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Decisione

12.2010.1

Donazione immobiliare, revoca per grave reato contro il donatore, segnalazione di sospetto reato, rilevanza di rapporti personali già deteriorati

2 febbraio 2011Italiano22 min

Source ti.ch

Fatti

A. Con atto dell'8 dicembre 1986 AO 1 ha donato in parti uguali (1/6

ciascuno) ai tre figli F__________, O__________ e AP 1 la propria quota di

comproprietà, pari a un mezzo, sulla part. n. __________ RF del Comune di __________

(Canton __________ doc. E). Nel 1991 AO 1 e il marito G__________ hanno inoltre

donato ai figli A__________ e O__________ l'importo di fr. 350'000.- ciascuno

per permettere loro di acquistare le part. n. __________ e n.__________ RFD di __________

(doc. H, I e J).

A seguito

di un ictus, il 7 aprile 2003 G__________ è stato ricoverato presso la Casa per

anziani __________ dove è rimasto degente in uno stato di coma vigile. Il 14

settembre 2006, su suggerimento del medico cantonale, il direttore sanitario

dell'istituto, dott. __________, ha fatto una segnalazione al Ministero

pubblico poiché la figlia – che era al tempo stesso titolare della farmacia che

riforniva la casa di cura – da circa un mese chiedeva con insistenza di avere

accesso alla cartella medica del padre e lasciava intendere che la madre, di

formazione medico, stesse attentando alla di lui salute, cercando in

particolare di provocarne una denutrizione. A ciò si aggiungeva che negli

ultimi tempi e a più riprese il personale della struttura aveva rinvenuto sul

comodino dell'ospite dell'acqua maleodorante, risultata poi essere non potabile

e contenente batteri. In conseguenza di ciò, la (allora) sostituta procuratrice

__________ ha aperto un'inchiesta contro ignoti per titolo di lesioni gravi e

sentito il 15 settembre 2006 la direttrice dell'istituto, R__________. Il 19

febbraio 2007 è deceduto G__________. Dopo avere disposto il 20 febbraio 2007 l'autopsia della salma e avere preso atto delle relative conclusioni, il Ministero pubblico ha

tuttavia chiuso l'inchiesta con un decreto di non luogo a procedere datato 9

giugno 2008. Dagli accertamenti messi in atto era infatti risultato che G__________

era deceduto per cause naturali.

B. Con

la petizione in rassegna, AO 1 ha dichiarato la revoca delle due donazioni

operate a favore della figlia nel 1986 e nel 1991. Rimproverandole di averla

mendacemente denunciata (art. 303 CP), e in subordine calunniata (art. 174 CP)

o quantomeno diffamata (art. 173 CP), per avere al cospetto del personale

della Casa __________ manifestato dei sospetti per l'uccisione del defunto

marito/padre o comunque per la compromissione della sua salute, l'attrice ha

ravvisato in questo comportamento la commissione di un grave reato ai sensi

dell'art. 249 cifra 1 CO che giustificava la misura. Di conseguenza ha chiesto

la retrocessione, in suo favore, della quota di 1/6 (2/12) di (com)proprietà

sulla part. n. __________ RF del Comune di __________ da imputare sulla quota

di 5/12 attualmente intestata alla figlia (v. doc. B), oltre la condanna di

quest'ultima alla restituzione dell'importo di fr. 175'000.- più interessi al

5% dalla data della petizione. Alla petizione si è opposta la convenuta, la

quale ha contestato l'esistenza dei presupposti per revocare le donazioni in

questione. In replica e duplica le parti si sono sostanzialmente riconfermate

nelle loro precedenti allegazioni. Esperita l'istruttoria, le parti hanno

rinunciato a comparire alla discussione finale, confermandosi nei rispettivi

memoriali conclusivi.

