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Cassis Ignazio · Nationalrat · 2012-12-11

Cassis Ignazio · Nationalrat · Tessin · FDP-Liberale Fraktion · 2012-12-11

Wortprotokoll

La Svizzera non ha un esercito: la Svizzera è un esercito! Era il titolo di una prestigiosa rivista tedesca di vent'anni fa. Per la prima volta - malgrado fossi già ufficiale nell'esercito - realizzavo davvero il legame tra il cittadino svizzero e questa sua istituzione.

Vi sono tante ragioni legate alla sicurezza nazionale per rifiutare quest'ennesima proposta del Gruppo per una Svizzera senza esercito; altre ve le diranno e ve le stanno dicendo. Io vorrei invece concentrarmi sul significato sociale di cittadino-soldato, sull'esercito come agenzia integrativa di un Paese plurilingue e senza una cultura uniforme. Se non fossi stato soldato, non credo che oggi siederei in Parlamento. Se non fossi stato obbligato a servire, non lo avrei mai fatto: costava fatica, via da casa e dalle comodità - e perché mai? Ma non avevo scelta! Per me, ticinese, la scuola recluta fu la porta d'ingresso alla Svizzera non ticinese. Per la prima volta dovetti confrontarmi intensamente con modi di dire e di fare diversi dai miei. Per la prima volta, senza rendermene conto, entravo in un solido processo integrativo - quella famosa integrazione di cui oggi tanto parliamo per gli stranieri, ma che se non curiamo costantemente mette a repentaglio anche la coesione nazionale. Imparavo soprattutto che la mia individualità non poteva sempre essere la priorità dell'universo, che i miei bisogni dovevano articolarsi con quelli altrui e che servire il Paese creava in me un profondo legame con esso. Furono insegnamenti fondamentali per la mia educazione di cittadino. Era una specie di prevenzione del narcisismo, dell'egocentrismo e dell'edonismo che tanto dilagano in una società trasformatasi vieppiù in fiera delle vanità. L'obbligo di servire era un valore da proteggere e soprattutto da migliorare, perché di superiori balordi - per non dire altro - ne ho avuti fin troppi! Si tratta perciò di un obbligo da migliorare, non da abolire.

La portata simbolica e reale dell'esercito quale agenzia integrativa nazionale oggi è sottostimata. Noi svizzeri, in fondo, siamo contrattualmente legati da secoli per difenderci da nemici comuni, per essere padroni in casa propria. Non è un legame naturale se consideriamo le grandi differenze esistenti tra uno zurighese, un ginevrino e un luganese.

La nostra coscienza collettiva nasce forzatamente da esperienze integrative e la consapevolezza di avere doveri comuni. "Doveri" - è una parola difficile da pronunciare oggi, nella società dei diritti. Eppure non possono esserci diritti senza doveri, è un'illusione.

Servire questo meraviglioso Paese è un dovere che ci regala molti diritti. Impariamo il valore di fare qualcosa per la collettività senza pretendere un beneficio personale. L'idea della milizia appartiene al nostro patrimonio genetico e si riflette in ogni campo sociale. L'esercito ne è il primo e principale interprete.

Fallito il tentativo diretto di abolirlo, ora si sondano vie indirette. Perché abolire l'obbligo di prestare servizio significa abolire l'esercito. Significa minare il legame di fiducia tra cittadino e Stato, il nostro Stato, di cittadino-soldato, cittadino-elettore, cittadino-eletto, cittadino responsabile e solidale: è questo il segreto del nostro successo e lo vediamo bene oggi, quando scorgiamo attorno a noi Stati in crisi, quasi fossero corpi estranei per i loro cittadini.

Il controprogetto della minoranza Hiltpold è socialmente e culturalmente interessante ma pone enormi difficoltà di attuazione. Perciò vi chiedo di esprimere un chiaro no a quest'iniziativa popolare, frutto di una superficiale utopia anti-svizzera, e anche un no al controprogetto, se è questa la "Willensnation" che volete!