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Lombardi Filippo · Ständerat · 2001-03-06

Lombardi Filippo · Ständerat · Tessin · Christlichdemokratische Fraktion · 2001-03-06

Wortprotokoll

Mi permetterete di dissentire dal presidente della nostra Commissione degli affari giuridici, il collega Dick Marty, laddove invoca l'abbandono di battaglie ideologiche per affrontare questo problema. Non condivido quest'affermazione, a meno che si riconosca che tutte le posizioni che vengono difese in materia sono fondamentalmente ideologiche, nella misura in cui dipendono dall'idea che abbiamo dell'uomo, della vita, della società e della responsabilità dello Stato. È forse meglio dire, allora, che siamo tutti impegnati in questa sala a cercare le soluzioni migliori ad un problema effettivo e grave, ad una situazione giuridica insoddisfacente che non corrisponde alla sensibilità del popolo - e questo non da oggi o da ieri, ma già da molto tempo ormai.

Il dramma dell'aborto, da qualunque parte lo si guardi, appartiene senza alcun dubbio alla somma di dolore presente anche in una società apparentemente felice come la nostra. Sappiamo che la risposta della società rimane sempre ancora insufficiente di fronte ad ogni singolo caso. Per questo ci siamo convinti in Parlamento che la repressione penale è una soluzione inadeguata, inefficace e soprattutto inapplicabile e d'altronde nemmeno applicata. Non possiamo per questo accettare, come fa invece il presidente della CAG, il fatto che vi sarebbero solo due risposte coerenti al problema: o la repressione o la liberalizzazione totale, quantunque limitata nel tempo. Del resto, questo limite temporale è proprio una delle nuove incoerenze che veniamo a creare: perché 12 settimane sì e 14 no? perché allora non 10 o 16 settimane? E non è meno incoerente introdurre il concetto di "stato d'angustia" senza che venga previsto nulla per verificarlo: potremmo evidentemente rispondere che ogni simile situazione presenta uno "stato di angustia".

È invece profondamente coerente il nostro chiederci quale possa, e soprattutto quale debba essere ancora oggi il ruolo dello Stato al momento in cui rinuncia alla repressione penale e lascia alla donna confrontata con il problema dell'aborto la decisione ultima sulla scelta da fare. Può lo Stato a questo punto scomparire, dimissionare dalla sua responsabilità, lasciare che il dialogo avvenga unicamente tra la donna ed il medico che poi pratica l'intervento? Può lo Stato rinunciare a far sentire la presenza di due beni che sono in contrasto fra di loro e che entrambi devono essere valutati?

Io credo che lo Stato non possa farlo, credo che il suo compito non sia solo quello di offrire una consulenza - ed è stato anche detto che se qualcuno non vuole la consulenza è inutile offrirgliela od imporgliela. Non è soltanto una questione di consulenza, è una questione di ruolo dello Stato.

Il momento della consulenza è l'unico momento in cui lo Stato interviene e rende attente le persone che prenderanno la decisione, ovvero la donna e magari anche il suo medico, dell'esistenza di un altro bene, che è la vita del bambino presente. La valutazione del peso relativo di questi due beni, siamo ormai convinti che possa, e debba essere lasciata alla responsabilità e alla coscienza della donna. Ma, prima di questa valutazione, qualcuno deve esserci per dire "guarda che ci sono due beni, uno contrapposto all'altro, scegli con responsabilità, con coscienza, senza superficialità" - se c'è una cosa che domina la nostra società, è tante volte purtroppo la superficialità. Questo è proprio il momento costitutivo della presenza e della responsabilità dello Stato al quale non vogliamo rinunciare.

È importante capire che chi ha presentato l'idea di un modello di protezione, non lo ha fatto unicamente per creare una chicane, un ostacolo ulteriore sulla via già difficile della donna confrontata col problema dell'aborto. Questo modello non è l'introduzione di una chicane, non è il tentativo di creare ostacoli burocratici per il puro piacere di crearli. Esso rappresenta veramente la convinzione profonda che lo Stato non può rinunciare a dire la propria parola quando ci sono due beni contrastanti in presenza, anche se rinuncia ad una repressione penale, anche se rinuncia a fare lui la scelta, lasciandola alla coscienza del singolo.

Vi propongo quindi di sostenere la soluzione della minoranza.