C. Con

la sentenza qui impugnata, il Pretore ha accolto la petizione. Rilevando

l'assenza di elementi che permettessero di presumere la messa in atto, da parte

della madre, di operazioni tali da minare la salute del padre/marito, il primo

giudice ha concluso che la figlia sapeva che quanto da lei sospettato e

segnalato non corrispondeva a verità e che ciò adempiva il reato di denuncia

mendace e in subordine di calunnia. Di conseguenza, dopo avere riconosciuto

all'attrice la facoltà di revocare le due donazioni, il Pretore ha da un lato

accertato il diritto di quest'ultima a farsi retrocedere la quota di 1/6 (2/12)

della part. n. __________ RF del Comune di __________ e condannato la convenuta

a sottoscrivere il relativo atto di retrocessione. Dall'altro lato ha

condannato AP 1 a versare alla madre l'importo di fr. 175'000.- oltre interessi

al 5% dal 19 febbraio 2008 in restituzione della donazione operata nel 1991.

D. Con

l'appello che qui ci occupa la convenuta domanda la riforma del giudizio nel

senso di respingere la petizione. Oltre a ribadire che nel settembre 2006,

allorché si rivolse alla direttrice della Casa per anziani, poteva lecitamente

dubitare che l'attrice stesse attentando alla salute di suo padre, l'appellante

contesta la valutazione giuridica fornita dal Pretore. In particolare contesta

l'adempimento dell'elemento soggettivo dei reati mezionati come pure la loro

gravità. Considerati i pessimi rapporti esistenti tra le parti da oltre dieci

anni, ritiene che l'esternazione dei suoi dubbi nei confronti della madre non

avrebbe in ogni caso (ulteriormente) influito negativamente su di essi. Delle

osservazioni con cui l'attrice postula la reiezione del gravame si dirà, se

necessario, nei considerandi.

considerato

Considerandi

1.

Giusta l'art. 249 CO, trattandosi – come in concreto - di

donazione manuale o di promessa già eseguita il donante può revocare la

donazione e farsi restituire la cosa donata, in quanto il donatario ne sia

ancora arricchito, segnatamente quando il donatario abbia commesso un grave

reato contro il donante o contro una persona a lui intimamente legata (cifra 1)

oppure quando abbia gravemente contravvenuto ai suoi obblighi di famiglia verso

il donante o verso una persona appartenente alla famiglia del medesimo (cifra

2). La revoca di una donazione può aver luogo entro un anno dal giorno in cui

il donatore ne ha conosciuto la causa (art. 251 cpv. 1 CO). Con la

dichiarazione di revoca sorge poi la pretesa - di carattere obbligatorio – di

restituzione del bene donato (Vogt,

Basler Kommentar OR I, 4a ed., n. 2 ad art. 251 CO; Maissen, Der Schenkungsvertrag im

schweizerischen Recht, Friborgo, 1996, pag. 114; Liniger, in: Honsell, Kurzkommentar OR, 2008, n. 3 ad art.

249.

CO).

Nel caso

di specie, la dichiarazione di revoca è avvenuta il 19 febbraio 2008

contestualmente all'avvio della richiesta di restituzione. L'attrice avrebbe

appreso solo dopo il decesso del marito e solo dopo l'ordine di fare eseguire

l'autopsia che il Ministero pubblico sarebbe intervenuto a seguito di

affermazioni espresse dalla figlia nei suoi confronti al cospetto dei

responsabili della casa di cura. Il rispetto del termine annuo di perenzione

non pone problemi e nemmeno è contestato. Controverso rimane per contro

l'adempimento dei presupposti per la revoca delle donazioni.

2.

I

motivi di revoca previsti dall'art. 249 cifre 1 e 2 CO ricalcano quelli di

diseredazione elencati all'art. 477 CC che sono consapevolmente stati ripresi

dal legislatore (Maissen, op.

