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Decisione

10.2009.83

Offendere l'onore di una persona con epiteti quali "troia, puttana, ecc."; afferrare una persona per il collo e minacciarla puntandole un coltello contro la guancia

17 settembre 2009Italiano34 min

Source ti.ch

Fatti

i fatti commessi nelle circostanze descritte nel decreto d’accusa in questione,

nonché a quelli prospettati in data odierna?

2. Quale

deve essere l’eventuale pena?

3. L’imputato può

beneficiare della sospensione condizionale dell’eventuale pena e, se sì, a

quali condizioni?

4. Possono essere

riconosciute e, se sì in che misura, le pretese avanzate dalle parti civili in

data odierna?

5. A chi vanno caricate la

tassa e le spese di giudizio?

letti ed esaminati gli atti;

considerato in fatto ed in diritto:

1. ACCU 1, nato il 25 __________ 1966 a I-__________, in provincia di __________, ha lavorato per lunghi anni come pizzaiolo, dopo

aver iniziato la sua carriera professionale facendo il muratore ed il parchettista.

Da qualche tempo, però, egli è costretto a casa per problemi di salute insorti a

seguito di un infortunio alla spalla, che lo hanno portato ad avanzare una

richiesta di indennità AI. Nell’attesa di una decisione da parte della

competente autorità, essendo parimenti confrontato con una grave situazione

debitoria (nei suoi confronti sono stati emessi attestati di carenza beni per

fr. 292’039.25 e vi sono esecuzioni pendenti per oltre fr. 17’000.--), egli è ridotto

a far capo alla pubblica assistenza per poter sopravvivere. Quest’ultima gli

elargisce mensilmente fr. 2’211.--.

Considerandi

2.

Negli anni tra il 2001 ed il

giugno 2008 l’imputato ha avuto una relazione sentimentale con la parte civile CIVI

1.

In questo periodo la coppia ha inizialmente convissuto ad __________ per

poi trasferirsi a __________ ed infine a __________. Con loro ha pure sempre

abitato l’altra parte civile, CIVI 2, figlio avuto dalla donna da una

precedente relazione.

Dal rapporto tra ACCU 1 e CIVI

1.

è nata, il 12 aprile 2007, la figlia __________.

3.

A detta della signora CIVI 1,

già durante il concubinato il prevenuto ha mostrato una spiccata aggressività

verbale e psicologica nei suoi confronti ed in quelli del figlio CIVI 2: “Inizialmente

il nostro rapporto andava bene, ma con il tempo purtroppo si è deteriorato. ACCU

1.

ha iniziato a bere alcolici e ogni volta che era sotto l’influsso di tali

sostanze iniziavamo ad avere problemi. Tra noi nascevano delle discussioni che

man mano che il tempo passava sono diventate più frequenti.” (cfr. suo verbale

di interrogatorio 8 gennaio 2009, pag. 1).

Sovente all’origine dei

malumori vi erano problemi di incompatibilità caratteriale tra l’accusato e CIVI

2, fatto che inevitabilmente coinvolgeva emotivamente anche la madre di quest’ultimo,

alla quale egli si indirizzava più facilmente per formulare critiche nei

confronti del ragazzo: “I miei rapporti con l’accusato avevano degli alti e

bassi. Ci sono stati anche momenti belli, ma ho sentito molte cose brutte su

mia madre. Ho spesso dovuto sopportare litigi, insulti verso mia madre.

Durante la convivenza vi

sono stati numerosi episodi di aggressività verbale nei confronti di mia madre.

Spesso ero io il motivo del litigio.

Abbiamo avuto diversi

battibecchi, non ritengo di averlo mai provocato. Nemmeno lui mi ha mai

provocato, ogni volta che aveva dei problemi con me si sfogava con mia madre.”

(cfr. suo verbale di interrogatorio 8 gennaio 2009).

Dopo lo sgretolamento della

coppia le cose non sono migliorate ed i due hanno mantenuto i contatti solo per

la gestione del diritto di visita della figlia con il padre, che poteva andare

a visitarla senza particolari vincoli: “Prima dei fatti in questione i

nostri rapporti erano più o meno come quelli attuali, ma con malumori, insulti,

minacce da parte del compagno. Parlavamo sempre della bambina e c’era sempre

una tensione nell’aria.” (cfr. verbale di interrogatorio dibattimentale di CIVI

1).

Con la figlia __________, per

contro, a detta di tutte le parti coinvolte, il prevenuto ha sempre avuto un

comportamento adeguato.

4.

Il 4 dicembre 2008 l’imputato ha

contattato telefonicamente la signora CIVI 1 per organizzare il diritto di

visita che avrebbe dovuto avere luogo il giorno seguente. Ben presto i toni

della discussione si sono accesi e le parti hanno iniziato a litigare. A detta

della donna, l’ex compagno si era lamentato per come la bambina era vestita e

ha dato in escandescenze insultandola con termini quali “Sei una stronza,

mongola di merda” e minacciandola con la frase “quello che tu togli a me

io tolgo a te” (cfr. suo verbale di interrogatorio 8 gennaio 2009,

pag. 2).

ACCU 1, pur riconoscendo che vi

sia stato un battibecco, ha contestato di averla minacciata ed ingiuriata.

