12.2008.241
Contratto di lavoro, interpretazione di clausola sulla provvigione, nesso di causalità tra attività del lavoratore e conclusione dei contratti da considerare per la provvigione
9 febbraio 2010Italiano18 min
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Numero d'incarto:
12.2008.241
Data decisione, Autorità:
09.02.2010, IICCA
Titolo:
Contratto di lavoro, interpretazione di clausola sulla provvigione , nesso di causalità tra attività del lavoratore e conclusione dei contratti da considerare per la provvigione
PROVVIGIONE O COMMISSIONE
art. 322b CO
Incarto n.
12.2008.241
Lugano
9 febbraio
2010/fb
In nome
della Repubblica e Cantone
Ticino
La seconda Camera civile del Tribunale
d'appello
composta dei giudici:
Epiney-Colombo, presidente,
Walser e Grisanti (giudice supplente)
segretario:
Bettelini, vicecancelliere
sedente per statuire nella causa inc. n. OA.2005.81
della Pretura del Distretto di Lugano, sezione 2 promossa con petizione 10
febbraio 2005 da
AP 1
rappr. da RA 1
contro
AO 1
rappr. da RA 2
in
materia di contratto di lavoro con cui l'attore ha chiesto la condanna dalla
convenuta al pagamento dell'importo di fr. 157'032.- oltre interessi, domanda
poi ridotta a fr. 39'419.80 in sede di conclusioni;
pretesa
avversata dalla convenuta che ha postulato la reiezione della petizione, e che
il Pretore con sentenza 29 ottobre 2008 ha integralmente respinto;
appellante
l'attore che con atto di appello 24 novembre 2008 chiede la riforma del
querelato giudizio, nel senso di accogliere la petizione limitatamente a fr.
39'419.80 oltre interessi, protestando spese e ripetibili di entrambe le sedi;
mentre
la convenuta con osservazioni 15 gennaio 2009 postula la reiezione del gravame
pure con protesta di spese e ripetibili;
letti
ed esaminati gli atti ed i documenti di causa,
ritenuto
Fatti
A. AP 1
è stato assunto a partire dal 1° agosto 2003 dalla AO 1 (attiva in particolare
nella progettazione, installazione e consulenza di programmi software per il
settore bancario; doc. A) in qualità di direttore commerciale. Il contratto di
lavoro prevedeva la corresponsione di un salario lordo annuo di fr. 110'500.--,
ripartito su tredici mensilità, e un diritto a provvigioni così regolato:
Per
ogni affare concluso con un nuovo cliente verranno corrisposte delle
provvigioni che verranno liquidate nel momento in cui il cliente ha pagato.
Hardware: 3%
Software
__________ (in base allo sconto): dal 5 al 10%
Software
da terzi: 3%
Prestazioni
orarie: 5%
Prestazioni
a forfait: 10%
Per
ogni affare concluso con clienti già in portafoglio __________, le provvigioni
verranno concordate di volta in volta con la direzione (doc. B).
Il rapporto di lavoro è stato disdetto da AO 1
con effetto al 31 luglio 2004 per ragioni di ristrutturazione interna (doc. E).
B. In
data 10 febbraio 2005 AP 1 ha convenuto in giudizio AO 1 al fine di ottenere il
pagamento di fr. 157'032.-, oltre interessi, per provvigioni che lo stesso
avrebbe maturato sui contratti stipulati da AO 1, __________ o da altre società
riconducibili al gruppo __________ durante il periodo 1° agosto 2003–31 luglio
2004. Alla petizione si è opposta la convenuta, la quale, oltre a eccepire la
carenza di legittimazione passiva in relazione alle pretese avanzate per
prestazioni fornite in favore di altre società del gruppo __________, ha
rilevato che un diritto a provvigioni poteva unicamente sorgere nel caso in cui
l'utile netto conseguito dal datore di lavoro a seguito dell'attività svolta
dal proprio dipendente avesse superato lo stipendio da lui percepito. La qual
condizione non si sarebbe però realizzata, anche perché l'attore non sarebbe
stato in grado né di acquisire clienti, né di mettere in atto passi concreti
per la conclusione di nuovi contratti, neppure con la clientela preesistente.
