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Decisione

12.2008.241

Contratto di lavoro, interpretazione di clausola sulla provvigione, nesso di causalità tra attività del lavoratore e conclusione dei contratti da considerare per la provvigione

9 febbraio 2010Italiano18 min

Source ti.ch

Fatti

A. AP 1

è stato assunto a partire dal 1° agosto 2003 dalla AO 1 (attiva in particolare

nella progettazione, installazione e consulenza di programmi software per il

settore bancario; doc. A) in qualità di direttore commerciale. Il contratto di

lavoro prevedeva la corresponsione di un salario lordo annuo di fr. 110'500.--,

ripartito su tredici mensilità, e un diritto a provvigioni così regolato:

Per

ogni affare concluso con un nuovo cliente verranno corrisposte delle

provvigioni che verranno liquidate nel momento in cui il cliente ha pagato.

Hardware: 3%

Software

__________ (in base allo sconto): dal 5 al 10%

Software

da terzi: 3%

Prestazioni

orarie: 5%

Prestazioni

a forfait: 10%

Per

ogni affare concluso con clienti già in portafoglio __________, le provvigioni

verranno concordate di volta in volta con la direzione (doc. B).

Il rapporto di lavoro è stato disdetto da AO 1

con effetto al 31 luglio 2004 per ragioni di ristrutturazione interna (doc. E).

B. In

data 10 febbraio 2005 AP 1 ha convenuto in giudizio AO 1 al fine di ottenere il

pagamento di fr. 157'032.-, oltre interessi, per provvigioni che lo stesso

avrebbe maturato sui contratti stipulati da AO 1, __________ o da altre società

riconducibili al gruppo __________ durante il periodo 1° agosto 2003–31 luglio

2004. Alla petizione si è opposta la convenuta, la quale, oltre a eccepire la

carenza di legittimazione passiva in relazione alle pretese avanzate per

prestazioni fornite in favore di altre società del gruppo __________, ha

rilevato che un diritto a provvigioni poteva unicamente sorgere nel caso in cui

l'utile netto conseguito dal datore di lavoro a seguito dell'attività svolta

dal proprio dipendente avesse superato lo stipendio da lui percepito. La qual

condizione non si sarebbe però realizzata, anche perché l'attore non sarebbe

stato in grado né di acquisire clienti, né di mettere in atto passi concreti

per la conclusione di nuovi contratti, neppure con la clientela preesistente.

In replica e duplica le parti si sono sostanzialmente riconfermate nelle loro

precedenti allegazioni.

Esperita

l'istruttoria, le parti hanno rinunciato a comparire alla discussione finale,

confermandosi nei rispettivi memoriali conclusivi. Con le conclusioni l'attore

ha ridotto la propria domanda a fr. 39'419.80 in considerazione del fatturato realizzato da AO 1 e da __________ per il periodo di

validità del contratto di lavoro.

C. Con

sentenza 29 ottobre 2008 il Pretore ha respinto la petizione. A mente del primo

giudice, il solo fatto che fossero stati conclusi dei contratti ancora non

bastava per rivendicare con successo il pagamento di una provvigione. L'attore

avrebbe dovuto provare l'esistenza di un nesso di causalità tra la sua attività

e la conclusione di ogni singolo contratto con la clientela. Cosa che però non

avrebbe fatto. Anzi, dalle dichiarazioni dei testi assunti in istruttoria

sarebbe emerso, quanto meno per i contratti cui si è accennato nelle

deposizioni, che l'attore non avrebbe svolto alcun ruolo o comunque non un

ruolo determinante. In tali condizioni il Pretore non ha ritenuto necessario

entrare nel merito delle altre eccezioni sollevate dalla convenuta.

D. Con

appello 24 novembre 2008 l’attore chiede la riforma del giudizio impugnato nel

senso di accogliere la petizione per l'importo di fr. 39'419.80 oltre

interessi. Per l'appellante, dal momento che il contratto prevedeva il diritto

a provvigioni anche per ogni affare concluso con clienti già in portafoglio __________

quindi già acquisiti, la relativa clausola andava letta nel senso che il

diritto nasceva in virtù della conclusione di un contratto da parte

dell'appellata o di una società del gruppo, indipendentemente dall'esistenza di

un nesso di causalità tra la sua attività di direttore commerciale e la

conclusione del contratto. Con osservazioni 15 gennaio 2009 la convenuta

postula la reiezione del gravame.

e considerato

Considerandi

1.