Su questi fatti l’istruttoria

non ha permesso in alcun modo di fare luce e le versioni delle parti coinvolte

sono talmente discordanti e prive di conferme oggettive, anche solo nella forma

di indizi, che non è possibile in alcun modo ritenere che vi siano elementi per

una condanna a carico del prevenuto. Sugli stessi non si tornerà pertanto più

nel proseguimento di questa decisione.

5.

Il giorno dopo, 5 dicembre 2008,

verso le 17:30, ACCU 1 si è recato come previsto a prendere la figlia presso l’abitazione

delle parti civili per l’esercizio del diritto di visita.

Dopo averla portata a cena

dalla nonna paterna, l’imputato è poi rientrato con la piccola al proprio

domicilio di __________, ove, aprendo la borsa con gli effetti e la biancheria che

la signora CIVI 1 gli aveva consegnato, ha constatato che non vi erano i

pannolini. Irritato da questa scoperta ha immediatamente preso il telefono per

chiamare la donna e chiederle spiegazioni. La conversazione è subito degenerata

e, come da lui stesso ammesso, il prevenuto ha dato in escandescenze e ha

insultato l’interlocutrice: “Sinceramente a questo punto mi sono arrabbiato

e telefonicamente l’ho insultata” (cfr. suo verbale di interrogatorio 9

gennaio 2009, pag. 1).

La parte civile CIVI 1 ha così descritto il fatto: “Alla sera verso le 19:30 ricevevo nuovamente una telefonata durante

la quale egli mi insultava siccome nella valigia della figlia non avevo messo i

pannolini. Per quanto riguarda gli insulti, posso dire che gli epiteti erano

sempre gli stessi che ho menzionato in precedenza (“sei una stronza, mongola di

merda”, n.d.r.). Purtroppo oltre agli insulti ho pure ricevuto delle minacce

che personalmente non mi hanno intimorito perché non era la prima volta” (cfr.

suo verbale di interrogatorio 8 gennaio 2009, pag. 2).

Anche CIVI 2 ha potuto sentire parte della conversazione, in quanto la madre, visti i toni, ha attivato il

viva-voce del telefono cellulare: “Confermo di aver sentito la telefonata

del 5 dicembre 2008 quando il prevenuto si lamentava per la mancanza dei

pannolini. Non ho sentito la prima parte, ma poi mia madre è venuta in camera,

attivando il viva-voce. Durante la telefonata il signor ACCU 1 ha insultato mia madre, con un tono molto minaccioso. Non ricordo esattamente le parole usate, se

non che era una madre snaturata. Egli ha comunque proferito ingiurie vere e

proprie.” (cfr. suo verbale di interrogatorio dibattimentale).

Chiudendo la telefonata la signora CIVI 1 ha annunciato all’ex-compagno che, visto il suo atteggiamento, sarebbe andata

immediatamente a riprendere la figlia. L’accusato le ha risposto - a suo dire

poiché non pensava facesse sul serio - di fare come meglio credesse, che l’avrebbe

attesa.

6.

Pochi minuti più tardi CIVI 1 e CIVI

2.

sono giunti in auto presso l’abitazione dell’imputato effettivamente

intenzionati a riportare a casa __________. Dopo aver suonato al campanello che

si trova accanto al portone d’entrata della palazzina, i signori __________

sono stati raggiunti dall’accusato, mentre la bambina è rimasta all’interno

dell’appartamento di quest’ultimo. Ne è subito nata una discussione che è

sfociata in alterco.

Le versioni circa quanto

sarebbe avvenuto in questi frangenti e circa lo stato psicofisico in cui si

sarebbe trovato il prevenuto sono contrastanti.

Inoppugnabile è invece il tasso

d’alcolemia riscontrato nel prevenuto in occasione della prova etanografica

fattagli dagli agenti alle 21:40 di quella sera: circa due ore dopo l’evento in

discussione esso ammontava ancora a ben 1.40 grammi per mille.

ACCU 1 ha così descritto i fatti: “Poco dopo sentivo che suonavano al campanello ed osservando dalla

porta d’entrata vedevo CIVI 1 che aveva il cellulare in mano. Di fianco a lei

vi era il figlio CIVI 2 che, con fare da Body Guard, mi diceva di portargli la

piccola __________. Vedendo CIVI 2, sono quindi sceso all’esterno di casa e

puntandogli il dito addosso gli ho detto “Cerca di farti i cazzi tuoi che alla

bambina ci pensiamo io e tua madre”. Specifico che durante la cena, svoltasi a

casa di mia madre vi era pure mio fratello ed assieme abbiamo bevuto un po’ di

vino. Quando facevo rientro a casa mia e telefonavo a CIVI 1, bevevo altro

vino. Successivamente tornavo all’interno di casa e giocavo con la bambina. Dopo circa dieci o quindici minuti giungeva pure la polizia che mi sottoponeva ad

una perquisizione. Ricordo che gli agenti hanno pure perquisito l’abitazione

alla ricerca di un coltello.

D: In merito agli insulti da

lei proferiti nei confronti di CIVI 1, potrebbe essere più preciso? R:

Sinceramente non ricordo bene.

