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Chiesa Marco · Ständerat · 2023-04-11

Chiesa Marco · Ständerat · Tessin · Fraktion der Schweizerischen Volkspartei · 2023-04-11

Wortprotokoll

La scomparsa di Credit Suisse dal panorama bancario svizzero ha provocato stupore, indignazione e per molti anche una sensazione di tradimento. Da questo crollo verticale siamo tutti colpiti, ma soprattutto lo sono i dipendenti, i clienti, gli azionisti e gli obbligazionisti. Ancora più grave della disintegrazione di una nostra banca tradizionale e rappresentativa - un istituto che porta nel suo nome l'aggettivo qualificativo "svizzero" -, è la perdita di fiducia nel nostro paese. La Svizzera come rifugio incrollabile di stabilità e di sicurezza, quando tutto intorno trema e appare incerto, si sta sciogliendo come neve al sole. Perché? Perché una strategia rischiosa e sbagliata, decisa da un consiglio d'amministrazione imprudente e avido, ha azzerato il valore dell'aggettivo "svizzero" che figura nel nome Credito Svizzero. Invece di puntare sui classici principi del nostro paese - la sicurezza, la discrezione, l'affidabilità - questi dirigenti bancari hanno voluto giocare ai grandi strateghi globali per sentirsi mondialmente importanti e incassare bonus sempre più giganteschi.

La Svizzera era diventata troppo stretta e troppo piccola per queste ingorde pseudo-élite economiche. L'obiettivo non poteva certo rimanere Zurigo, Ginevra o Lugano - doveva essere Londra o meglio ancora New York. Questi manager hanno voluto allargare il loro raggio d'azione credendosi armatori di transatlantici mentre non erano neppure dei capitani di barche d'acqua dolce. Dopo aver annichilito la "Suisse" di Credit Suisse, l'olimpo bancario dell'istituto ha gradualmente perso anche il concetto di "credit". Il CS ha infatti letteralmente perso il suo credito presso gli investitori e con esso [PAGE 304] anche[NB]la[NB]sua[NB]credibilità. Sparita la Svizzera, sparita la credibilità non restano oggi che macerie e perdite miliardarie per i cittadini.

Quando la fiducia in una banca viene meno la gente si riprende i propri soldi. L'enorme deflusso di fondi degli ultimi mesi ha così annientato il CS. Ma prima di ciò, la tradizionale banca svizzera, fondata nel 1856 da Alfred Escher, aveva perso la sua anima svizzera. Oggi dobbiamo renderci conto che il nostro paese non è più in grado di proteggere a qualsiasi costo e in ogni caso la sua piazza finanziaria. Perché? Perché la Svizzera si è giocata la sua proverbiale stabilità e la sua sicurezza giuridica. Ancora una volta è stato applicato il diritto di necessità e spento il normale processo democratico.

Sarebbe però troppo a buon mercato se la politica si limitasse a puntare il dito contro i responsabili delle banche. C'è una corresponsabilità dei politici in questo sfacelo, una corresponsabilità di fondo e una corresponsabilità nei fatti.

Mi riferisco innanzitutto alla corresponsabilità di fondo: la Svizzera ha saputo diventare uno dei centri finanziari più importanti al mondo grazie alle sue condizioni quadro. L'assoluta certezza del diritto, le politiche avvedute, la garanzia della proprietà, la riservatezza dei clienti delle banche, tutto questo era inserito in un contesto di neutralità riconoscibile e riconosciuta da tutti gli Stati. Questo mix ha fatto sì che la Svizzera abbia avuto successo come gestore patrimoniale globale. Stiamo rodendo se non distruggendo completamente questo capitale di credibilità e affidabilità, e con esso anche la nostra posizione di importante centro finanziario mondiale, barattando i nostri principi e piegandoci per debolezza interna alle pressioni provenienti dall'estero - questo anche nel caso del salvataggio del CS.

Mi riferisco ora alla corresponsabilità nei fatti, quella di questa Camera, perché anche questa Camera ha giocato un ruolo nella débâcle del Credito Svizzero: dieci anni fa il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati hanno discusso dell'efficacia delle regole "too big to fail". Rileggersi questo dibattito è estremamente istruttivo. Si scopre quanto le "alleanze diaboliche" fra l'UDC e la sinistra siano talvolta profetiche, più profetiche delle sante alleanze fra i partiti di centro.