Controversa

in appello rimane l'interpretazione che il Pretore ha fatto della clausola

contrattuale relativa al diritto a provvigioni. Mentre per il primo giudice

questa clausola va interpretata nel senso che, in assenza di convenzione

contraria, il diritto è subordinato all'esistenza – da provare dall'attore in

base alle regole generali in materia di onere probatorio (art. 8 CC) - di un

nesso di causalità tra l'attività svolta e la conclusione di ogni singolo

contratto, per l'appellante tale diritto nasce a prescindere dall'esistenza di

una simile condizione.

2.

Non

vi è dubbio che la clausola contrattuale in esame regola il diritto a una

provvigione ai sensi dell'art. 322b cpv. 1 CO. Secondo tale disposizione, di

natura relativamente imperativa (art. 362 CO), se per determinati affari è

convenuta una provvigione del lavoratore, essa è dovuta allorché l'affare è

stato validamente conchiuso con il terzo. Il testo del disposto è chiaro per

quel che concerne il momento a partire dal quale la provvigione è dovuta. Per

quanto riguarda invece l'attività che il lavoratore deve svolgere per avere

diritto alla provvigione, la giurisprudenza ha avuto modo di precisare che,

salvo convenzione contraria, quest'ultimo è tenuto a procurare, durante il

rapporto contrattuale, un affare concreto oppure a trovare un cliente disposto

a concluderlo (DTF 128 III 174 consid. 2b). In questo modo, il diritto alla

provvigione è subordinato alla condizione che l'affare sia stato validamente

concluso e che esista un rapporto di causalità tra l'attività del lavoratore e

la conclusione del contratto. Il sistema di retribuzione previsto da questa

disposizione ha infatti per scopo economico di motivare il lavoratore e di

interessarlo al risultato del suo lavoro. In mancanza di tutt'altra clausola

contrattuale che stabilisca regole diverse, non è dunque immaginabile che un

datore di lavoro si impegni a versare una provvigione su ogni affare concluso

indipendentemente dall'attività svolta dal lavoratore (DTF 128 III 174 consid.

2b; sentenze del Tribunale federale 4A_498/2007 del 3 luglio 2008 consid. 4.2.1

e 4C.352/2005 del 17 gennaio 2006 consid. 2.1.2; Rémy Wyler, Droit du travail, 2a ed. 2008, pag. 163). Il contributo del lavoratore facente valere il

diritto a una provvigione dev'essere pertanto una condicio sine qua non per la

conclusione del contratto (DTF 128 III 174 consid. 2b in fine; Rehbinder/Portmann, Basler Kommentar, n.

2.

ad art. 322b CO).

3.

Fatta

questa premessa, occorre esaminare se nel caso di specie esiste una convenzione

tra le parti che consenta di prescindere dalla necessità di un nesso di causalità

tra l'attività svolta dal lavoratore e la conclusione di ogni singolo contratto

per il quale è rivendicato il versamento di una provvigione. Confrontato a una

controversia relativa all'interpretazione di una clausola contrattuale, il

giudice deve innanzitutto cercare di determinare quale fosse la volontà dei

contraenti al momento della sua stipulazione (art. 18 CO). Il contenuto di un

contratto viene determinato in primo luogo mediante l'interpretazione

soggettiva, ovvero ricercando la vera e concorde volontà dei contraenti,

anziché stare alla denominazione o alle parole inesatte adoperate, per errore o

allo scopo di nascondere la vera natura del contratto (art. 18 cpv. 1 CO). Se

la reale volontà delle parti non può essere stabilita o è divergente, il

giudice deve interpretare le dichiarazioni fatte e i comportamenti in base al

principio dell'affidamento (DTF 131 III 217 consid. 3; 129 III 664 consid. 3.1;

128.

III 265 consid. 3a). Egli deve pertanto ricercare il senso che, secondo le

regole della buona fede, ogni contraente poteva e doveva ragionevolmente dare

alle dichiarazioni dell'altra parte tenuto conto dell'insieme delle circostanze

(DTF 131 III 268 consid. 5.1.3), quali lo scopo del contratto, avuto riguardo

agli interessi delle parti al momento della stipula (DTF 100 II 155; Jäggi/Gauch,

Zürcher Kommentar, n. 362, 363, 370 e segg. ad art. 18 CO; Kramer/ Schmidlin, Berner Kommentar, n.