D: Lei ha minacciato CIVI 1

e CIVI 2? R: No, assolutamente. (…)

D: Dai verbali è emerso che

lei ha insultato in più occasioni CIVI 1 con frasi del tipo “Sei una stronza,

mongola di merda, troia, puttana” e altri epiteti analoghi. Inoltre ha

insultato entrambi i denuncianti con le seguenti parole “deficienti” ed altri

insulti simili. Cosa ha da dire in merito? R: “Mongola di merda, troia e

puttana” io non l’ho detto di sicuro, secondo me è lei che inventava tutto. Può

essere che io le abbia dato della stronza. Onestamente mi non ricordo cosa le

ho detto quella sera.”.

D: Sempre stando ai verbali

dei rubricati emerge che lei ha brandito un coltello in mano, dopodiché l’ha

appoggiato alla guancia di CIVI 2 ed ha detto (rivolgendosi ad entrambi) “Vi

squarcio come due maiali”? R: Assolutamente no.

D: Come mai dopo l’accaduto,

ovvero quando CIVI 1 ha detto che avrebbe chiamato la polizia, lei è salito in

casa? Può essere che è salito a nascondere il coltello? R: No, sono salito in

casa per giocare con mia figlia. Preciso che la polizia cercava un grande

coltello da caccia ed hanno indicato con le mani una misura di circa 30-40 cm. In casa non ho nessun coltello del genere, tranne quelli che utilizzano tutti in cucina.”

(cfr. suo verbale di interrogatorio 9 gennaio 2009, pag. 1 seg.).

7.

CIVI 1 ha per contro così illustrato quanto accaduto: “Giunti sul posto suonavamo il campanello e ACCU

1.

diceva di salire, da parte nostra gli rispondevamo di scendere lui e la bambina. A questo punto scendeva di casa e vedendo CIVI 2 si arrabbiava ulteriormente in quanto

a suo dire egli era la causa della fine del nostro rapporto. In pratica ACCU 1

è sempre stato geloso di CIVI 2, figlio avuto da una mia precedente relazione

con un altro uomo. Lo afferrava quindi per il collo con la mano, se ben

ricordo, destra spingendolo indietro. Successivamente brandiva un coltello ed

appoggiava lo stesso alla gola di mio figlio.

D: Lei saprebbe indicare in

che modo ACCU 1 ha appoggiato il coltello al collo di suo figlio e di che tipo

di coltello si trattava? R: Non ricordo con esattezza so che egli ha appoggiato

alla gola di CIVI 2, non so dire se abbia fatto pressione o no. Io ricordo

unicamente che era un coltello grigio (inteso sia il manico che la lama). A mio

modo di vedere non si trattava di un coltello da cucina, mentre secondo mio

figlio dovrebbe trattarsi di un coltello da cucina.

Preciso che nell’appoggiare

il coltello al collo di CIVI 2, ACCU 1 ci minacciava in tono aggressivo dicendo

“Vi squarcio come due maiali”. (…) Sia io che CIVI 2 siamo rimasti molto

intimoriti da questo tipo di minacce, siccome non ci aspettavamo che egli

potesse arrivare a tanto.

Vedendo l’accaduto ho

subito avvisato la polizia che ben presto è giunta sul luogo dei fatti.

Sottolineo che io e CIVI 2 siamo rimasti all’esterno in attesa della pattuglia,

mentre ACCU 1 è scappato in casa dove di trovava la piccola __________.” (cfr.

suo verbale di interrogatorio 8 gennaio 2009, pag. 3).

Questa versione è stata

confermata in occasione della sua audizione dibattimentale, con le seguenti

precisazioni: “Tutto si è svolto velocemente. Avevo già il cellulare con il

numero della polizia pronto, in quanto temevo che potesse succedere qualcosa. Era

la prima volta che si sono verificati episodi di violenza fisica da parte dell’imputato.

Da subito mi sono accorta che aveva bevuto. Dal mio punto di vista il mio

ex-compagno ha problemi con l’alcool. Indico con la mano che il coltello è

stato posto con la mano destra sul viso di mio figlio tra il collo e la guancia. Quel giorno dopo l’intervento della polizia ho portato a casa la bambina. Pochi giorni dopo però è stato proprio il signor ACCU 1 a recarsi direttamente presso la CTR. Io non so se l’avrei fatto. In quel momento comunque ho fatto

soltanto la denuncia penale, inoltrata l’11 dicembre 2008. Dopo i fatti

del 5 dicembre 2008 ero molto spaventata.(…) Non ricordo che l’imputato sia

rientrato in casa dal pianerottolo prima di scendere, per mettersi la giacca. So che mio figlio ha dichiarato così, ma io non ricordo proprio questo fatto. Sapevo

che l’avrebbe detto già prima dell’interrogatorio perché ne avevamo già

parlato, ma io non ne ho fatto alcun cenno perché mi sono limitata a rispondere

alle domande che mi sono state poste e perché non me lo ricordo. Ricordo che il

prevenuto prima di scendere ha detto alla bambina di stare in casa. So che mio

figlio ha dichiarato che sarei intervenuta quando gli era stato puntato il

coltello al collo, ma io non me ne ricordo. So che la polizia non ha trovato il

coltello. Se ben ricordo la polizia è rimasta un’ora e mezza o due. Io sono

rimasta fuori. L’appartamento del prevenuto si compone di 2 camere, sala,

cucina e bagno. Ho dichiarato che il manico del coltello era grigio perché ho

visto un oggetto tutto dello stesso colore.” (cfr. suo verbale di interrogatorio

dibattimentale).

