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Chiesa Marco · Ständerat · 2025-03-13

Chiesa Marco · Ständerat · Tessin · Fraktion der Schweizerischen Volkspartei · 2025-03-13

Wortprotokoll

Ci sono momenti in cui non serve capire la realtà, ma avere il coraggio di affrontarla. Questo è uno di quei momenti. Oggi non siamo qui per analizzare freddamente le cifre, che sono tra l'altro volatili, ma per determinare il futuro che vogliamo per questo Paese. Perché, piaccia o no, una Nazione che non controlla le proprie frontiere somiglia molto a un padrone di casa che ha smarrito le chiavi. Ebbene, noi quelle chiavi le abbiamo ancora. Sta a noi decidere se usarle o lasciarle arrugginire in fondo ad un cassetto.

Sappiamo che nel 2023 il numero di soggiorni illegali registrati in Svizzera ha superato la soglia delle 50[NB]000 persone. Un flusso che ha messo le nostre regioni di frontiera e le nostre forze dell'ordine sotto una forte pressione. Nel 2024 abbiamo registrato un calo, un risultato che qualcuno potrebbe considerare rassicurante. Eppure, dobbiamo dire come stanno le cose: ora è il momento di decidere, non certo quando la pressione riesploderà. E noi tutti sappiamo che riesploderà. Questo calo non è frutto di un miglioramento strutturale delle condizioni di sicurezza alle frontiere svizzere, ma delle misure temporanee adottate da Paesi vicini, della riduzione dei flussi lungo alcune rotte migratorie, e della situazione geopolitica che è ancora in evoluzione. Se oggi i numeri sembrano più contenuti, domani potrebbero improvvisamente tornare a crescere.

Il Canton Ticino in particolare conosce bene questa dinamica. Anche nel 2024 il confine sud ha continuato ad essere uno dei punti più sensibili per la migrazione irregolare, con un carico operativo importante sulle dogane e dunque anche sui servizi di prima accoglienza. Le strutture sono ancora oggi messe a dura prova, e il senso di insicurezza percepito in molte aree di frontiera non è certo magicamente scomparso. Per questo dobbiamo agire adesso, quando abbiamo ancora il controllo della situazione e non quando sarà troppo tardi. Non aspettiamo che la diga crolli per decidere di rinforzarla.

La prudenza non consiste nell'inerzia. La prudenza è prevenzione, e la prevenzione, oggi, ha un nome ben preciso: controllo sistematico delle frontiere e rinvio delle persone provenienti da Paesi terzi sicuri. La Svizzera non può permettersi di essere l'anello debole al centro dell'Europa. Non possiamo consentire che il nostro territorio diventi il corridoio preferenziale per la migrazione irregolare verso il Nordeuropa, né tantomeno il rifugio di chi si sottrae alle regole. Se gli altri Paesi europei, e mi riferisco a Germania, Francia, Italia, Austria, hanno aperto gli occhi, non vedo perché noi dobbiamo rimanere ciechi.

Il Consiglio federale ci avverte dei rischi che i controlli delle frontiere potrebbero comportare per le regioni di confine e per il traffico transfrontaliero. Comprendo queste preoccupazioni, ma non accetto certo l'iperbole. Non si chiede di chiudere le frontiere con una serranda, né di ostacolare il lavoro quotidiano di chi attraversa la frontiera.

Chi si muove in maniera legale deve potere continuare a farlo. Una delle due mozioni chiede semplicemente di mettere ordine, di separare ciò che è legittimo da ciò che non lo è, di non cedere al ricatto morale di chi sostiene che la sicurezza e la libertà di movimento non possano coesistere. Possono coesistere, anzi devono coesistere. Senza sicurezza nessuna libertà è realmente tale, e senza ordine nessuna prosperità è duratura.

Chi dice che i controlli non servirebbero dovrebbe spiegare perché Paesi ben più grandi del nostro, con risorse importanti, stanno reintroducendo quei controlli. La Germania ha rafforzato le verifiche ai confini, la Francia ha dispiegato migliaia di agenti supplementari, l'Italia ha adottato misure stringenti sui valichi alpini. Sono forse tutti impazziti, o forse hanno semplicemente capito che senza confini sicuri uno Stato non può proteggere né la propria popolazione né la propria sovranità?

Ora, non dobbiamo certo copiare qualcuno; non l'abbiamo mai fatto. Ma saremmo sciocchi a ignorare le lezioni che la realtà sta impartendo ai nostri vicini. Il nostro popolo l'ha già capito. Non è un caso se oggi una chiara maggioranza sostiene il rafforzamento dei controlli alle frontiere. Non perché siamo diventati improvvisamente sospettosi o chiusi al mondo, ma perché siamo pragmatici, perché conosciamo il valore della nostra casa, e sappiamo che chi apre la porta deve controllare chi entra.

Non ci inganniamo. L'assenza di un controllo rigoroso e secondo un sistema - ed è proprio questo che significa sistematico - non colpisce solo l'efficienza della nostra sicurezza, ma mina la fiducia dei cittadini e delle istituzioni. E la fiducia è il bene più prezioso che la nostra democrazia possa vantare. Quando i cittadini percepiscono che lo Stato non è più in grado di garantire ciò che la legge prevede, cioè che chi entra in Svizzera deve farlo legalmente, allora si incrina quel patto di fiducia che lega la popolazione alla politica, e questo, non possiamo permetterlo.

Le due mozioni a mio nome sono un atto di responsabilità. Non sono ideologiche, ma pragmatiche. Non si tratta di erigere un muro. Sono delle porte con una serratura funzionante e, da buoni padroni di casa, vogliamo che quella porta sia aperta a chi ha diritto di entrare, ma ben chiusa a chi non lo ha. Il nostro popolo ci ha affidato un compito chiaro: difendere la nostra sicurezza e garantire il rispetto delle regole. Non possiamo tradire questa fiducia, e oggi difendere quella fiducia significa votare sì a queste due mozioni. E con questo ho difeso anche le due mozioni del sottoscritto 24.4318 e 23.4448.