35.

ad art. 18 CO), le loro condizioni personali, specie l'attività

professionale, le conoscenze e l'esperienza (DTF 118 Ia 297; Jäggi/Gauch, op. cit., n. 364 e rif. ad

art. 18 CO), se del caso i preliminari della contrattazione e anche il

comportamento successivo dei contraenti (Jäggi/Gauch,

op. cit., n. 357 e segg. ad art. 18 CO) ed in particolare il tipo di adempimento

effettuato (Kramer/Schmidlin, op.

cit., n. 28 ad art. 18 CO). Il principio dell'affidamento permette di imputare

a una parte il senso oggettivo di una sua dichiarazione o di un suo

comportamento anche qualora ciò non corrisponda alla sua intima volontà (DTF

129.

III 118 consid. 2.5).

4.

Nel

caso di specie, la reale volontà delle parti circa il significato da attribuire

alla clausola in esame non ha potuto essere stabilita con chiarezza o era

quanto meno divergente. Mentre infatti per la convenuta il riconoscimento di

una provvigione sarebbe stato vincolato alla condizione che l'utile netto

realizzato dal datore di lavoro a seguito dell'attività svolta dal proprio

dipendente superasse lo stipendio da questi percepito o quanto meno al fatto

che i nuovi affari stipulati fossero riconducibili ad attività svolte dal suo

direttore commerciale, per l'appellante il diritto alla provvigione nasceva

indipendentemente dal suo intervento inteso come un'azione procurante un affare

concreto. La clausola contrattuale va di conseguenza interpretata secondo il

principio dell'affidamento, come ha giustamente ritenuto il Pretore.

5.

Per

l'appellante, il fatto che la clausola contrattuale estendesse il diritto a

provvigioni anche agli affari conclusi con clienti già in portafoglio __________,

che erano quindi già stati acquisiti, dimostrerebbe l'esistenza di una

convenzione che faceva astrazione dalla necessità di un intervento causale del

direttore commerciale per la conclusione dell'affare perché attesterebbe che la

provvigione era dovuta a prescindere che il cliente fosse o meno da lui

portato. Questa interpretazione non è tuttavia oggettivamente sostenibile. Il

fatto che la provvigione maturasse a prescindere che il cliente fosse o meno portato

dal direttore commerciale – come effettivamente poteva accadere in relazione ai

nuovi affari conclusi con clienti già esistenti – non toglie che anche in

questo caso il diritto alla provvigione potesse (eventualmente) essere

subordinato all'intervento causale del direttore commerciale, dato che anche un

nuovo affare con un cliente già preesistente andava prima acquisito.

L'appellante sembra a tal riguardo confondere questi due concetti. Portare un

nuovo cliente e svolgere un'attività in nesso causale con la conclusione di un

nuovo affare non sono (necessariamente) la stessa cosa. Orbene, la clausola non

dice nulla a proposito dell'intervento richiesto o non richiesto dal direttore

commerciale per la conclusione di un nuovo affare, bensì si limita a stabilire

le modalità per la determinazione della provvigione, a dipendenza che l'affare

fosse concluso con clienti nuovi oppure con clienti già in portafoglio. Niente

di più. La conclusione tratta dall'appellante non è pertanto giustificata.

6.

L'appellante

ritiene inoltre che anche le motivazioni che hanno portato alla disdetta del

contratto di lavoro, e in particolare i comportamenti assunti dalla convenuta

successivamente alla sua richiesta di incassare le provvigioni, come pure le

(fallite) trattative tra le parti per giungere alla conclusione di uno nuovo

sarebbero determinanti per valutare la portata della clausola in esame.

Contesta di conseguenza la valutazione del primo giudice che ha ritenuto

irrilevanti, ai fini del giudizio, queste circostanze. Ma anche su questo punto

la sentenza di primo grado non è censurabile.

6.1

In

merito alle reali motivazioni del licenziamento, dall'appellante percepito

quale reazione della convenuta alle sue (legittime) richieste di corrispondere

le provvigioni pattuite, va premesso come per quest'ultima, per quanto

osservato in prima sede, il rapporto di lavoro sarebbe in realtà stato sciolto

in considerazione dell'apporto pressoché nullo dell'attore alle vendite.

Comunque sia, la valutazione del primo giudice è corretta perché l'accertamento

dei reali motivi del licenziamento non risolverebbe ancora la – sola –

questione litigiosa, ossia quella di sapere se la clausola contrattuale

giustificava effettivamente, come lo pretende l'interessato, il pagamento di

provvigioni indipendentemente dall'attività da lui svolta.