8.

CIVI 2, dal canto suo, ha

fornito la seguente versione dei fatti: “Giunti presso la casa di ACCU 1

abbiamo suonato il campanello ed egli si è affacciato alla porta invitandoci ad

entrare in casa. Noi ci siamo rifiutati e gentilmente gli abbiamo chiesto di

preparare la bambina e di portarla all’esterno. A questo punto egli è salito in

casa, si è messo la giacca ed è uscito all’esterno iniziando ad urlare. Venendo

nella mia direzione mi ha dato una manata in faccia spingendomi indietro.

Successivamente mi ha raggiunto e brandendo un coltello in mano me l’ha

appoggiato sulla guancia sinistra. Nello stesso frangente ha minacciato ed

insultato sia io che mia madre. Specifico che ha aperto la giacca con la mano

sinistra e con la destra ha preso il coltello che penso fosse in una delle

tasche interne. Quando egli mi ha appoggiato il coltello alla guancia mia madre

ha tentato di chiamare la polizia e nel contempo mia mamma si è messa in mezzo

spingendo via il coltello. Tutto è successo molto velocemente e non ricordo se

lei abbia spinto ACCU 1 oppure abbia spinto via direttamente il coltello. A

questo punto egli è rientrato ha messo via il coltello e rientrando in casa

continuava a dire “Si, si, chiama pure la polizia…”.

D: per quanto riguarda la

manata in faccia, potrebbe essere più preciso? R: Praticamente mi ha spinto all’indietro

con una manata all’altezza del mento.

D: Lei saprebbe indicare che

tipo di minacce sono state proferite? R: Egli ha detto riferendosi a me e mia

madre “Vi sgozzo come dei maiali…”. “(cfr. suo verbale di interrogatorio 8

gennaio 2009, pag. 1 seg.).

Al processo queste

dichiarazioni sono state ratificate e completate: “Quando siamo arrivati da

lui per riprendere la bambina, abbiamo suonato ed abbiamo aperto la porta del

pianerottolo. Lui ha aperto la sua porta e ci ha chiesto di salire. Noi ci

siamo rifiutati. A quel punto lui è rientrato per poi uscire con la giacca (o

meglio con una felpa grossa con la cerniera) e poi è sceso dalla scala. Abbiamo

ancora discusso un attimo, poi mi ha dato una manata sul collo/viso. In seguito

ha estratto con la mano destra dalla parte sinistra della giacca (credo fosse

la parte sinistra) un coltello e me lo ha messo sul viso sulla parte bassa

della guancia, di piatto. Mia madre si è fatta prendere dal panico e si messa

in mezzo e ha detto che avrebbe chiamato la polizia. Ciò che poi ha fatto. Io non ho reagito perché temevo che un movimento brusco

potesse avere conseguenze pesanti, visto che aveva un coltello in mano. L’imputato

dal mio punto di vista è sempre stata una persona che ha sempre parlato ma non

è mai arrivata ai fatti, per cui quando l’ho visto con il coltello mi sono

spaventato ma ho pensato che volesse piuttosto intimorirci invece che

aggredirci. Mi pare che il coltello avesse un manico di colore nero. Mi sembra

fosse un tipico coltello da cucina con la lama lunga, come posso essere ad

esempio quelli per la carne e che poi si trovano anche nei tronchetti

porta-coltelli. (…) Quando mi ha messo il coltello al collo, l’imputato ci ha

minacciati di sgozzarci come maiali. Questa frase l’ha usata più volte in quei

momenti, ma anche durante la convivenza era una frase che era già stata detta

da lui. (…) Noi siamo sempre rimasti sul pianerottolo esterno dello stabile,

dopo aver aperto la porta principale. (…) Non ricordo esattamente le parole

ingiuriose pronunciate dall’imputato il 5 dicembre 2008. Su esplicita richiesta

della difesa posso affermare che posso anche essere le parole indicate nel

decreto d’accusa. Dopo la telefonata sono stato io a convincere mia madre a non

chiamare la polizia o altre persone e ad andare solo noi due a prendere la bambina. Le ho detto che se ci fosse stato bisogno di chiamare la polizia l’avremmo potuto

fare anche in un secondo momento. (…) Credo che il coltello lo tenesse nella

tasca interna della giacca. Di sicuro era nascosto sotto la giacca, però non so

dire in che modo lo avesse occultato. Sono sicuro comunque che con la mano

sinistra ha aperto un po’ la giacca e con la destra ha afferrato il coltello.”

(cfr. suo verbale di interrogatorio dibattimentale).

9.

In base alle risultanze

istruttorie, il Sostituto Procuratore Pubblico AINQ 1 ha emanato, in data 29 gennaio 2009, il decreto in esame, mettendo in stato d’accusa ACCU 1 siccome

ritenuto colpevole di ingiuria, vie di fatto e minaccia, proponendone la

condanna a una pena pecuniaria di 20 aliquote da fr. 30.--, sospesa per un

periodo di prova di due anni, oltre ad una multa di fr. 300.--.

