17.047 · Oggetto del Consiglio federale · 2017-07-05
Dipartimento di giustizia e polizia
Liquidato
Zusammenfassung
Messaggio del 5 luglio 2017 concernente una modifica della legge federale sulla parità dei sessi
Ausgangslage
Comunicato stampa del Consiglio federale del 06.07.2017
Verso la parità salariale: il Consiglio federale trasmette il messaggio al Parlamento
Mediante regolari analisi sulla parità salariale sarà possibile identificare le differenze retributive tra donna e uomo che non trovano una spiegazione. Nella seduta del 5 luglio 2017, il Consiglio federale ha approvato il messaggio concernente la modifica della legge federale sulla parità dei sessi. Le modifiche prevedono che, in avvenire, le imprese con 50 o più lavoratori dovranno effettuare ogni quattro anni un'analisi, sottoporla alla verifica di un organo indipendente e informare sui pertinenti risultati. Così facendo il Consiglio federale intende incentivare le aziende ad adeguare le loro strutture salariali per concretizzare il principio del salario uguale per un lavoro di uguale valore sancito dalla Costituzione.
A trentasei anni dalla sua iscrizione nella Costituzione federale, la parità salariale tra donna e uomo non è ancora realtà. Attualmente la disparità retributiva tra i sessi che non trova una spiegazione è ancora del 7,4 % e rappresenta una discriminazione di genere. Le misure volontarie per attuare il principio della parità salariale, quali ad esempio il progetto "Dialogo sulla parità salariale", non hanno avuto gli effetti sperati.
Il Consiglio federale considera la parità salariale un obiettivo importante sul percorso verso la parità tra i sessi. Nell'ottobre del 2014 è giunto alla conclusione che, nell'ambito della parità retributiva, vi è necessità d'intervenire a livello legislativo. Nel novembre 2015 ha posto in consultazione una modifica della legge sulla parità tra i sessi (LPar). Nell'ottobre 2016, fondandosi sui risultati della consultazione, ha incaricato il DFGP di elaborare un messaggio concernente la modifica della LPar che ha adottato il 5 luglio 2017.
Puntare sulla responsabilità dei datori di lavoro
I datori di lavoro che impiegano 50 o più dipendenti saranno obbligati per legge a effettuare ogni quattro anni un'analisi sulla parità salariale e a sottoporla alla verifica di un organo indipendente. Tale obbligo si applicherà sia al settore privato sia a quello pubblico. Sarà interessato il 2 per cento delle imprese e il 54 per cento della popolazione attiva in Svizzera. Le aziende sono inoltre chiamate a informare i loro dipendenti e - nel caso di società quotate in borsa - i loro azionisti in merito ai risultati dell'analisi in questione. Detto obbligo d'informare incoraggia le imprese a correggere eventuali incoerenze salariali. Questa legislazione snella punta sulla responsabilità individuale delle aziende: non prevede né controlli statali né obblighi di notificazione. Lo Stato non interviene nella verifica.
Diverse opzioni per la verifica dell'analisi sulla parità salariale
Per quanto concerne la verifica dell'analisi sulla parità salariale, il Consiglio federale ha tenuto conto della richiesta di poter scegliere tra diverse opzioni. I datori di lavoro hanno la possibilità di scelta tra tre modelli di verifica: conferire il mandato a un'impresa di revisione, rivolgersi a un esperto in parità salariale riconosciuto o far capo a una rappresentanza dei lavoratori.
Per quanto concerne il metodo di analisi, la Confederazione mette a disposizione un modello di analisi standardizzato e uno strumento gratuito. Tuttavia, invece di far capo al modello di analisi standardizzato della Confederazione, le aziende possono anche utilizzare un altro metodo scientifico conforme al diritto. In tal caso sono però tenute a rivolgersi a un esperto in parità salariale riconosciuto per la verifica dell'analisi.
Verhandlungen
Notizia ATS
Dibattito al Consiglio degli Stati, 28.02.2018
Parità salariale uomo-donna, tutto rinviato
La proposta governativa di modificare la legge sulla parità dei sessi per ridurre ulteriormente gli scarti salariali tra uomini e donne ha subito oggi un brusco stop al Consiglio degli Stati. Per 25 voti a 19, i "senatori" hanno deciso di rinviare il dossier in commissione, con l'auspicio di introdurre l'auto dichiarazione obbligatoria per le aziende.
