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Merlini Giovanni · Nationalrat · 2017-09-14

Merlini Giovanni · Nationalrat · Tessin · FDP-Liberale Fraktion · 2017-09-14

Wortprotokoll

L'iniziativa di cui stiamo dibattendo è ingannevole già a partire dal suo titolo: non è infatti né l'attuale né la futura società di riscossione del canone il vero obiettivo che si intende colpire, bensì evidentemente la SSR. Inoltre i promotori si guardano bene dal dire che, senza il canone radiotelevisivo, soffrirebbero anche le 21 radio locali e le 13 televisioni regionali che complessivamente attingono ai proventi del canone, ricevendone una quota di circa 5 per cento, pari a poco meno di 70 milioni di franchi all'anno - nel 2015 erano 67,5 milioni di franchi. I promotori sottacciono anche che un'eventuale abolizione del canone non allevierebbe per nulla l'onere finanziario degli utenti.

L'attuale sistema di riscossione è indispensabile per garantire un servizio pubblico di qualità in tutte le regioni linguistiche del nostro Paese: un mandato che altrimenti non potrebbe più essere svolto né dalla SSR, né dalle emittenti private. Ad un piccolo Paese plurilingue come il nostro serve ancora di più un'offerta di servizio pubblico indipendente, di buon livello e destinata a tutti i ceti della popolazione negli ambiti dell'informazione, della cultura, della formazione delle opinioni e della volontà democratica e dell'intrattenimento, anche nelle zone periferiche. Come rappresentante di una regione linguistica minoritaria non posso che scuotere il capo di fronte all'autolesionismo di coloro che in Ticino sostengono questa iniziativa, magari nell'intento di infliggere alla SSR una punizione per il contenuto di singole trasmissioni o per una presunta o effettiva tendenziosità dell'informazione politica o per determinate scelte a livello di palinsesto.

Il sistema di finanziamento attuale - questo viene dimenticato dai promotori dell'iniziativa - è particolarmente vantaggioso per le minoranze latine: il 24,5 per cento degli introiti complessivi della SSR - composti prevalentemente dai canoni di ricezione e dagli introiti pubblicitari e della sponsorizzazione - proviene dalla Svizzera romanda e il 4,5 per cento dalla Svizzera italiana, mentre tutto il resto viene dalla Svizzera tedesca. Cionondimeno, la ripartizione solidale di queste risorse prevede che il 32,7 per cento spetta alle emittenti francofone della SSR e il 21,8 per cento a quelle italofone. Per la Svizzera italiana il rapporto costi-benefici - senza calcolare l'indotto a favore dell'economia della nostra regione - è quindi di quasi uno a cinque. Brandire la minaccia dell'abrogazione del canone per mettere sotto pressione la SSR nell'allestimento dell'offerta del servizio pubblico è quindi un gioco che può rivelarsi estremamente pericoloso se scappa di mano.

La qualità dei programmi è e deve sempre essere perfettibile, sono il primo ad esigerlo e credo che ci sia ancora un buon margine di miglioramento, ma a condizione di non gettare il bimbo con l'acqua sporca. Non basta invocare l'impegno a favore della coesione nazionale solo nei discorsi del primo d'agosto: occorre metterla in pratica concretamente nelle scelte politiche, come quella che siamo chiamati a fare di fronte a proposte provocatorie come questa. Certamente l'entità del canone va tenuta sotto controllo. Del resto, lo stesso Consiglio federale ha riconosciuto la necessità di intervenire, prevedendo di limitare in futuro la quota destinata alla SSR a 1,2 miliardi di franchi e fissando così il canone annuo a carico delle famiglie sotto l'importo di 400 franchi. Non servono pertanto misure sproporzionate che vanno nella direzione auspicata dagli autori dell'iniziativa.

Pertanto vi chiedo di seguire la maggioranza, raccomandando il rigetto di questa iniziativa senza sostenere alcun controprogetto.

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