Con scritto del 9/10 febbraio

2008, l’imputato ha inoltrato tempestiva opposizione allo stesso.

10.

Innanzitutto occorre stabilire come

si sono svolti i fatti sulla base delle prove che è stato possibile acquisire

in sede giudiziaria.

Per chiarezza espositiva e nell’ottica

della valutazione giuridica che farà seguito, occorre dividere la vicenda nei

tre elementi fattuali che hanno funto da base per la formulazione degli

addebiti nei confronti del prevenuto.

In primo luogo va quindi

verificato se ACCU 1, il 5 dicembre 2008 (unica data ripresa dal decreto d’accusa,

nonostante anche il 4 siano avvenuti fatti analoghi) ha effettivamente tacciato

di “mongola di merda, troia e puttana” o con altri non meglio precisati

epiteti la signora CIVI 1.

Può essere dato per acquisito,

poiché ammesso da tutte le parti coinvolte, che il 5 dicembre 2008 vi è stata

dapprima una telefonata tra il prevenuto e la madre di sua figlia, durante la

quale egli ha dato in escandescenze a causa della mancata presenza di pannolini

nella borsa della piccola, e che, poco dopo, i due, unitamente al CIVI 2, si

sono nuovamente scontrati, questa volta di persona, sotto casa del signor ACCU 1 a __________.

Come esposto in precedenza, lo

stesso imputato ha ammesso di aver ingiuriato la signora CIVI 1 durante la telefonata (“… a questo punto mi sono arrabbiato e

telefonicamente l’ho insultata” (cfr. suo verbale di interrogatorio 9

gennaio 2009, pag. 1). Egli non è stato in grado di ricordare esattamente quale

tipo di epiteti abbia utilizzato, pur negando di aver proferito i termini “mongola

di merda, troia e puttana”. Egli ha ammesso esplicitamente - anche se in

forma di ipotesi - solo di aver dato della “stronza” alla parte civile.

CIVI 2 ha confermato che durante quella telefonata sua madre è stata pesantemente insultata, senza

riuscire nemmeno lui a ricostruire i dettagli delle frasi utilizzate dall’imputato:

“Durante la telefonata il signor ACCU 1 ha insultato mia madre, con un tono molto minaccioso. Non ricordo esattamente le parole usate, se non che era una

madre snaturata. Egli ha comunque proferito ingiurie vere e proprie.” (cfr.

suo verbale di interrogatorio dibattimentale).

CIVI 1 ha descritto per contro gli epiteti utilizzati come del tipo “sei una stronza, mongola di merda”

(cfr. suo verbale di interrogatorio 8 gennaio 2009, pag. 2.).

Nessuno, se non gli agenti di

polizia nel loro rapporto ed il Sostituto Procuratore Pubblico nel decreto, ha invece

fatto cenno all’uso dei vocaboli “troia” e “puttana”, che, seppur

classici in episodi del genere, non possono, solo per questo, essere presi qui

in considerazione.

Sulla scorta delle emergenze

istruttorie - ritenuto che le asserzioni di dettaglio della signora CIVI 1 non

hanno potuto trovare conferma - si può reputare provato che l’accusato ha, il 5

dicembre 2008, insultato la stessa, facendo ricorso a vari epiteti sicuramente

ingiuriosi, dei quali ha potuto essere identificato con certezza solo quello di

“stronza”.

11.

Per quanto concerne ciò che è

avvenuto sotto casa del prevenuto quella sera, ben ponderate le enunciazioni

delle persone interrogate, non si può che concludere per la fondatezza delle

accuse contenute nel decreto in esame.

In effetti le dichiarazioni dei

signori __________ sono state spontanee, lineari, coerenti e dettagliate. Non

vi sono indizi di sorta che possano far pensare ad una preparazione a tavolino

o che siano il frutto della volontà di arrecare danno al signor ACCU 1.

Le due parti civili non hanno

infierito sul prevenuto, ma si sono limitate a riferire quanto ricordavano e

quanto hanno vissuto direttamente. CIVI 2, ad esempio, ha ammesso di non aver

sentito tutta la telefonata tra la madre e ACCU 1, così come di non ricordare

assolutamente i vocaboli usati da questi per oltraggiarla. Analogo discorso

vale per la signora CIVI 1.

Sarebbe stato facile per

entrambi, almeno al dibattimento, confermare i contenuti punto n. 1 del decreto

d’accusa, ma non l’hanno fatto.