Stando al progetto del Consiglio federale, i datori di lavoro con più di 50 collaboratori dovrebbero effettuare ogni quattro anni un'analisi dei salari facendola verificare da servizi di controllo esterni.
La commissione preparatoria si è detta a favore di questa misura, limitando però quest'obbligo alle imprese con oltre 100 dipendenti ed estendendolo anche al settore pubblico a livello di Confederazione e Cantoni.
Anche se annacquato rispetto al disegno dell'esecutivo, come denunciato più volte dalla sinistra che ha lamentato per esempio l'assenza di sanzioni per le ditte inadempienti, nemmeno i cambiamenti apportati dalla commissione al disegno governativo sono riusciti a raccogliere dietro di sé una maggioranza.
Dopo essere entrata in materia, la Camera ha quindi accolto la richiesta di Konrad Graber (PPD/LU) di rinvio del progetto. Benché contrario alle discriminazioni salariali tra uomini e donne, Graber ha sostenuto come un'auto dichiarazione da parte delle aziende riguardante il rispetto della parità salariale sia un mezzo più efficace per raggiungere gli obiettivi che si propone il governo.
Il lucernese, membro tra l'altro della Camera di commercio e d'industria della Svizzera centrale e presidente del Cda dell'azienda Emmi, ha poi messo in guardia da un progetto inviso al mondo economico, che avrebbe corso il rischio di venir affossato dall'altra camera oppure da un referendum. Per il "senatore" bisogna quindi elaborare un progetto efficace capace di raccogliere una maggioranza parlamentare.
Diversi oratori, come Pirmin Bischop (PPD/SO) e Olivier Français (PLR/VD), hanno sostenuto questa proposta, giudicando il progetto della commissione troppo burocratico e viziato all'origine per il fatto che non contempla misure nei confronti delle istituzioni pubbliche e delle aziende parastatali, dove si registrano ancora differenze nei salari per uomini e donne.
Alcuni "senatori" UDC e PLR non avrebbero voluto nemmeno entrare nel merito del progetto. A nome della minoranza della commissione, Hans Wicki (PLR/NW) ha sottolineato che le differenze di salario tra i sessi si sono ridotte negli ultimi decenni e che le giovani generazioni di imprenditori sono già sensibili al problema. Insomma, le cose si muovono anche senza intervento del legislatore. Le differenze salariali del 7-8% non spiegabili con criteri oggettivi non sono dovute a suo avviso a discriminazioni basate sul sesso, bensì a fattori di cui non si tiene conto nelle statistiche, come le diverse conoscenze linguistiche o la formazione continua.
Per Hannes Germann (UDC/SH), certe differenze nelle remunerazioni tra uomini e donne si spiegano con la libertà economica. D'altronde sussistono differenze anche tra Svizzeri e stranieri e tra lavoratori giovani e lavoratori maturi. A suo avviso, per risolvere il problema ci vuole una soluzione più liberale. Per Germann, e il suo compagno di partito Werner Hosli (GL), il progetto governativo fatto proprio, seppur in forma modificata dalla commissione, equivale a un voto di sfiducia nei confronti degli imprenditori. Al voto, la proposta di non entrata nel merito è però stata respinta per 25 voti a 19 e un astenuto.
La sinistra, ma anche diversi esponenti di PPD e PLR, si sono invece battuti affinché la camera affrontasse finalmente un progetto che dovrebbe realizzare un articolo costituzionale adottato nel lontano 1981. Essi hanno sottolineato che i provvedimenti volontari non hanno sortito l'effetto sperato: ancora oggi le lavoratrici guadagnano in media il 20% in meno rispetto agli uomini. Se questa differenza è comprensibile tenuto conto del fatto che le donne sovente lavorano a tempo parziale, vi è pur sempre un 7% di differenza nelle remunerazioni che non si può spiegare se non con una discriminazione basata sul sesso.
Raphäel Comte (PLR/NE) - raccogliendo anche qualche "bravo" proveniente dalle tribuna degli spettatori - ha parlato di "scandalo" per definire la situazione attuale, scandalo "che deve finire dopo quasi 40 anni dall'adozione dell'articolo costituzionale sulla parità".