cit., pag. 115 con riferimento ai lavori preparatori). L'idea alla base è che

con la conclusione di un contratto di donazione si instaura un obbligo di

gratitudine del donatario verso il donante la cui violazione giustifica, in

presenza di gravi mancanze – di rilevanza penale o sotto il profilo del diritto

di famiglia -, la revoca (Maissen,

op. cit., ibidem). Sebbene una parte della dottrina si pronunci a favore di una

interpretazione estensiva dei motivi di revoca dell'art. 249 CO e ritenga sufficienti

mancanze del donatario che invece non giustificherebbero una diseredazione (in

questo senso Vogt, op. cit., n. 8

ad art. 249 CO; Baddeley,

Commentaire romand CO, n. 11 ad art. 249 CO; contrari invece segnatamente: Meier, Der Widerruf von Schenkungen im

schweizerischen Recht, 1958, pag. 117; Oser/Schönenberger,

Zürcher Kommentar, n. 6 ad art. 249 CO), sembra comunque esserci consenso sul

fatto che l'adempimento delle condizioni per ammettere una revoca vada

apprezzato con un certo rigore vista la gravità della sanzione (cfr. Baddeley, op. cit., n. 8 ad art. 249 CO;

Meier, op. cit., pag. 118).

Dal

momento che le cifre 1 e 2 dell'art. 249 CO riprendono i motivi di

diseredazione dell'art. 477 CC, i principi giurisprudenziali sviluppati a

proposito di tale norma sono applicabili, mutatis mutandis, anche

all'art. 249 CO. Ne consegue che la gravità della mancanza allegata dipende

dall'insieme delle circostanze oggettive e soggettive del caso di specie, quali

possono essere il comportamento e un'eventuale concolpa del donante, il

contesto nel quale vivono i diretti interessati, la portata del pregiudizio

arrecato ai sentimenti del donante e della famiglia nonché i rapporti personali

tra le parti (v. per analogia DTF 113 II 252 consid. 4a; 106 II 304 consid. 3b

e 3d). Il motivo di revoca previsto dall'art. 249 (cifre 1 e 2) CO è pertanto

dato quando il donatario, per propria colpa, illecitamente e in modo

oggettivamente e soggettivamente grave, abbia commesso un reato o abbia violato

una norma del diritto di famiglia. La tutela di interessi legittimi annulla o

quantomeno sminuisce la gravità di una eventuale violazione da parte del

donatario (Maissen, op. cit., pag.

116). Lo stesso dicasi se egli agisce in virtù di un legittimo obbligo morale,

contrattuale o legale. In siffatta evenienza la donazione non può essere

revocata (Liniger, op. cit., n. 6

ad art. 249 CO). L'atto considerato deve infine avere avuto come effetto di

compromettere gravemente i rapporti tra le parti (v. per analogia DTF 106 II

304.

consid. 3; 76 II 272 consid. 4; 55 II 165 consid. 7). La revoca deve infine

costituire una sanzione adeguata alla colpa (v. per analogia Weimar, Berner Kommentar, n. 11 seg. ad

art. 477 CC).

3.

Il

Pretore ha incentrato il proprio giudizio sull'esame dei presupposti del primo

motivo di revoca, quello della commissione di un grave reato (art. 249 cifra 1

CO). Ha ritenuto che la convenuta non aveva quantomeno dimostrato di avere

avuto seri elementi che le permettessero di presumere che la madre stesse

attentando alla salute del marito/padre. In particolare, non sarebbe emerso in

alcun modo che nell'agosto/settembre 2006, allorquando chiese di avere accesso

alla cartella medica del padre, la convenuta sapesse che gli infermieri

dell'istituto avevano a più riprese trovato una bottiglia contenente acqua

maleodorante. La teste R__________ avrebbe infatti affermato di non averne

parlato con le parti. Per il resto, la convenuta non avrebbe nemmeno fornito

alcuna prova che potesse giustificare i suoi sospetti o evidenziare eventuali

anomalie nelle ordinazioni delle sostanze nutritive per il padre. In mancanza

di seri elementi, il primo giudice ha concluso che la figlia sapeva che quanto

da lei sospettato e segnalato non corrispondeva a verità. In tali condizioni ha

ritenuto adempiuto, sotto il profilo sia oggettivo sia soggettivo, il reato di

denuncia mendace e in subordine di calunnia.

4.