6.2

Contrariamente

a quanto sostenuto, l'appellante non può quindi dedurre un elemento a favore

della sua tesi dalla bozza di “Brokerage agreement”, redatta il 6 luglio 2004

in seguito alla notifica della disdetta (doc. E, F). Tale bozza avrebbe dovuto

ridefinire il ruolo dell'interessato che non avrebbe più rivestito la funzione

di direttore commerciale, bensì di mandatario esterno della convenuta (doc. F).

A ben vedere però questa bozza non è di alcun aiuto interpretativo della clausola

di provvigione in esame, non fosse altro perché è l'appellante stesso ad averla

allestita e perché comunque la proposta non ha trovato l'accordo della

convenuta.

6.3

egli può infine inferire un'ammissione esplicita della convenuta a favore

dell'interpretazione da lui sostenuta dal prospetto che A__________, dipendente

__________ gli ha trasmesso il 3 giugno 2004 – in seguito a sua richiesta del

27.

maggio precedente – con riferimento ai “ricavi effettivamente incassati da __________”

durante il periodo agosto 2003 – maggio 2004 (doc. D). A parte il fatto che il

prospetto in parola non dice nulla a proposito del diritto a provvigione

dell'interessato, il documento accenna a una situazione passiva di fr.

115'709.05, in cui i costi relativi alla sua posizione risultano di molto

superiori ai ricavi incassati. Ora, questi rilievi non corroborano la posizione

dell'appellante, bensì sembrerebbero piuttosto confortare la tesi inizialmente

sostenuta dall'appellata, ma poi scartata – in quanto ritenuta non provata -

dal Pretore e non più riproposta con le osservazioni all'appello, secondo cui

il pagamento delle provvigioni sarebbe dipeso dalla condizione che l'utile

netto conseguito dal datore di lavoro a seguito dell'attività svolta dal

proprio dipendente superasse lo stipendio di quest'ultimo.

7.

Visto

quanto precede, la clausola litigiosa, interpretata oggettivamente, si limita

pertanto unicamente a definire il momento in cui nasce il diritto a provvigione

e gli affari per i quali essa è dovuta, stabilendo percentuali differenziate, o

comunque da definire di volta in volta con la direzione, a dipendenza del

genere di affare concluso e del genere di clientela coinvolta. Per contro,

analogamente al tenore dell'art. 322b cpv. 1 CO, essa non dice nulla di preciso

a proposito dell'intervento richiesto dal lavoratore in relazione alla

conclusione dell'affare. Poiché la clausola contrattuale non precisa questo

aspetto, occorre rifarsi all'art. 322b CO per completare la convenzione delle

parti (DTF 128 III 174 consid. 2b). In mancanza di una chiara convenzione

contraria, va così tenuto conto dello scopo economico della provvigione che

intende motivare – con un sistema di remunerazione piuttosto usuale anche per

persone con posizione dirigenziale, come era quella assunta dall'appellante (v.

DTF 90 II 483 consid. 2) - il lavoratore alla conclusione di nuovi affari e

ricompensarlo in funzione dei risultati ottenuti. In tali condizioni non era

dunque immaginabile che la convenuta fosse disposta a pagare provvigioni indipendentemente

dal contributo fornito dal suo direttore commerciale.

8.

È

vero che l'appellante contesta ugualmente l'applicabilità al caso di specie dei

principi posti dal Tribunale federale in DTF 128 III 174. Tuttavia questa

contestazione è infondata. Secondo l’appellante, nella cennata sentenza la

Corte federale avrebbe sviluppato i principi appena esposti in assenza di una

clausola contrattuale che fissava delle regole precise sulle condizioni per

l'elargizione di provvigioni, mentre la clausola in disamina nel presente

appello evidenzierebbe la volontà del datore di lavoro di elargirle per tutti

gli affari conclusi. Sennonché nella fattispecie esaminata in DTF 128 III 174,

come del resto pure nel caso che ci occupa, il contratto regolava chiaramente, anche

se in maniera generica, l'operazione commerciale che conferiva il diritto

poiché - in aggiunta a un salario fisso - stabiliva una provvigione predefinita

“sur le montant de chaque contrat signé”. A non essere chiaro, poiché il

contratto era silente al riguardo - come del resto lo è anche nel caso che ci

occupa - era invece unicamente il contributo preteso dal lavoratore per la

conclusione del contratto. Questo silenzio è stato interpretato dal Tribunale

federale in DTF 128 III 174 e nulla osta all'applicabilità degli stessi

principi nel caso di specie. Per l'appellante la giurisprudenza di cui alla DTF

128.

