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Quadri Lorenzo · Nationalrat · 2016-06-16

Quadri Lorenzo · Nationalrat · Tessin · Fraktion der Schweizerischen Volkspartei · 2016-06-16

Wortprotokoll

Di recente questo consiglio ha dibattuto sulle proposte di riduzione degli aiuti allo sviluppo - sappiamo con quale esito. La presente mozione che è stata presentata nel 2014 tocca anch'essa la questione dei contributi all'estero nell'ambito della cooperazione internazionale. Questi contributi crescono con benefici che sono, diciamo, quantomeno dubbi. Gli aiuti allo sviluppo navigano attorno a quota 3,2 miliardi di franchi all'anno. Ciononostante non pare [PAGE 1158] che i Paesi beneficiari stiano molto meglio e il caos asilo vissuto in varie parti dell'Europa ne è la testimonianza. Al danno poi si aggiunge la beffa, se si pensa che ad esempio nei Paesi magrebini gli aiuti allo sviluppo in gran parte non sono condizionati alla sottoscrizione di accordi di riammissione di asilanti che vengono respinti dalla Svizzera, e l'opposizione di questi Paesi d'origine alla riammissione degli asilanti chiaramente si fa più forte nei confronti di persone che sono legate al terrorismo islamico o che hanno comunque un curriculum criminale. Quindi, a seguito del rifiuto da parte di Paesi, che beneficiano di aiuti pagati dalla Svizzera, di riammettere loro concittadini espulsi dalla Svizzera, sul nostro territorio rimangono anche persone potenzialmente pericolose.

Altri accordi internazionali riguardano contributi di vario genere. All'Unione europea è ben noto che dopo la votazione del 9 febbraio del 2014, malgrado appunto i contributi che la Svizzera ha versato e continua a versare all'Unione europea, il nostro Paese viene sanzionato e ricattato da Bruxelles; e questo imporrebbe delle contromisure.

Si aggiunge - questa notizia è recente - che entro luglio dell'anno prossimo, a seguito di una nuova ingiunzione comunitaria, il Consiglio federale sarà chiamato a stabilire tramite regolamento un nuovo contributo quadriennale di 130 milioni nell'ambito della partecipazione allo spazio Schengen. Quindi, come si diceva nel dibattito di questa mattina, mentre vari Paesi sospendono l'applicazione di questi trattati - sappiamo che l'Austria si prepara addirittura a costruire una barriera sul Brennero - noi li manteniamo e paghiamo il conto sempre più elevato. È che la popolazione avrà la possibilità di esprimersi su questa nuova spesa, è quantomeno dubbio.

L'autore della presente mozione in sostanza chiede di introdurre il referendum finanziario obbligatorio per quel che riguarda le spese di politica estera. Lo strumento del referendum finanziario non esiste a livello federale mentre è presente in vari cantoni e comuni. Nel mio cantone, il Ticino, è ad esempio appena stata annunciata un'iniziativa popolare che ne chiede l'introduzione. Uno studio di inizio anni 2000 ha dimostrato che laddove il popolo è chiamato ad esprimersi sulle uscite pubbliche queste risultano essere più contenute, per motivi che si possono facilmente immaginare.

Negli ultimi anni, in questo Parlamento si è tentato in due riprese di introdurre il referendum finanziario: una prima volta nel 2006 in base ad una iniziativa parlamentare del gruppo UDC che risaliva al 2003. In quel caso la Commissione delle istituzioni politiche entrò in materia con il voto decisivo del presidente e la maggioranza del Consiglio nazionale diede seguito all'iniziativa, ma nel 2008 l'iniziativa venne stralciata dal ruolo. Una seconda volta, più recentemente ossia nel 2013, si tentò ancora di percorrere questa strada, senza però riuscire a raccogliere i voti sufficienti nemmeno a livello commissionale.

Per concludere, invito a sostenere questa mozione, anche se, visti i precedenti, sia quelli appena citati, sia il dibattito di giovedì sugli aiuti all'estero, naturalmente non mi faccio illusioni sull'esito della votazione. Rimango però convinto che il referendum finanziario sia uno strumento democratico indispensabile e che lo sia a maggior ragione per le spese di politica estera. Quindi, prima o poi bisognerà arrivarci. Riflettiamo anche sul fatto che è proprio sull'altare della politica estera che i nostri diritti popolari vengono progressivamente sacrificati.

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