In replica e duplica le parti si sono sostanzialmente riconfermate nelle loro
precedenti allegazioni.
Esperita
l'istruttoria, le parti hanno rinunciato a comparire alla discussione finale,
confermandosi nei rispettivi memoriali conclusivi. Con le conclusioni l'attore
ha ridotto la propria domanda a fr. 39'419.80 in considerazione del fatturato realizzato da AO 1 e da __________ per il periodo di
validità del contratto di lavoro.
C. Con
sentenza 29 ottobre 2008 il Pretore ha respinto la petizione. A mente del primo
giudice, il solo fatto che fossero stati conclusi dei contratti ancora non
bastava per rivendicare con successo il pagamento di una provvigione. L'attore
avrebbe dovuto provare l'esistenza di un nesso di causalità tra la sua attività
e la conclusione di ogni singolo contratto con la clientela. Cosa che però non
avrebbe fatto. Anzi, dalle dichiarazioni dei testi assunti in istruttoria
sarebbe emerso, quanto meno per i contratti cui si è accennato nelle
deposizioni, che l'attore non avrebbe svolto alcun ruolo o comunque non un
ruolo determinante. In tali condizioni il Pretore non ha ritenuto necessario
entrare nel merito delle altre eccezioni sollevate dalla convenuta.
D. Con
appello 24 novembre 2008 l’attore chiede la riforma del giudizio impugnato nel
senso di accogliere la petizione per l'importo di fr. 39'419.80 oltre
interessi. Per l'appellante, dal momento che il contratto prevedeva il diritto
a provvigioni anche per ogni affare concluso con clienti già in portafoglio __________
quindi già acquisiti, la relativa clausola andava letta nel senso che il
diritto nasceva in virtù della conclusione di un contratto da parte
dell'appellata o di una società del gruppo, indipendentemente dall'esistenza di
un nesso di causalità tra la sua attività di direttore commerciale e la
conclusione del contratto. Con osservazioni 15 gennaio 2009 la convenuta
postula la reiezione del gravame.
e considerato
Considerandi
1.
Controversa
in appello rimane l'interpretazione che il Pretore ha fatto della clausola
contrattuale relativa al diritto a provvigioni. Mentre per il primo giudice
questa clausola va interpretata nel senso che, in assenza di convenzione
contraria, il diritto è subordinato all'esistenza – da provare dall'attore in
base alle regole generali in materia di onere probatorio (art. 8 CC) - di un
nesso di causalità tra l'attività svolta e la conclusione di ogni singolo
contratto, per l'appellante tale diritto nasce a prescindere dall'esistenza di
una simile condizione.
2.
Non
vi è dubbio che la clausola contrattuale in esame regola il diritto a una
provvigione ai sensi dell'art. 322b cpv. 1 CO. Secondo tale disposizione, di
natura relativamente imperativa (art. 362 CO), se per determinati affari è
convenuta una provvigione del lavoratore, essa è dovuta allorché l'affare è
stato validamente conchiuso con il terzo. Il testo del disposto è chiaro per
quel che concerne il momento a partire dal quale la provvigione è dovuta. Per
quanto riguarda invece l'attività che il lavoratore deve svolgere per avere
diritto alla provvigione, la giurisprudenza ha avuto modo di precisare che,
salvo convenzione contraria, quest'ultimo è tenuto a procurare, durante il
rapporto contrattuale, un affare concreto oppure a trovare un cliente disposto
a concluderlo (DTF 128 III 174 consid. 2b). In questo modo, il diritto alla
provvigione è subordinato alla condizione che l'affare sia stato validamente
concluso e che esista un rapporto di causalità tra l'attività del lavoratore e
la conclusione del contratto. Il sistema di retribuzione previsto da questa
disposizione ha infatti per scopo economico di motivare il lavoratore e di
interessarlo al risultato del suo lavoro. In mancanza di tutt'altra clausola
contrattuale che stabilisca regole diverse, non è dunque immaginabile che un
datore di lavoro si impegni a versare una provvigione su ogni affare concluso
indipendentemente dall'attività svolta dal lavoratore (DTF 128 III 174 consid.