"Le donne - ha dichiarato l'ancor giovane "senatore" neocastellano - sono condannate alla pazienza quando si tratta dell'uguaglianza dei diritti". Le misure proposte dal Governo e ritoccate dalla commissione non sono per niente invasive, ha aggiunto ripetendo un concetto espresso in precedenza da Brigitte Häberli-Koller (PPD/TG): anzi, a detta di Comte si tratta di rimedi "omeopatici", ma pur sempre migliori della situazione di attuale immobilismo.
Anne Seydoux (PPD/JU) ha fatto notare che bisogna finirla con lo statu quo: anche se le disparità salariali si riducono a poco a poco, attualmente una lavoratrice guadagna 7 mila franchi l'anno in meno rispetto a un collega. Ogni anno, insomma, si risparmiano 7 miliardi di franchi sulle spalle delle donne.
Diversi esponenti socialisti hanno sottolineato che tale disparità è doppiamente ingiusta visto che si ripercuote negativamente sulla rendita di vecchiaia delle donne. Le misure volontarie non sono servite a granché: ecco perché sono necessarie prescrizioni più incisive.
Didier Berberat (PS/NE) ha criticato la proposta Graber dell'auto dichiarazione giudicandola poco efficace. Idem Géraldine Savary (PS/VD), la quale ha sostenuto che un rinvio equivarrebbe a ripartire da zero. Anne Seydoux ha parlato di "misura dilatoria per non fare nulla".
Nel suo intervento, la consigliera federale Simonetta Sommaruga ce l'ha messa tutta per convincere il plenum a non rinviare il dossier: le donne hanno dovuto attendere 37 anni per vedere finalmente riconosciuti i propri diritti costituzionali. Nonostante la perorazione della ministra di giustizia e polizia, il plenum ha però deciso di seguire la proposta Graber, riportando a zero le lancette della storia.
Notizia ATS
Dibattito al Consiglio degli Stati, 29.05.2018
CSt: aziende, sì a verifica parità salariale uomo-donna
In futuro, le imprese con almeno 100 lavoratori dovranno far svolgere un'analisi sull'uguaglianza dei salari tra i sessi ogni quattro anni, facendola verificare da un organismo indipendente. Lo ha deciso oggi il Consiglio degli Stati per 27 voti a 15 e 3 astenuti. Il dossier va al Nazionale.
Prima del voto complessivo, il plenum ha bocciato per 25 voti a 17 e 3 astenuti una proposta di minoranza, sostenuta da PLR e UDC, che puntava ad indebolire il disegno di legge, lasciando alle imprese maggiore autonomia in materia, specie per quanto riguarda la scelta dei criteri con cui eseguire l'analisi dei salari.
Per la maggioranza, la proposta in questione è un "placebo": senza criteri scientifici di analisi, è impossibile verificare la fondatezza dei dati ottenuti, ha sostenuto in aula la consigliera federale Simonetta Sommaruga. Per i fautori della proposta governativa, simile soluzione equivale a non fare nulla.
La minoranza, rappresentata da Hans Wicki (PLR/NW), ha ricordato che l'idea di una verifica autonoma da parte delle aziende è la risposta alla richiesta di rinvio in commissione del dossier accolto la scorsa sessione primaverile dalla stessa Camera dei Cantoni. Era stato il "senatore" Konrad Graber (PPD/LU) a perorare il rinvio col desiderio che si studiasse un modello più rispettoso dell'autonomia delle aziende.
Thomas Hefti (PLR/GL) e lo stesso Wicki hanno poi fatto notare che l'alternativa in discussione non è un "placebo", dal momento che il 10% dei collaboratori può chiedere entro un anno la verifica della parità salariale fatta eseguire dal datore di lavoro. Essi hanno fatto anche notare che non tutte le differenze salariali tra i sessi in una ditta equivalgono a una discriminazione: certe divergenze possono essere spiegate col diverso livello di esperienza o di conoscenza delle lingue.
Questi argomenti non hanno tuttavia convinto la maggioranza, specie di sinistra, che nel corso del dibattito aveva già dovuto "digerire" la decisione del plenum di innalzare da 50, come voleva il Consiglio federale, a 100 il numero minimo di collaboratori che obbliga l'azienda ad eseguire una verifica sui salari corrisposti a donne e uomini. In pratica, con questa decisione (26 voti a 18), le aziende coinvolte scendono da 12 mila a poco più di 5 mila, pari al 45% dei lavoratori.