Le imprecisioni che sono emerse

dal confronto delle loro deposizioni non sono in grado di scalfirne l’attendibilità,

anzi le fanno apparire ancor più sincere: la signora CIVI 1, pur sapendo già dall’inizio che il figlio aveva parlato di un coltello da

cucina e ricordando di aver regalato un set di coltelli di quel genere all’imputato,

ha esposto la sua impressione che si sia trattato di un altro tipo di lama. La

stessa cosa vale per il particolare della giacca - “Non ricordo che l’imputato

sia rientrato in casa dal pianerottolo prima di scendere, per mettersi la giacca. So che mio figlio ha dichiarato così, ma io non ricordo proprio questo fatto. Sapevo

che l’avrebbe detto già prima dell’interrogatorio perché ne avevamo già

parlato, ma io non ne ho fatto alcun cenno perché mi sono limitata a rispondere

alle domande che mi sono state poste e perché non me lo ricordo.” - così

come per quello dell’intervento della donna per separare i contendenti: “So

che mio figlio ha dichiarato che sarei intervenuta quando gli era stato puntato

il coltello al collo, ma io non me ne ricordo.” (per entrambe le citazioni:

cfr. verbale di interrogatorio dibattimentale di CIVI 1).

Sui punti fondamentali le due

testimonianze si sono dimostrate essere congruenti: dopo aver aperto la porta

ed essere uscito sul pianerottolo per iniziare la discussione, ACCU 1 è

rientrato in casa per poi uscirne poco dopo, lasciando dentro la figlia, è sceso

dalle scale e, inveendo, ha spintonato CIVI 2. In seguito ha estratto con la mano destra un coltello da sotto la giacca/giacchettino e lo ha

posato, di piatto, sul viso del ragazzo (nella zona tra collo e guancia, quella

dell’osso mandibolare). In quei frangenti l’accusato ha minacciato i due rivali

urlando loro che li avrebbe squarciati come due maiali. A tal proposito nulla

cambia che uno dei testi abbia fatto riferimento al verbo “squarciare” e

l’altro a “sgozzare”, poiché il senso della frase rimane invariato.

Non provato è che oltre a dare

uno spintone a CIVI 2, l’accusato lo abbia pure afferrato per il collo. La

stessa vittima ha parlato semplicemente di una manata sul collo/viso.

La difesa ha sostenuto che le

accuse formulate nei confronti del suo assistito sono fragili già solo per il

fatto che il coltello, nonostante la perquisizione effettuata dalla polizia,

non è mai stato trovato. A tal proposito basta ricordare che gli agenti hanno

cercato un’arma, non un coltello da cucina come quello che si può dedurre sia

stato usato nella fattispecie e che ACCU 1 stesso ha ammesso avere avuto in

casa (cfr. suo verbale di interrogatorio 9 gennaio 2009, pag. 2).

Quale ulteriore indizio a

carico dell’imputato vi è il suo stato psicofisico alterato a seguito dell’abuso

di alcool: visto l’alto tenore riscontrato simili gesti sono tutt’altro che da

escludere in una situazione di tensione e di carica emotiva come quella in cui

egli si è ritrovato.

12.

L’analisi giuridica del caso è

presto fatta.

Ingiuria

Giusta l’art. 177 cpv. 1 CPS è

punito con una pena pecuniaria sino a 90 aliquote giornaliere colui che offende

con parole, scritti, immagini, gesti o vie di fatto l’onore di una persona. Se

l’ingiuria è stata provocata direttamente dall’ingiuriato con un contegno

sconveniente, il giudice può mandar esente da pena il colpevole (cpv. 2).

Oggetto della protezione di

cui alla citata norma, come per gli articoli relativi alla diffamazione (art.

173.

CPS) ed alla calunnia (art. 174 CPS), è l’onore di una persona. Il bene

tutelato è il sentimento soggettivo che un individuo ha della propria

reputazione e dignità, vale a dire di essere persona meritevole di rispetto e

di comportarsi come lo impone la convenienza (Corboz, Les infractions en droit

suisse, vol. 1, Berna 2002, n. 2 e segg. ad art. 177, pag. 580 e segg.).

Dal profilo soggettivo l’infrazione

deve essere commessa intenzionalmente. L’intenzione deve concernere tutti gli

elementi costitutivi del reato. Il dolo eventuale è sufficiente (Corboz, op.

cit., n. 24 ad art. 177, pag. 583).

Insultando l’ex compagna con

termini atti a lederne l’onore, il signor ACCU 1 ha adempito la fattispecie in questione, ritenuto che egli, nonostante avesse bevuto, era in grado

di comprendere il significato degli epiteti utilizzati.

L’applicazione del secondo

capoverso dell’art. 177 CPS è possibile allorquando l’ingiuria consiste in una

reazione immediata ad un comportamento sconveniente che ha suscitato nell’autore

un sentimento di rivolta. Può trattarsi di una provocazione o di un altro

comportamento biasimevole. Quest’ultimo non deve necessariamente prendere di

mira l’autore dell’ingiuria; un atteggiamento grossolano in pubblico è

sufficiente (DTF 117 IV 270 consid. 2c; DTF 83 IV 151). L’immediatezza della

reazione deve essere intesa nella sua accezione temporale: l’autore deve aver

reagito sotto l’influsso dell’emozione provocata dal contegno sconveniente dell’ingiuriato

senza aver avuto il tempo di riflettere tranquillamente (DTF 83 IV 151).

L’art. 177 cpv. 2 CPS

costituisce un motivo facoltativo di esenzione di pena (DTF 109 IV 39 consid.

4b). Il giudice ha la facoltà, ma non l’obbligo, di mandar esente da pena il

colpevole; può anche limitarsi ad attenuare la pena. In quest’ambito egli dispone di un vasto margine di apprezzamento.