2b; sentenze del Tribunale federale 4A_498/2007 del 3 luglio 2008 consid. 4.2.1
e 4C.352/2005 del 17 gennaio 2006 consid. 2.1.2; Rémy Wyler, Droit du travail, 2a ed. 2008, pag. 163). Il contributo del lavoratore facente valere il
diritto a una provvigione dev'essere pertanto una condicio sine qua non per la
conclusione del contratto (DTF 128 III 174 consid. 2b in fine; Rehbinder/Portmann, Basler Kommentar, n.
2.
ad art. 322b CO).
3.
Fatta
questa premessa, occorre esaminare se nel caso di specie esiste una convenzione
tra le parti che consenta di prescindere dalla necessità di un nesso di causalità
tra l'attività svolta dal lavoratore e la conclusione di ogni singolo contratto
per il quale è rivendicato il versamento di una provvigione. Confrontato a una
controversia relativa all'interpretazione di una clausola contrattuale, il
giudice deve innanzitutto cercare di determinare quale fosse la volontà dei
contraenti al momento della sua stipulazione (art. 18 CO). Il contenuto di un
contratto viene determinato in primo luogo mediante l'interpretazione
soggettiva, ovvero ricercando la vera e concorde volontà dei contraenti,
anziché stare alla denominazione o alle parole inesatte adoperate, per errore o
allo scopo di nascondere la vera natura del contratto (art. 18 cpv. 1 CO). Se
la reale volontà delle parti non può essere stabilita o è divergente, il
giudice deve interpretare le dichiarazioni fatte e i comportamenti in base al
principio dell'affidamento (DTF 131 III 217 consid. 3; 129 III 664 consid. 3.1;
128.
III 265 consid. 3a). Egli deve pertanto ricercare il senso che, secondo le
regole della buona fede, ogni contraente poteva e doveva ragionevolmente dare
alle dichiarazioni dell'altra parte tenuto conto dell'insieme delle circostanze
(DTF 131 III 268 consid. 5.1.3), quali lo scopo del contratto, avuto riguardo
agli interessi delle parti al momento della stipula (DTF 100 II 155; Jäggi/Gauch,
Zürcher Kommentar, n. 362, 363, 370 e segg. ad art. 18 CO; Kramer/ Schmidlin, Berner Kommentar, n.
35.
ad art. 18 CO), le loro condizioni personali, specie l'attività
professionale, le conoscenze e l'esperienza (DTF 118 Ia 297; Jäggi/Gauch, op. cit., n. 364 e rif. ad
art. 18 CO), se del caso i preliminari della contrattazione e anche il
comportamento successivo dei contraenti (Jäggi/Gauch,
op. cit., n. 357 e segg. ad art. 18 CO) ed in particolare il tipo di adempimento
effettuato (Kramer/Schmidlin, op.
cit., n. 28 ad art. 18 CO). Il principio dell'affidamento permette di imputare
a una parte il senso oggettivo di una sua dichiarazione o di un suo
comportamento anche qualora ciò non corrisponda alla sua intima volontà (DTF
129.
III 118 consid. 2.5).
4.
Nel
caso di specie, la reale volontà delle parti circa il significato da attribuire
alla clausola in esame non ha potuto essere stabilita con chiarezza o era
quanto meno divergente. Mentre infatti per la convenuta il riconoscimento di
una provvigione sarebbe stato vincolato alla condizione che l'utile netto
realizzato dal datore di lavoro a seguito dell'attività svolta dal proprio
dipendente superasse lo stipendio da questi percepito o quanto meno al fatto
che i nuovi affari stipulati fossero riconducibili ad attività svolte dal suo
direttore commerciale, per l'appellante il diritto alla provvigione nasceva
indipendentemente dal suo intervento inteso come un'azione procurante un affare
concreto. La clausola contrattuale va di conseguenza interpretata secondo il
principio dell'affidamento, come ha giustamente ritenuto il Pretore.