Il campo rosso-verde avrebbe voluto attenersi alla versione del Governo, dal momento che anche in questo caso il 98% delle aziende è escluso dalla verifica. Ma il plenum ha preferito seguire le raccomandazione della propria commissione di restringere ancora di più - allo 0,9% - il numero di ditte interessate.
Il progetto, come ripetuto più volte in aula, non prevede sanzioni per chi non rispetta la parità salariale. Non vogliamo una "polizia dei salari", ha più volte ripetuto in aula la ministra di giustizia e polizia, auspicando tuttavia che la modifica della Legge sull'uguaglianza tra uomo e donna possa col tempo sfociare in un cambiamento di mentalità e in miglioramenti tangibili, dal momento che le differenze nella remunerazioni tra i sessi sono ancora importanti (7%, ossia 7 mila franchi l'anno).
Prima della votazione sul complesso, il plenum ha voluto inoltre limitare la verifica dei salari a 12 anni dall'entrata in vigore della modifica di legge. Una proroga potrà essere ventilata qualora nel lasso di tempo previsto la legge non abbia dato i frutti sperati.
La modifica di legge prevede anche che le istituzioni pubbliche - Cantoni, Comuni e aziende parastatali - si sottopongano a verifica e pubblichino i risultati. Queste entità sono chiamate a dare il buon esempio.
Notizia ATS
Dibattito al Consiglio nazionale, 24.09.2018
Verso verifica parità salari per aziende con 100 lavoratori
In futuro, le imprese con almeno 100 lavoratori dovrebbero far svolgere un'analisi sull'uguaglianza dei salari tra i sessi ogni quattro anni, facendola verificare da un organismo indipendente. Lo ha deciso oggi il Consiglio nazionale durante le discussioni sulla revisione della Legge federale sulla parità dei sessi, discussioni che proseguiranno domani mattina.
Il progetto, come ricordato più volte in aula, non prevede sanzioni per chi non rispetta la parità salariale. Non vogliamo una "polizia dei salari", ha affermato Christine Bulliard-Marbach (PPD/FR) a nome della commissione.
L'obiettivo delle nuove misure - che avranno durata limitata: 12 anni - è promuovere un cambiamento di mentalità, ha aggiunto la consigliera federale Simonetta Sommaruga. L'autoregolazione del settore non ha ancora dato i risultati sperati, ha ammesso Philipp Kutter (PPD/ZG). La nuova legge permetterà alle imprese di identificare e risolvere i problemi, ha aggiunto lo zughese.
La sinistra ha sostenuto le nuove misure pur ritenendole insufficienti. "Legge minimalista" l'ha definita Jacques-André Maire (PS/NE). "Ignora il fatto che i mestieri tipicamente femminili, come quelli della sanità, hanno salari più bassi degli altri", ha aggiunto Lisa Mazzone (Verdi/GE).
UDC e PLR hanno invece tentato, invano, di far naufragare il dossier: il progetto in discussione non serve per lottare contro le discriminazioni salariali. "Basta far applicare la legge attuale", ha affermato Nadja Pieren (UDC/BE).
Altri hanno sottolineato il successo delle misure volontarie oltre che i pericoli del nuovo progetto per il carattere liberale del mercato del lavoro. Con queste norme tutte le imprese vengono considerate sospette fin quando non hanno provato il contrario, ha sostenuto Hans-Ulrich Bigler (PLR/ZH).
Durante il dibattito particolareggiato, si è discusso a lungo se aumentare o diminuire il numero dei dipendenti a partire dai quali le società devono far svolgere l'analisi sui salari. La sinistra avrebbe voluto abbassare questa soglia a 50 impiegati, la destra aumentarla a 250.
Portando la soglia a 100 impiegati, gli Stati hanno escluso più della metà dei lavoratori, ha sostenuto Mathias Reynard (PS/VS) chiedendo di mantenere il limite a 50 come proposto dal governo. "Questa soglia è troppo bassa: nelle piccole imprese ci sono funzioni occupate da una sola persona, il confronto è quindi difficile", ha però replicato, con successo, Kutter.
Per Hans-Ulrich Bigler è opportuno aumentare la soglia poiché nelle PMI è spesso difficile fare dei confronti visto l'effettivo ridotto. "C'è un mandato costituzionale da far rispettare, non si può escludere i due/terzi delle persone interessate", ha replicato la ministra di giustizia e polizia Simonetta Sommaruga.