Nel caso concreto l’imputato

sostiene di aver agito poiché adirato dal fatto che la parte civile CIVI 1 non

aveva messo nemmeno un pannolino nella borsa con gli effetti della figlia. Pur

essendo questo gesto della donna poco accorto - poiché in ultima battuta

avrebbe creato problemi non solo al padre ma anche alla figlia - la risposta è

stata talmente sproporzionata e smodata da non poter essere all’origine di un’attenuazione

della pena.

Minaccia

L’art. 180 CPS punisce, su

querela di parte, con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena

pecuniaria chi, usando grave minaccia, incute spavento o timore a una persona.

Elementi oggettivi costitutivi

della fattispecie sono l’esistenza di una minaccia grave, pronunciata

illecitamente, di un grave spavento della vittima e di un legame di causalità

tra i due.

E’ considerata minaccia grave

ai sensi della norma penale in questione quella che è oggettivamente atta a

suscitare in colui che è stato preso di mira il timore di un pregiudizio per sé

o per persone a lui vicine, la cui realizzazione appare dipendente dalla

volontà del reo (DTF 106 IV 128 consid. a). Non è però necessario che quest’ultimo

abbia effettivamente la possibilità d’influenzare la realizzazione di quanto da

lui paventato. Nemmeno richiesto è che l’atto pregiudizievole possa

effettivamente verificarsi.

La gravità dell’intimidazione

deve essere soppesata in maniera neutrale, sulla scorta di criteri generici e

non con riferimento alla sensibilità soggettiva della vittima. Un simile esame

deve avvenire in considerazione di tutte le circostanze nelle quali i fatti si

sono svolti.

Estrarre un coltello,

appoggiarlo al viso e nel contempo urlare una frase del tipo “vi squarcio

come maiali” è indubbiamente un atto minatorio in grado di spaventare

oggettivamente chiunque.

Anche per questo gesto è da

ritenere data l’intenzionalità.

Vie di fatto

Per l’art. 126 cpv. 1 CPS,

chiunque commette vie di fatto contro una persona, senza cagionarle un danno al

corpo o alla salute, è punito a querela di parte, con la multa.

Secondo la giurisprudenza, deve

ritenersi costitutiva di vie di fatto una lesione dell’integrità fisica che

ecceda quanto si presume tollerabile secondo l’uso corrente e le abitudini sociali

e che non comporti un danno corporale né pregiudizio della salute. Essa può

sussistere anche quando non abbia causato alcun dolore fisico (DTF 117 IV 14

consid 2).

La spinta (manata) sul collo commessa

da ACCU 1 nei confronti di CIVI 2 è senz’altro catalogabile come via di fatto.

La fattispecie dell’art. 126 CPS è perciò adempita, preso atto che,

nuovamente, l’imputato ha agito intenzionalmente e coscientemente.

Neppure in questo frangente è

possibile applicare, per analogia, la disposizione di cui all’art. 177 cpv. 2

CPS: la vittima non ha avuto una condotta tale da rendere irrilevanti le colpe

del prevenuto e permettere di ipotizzare una diminuzione della pena o

addirittura la possibilità di prescindere dalla stessa.

13.

In base alle considerazioni che

precedono, il signor ACCU 1 deve essere condannato per tutti e tre i capi d’imputazione

prospettati dall’accusa, con dei meri adattamenti della descrizione dei fatti

in base alle emergenze istruttorie testé illustrate.

Giusta l’art. 47 cpv. 1 CPS, il giudice commisura la pena alla colpa dell’autore, tenendo conto

della sua vita anteriore e dei suoi motivi personali, nonché dell’effetto che

la stessa avrà sulla sua vita.

La colpa è

determinata secondo il grado di lesione o esposizione a pericolo del bene

giuridico violato, secondo la reprensibilità dell’offesa, i moventi e gli

obiettivi perseguiti, nonché in considerazione delle circostanze interne ed

esterne, ritenuta la possibilità che il reo aveva di evitare l’esposizione a

pericolo o la lesione, art. 47 cpv. 2 CPS.

A norma dell’art.

49.

cpv. 1 CPS, quando per uno o più reati risultano adempiute le

condizioni per infliggere più pene dello stesso genere, il giudice condanna l’autore

alla pena prevista per il reato più grave, aumentandola in misura adeguata. Non

può tuttavia estendere di oltre la metà il massimo della pena comminata ed è

vincolato al massimo legale del genere di pena.

A carico del prevenuto

gravano il ricorso ad un arma pericolosa per commettere la minaccia, il fatto

che non ha ammesso le sue colpe, negando sino all’ultimo i fatti salienti.

Inoltre non va trascurato che egli ha agito quando aveva in custodia la figlia

di un anno e mezzo e che, proprio quando la piccola era sotto la sua

responsabilità, ha bevuto oltre misura.

A suo favore

bisogna tenere in considerazione l’incensuratezza, il fatto che la stessa parte

civile ha sostenuto che egli è un buon padre nonché quello che, pure a detta

delle due parti civili, egli non è mai stato violento fisicamente, se non in quella

occasione.