All'epoca l'UDC e la sinistra chiedevano di organizzare un sistema bancario che prevedesse una chiara separazione tra la parte svizzera e quella legata all'investment banking, notoriamente più rischiosa e di difficile controllo. Il nostro ex-collega e già capogruppo dell'UDC al Consiglio nazionale, Caspar Baader, a suo tempo, ossia nel 2013, non riusciva a capire e a giustificare il rifiuto del Consiglio federale di seguire questa saggia via. Egli fece riferimento alla revisione della legge bancaria, ai requisiti patrimoniali più elevati e al piano di emergenza approvati dalla Finma.

All'epoca Caspar Baader disse che non credeva in questo piano di emergenza perché i creditori non avrebbero mai permesso uno scorporo delle funzioni di importanza sistemica: "se oggi una grande banca diventasse illiquida o rischiasse di fallire, la Banca nazionale svizzera, lo Stato e i contribuenti dovrebbero intervenire di nuovo, perché le grandi banche sono ancora troppo grandi per fallire." Questo è esattamente ciò che è successo. Il tempo, purtroppo, è galantuomo. Caspar Baader aveva ragione. Oggi ne abbiamo la prova approvata.

Purtroppo il Consiglio degli Stati, al contrario del Consiglio nazionale, respinse le rispettive mozioni. Per la cronaca vi invito a rileggere chi di persona intervenne durante il dibattito per rafforzare le richieste dell'UDC. Ora mi chiedo e vi chiedo: a che cosa serve avere ragione se non si è pronti a fare la cosa giusta?

Una banca dovrebbe essere talmente grande da poter fallire, in caso di emergenza o di mala gestione, senza che lo Stato, quindi tutti noi, debba intervenire. Il nostro compito è dunque quello di non sbagliare più, né oggi né domani né dopodomani, e dunque di allineare il salvataggio del Credito Svizzero a quella condizione di base affinché débâcle di questo tipo non abbiano più a ripetersi.

Cosa fare dunque? Dobbiamo assicurarci una volta per tutte che non ci sia più una sola banca svizzera che abbia un'importanza sistemica tale da dover essere salvata, in caso di fallimento, dallo Stato o dai contribuenti, che in pratica sono la stessa cosa.

I responsabili del fallimento del Credito Svizzero devono inoltro essere chiamati a rispondere delle loro azioni. Coloro che ai vertici di Paradeplatz hanno generato deliberatamente o per grave negligenza la perdita di fiducia e il crollo di questa banca simbolo devono, quanto possibile, contribuire a compensare i danni con le loro risorse. I bonus si ricevono per prestazioni professionali e personali eccezionali e non di certo per aver creato le premesse per il fallimento della banca.

Termino con un ultimo punto: è evidente che la grande dipendenza dall'estero, attraverso azionisti stranieri e un management in gran parte straniero a livello di consiglio d'amministrazione e direzione, distanti dalla nostra cultura, si sia rilevata un boomerang enorme.

Invece di concentrarsi su attività gestibili e controllabili, il CS ha perseguito una strategia estera a dir poco aggressiva e orientata al rischio. Il management ha percepito stipendi enormi, mentre il valore delle azioni segnava un costante calo, senza assumersi mai realmente le proprie responsabilità. Che cosa interessa a gente come Dougan, Thiam e Horta-Osório della Svizzera? Un bel niente! Abbiamo di nuovo bisogno di leader e azionisti svizzeri per difendere la nostra piazza finanziaria dalle ingerenze di Washington, New York e Londra.

Pertanto il Consiglio federale deve garantire che in futuro la maggior parte dei membri del consiglio d'amministrazione abbia un passaporto rosso-crociato e sia domiciliato in Svizzera. Perché quando i manager di Singapore, degli Stati Uniti o di altre parti del mondo conducono ad altissima velocità le nostre aziende contro un muro, il giorno dopo sono già spariti. Questa è una beffa e un'aberrazione da evitare.

Quindi facciamo ora la cosa giusta: dobbiamo assumerci le nostre responsabilità, correggendo gli errori del passato, sia di fondo che nei fatti. Per fare la cosa giusta è necessario avere coraggio, sapere dire basta, sapere dire di no e ricorrere al popolo per far sì che questa sia l'ultima volta che ci si vede costretti a discutere in queste Camere di una tale vergogna nazionale.