5.
Per
l'appellante, il fatto che la clausola contrattuale estendesse il diritto a
provvigioni anche agli affari conclusi con clienti già in portafoglio __________,
che erano quindi già stati acquisiti, dimostrerebbe l'esistenza di una
convenzione che faceva astrazione dalla necessità di un intervento causale del
direttore commerciale per la conclusione dell'affare perché attesterebbe che la
provvigione era dovuta a prescindere che il cliente fosse o meno da lui
portato. Questa interpretazione non è tuttavia oggettivamente sostenibile. Il
fatto che la provvigione maturasse a prescindere che il cliente fosse o meno portato
dal direttore commerciale – come effettivamente poteva accadere in relazione ai
nuovi affari conclusi con clienti già esistenti – non toglie che anche in
questo caso il diritto alla provvigione potesse (eventualmente) essere
subordinato all'intervento causale del direttore commerciale, dato che anche un
nuovo affare con un cliente già preesistente andava prima acquisito.
L'appellante sembra a tal riguardo confondere questi due concetti. Portare un
nuovo cliente e svolgere un'attività in nesso causale con la conclusione di un
nuovo affare non sono (necessariamente) la stessa cosa. Orbene, la clausola non
dice nulla a proposito dell'intervento richiesto o non richiesto dal direttore
commerciale per la conclusione di un nuovo affare, bensì si limita a stabilire
le modalità per la determinazione della provvigione, a dipendenza che l'affare
fosse concluso con clienti nuovi oppure con clienti già in portafoglio. Niente
di più. La conclusione tratta dall'appellante non è pertanto giustificata.
6.
L'appellante
ritiene inoltre che anche le motivazioni che hanno portato alla disdetta del
contratto di lavoro, e in particolare i comportamenti assunti dalla convenuta
successivamente alla sua richiesta di incassare le provvigioni, come pure le
(fallite) trattative tra le parti per giungere alla conclusione di uno nuovo
sarebbero determinanti per valutare la portata della clausola in esame.
Contesta di conseguenza la valutazione del primo giudice che ha ritenuto
irrilevanti, ai fini del giudizio, queste circostanze. Ma anche su questo punto
la sentenza di primo grado non è censurabile.
6.1
In
merito alle reali motivazioni del licenziamento, dall'appellante percepito
quale reazione della convenuta alle sue (legittime) richieste di corrispondere
le provvigioni pattuite, va premesso come per quest'ultima, per quanto
osservato in prima sede, il rapporto di lavoro sarebbe in realtà stato sciolto
in considerazione dell'apporto pressoché nullo dell'attore alle vendite.
Comunque sia, la valutazione del primo giudice è corretta perché l'accertamento
dei reali motivi del licenziamento non risolverebbe ancora la – sola –
questione litigiosa, ossia quella di sapere se la clausola contrattuale
giustificava effettivamente, come lo pretende l'interessato, il pagamento di
provvigioni indipendentemente dall'attività da lui svolta.
6.2
Contrariamente
a quanto sostenuto, l'appellante non può quindi dedurre un elemento a favore
della sua tesi dalla bozza di “Brokerage agreement”, redatta il 6 luglio 2004
in seguito alla notifica della disdetta (doc. E, F). Tale bozza avrebbe dovuto
ridefinire il ruolo dell'interessato che non avrebbe più rivestito la funzione
di direttore commerciale, bensì di mandatario esterno della convenuta (doc. F).
A ben vedere però questa bozza non è di alcun aiuto interpretativo della clausola
di provvigione in esame, non fosse altro perché è l'appellante stesso ad averla
allestita e perché comunque la proposta non ha trovato l'accordo della
convenuta.