A fronte di

questi estremi si giustifica sanzionare il reato con 20 aliquote giornaliere da

fr. 30.-- cadauna, considerato che l’imputato vive con fr. 2’211.-- mensili che

gli passa l’assistenza pubblica.

Nulla si

oppone alla sospensione condizionale della pena per il periodo minimo previsto

dalla legge, ritenuto che la personalità dell’accusato parla sicuramente

a favore di una prognosi favorevole.

L’art. 42 cpv.

3.

CPS offre al giudice la possibilità di infliggere, oltre alla pena condizionalmente

sospesa, una pena pecuniaria senza condizionale o una multa ai sensi dell’art.

106.

CPS.

Nella

fattispecie, la sola pena pecuniaria sospesa non appare sufficiente, ritenuto

che il reato commesso non deve essere banalizzato e che una pena tangibile,

quale può essere il pagamento di una somma di denaro, è un mezzo adeguato e

proporzionale per far comprendere al prevenuto la serietà dello sbaglio e della

procedura penale che ne ha fatto seguito.

Non va poi

dimenticato che l’art. 126 CPS rappresenta una contravvenzione.

Pertanto è

corretto attribuire all’accusato anche una multa, come proposto nel decreto in

oggetto. La stessa deve però essere ridotta a fr. 300.-- in considerazione dell’ammontare

delle aliquote giornaliere e delle difficili condizioni economiche del signor ACCU

1.

14.

Le parti civili hanno postulato

il riconoscimento del diritto al risarcimento delle spese di patrocinio che

esse hanno dovuto sostenere per la presente procedura, quantificate in fr. 1’345.--.

L’importo appare equo e può

essere integralmente riconosciuto. Non va in effetti dimenticato che il

procedimento era parzialmente indiziario e che il Sostituto Procuratore

Pubblico ha preannunciato la sua assenza dal dibattimento, per cui la presenza

del patrocinatore delle parti civili è divenuta necessaria.

15.

La tassa

e le spese di giustizia sono poste a carico dell’imputato (art. 9 cpv. 1 CPP).

Dispositivo

Per questi motivi,

visti gli art. 42, 49, 126 cpv. 1,

177, 180 CPS; 9 e segg., 273 e segg. CPP; 39 LTG;

rispondendo ai quesiti posti;

dichiara ACCU 1

autore colpevole di:

1. ingiuria, art. 177 CPS,

per avere, ad __________ e

__________ il 5 dicembre 2008, offeso l’onore di CIVI 1, tacciandola di “stronza”

ed insultandola con altri non meglio precisati epiteti,

2. vie di fatto, art. 126 cpv.

1 CPS,

per avere, a __________ il

5 dicembre 2008, commesso vie di fatto ai danni di CIVI 2 spintonandolo;

3. minaccia, art. 180 CPS,

per avere, a __________ il

5 dicembre 2008, usando grave minaccia, incusso timore a CIVI 2, e meglio per

avergli avvicinato un coltello alla guancia dicendogli “vi squarcio come due

maiali”;

condanna ACCU 1

1. alla pena pecuniaria di 20

(venti) aliquote giornaliere di fr. 30.-- (trenta), per un totale di fr. 600.--

(seicento);

1.1. l’esecuzione

della pena è sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 (due) anni;

2. alla multa di fr. 300.--

(trecento);

2.1. in caso

di mancato pagamento la pena detentiva sostitutiva è fissata in 10 (dieci)

giorni (art. 106 cpv. 2 CPS);

3. al versamento

alle parti civili CIVI 1 e CIVI 2, __________, dell’importo di fr. 1’345.-- a

titolo di risarcimento delle spese di patrocinio (art. 266 CPP);

4. al pagamento delle tasse e

spese giudiziarie di complessivi fr. 700.--;

comunica che la condanna sarà iscritta a

casellario giudiziale e cancellata trascorso il periodo fissato dall’art. 369

CPS;

le parti sono state avvertite del diritto

di presentare, per il suo tramite, dichiarazione di ricorso alla Corte di

cassazione e revisione penale entro il termine di cinque giorni dal

dibattimento e del diritto di richiedere entro lo stesso termine la motivazione

della sentenza (art. 276 cpv. 2 CPP).

La motivazione del ricorso per

cassazione deve essere presentata a questo giudice, in tre esemplari, entro 20

giorni dalla notificazione della sentenza scritta, con la precisa indicazione

dei motivi e delle norme di legge che si ritengono lese (art. 289 cpv. 2 CPP).

Intimazione a:

e, alla crescita in giudicato

della sentenza,

intimazione a: Comando della Polizia cantonale,

Bellinzona,

Sezione esecuzione pene e

misure, Torricella,

Servizio di coordinamento

cantonale in materia di casellario giudiziale, Bellinzona,

Sezione dei permessi e dell’immigrazione,

Ufficio giuridico, Bellinzona,

Ufficio del Giudice dell’istruzione

e dell’arresto, Lugano.

Il giudice: Il

segretario:

Distinta spese a carico di ACCU 1

fr. 300.00 multa

fr. 550.00 tassa

di giustizia

fr. 150.00 spese

giudiziarie

fr. 1000.00 totale

Ultimo aggiornamento: 09.05.2026

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