III 174 non sarebbe inoltre applicabile alla sua situazione perché, a

differenza di quella che sarebbe stata l'attività principale del dipendente nella

citata sentenza (“trouver des nouveaux clients”), nessun elemento agli atti

lascerebbe intendere che nel suo caso egli dovesse, in via principale o anche

solo parziale, occuparsi dell'acquisizione di clientela. A sostegno di questo

argomento rinvia alla audizione testimoniale di F__________, dipendente della

convenuta presso la succursale di __________. Questa tesi, però, oltre a non

tenere in debito conto lo scopo economico della provvigione che per sua natura

intende motivare il partner contrattuale a procurare degli affari, non trova a

ben vedere chiara conferma nemmeno nella deposizione richiamata

dall'appellante. Il teste F__________, infatti, rievocando le circostanze che

avevano portato alla assunzione dell’attore, ha infatti avuto modo di precisare

come all'epoca la convenuta, avendo “una lacuna nel presidiare il territorio” e

non disponendo di un rappresentante commerciale, intendesse (con l'assunzione

dell'appellante, ndr.) colmare questa lacuna e sfruttare le conoscenze di

materia informatica __________ – precedente datore di lavoro di quest'ultimo -

affinché la società consociata __________ ne potesse beneficiare (act. X, verbale

5.

ottobre 2006, pag. 3). Anche per questa ragione non vi è motivo per non

applicare la giurisprudenza di cui alla DTF 128 III 174.

9.

Come

ha rettamente ritenuto il Pretore, per poter esigere il versamento delle

provvigioni pattuite l'appellante avrebbe pertanto dovuto provare - in base

alle regole generali in materia di onere probatorio (art. 8 CC) - l'esistenza

di un nesso di causalità tra la sua attività e la conclusione di ogni singolo

contratto per il quale rivendica la prestazione. Sennonché in questa sede egli nemmeno più allega né tenta di spiegare di avere

assunto un ruolo particolare e indispensabile alla conclusione degli affari sui

quali rivendica il versamento di provvigioni (cfr. DTF 128 III 174 consid. 2b

in fine). Ne discende che l'appello deve essere respinto, senza che occorra

pronunciarsi sull'eventuale carenza di legittimazione passiva della convenuta

in relazione alle pretese avanzate sui contratti conclusi da __________.

10.

Gli

oneri processuali e le ripetibili, calcolati su un valore litigioso di fr.

39'419.80, seguono la soccombenza (art. 148 CPC).

Per i quali motivi, richiamati l'art. 148 CPC e la TG

pronuncia:

1.

L'appello

24.

novembre 2008 di AP 1 è respinto.

2.

Le

spese della procedura d'appello, consistenti in:

a) tassa

di giustizia fr. 2'000.-

b) spese fr.

100.

-

totale fr.

2'100.-

già

anticipate dall'appellante, restano a suo carico con l'obbligo di rifondere alla

parte appellata fr. 2'300.- per ripetibili.

3.

Intimazione:

-

-

Comunicazione

alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 2

Per la seconda Camera civile del Tribunale d’appello

La presidente Il

segretario

Rimedi giuridici

Nelle cause a carattere pecuniario è dato ricorso in

materia civile al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, entro 30 giorni dalla

notificazione del testo integrale della decisione (art. 100 cpv. 1 LTF), se il

valore litigioso ammonta ad almeno fr. 15'000.- nelle vertenze in materia di

diritto del lavoro e di locazione e ad almeno fr. 30'000.- negli altri casi;

per valori inferiori il ricorso è ammissibile se la controversia concerne una

questione di diritto fondamentale (art. 74 cpv. 2 LTF). Qualora non sia dato il

ricorso in materia civile è possibile riproporre negli stessi termini ricorso

sussidiario in materia costituzionale (art. 113, 117 LTF). La parte che intende

impugnare la decisione sia con un ricorso ordinario sia con un ricorso in

materia costituzionale deve presentare entrambi i ricorsi con una sola e

medesima istanza (art. 119 LTF).

Ultimo aggiornamento: 09.05.2026

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