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25.3610 · Interpellanza · 2025-06-13

Dipartimento delle Finanze

La dichiarazione sull’intervento è disponibile

Wortlaut

Nel contesto attuale, caratterizzato da tensioni di bilancio, gli sforzi per riequilibrare le finanze federali comportano restrizioni in diversi settori. La disparità salariale tra donna e uomo, però, rappresenta una perdita economica non irrilevante. Un salario femminile inferiore significa non solo meno autonomia per le donne interessate, ma costituisce anche una perdita di guadagno per le casse federali, cantonali e comunali in materia di imposte e di contributi alle assicurazioni sociali. Tale questione, raramente sollevata negli attuali dibattiti concernenti le finanze, merita perciò di essere seriamente valutata.

Invito pertanto il Consiglio federale a rispondere alla seguente domanda.
Il Consiglio federale a quanto stima l’ammontare della perdita fiscale annuale dovuta alla disparità salariale che persiste tra donna e uomo in termini di imposta federale diretta e di contributi alle associazioni sociali?

Stellungnahme des Bundesrates

Il Consiglio federale attribuisce grande importanza al principio «salario uguale per un lavoro di uguale valore». La Strategia Parità 2030, adottata dal Consiglio federale nell’aprile del 2021, oltre che colmare lacune in altri campi d’azione, intende realizzare la parità tra donne e uomini nella vita professionale. Si tratta della prima strategia nazionale della Confederazione volta a promuovere la parità di genere. Il Consiglio federale non è in grado di quantificare le ripercussioni finanziarie per la Confederazione derivanti dalla diversa struttura salariale tra donne e uomini. Le statistiche fiscali federali a disposizione dell’Amministrazione federale non forniscono informazioni né sul genere dei contribuenti né sulla composizione del reddito (reddito derivante da attività lucrativa, sostanza o rendite). Inoltre, nel caso delle coppie sposate tassate congiuntamente, non sono disponibili informazioni sulla ripartizione del reddito tra i coniugi. A prescindere dalla scarsa disponibilità di dati, è possibile fare alcune affermazioni relative alle ripercussioni sul gettito fiscale e sulle entrate derivanti dai contributi alle assicurazioni sociali. In linea di massima vige la seguente regola: se gli stipendi di un determinato gruppo di persone aumentano, rimanendo immutate tutte le altre variabili, crescono sia le entrate risultanti dalle imposte sul reddito sia quelle derivanti dai contributi alle assicurazioni sociali legati allo stipendio. Tuttavia, quando si valutano tali variazioni salariali, si deve anche tenere conto del fatto che un aumento degli stipendi di un determinato gruppo di persone, senza un contemporaneo aumento della produttività, rappresenta una ridistribuzione tra diversi attori economici. Ad esempio, l’aumento degli stipendi potrebbe essere finanziato mediante la riduzione degli utili delle imprese, il che comporterebbe minori entrate nell’ambito dell’imposizione delle imprese e delle imposte sul reddito dei relativi azionisti. In alternativa, le imprese potrebbero cercare di scaricare la crescita dei costi salariali sui consumatori, attraverso un aumento dei prezzi. Anche questa misura si ripercuoterebbe sulla concorrenzialità e sulle entrate fiscali. Un’ulteriore possibilità sarebbe quella di effettuare una ridistribuzione all’interno della massa salariale, riducendo al contempo gli stipendi degli uomini. In questo caso, la misura non interesserebbe gli utili delle imprese e i prezzi, ma tangerebbe la ripartizione del reddito. Nel contesto di un sistema fiscale progressivo, una ripartizione più equa del reddito da lavoro comporta tendenzialmente una riduzione del gettito fiscale perché, in proporzione, l’onere fiscale cresce in misura maggiore rispetto al reddito. Più una determinata somma di reddito è distribuita in modo uniforme tra i contribuenti, tanto più basse tenderanno ad essere le entrate fiscali.Una ridistribuzione della massa salariale influisce in modo limitato sull’ammontare dei contributi alle assicurazioni sociali, poiché le aliquote del primo pilastro (AVS/AI/IPG) non dipendono dall’ammontare del reddito da lavoro. Pertanto, a parità di massa salariale l’ammontare complessivo di questi contributi rimarrebbe invariato. Una ripartizione del reddito più equa potrebbe invece portare a un aumento dei contributi salariali e, di conseguenza, a prestazioni assicurative più elevate. Sul fronte delle uscite, ciò può comportare un minore ricorso alle prestazioni complementari. Se, tuttavia, le donne percepiscono uno stipendio più basso a causa di discriminazioni, la correzione di tale disparità potrebbe generare un incremento della produttività per tutta l’economia. La discriminazione salariale è inefficiente sotto il profilo macroeconomico, anche perché porta a un’allocazione inadeguata della manodopera e indebolisce gli incentivi a seguire una formazione e a esercitare un’attività lucrativa. Inoltre, eliminando la discriminazione si potrebbero ottenere effetti positivi sul gettito fiscale e sulle entrate derivanti dai contributi alle assicurazioni sociali.