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Simoneschi Chiara · Nationalrat · 2000-06-07

Simoneschi Chiara · Nationalrat · Tessin · Christlichdemokratische Fraktion · 2000-06-07

Wortprotokoll

Il 21 maggio scorso, il popolo svizzero a grande maggioranza ha detto "sì" agli accordi bilaterali, eliminando così le barriere economiche e ridando competitività economica al nostro paese. Purtroppo, sia durante la campagna referendaria sia dopo, si è fatta passare una idea errata: si è fatto credere e si vuole far credere anche in questa aula che questi accordi erano una sorta di soluzione definitiva che chiude per un bel po' la questione delle nostre relazioni con l'Europa. Ci si è anche voluti dimenticare che c'erano un'iniziativa popolare ed un controprogetto sul tavolo, sui quali oggi siamo chiamati a fare il nostro dovere di deputati. Dobbiamo cioè decidere, discutere, valutare oggi se l'iniziativa dei giovani va bene, e se ciò non è il caso, vedere il da farsi.

Il gruppo democratico-cristiano propone due cose molto chiare: no all'iniziativa e sì ad un controprogetto, che fissi alcuni punti importanti per la continuazione della nostra strada di relazioni con l'Europa. Questo "no" e questo "sì" tengono ampiamente conto della situazione attuale e futura del nostro paese e soprattutto della difesa dei suoi interessi.

No all'iniziativa: perché non vogliamo e non possiamo "intraprendere al più presto dei negoziati di adesione con l'Unione europea", così come richiesto dai giovani nella loro iniziativa. Il loro "al più presto" è troppo perentorio e non tiene conto del fatto che il processo di integrazione che il nostro paese sta portando avanti da decenni dev'essere capito e vissuto dai cittadini che alla fine hanno l'ultima parola. Detto questo, non vogliamo però avallare l'altra tesi, secondo la quale ormai tutto è stato regolato, che le bocce sono ferme, e che non abbiamo più nulla da spartire con l'Europa. Questa tesi è un'illusione, che rasenta, se portata avanti volutamente, la bugia. Lo sviluppo delle relazioni internazionali è un "continuum", che ci accompagna - con maggiore o minore intensità - da sempre. Nessun paese in nessuna epoca ha potuto permettersi di vivere per conto proprio, senza curare le relazioni con i paesi terzi, soprattutto se si tratta di paesi confinanti, paesi amici, con i quali si condividono storia, cultura e lingua. La dimostrazione più lampante l'abbiamo avuta proprio alcuni giorni dopo la votazione federale. Il nostro ministro dell'economia, l'onorevole Pascal Couchepin, si è recato a Bruxelles per discutere sulle votazioni, ma soprattutto per cominciare a intavolare dei discorsi su altri temi che sono all'ordine del giorno - temi molto importanti che non abbiamo potuto risolvere con dei trattati economici. Sono temi molto cari - soprattutto in questo Parlamento - all'UDC: la questione dei rifugiati, la questione della sicurezza. Ebbene, questi temi sono lì da risolvere, e sono temi che si possono risolvere non con dei trattati economici, ma con la collaborazione politica. Questo per dire che le relazioni della Svizzera con i paesi europei che sono uniti nell'Unione europea, non si possono né congelare né interrompere. Si tratta di un processo - il nostro - di integrazione che va avanti da decenni e che dobbiamo continuare.

Il primo capoverso del controprogetto del gruppo PDC - analogo a quello del Consiglio federale - dice questo. Dice che la Svizzera partecipa a questo progetto, a questo processo di integrazione, e non solo dal 21 maggio del 2000. Dice anche che come scopo strategico dobbiamo "viser", mirare alla adesione all'Unione europea. Perché dobbiamo aderire a questo scopo strategico? Perché è solo lì che potremo risolvere i problemi citati prima - penso in particolare ai trattati di Schengen e di Dublino - nell'interesse del nostro paese. È proprio in quel gremio, nell'Unione europea, che potremo difendere meglio gli interessi del nostro paese. Ecco che dunque questa prima frase del controprogetto definisce questo scopo, che tra l'altro viene enunciato dal Consiglio federale da dieci anni. Non è dunque una novità: da dieci anni sentiamo il Consiglio federale affermare che per il bene del nostro paese abbiamo questo obiettivo strategico.

Il secondo capoverso del controprogetto dice quale programma di azione dobbiamo seguire, quale programma di lavoro dobbiamo intraprendere per prepararci a questo scopo strategico. Si chiede di fare un rapporto, che contenga dei dati aggiornati, delle considerazioni approfondite e soprattutto le conseguenze economiche, monetarie, finanziarie, ambientali e sociali di una eventuale adesione all'Unione europea.

Nel terzo capoverso infine si ribadisce un punto importante: si lascia la piena responsabilità al Consiglio federale di decidere quando sarà venuto il momento.