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Gysin Greta · Nationalrat · 2021-09-13

Gysin Greta · Nationalrat · Tessin · Grüne Fraktion · 2021-09-13

Wortprotokoll

Occorre ripercorrere gli avvenimenti politici degli ultimi anni per capire origine e necessità dell'iniziativa popolare "contro l'esportazione di armi in paesi teatro di guerre civili". Senza conoscere la storia recente, risulta infatti difficile comprendere perché in un paese giustamente fiero della propria neutralità e con cotanta tradizione umanitaria, sia necessario vietare esplicitamente nella legge l'esportazione di armi in paesi in guerra.

Era il 2008 quando il popolo ha respinto l'iniziativa popolare "per il divieto di esportare materiale bellico". Una bocciatura frutto anche delle garanzie del Consiglio federale. L'esportazione - diceva il governo - viene approvata con criteri severi: niente esportazione in Stati in guerra, in guerra civile e in Stati in cui i diritti umani vengono sistematicamente violati. A comprova delle buone intenzioni, tale promessa fu iscritta non solo nell'opuscolo informativo della votazione ma anche nell'ordinanza della relativa legge. Promesse e garanzie che senza dubbio hanno giocato un ruolo importante nel convincere il 57 per cento dei votanti a bocciare l'iniziativa.

Eravamo facili profeti noi, che allora mettevamo in dubbio la solidità di queste garanzie. Le campagne di votazione passano, l'attenzione mediatica cala e aumentano le pressioni delle lobby. Così, neanche sei anni dopo la votazione, il Consiglio federale ha modificato i criteri sanciti nell'ordinanza, annacquandoli al punto da permettere l'esportazione di materiale bellico anche in paesi che violano in maniera sistematica e grave i diritti umani.

Nel 2016 sono state poi allentate le restrizioni per paesi coinvolti in guerre civili, purché questi conflitti non avvenissero sul loro territorio.

Nel 2018 c'è stato un ulteriore tentativo di allentare le restrizioni di esportazione in Stati in guerra civile, a condizione che ci fossero sufficienti garanzie che le armi non venissero usate nel conflitto. Dunque si voleva esportare armi a paesi in guerra, se questi promettevano di non utilizzarle.

Detta così fa quasi ridere. Ma solo quasi, perché il tema è serio, le armi e il materiale bellico uccidono.

Il Consiglio federale è venuto meno alle promesse fatte una dozzina di anni fa, e lo ha potuto fare in piena autonomia, nelle segrete stanze, senza che il Parlamento e il popolo abbiano avuto possibilità di esprimersi in merito.

Ed è proprio qui che vuole intervenire l'iniziativa correttiva che discutiamo oggi: perché l'esportazione di materiale bellico venga regolata a livello legislativo e non più per via d'ordinanza, quindi con una discussione pubblica e la possibilità per il Parlamento ed eventualmente anche per il popolo di intervenire. Se si vuole allentare i criteri per l'esportazione di materiale bellico, se si cede alle pressioni delle lobby dell'industria bellica, se si tradisce la tradizione umanitaria elvetica permettendo l'esportazione di armi in Stati in guerra o che violano sistematicamente i diritti umani, ebbene, se si vuole tutto questo, si abbia il coraggio di farlo alla luce del sole e di metterci la faccia, si abbia il coraggio di affrontare una discussione parlamentare ed eventualmente anche una votazione popolare.

Per questo sostengo convinta l'iniziativa, come pure il buon controprogetto elaborato dal Consiglio degli Stati. Gli annacquamenti della Commissione della politica di sicurezza del Nazionale sono invece da rigettare. Vi ricordo che senza un controprogetto solido si andrà in votazione popolare. Non sarà facile convincere i votanti della necessità di esportare materiale bellico in paesi in guerra civile o in paesi che se ne fregano dei diritti umani. Io non vorrei essere al vostro posto.

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