Con 108 voti contro 86 la Camera del popolo ha poi deciso che il limite fissato a 50 si riferisce all'equivalente di posti a tempo pieno e non al numero effettivo di persone impiegate. Sommaruga ha invano chiesto al Nazionale di non modificare questo punto poiché equivale ad escludere dall'analisi sui salari molte aziende con personale - femminile - a tempo parziale. Con 97 voti a 95 e una astensione, i deputati hanno anche deciso di con considerare nel conteggio gli apprendisti.
Poco prima delle 19.00 il presidente del Consiglio nazionale Dominique de Buman (PPD/FR) ha poi interrotto i dibattiti. Riprenderanno domani mattina.
La Camera deve ancora decidere se escludere le società quotate in borsa dal pubblicare i risultati dell'analisi sulla parità salariale in allegato al conto annuale. Una norma simile esiste già per le imprese che violano le disposizioni sul lavoro nero, ha sostenuto Mathias Reynard.
Le differenze salariali non vengono fatte intenzionalmente dalle imprese, esistono perlopiù per mancanza di conoscenza, ha da parte sua affermato Heinz Siegenthaler (PBD/BE). "Perché mettere all'indice le imprese quotate in borsa?", si è chiesto Hans-Ulrich Bigler.
Notizia ATS
Dibattito al Consiglio nazionale, 25.09.2018
Parità salariale, adottata revisione legislativa
Dopo aver adottato le ultime disposizioni ancora in sospeso, il Consiglio nazionale ha approvato oggi la revisione della Legge sulla parità dei sessi che mirano a giungere alla parità salariale. Sempre oggi, la Camera ha bocciato l'aumento dell'età pensionabile delle donne a 65 anni.
In Parlamento si è sempre detto che quando ci sarà parità salariale anche l'età della pensione sarebbe stata armonizzata, ha sostenuto Christian Wasserfallen (PLR/BE). Il bernese ha ricordato come la legge non si concentri solo sulle donne, anche gli uomini sono talvolta discriminati: devono per esempio fare servizio militare e sono spesso perdenti nelle cause di divorzio. Inoltre, la speranza di vita superiore non parla a favore del pensionamento precoce delle donne.
Chiedendo se non si voglia dichiarare guerra alle donne, Isabelle Chevalley (PVL/VD) ha sostenuto che tale legge non permetterà di risolvere come per incanto tutti i problemi legati alla disparità salariale, tanto più che il 99% delle imprese non dovrà redigere il rapporto sull'uguaglianza dei salari tra i sessi come previsto dalla riforma.
"Le donne sono 37 anni che aspettano questa legge", ha aggiunto la consigliera federale Simonetta Sommaruga invitando il Parlamento a non precipitare le cose e ad aspettare il progetto di riforma dell'AVS che il governo sta preparando. In molti hanno poi sottolineato che non è né il modo né il momento giusto per proporre l'innalzamento a 65 anni dell'età pensionabile delle donne.
Oggi, allineandosi agli Stati, il Nazionale ha anche deciso che i datori di lavoro dovranno informare i loro impiegati "per iscritto" sul risultato dell'analisi sulla parità salariale. Una minoranza avrebbe voluto accontentarsi di una informazione "in forma adeguata".
Pure bocciata, con 94 voti contro 89 e cinque astenuti, la proposta di escludere le società quotate in borsa dal pubblicare i risultati dell'analisi sulla parità salariale in allegato al conto annuale.
La camera ha infine confermato la durata limitata delle nuove disposizioni legislative: saranno soppresse dopo 12 anni. La sinistra ha tentato invano di stralciare questo limite temporale.
"È illusorio credere che in 12 anni la situazione potrà essere risolta", ha sostenuto Mathias Reynard (PS/VD). Annunciare la soppressione di una legge ancora prima di conoscerne l'efficacia è una pratica discutibile, ha aggiunto.
Se tra 12 anni il Parlamento constaterà che la parità non è stata raggiunta potrà sempre approntare nuove disposizioni legali, ha replicato Kathy Riklin (PPD/ZH).
Le disposizioni principali previste dalla nuova legge sono state adottate ieri. Tra queste figura l'obbligo, per le imprese con almeno 100 lavoratori, di far svolgere ogni quattro anni un'analisi sull'uguaglianza dei salari tra i sessi, facendola verificare da un organismo indipendente.
