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22.1015 · Interrogazione · 2022-03-18

Dipartimento degli affari esteri

Liquidato

Wortlaut

Nel gennaio del 2022 i sostenitori del cosiddetto Stato Islamico (IS) hanno preso d'assalto una prigione ad al-Sina'a, nel Nord della Siria, dove erano detenuti alcuni suoi combattenti. Secondo i media, dopo alcuni giorni la prigione è stata riportata sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (FDS), un'alleanza militare a prevalenza curda. Si dice che 3000 detenuti si siano arresi; i morti sarebbero decine. Inoltre, sembra che i sostenitori dell'IS abbiano preso in ostaggio dei bambini. Migliaia di persone hanno dovuto lasciare le loro case a causa dei combattimenti.

Chiedo pertanto al Consiglio federale di rispondere alle seguenti domande:

1. Il Consiglio federale sa se ci sono cittadini svizzeri detenuti nella suddetta prigione? In caso affermativo, quanti? Il ginevrino Daniel D., un combattente dell'IS, si trova nella suddetta prigione?

2. Viste le condizioni delle prigioni in cui sono detenuti i combattenti svizzeri dell'IS, il Consiglio federale sta pensando di rimpatriarli e di giudicarli qui? Se, come è avvenuto finora, vengono esaminati solo singoli casi di rimpatrio di bambini, come e secondo quali criteri viene effettuato l'esame? Il Consiglio federale sa se in queste prigioni vengono rispettate le disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT) e altre garanzie in materia di diritti fondamentali?

3. Può spiegare in che modo intende perseguire per le loro azioni i cittadini svizzeri nel caso non venissero rimpatriati? Non sarebbe dovere del Consiglio federale portare queste persone davanti a un tribunale sulla base del principio della personalità attiva?

4. Con quali mezzi il Consiglio federale sostiene la regione colpita dai combattimenti? Cosa sta facendo per migliorare le condizioni di approvvigionamento? Quali successi ha potuto ottenere il Consiglio federale grazie ai suoi sforzi? È in contatto diretto con le autorità curde?

5. In quali organismi internazionali il Consiglio federale affronta la questione del rientro dei combattenti dell'IS nei loro Paesi d'origine? Qual è la sua posizione? Appoggia le rivendicazioni delle autorità curde, che chiedono l'istituzione di un tribunale penale internazionale per giudicare i combattenti dell'IS detenuti?

6. Il Consiglio federale può spiegare con quali mezzi e con quali misure sta attuando l'articolo 54 capoverso 2 della Costituzione federale ad al-Hasaka?

Stellungnahme des Bundesrates

1. Secondo le informazioni di cui dispone il Consiglio federale, non ci sono cittadini svizzeri detenuti nella prigione di al-Sina'a.

2. Il Consiglio federale ribadisce la sua decisione dell'8 marzo 2019 secondo la quale la Svizzera non intende adoperarsi attivamente per il rimpatrio di suoi cittadini adulti partiti per motivazioni legate al terrorismo. Secondo il Consiglio federale, nel caso del rimpatrio di minori è determinante l'interesse superiore del bambino. Il rimpatrio dei minori deve essere effettuato con il consenso esplicito delle autorità responsabili della protezione dell'infanzia (autorità cantonali e comunali nonché i genitori se detengono l'autorità parentale). Dopo il rientro in Svizzera di due bambine ginevrine, attualmente non sono previsti altri rimpatri. Per quanto riguarda il rispetto della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (CAT), varie fonti che hanno un accesso illimitato a questi luoghi riportano condizioni di detenzione estremamente dure.

3. Uno degli obiettivi del Consiglio federale è garantire che le persone con cittadinanza svizzera che si spostano per motivi legati al terrorismo non rimangano impunite. Per quanto possibile, il procedimento penale e l'esecuzione di qualsiasi condanna dovrebbero avvenire nello Stato in cui il crimine è stato commesso, in conformità con gli standard internazionali. La Svizzera può sostenere con mezzi adeguati l'istituzione di un tribunale speciale internazionale o l'avvio di un procedimento penale sul posto. Se non è possibile perseguirli nello Stato in cui sono stati commessi i crimini, la Svizzera è responsabile del perseguimento penale dei propri cittadini non appena questi tornano in Svizzera o si trovano in un Paese con cui la Svizzera può cooperare per mezzo dell'assistenza giudiziaria.

4. / 6. L'impegno della Svizzera in Siria poggia su tre pilastri. 1) La fornitura di aiuti umanitari e di aiuto allo sviluppo in tutta la regione colpita dalla crisi siriana; nel 2021 il contributo della Confederazione è stato pari a 60 milioni di franchi. La Svizzera è attiva in tutta la Siria, anche nel Nord-Est del Paese, in particolare nei settori della protezione della popolazione civile, dell'acqua, dell'igiene e dei servizi igienico-sanitari di base, dell'istruzione e dell'assistenza medica d'urgenza. Nei suoi interventi rispetta i principi umanitari, specialmente quelli della neutralità e dell'imparzialità. 2) La promozione del diritto internazionale, in particolare del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. 3) Il sostegno al processo politico sotto l'egida dell'ONU e agli sforzi dell'inviato speciale del segretario generale dell'ONU per la Siria, Geir Pedersen. Le autorità federali dispongono dei contatti necessari per la difesa degli interessi svizzeri nella regione.

5. A livello globale, i tentativi di istituire un tribunale internazionale o ibrido sono finora falliti. L'ONU si concentra sull'acquisizione e sulla conservazione di prove che potrebbero essere utilizzate in futuri procedimenti penali. La Svizzera ha sostenuto in particolare la creazione di un meccanismo internazionale, imparziale e indipendente (IIIM) per raccogliere e conservare le prove. L'ONU ha istituito anche un team (UNITAD) incaricato di investigare sui crimini commessi dallo Stato Islamico in Iraq.

Risposta del Consiglio federale.