6.3
Né
egli può infine inferire un'ammissione esplicita della convenuta a favore
dell'interpretazione da lui sostenuta dal prospetto che A__________, dipendente
__________ gli ha trasmesso il 3 giugno 2004 – in seguito a sua richiesta del
27.
maggio precedente – con riferimento ai “ricavi effettivamente incassati da __________”
durante il periodo agosto 2003 – maggio 2004 (doc. D). A parte il fatto che il
prospetto in parola non dice nulla a proposito del diritto a provvigione
dell'interessato, il documento accenna a una situazione passiva di fr.
115'709.05, in cui i costi relativi alla sua posizione risultano di molto
superiori ai ricavi incassati. Ora, questi rilievi non corroborano la posizione
dell'appellante, bensì sembrerebbero piuttosto confortare la tesi inizialmente
sostenuta dall'appellata, ma poi scartata – in quanto ritenuta non provata -
dal Pretore e non più riproposta con le osservazioni all'appello, secondo cui
il pagamento delle provvigioni sarebbe dipeso dalla condizione che l'utile
netto conseguito dal datore di lavoro a seguito dell'attività svolta dal
proprio dipendente superasse lo stipendio di quest'ultimo.
7.
Visto
quanto precede, la clausola litigiosa, interpretata oggettivamente, si limita
pertanto unicamente a definire il momento in cui nasce il diritto a provvigione
e gli affari per i quali essa è dovuta, stabilendo percentuali differenziate, o
comunque da definire di volta in volta con la direzione, a dipendenza del
genere di affare concluso e del genere di clientela coinvolta. Per contro,
analogamente al tenore dell'art. 322b cpv. 1 CO, essa non dice nulla di preciso
a proposito dell'intervento richiesto dal lavoratore in relazione alla
conclusione dell'affare. Poiché la clausola contrattuale non precisa questo
aspetto, occorre rifarsi all'art. 322b CO per completare la convenzione delle
parti (DTF 128 III 174 consid. 2b). In mancanza di una chiara convenzione
contraria, va così tenuto conto dello scopo economico della provvigione che
intende motivare – con un sistema di remunerazione piuttosto usuale anche per
persone con posizione dirigenziale, come era quella assunta dall'appellante (v.
DTF 90 II 483 consid. 2) - il lavoratore alla conclusione di nuovi affari e
ricompensarlo in funzione dei risultati ottenuti. In tali condizioni non era
dunque immaginabile che la convenuta fosse disposta a pagare provvigioni indipendentemente
dal contributo fornito dal suo direttore commerciale.
8.
È
vero che l'appellante contesta ugualmente l'applicabilità al caso di specie dei
principi posti dal Tribunale federale in DTF 128 III 174. Tuttavia questa
contestazione è infondata. Secondo l’appellante, nella cennata sentenza la
Corte federale avrebbe sviluppato i principi appena esposti in assenza di una
clausola contrattuale che fissava delle regole precise sulle condizioni per
l'elargizione di provvigioni, mentre la clausola in disamina nel presente
appello evidenzierebbe la volontà del datore di lavoro di elargirle per tutti
gli affari conclusi. Sennonché nella fattispecie esaminata in DTF 128 III 174,
come del resto pure nel caso che ci occupa, il contratto regolava chiaramente, anche
se in maniera generica, l'operazione commerciale che conferiva il diritto
poiché - in aggiunta a un salario fisso - stabiliva una provvigione predefinita
“sur le montant de chaque contrat signé”. A non essere chiaro, poiché il
contratto era silente al riguardo - come del resto lo è anche nel caso che ci
occupa - era invece unicamente il contributo preteso dal lavoratore per la
conclusione del contratto. Questo silenzio è stato interpretato dal Tribunale
federale in DTF 128 III 174 e nulla osta all'applicabilità degli stessi
principi nel caso di specie. Per l'appellante la giurisprudenza di cui alla DTF
128.