Il progetto, che non prevede sanzioni per chi non rispetta la parità salariale, vuole promuovere un cambiamento di mentalità. L'autoregolazione del settore non ha infatti ancora dato i risultati sperati.
Durante il dibattito si è discusso a lungo se aumentare o diminuire il numero dei dipendenti a partire dai quali le società devono far svolgere l'analisi sui salari. La sinistra avrebbe voluto abbassare questa soglia a 50 impiegati, la destra aumentarla a 250.
A favore delle nuove disposizioni hanno votato il centro e la sinistra. Contrari UDC e PLR secondo cui il progetto in discussione non serve per lottare contro le discriminazioni salariali. "Basta far applicare la legge attuale", ha affermato Nadja Pieren (UDC/BE).
La sorte del dossier - che torna ora al Consiglio degli Stati per l'esame delle divergenze - rimane comunque in bilico. La sinistra potrebbe infatti affossare il progetto nelle votazioni finali.
Per Corrado Pardini (PS/BE) "la legge non corrisponde alle aspettative delle donne di questo Paese". Il socialista bernese ha poi affermato di essere in discussione con le donne del suo gruppo parlamentare per decidere se valga ancora la pena di sostenere la legge.
Notizia ATS
Dibattito al Consiglio degli Stati, 28.11.2018
CSt: parità salariale, considerare numero di impiegati non di posti
In futuro, le imprese con almeno 100 lavoratori dovrebbero far svolgere un'analisi sull'uguaglianza dei salari tra i sessi ogni quattro anni, facendola verificare da un organismo indipendente. Lo ha ribadito oggi il Consiglio degli Stati bocciando l'idea del Nazionale di considerare l'equivalente di posti a tempo pieno e non il numero effettivo di persone impiegate.
Nel giustificare la decisione di mantenere questa divergenza, la relatrice commissionale Anne Seydoux-Christe (PPD/JU) ha spiegato che i tempi parziali sono occupati soprattutto da donne e che seguendo la proposta del Nazionale il provvedimento interesserebbe meno proprio le imprese che utilizzano maggiormente i tempi parziali.
Gli Stati hanno invece fatto una concessione nei confronti del Nazionale accettando di escludere gli apprendisti nell'accertamento delle dimensioni delle imprese. Essi sottostanno infatti a un altro regime salariale.
Tenendo conto delle decisioni odierne, saranno dunque lo 0,9% delle imprese, che rappresentano il 46% del totale dei lavoratori, a dover redigere un rapporto sulla parità salariale, ha spiegato Anne Seydoux-Christe.
Notizia ATS
Dibattito al Consiglio nazionale, 03.12.2018
Parità salariale, "sì" a revisione legislativa
In futuro, le imprese con almeno 100 lavoratori dovranno far svolgere un'analisi sull'uguaglianza dei salari tra i sessi ogni quattro anni, facendola verificare da un organismo indipendente. Lo ha deciso oggi il Consiglio nazionale eliminando l'ultima divergenza che l'opponeva agli Stati in merito alla revisione della Legge sulla parità dei sessi.
In prima lettura, il Nazionale aveva proposto di considerare l'equivalente di posti a tempo pieno e non il numero effettivo di persone impiegate. Questa proposta interesserebbe però meno proprio le imprese che utilizzano maggiormente i tempi parziali tradizionalmente occupati soprattutto da donne, ha affermato Mathias Reynard (PS/VS).
Se si definisce la soglia considerando il numero di collaboratori si incita le imprese a offrire meno posti di lavoro a tempo parziale per sfuggire alla "complicata" analisi richiesta, ha sostenuto Mauro Tuena (UDC/ZH). Ciò andrebbe a scapito proprio di chi cerca un lavoro part-time, ha aggiunto Hans-Ulrich Bigler (PLR/ZH).
Al voto la maggioranza (99 voti a 88 e 4 astenuti) ha però scelto di considerare il numero effettivo di impiegati. Tenendo conto di questa decisione, saranno lo 0,9% delle imprese, che rappresentano il 46% del totale dei lavoratori, a dover redigere un rapporto sulla parità salariale. Le nuove disposizioni legislative avranno una durata limitata: saranno soppresse dopo 12 anni.
Il progetto adottato oggi, che non prevede sanzioni per chi non rispetta la parità salariale, vuole promuovere un cambiamento di mentalità. L'autoregolazione del settore non ha infatti ancora dato i risultati sperati.