AB 319809
Gysin Greta · Nationalrat · Tessin · Grüne Fraktion · 2023-05-04
Wortprotokoll
La questione della mediatizzazione dei processi fa emergere molte gravi distorsioni che esigono una risposta. Ve ne riassumo alcune: la presenza dei media e del pubblico nelle aule dei tribunali esaspera lo stress emotivo per le vittime, al punto da farle spesso desistere dal presenziare alle udienze. Questo limita i loro diritti fondamentali legati alla partecipazione al processo ma nega anche ai giudici della corte la possibilità di porre domande dirette alle vittime.
La proliferazione di dettagli sui social e nei media, soprattutto on line, facilita l'identificazione delle vittime e delle persone accusate. Informazioni intrusive ed intime si diffondono e restano per sempre nella rete. Bisogna anche ricordare che la diffusione di dettagli morbosi, ancora prima della comunicazione delle sentenze, calpesta la presunzione d'innocenza e colpisce le famiglie di entrambe le parti, compresi i figli e le figlie, che si trovano travolti dai commenti social che entrano a far parte della loro quotidianità. I casi più eclatanti di eco mediatica possono persino essere riconosciuti dalle corti come attenuante al momento di una condanna; e questo è un'ulteriore interferenza con la giustizia.
Il Codice di procedura penale, all'articolo 70 prevede che la corte possa disporre che le udienze si svolgano in tutto o in parte a porte chiuse, se gli interessi degni di protezione di una persona coinvolta, segnatamente quelli della vittima, lo esigono. In tal caso possono essere esclusi anche i media.
Concretamente, in alcuni cantoni questa norma viene applicata nel pieno rispetto delle vittime e della trasparenza della giustizia, escludendo, se necessario, media e pubblico dalle udienze, e applicando altre modalità per garantire l'informazione pubblica sulle procedure, modalità di informazione che sono quindi già previste e regolamentate dalle nostre leggi.
In altri cantoni invece, la presenza dei media è sistematicamente autorizzata anche in caso di porte chiuse, e così le vittime che vogliono o devono partecipare al processo, sono nella stessa aula con i media. In cantoni piccoli capita anche spesso che tra gli esponenti dei media presenti in aula vi siano conoscenti delle vittime, vanificando così ogni possibilità di anonimato e della tutela della sfera privata.
Già nel 2006, con la raccomandazione del Consiglio d'Europa sulla protezione delle vittime, la Svizzera si è impegnata a dare la priorità alla protezione dell'integrità fisica e psichica delle vittime in tutti gli stadi dei procedimenti giudiziari, anche riguardo la missione dei media e del pubblico nelle aule dei tribunali. Il rapporto esplicativo di quella raccomandazione tratta nel dettaglio quali siano le priorità necessarie a garantire al meglio il rispetto della Convenzione europea dei diritti umani e delle sentenze della relativa corte. Queste norme sono per altro anche alla base della Convenzione di Istanbul.
Rifiutare questa mozione, come propone il Consiglio federale, facendo riferimento ai principi della Corte europea e della convenzione citata è in netta contraddizione proprio con le loro norme, che la Svizzera ha sottoscritto già vent'anni fa. Ma ad oggi la loro attuazione avviene solo in certi cantoni o da parte di alcune e alcuni giudici più consapevoli. Garantire i diritti fondamentali in modo equo e uniforme in tutta la Svizzera è invece un nostro dovere.
L'obiettivo centrale della mia mozione è chiedere al Consiglio federale di intervenire concretamente e rapidamente per garantire alle vittime il diritto alla protezione della personalità nei processi penali, in particolare conferendo alle persone di cui sia stata lesa l'integrità fisica, psichica o sessuale il diritto di ottenere le porte chiuse e l'esclusione dei media dalle aule dei tribunali. Questo rinforzerebbe anche la protezione della presunzione d'innocenza delle persone imputate e la protezione di testimoni e famigliari. La questione fondamentale della trasparenza dei processi è invece già regolamentata efficacemente da altre normative come dimostra l'esperienza di alcuni cantoni.
Permettetemi un ultimo appunto: ho formulato una mozione, non un'iniziativa parlamentare per una modifica rigida e formalizzata di un singolo cavillo. Vi chiedo quindi di approvarla per quello che è: una mozione che chiede al Consiglio federale di elaborare una proposta efficace e coerente per affrontare questo nodo così determinante che oggi provoca gravi effetti collaterali sulle vittime, sulle famiglie e sull'intera società.