III 174 non sarebbe inoltre applicabile alla sua situazione perché, a
differenza di quella che sarebbe stata l'attività principale del dipendente nella
citata sentenza (“trouver des nouveaux clients”), nessun elemento agli atti
lascerebbe intendere che nel suo caso egli dovesse, in via principale o anche
solo parziale, occuparsi dell'acquisizione di clientela. A sostegno di questo
argomento rinvia alla audizione testimoniale di F__________, dipendente della
convenuta presso la succursale di __________. Questa tesi, però, oltre a non
tenere in debito conto lo scopo economico della provvigione che per sua natura
intende motivare il partner contrattuale a procurare degli affari, non trova a
ben vedere chiara conferma nemmeno nella deposizione richiamata
dall'appellante. Il teste F__________, infatti, rievocando le circostanze che
avevano portato alla assunzione dell’attore, ha infatti avuto modo di precisare
come all'epoca la convenuta, avendo “una lacuna nel presidiare il territorio” e
non disponendo di un rappresentante commerciale, intendesse (con l'assunzione
dell'appellante, ndr.) colmare questa lacuna e sfruttare le conoscenze di
materia informatica __________ – precedente datore di lavoro di quest'ultimo -
affinché la società consociata __________ ne potesse beneficiare (act. X, verbale
5.
ottobre 2006, pag. 3). Anche per questa ragione non vi è motivo per non
applicare la giurisprudenza di cui alla DTF 128 III 174.
9.
Come
ha rettamente ritenuto il Pretore, per poter esigere il versamento delle
provvigioni pattuite l'appellante avrebbe pertanto dovuto provare - in base
alle regole generali in materia di onere probatorio (art. 8 CC) - l'esistenza
di un nesso di causalità tra la sua attività e la conclusione di ogni singolo
contratto per il quale rivendica la prestazione. Sennonché in questa sede egli nemmeno più allega né tenta di spiegare di avere
assunto un ruolo particolare e indispensabile alla conclusione degli affari sui
quali rivendica il versamento di provvigioni (cfr. DTF 128 III 174 consid. 2b
in fine). Ne discende che l'appello deve essere respinto, senza che occorra
pronunciarsi sull'eventuale carenza di legittimazione passiva della convenuta
in relazione alle pretese avanzate sui contratti conclusi da __________.
10.
Gli
oneri processuali e le ripetibili, calcolati su un valore litigioso di fr.
39'419.80, seguono la soccombenza (art. 148 CPC).
Per i quali motivi, richiamati l'art. 148 CPC e la TG
pronuncia:
1.
L'appello
24.
novembre 2008 di AP 1 è respinto.
2.
Le
spese della procedura d'appello, consistenti in:
a) tassa
di giustizia fr. 2'000.-
b) spese fr.
100.
-
totale fr.
2'100.-
già
anticipate dall'appellante, restano a suo carico con l'obbligo di rifondere alla
parte appellata fr. 2'300.- per ripetibili.
3.
Intimazione:
-
-
Comunicazione
alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 2
Per la seconda Camera civile del Tribunale d’appello
La presidente Il
segretario
Rimedi giuridici
Nelle cause a carattere pecuniario è dato ricorso in
materia civile al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, entro 30 giorni dalla
notificazione del testo integrale della decisione (art. 100 cpv. 1 LTF), se il
valore litigioso ammonta ad almeno fr. 15'000.- nelle vertenze in materia di
diritto del lavoro e di locazione e ad almeno fr. 30'000.- negli altri casi;
per valori inferiori il ricorso è ammissibile se la controversia concerne una
questione di diritto fondamentale (art. 74 cpv. 2 LTF). Qualora non sia dato il
ricorso in materia civile è possibile riproporre negli stessi termini ricorso
sussidiario in materia costituzionale (art. 113, 117 LTF). La parte che intende
impugnare la decisione sia con un ricorso ordinario sia con un ricorso in
materia costituzionale deve presentare entrambi i ricorsi con una sola e
medesima istanza (art. 119 LTF).
Ultimo aggiornamento: 09.05.2026
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