sui capi d'abbigliamento importati, esonerando quelli prodotti in condizioni simili a quelle prevalenti in Svizzera o le cui aziende di distribuzione partecipano finanziariamente e in modo continuato a un programma internazionale riconosciuto, effettivo e verificato da un'istanza indipendente di miglioramento delle condizioni di lavoro e di protezione dei lavoratori, sia in maniera generale sia nelle loro fabbriche. Decidendo quindi di fare scelte socialmente responsabili, l'azienda distributrice può evitare di pagare la tassa. Tutte le aziende distributrici sono inoltre poste su un piano di parità per quanto riguarda i costi supplementari, evitando in tal modo una concorrenza sleale a svantaggio delle imprese che assumono la loro responsabilità sociale nei confronti dei lavoratori che si trovano all'inizio della catena di produzione degli indumenti.

L'importo della tassa è risibile, ma secondo molti esperti, in particolare la Federazione sindacale internazionale del settore tessile, è sufficiente per generare i fondi necessari ad assicurare la protezione dei lavoratori nelle unità di produzione degli indumenti.

Una misura di questo genere non entra in contraddizione con gli accordi sul commercio firmati dalla Svizzera segnatamente nel quadro dell'OMC. Come ricordato, permette di evitare una concorrenza sleale tra le imprese che s'impegnano per garantire la sicurezza dei propri operai e quelle che non fanno nulla. Inoltre, l'esempio delle restrizioni sull'importazione di agrocarburanti che non rispettano un certo livello di requisiti in materia di protezione ambientale, accettate di recente dal Parlamento (09.499), costituisce un precedente: mentre il Consiglio federale temeva che questa legge contravvenisse agli accordi di libero scambio, nessun altro Stato l'ha contestata dinanzi alle istanze arbitrali dell'OMC.

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