Farinelli Alex · Nationalrat · 2026-06-09
Farinelli Alex · Nationalrat · Tessin · FDP-Liberale Fraktion · 2026-06-09
Wortprotokoll
La Svizzera avrà bisogno di più elettricità. Non un po' di più, ma molta di più. Vogliamo auto elettriche, pompe di calore, industria innovativa, digitale, intelligenza artificiale, treni, crescita e decarbonizzazione. Tutto questo ha un denominatore comune che si chiama elettricità. E allora diciamolo chiaramente, non possiamo chiedere al Paese di scalare la montagna della transizione energetica e allo stesso momento togliergli dallo zaino uno degli strumenti utili. Sarebbe come partire per una traversata alpina e decidere per principio che non portiamo corde e non vogliamo avere una piccozza con noi. Magari non ci serviranno, magari useremo un altro passaggio, ma vietarsi in anticipo di averle, privarsi di questa possibilità non è prudenza, ma è ideologia.
Chiariamo subito un punto: questa non è una battaglia contro le energie rinnovabili, non lo è e non deve diventarlo. Le rinnovabili giocano già oggi un ruolo importante e continueranno a giocarlo anche domani. Solare, idroelettrico, eolico dove è possibile, reti, accumulo, efficienza, tutto questo è indispensabile. La transizione energetica non si farà senza le rinnovabili. Ma proprio perché le rinnovabili sono fondamentali non dobbiamo trasformarle in un dogma. La politica energetica non è una religione, e un sistema elettrico non è una curva da stadio. Non è solare contro nucleare, non è idroelettrico contro innovazione, non è una tecnologia che deve vincere sull'altra che deve invece perdere. È un Paese che deve reggere e deve poter andare avanti.
Un sistema che deve reggere si costruisce su più pilastri e non su uno solo. Si costruisce con ridondanza, margini di sicurezza, capacità di adattamento. Perché quando manca la corrente, non manca una teoria, manca la luce, si fermano le imprese, si bloccano i servizi.
Dobbiamo però essere onesti anche dall'altra parte: il nucleare non è una soluzione per i prossimi venti o trent' anni. Chi sostiene questa proposta deve dirlo con chiarezza. Non si costruisce una centrale nucleare da oggi al domani, non si cambia il sistema energetico con uno schiocco di dita. Siamo in Svizzera e sappiamo bene come funzionano le cose. Se per mettere cinque pale eoliche in cima al San Gottardo ci sono voluti vent'anni, è illusorio pensare che per una nuova centrale nucleare ce ne bastino di meno. Le procedure, le autorizzazioni, i ricorsi, la pianificazione, il finanziamento, l'accettazione politica e sociale, tutto questo richiede tempo. Per questo il nucleare non può essere venduto come la bacchetta magica. Non risolverà il problema del prossimo inverno né di quelli dei prossimi anni. E sarebbe sbagliato raccontare il contrario. Ma sarebbe altrettanto sbagliato dire che siccome una soluzione non è immediata, siccome sulle attuali tecnologie ci sono delle riserve, allora deve restare del tutto vietato per sempre.
Questo è il punto politico. Oggi non decidiamo di costruire una centrale. Decidiamo se la Svizzera deve continuare a precludersi una possibilità. Decidiamo se vogliamo mantenere un lucchetto nella legge oppure se vogliamo riaprire la porta. E quando si parla di approvvigionamento elettrico le porte non si murano, si tengono aperte. Nessuno di noi sa esattamente dove sarà il mondo tra venti o trent' anni. Non sappiamo quale sarà la domanda elettrica effettiva, non sappiamo quali tecnologie saranno mature, non sappiamo quali crisi geopolitiche dovremo affrontare, non sappiamo quanta energia potremo importare e a quale prezzo. Chi pretende di sapere oggi con certezza assoluta quale sarà il mix energetico nel 2050 o nel 2060 non fa politica energetica, ma fa astrologia.
Noi invece dobbiamo fare politica seria. La politica seria non si fonda sui dogmi, ma sulle opzioni, non sui divieti, ma sulla responsabilità, non sulla nostalgia delle battaglie ecologiche del passato, ma sulla lucidità davanti alle sfide del futuro. Il pragmatismo svizzero è questo, sviluppare con decisione le rinnovabili, rafforzare le reti, accelerare le procedure, investire nell'efficienza e nello stoccaggio, ma allo stesso tempo non escludere per legge una tecnologia a bassa emissione di CO2 che un domani potrebbe contribuire alla sicurezza dell'approvvigionamento del Paese.
Questa proposta non è un ritorno al passato, è una finestra sul futuro. Non è una scorciatoia per i prossimi vent'anni, ma una scelta di responsabilità per i decenni successivi. La sicurezza dell'approvvigionamento non si improvvisa quando il problema è già arrivato, si prepara prima. Chi aspetta il blackout per occuparsi di energia è come chi compra l'estintore quando la casa è già in fiamme. Per questo sostengo questa proposta, per una Svizzera che non abbia paura della tecnologia, che investa nelle rinnovabili senza trasformarle in un dogma, che scelga la sicurezza invece dei tabù e che tenga accesa non solo la luce, ma anche la libertà di decidere.