L'appellante

si oppone a questa valutazione. In particolare confuta l'adempimento

dell'elemento soggettivo dei reati che le sono contestati come pure la loro

necessaria gravità. Esclude di avere espresso i propri dubbi sull'agire della

madre pur avendo avuto la certezza della sua assoluta innocenza. Nega pertanto

di avere agito con intenzionalità pura, ciò che osta all'ipotesi di reato di denuncia

mendace (art. 303 CP) e di calunnia (art. 174 CP). Quanto all'ipotesi di

diffamazione (art. 173 CP), la convenuta sottolinea come lei fosse sinceramente

preoccupata per la sufficiente alimentazione del padre. Tale inquietudine,

associata al fatto che, in assenza del medico curante, la madre si occupava del

marito/padre, l'avrebbero indotta ad esprimere in perfetta buona fede le sue

preoccupazioni alla direttrice dell'istituto. Per il resto ritiene che non le

si possa rimproverare la commissione di un grave reato ai sensi dell'art. 249

cifra 1 CO, anche perché il suo comportamento non avrebbe avuto alcuna

(ulteriore) influenza negativa sui suoi rapporti con la madre, già gravemente

compromessi.

5.

La

commissione di un grave reato ai sensi dell'art. 249 cifra 1 CO presuppone una

grave violazione del diritto penale quale può realizzarsi in presenza di un

crimine o di un delitto (art. 10 CP), ma non di una contravvenzione. Il giudice

valuta in via pregiudiziale secondo i criteri del diritto penale la commissione

di un crimine o di un delitto (Meier,

op. cit., pag. 62; Bessenich,

Basler Kommentar ZGB II, 3a ed., n. 11 ad art. 477 CC). Ciò implica

la realizzazione (sotto il profilo oggettivo e soggettivo) di un reato ai sensi

del CP come pure l'esistenza di un comportamento illecito e colpevole del

donatario. Ininfluente è per contro che il reato sia perseguibile d'ufficio o

solo su querela di parte. Ugualmente irrilevanti sono la pronuncia di una

eventuale condanna come pure l'avvio di un procedimento penale a carico del

donatario (Vogt, op. cit., n. 9 ad

art. 249 CO; cfr. per analogia Bessenich,

op. cit., n. 11 ad art. 477 CC). In ogni caso, il giudice valuta autonomamente

secondo parametri civilistici se un delitto è sufficientemente grave da

giustificare una revoca della donazione (DTF 76 II 265 consid. 3; Meier, op. cit.,

pag. 62 seg.; Maissen, op. cit.,

pag. 116; Vogt, op. cit., n. 9 ad

art. 249 CO).

6.

Già l'adempimento degli elementi costitutivi, soprattutto di quelli

soggettivi, del reato di denuncia mendace (e in subordine di calunnia) non

appare per nulla scontato. Giusta l'art. 303 cpv. 1 CP, chiunque denuncia

all'autorità come colpevole di un crimine o di un delitto una persona che egli

sa innocente, per provocare contro di essa un procedimento penale, o chiunque

in altro modo ordisce mene subdole per provocare un procedimento penale contro

una persona che egli sa innocente, è punito con una pena detentiva o

pecuniaria. Orbene, ci si può domandare se la richiesta insistente di

consultare la cartella medica del padre accompagnata dalle velate allusioni

fatte al personale della casa di cura che la madre stesse mettendo in atto

operazioni che ne minavano la salute (v. verbale di interrogatorio di R__________

del 15 settembre 2006: „AP 1 faceva allusioni, diceva e non

diceva. Insomma si capiva che pensava che la madre stesse facendo qualcosa di

poco chiaro nei confronti del padre cercando di minare la di lui salute. Faceva

anche capire che la madre voleva ridurre il cibo del padre così che accusasse una

denutrizione. AP 1 escludeva che il personale della Casa per anziani volesse o

abbia fatto del male al padre“; cfr. pure la deposizione testimoniale 28

gennaio 2009 della stessa direttrice dell'istituto in sede pretorile: „Quando ho dichiarato AP 1 è convinta che la madre somministri

medicamenti al padre è una mia deduzione per il fatto che io avevo chiesto ad AP

1.

se aveva dubbi sul personale della casa e lei mi rispose di no“) fosse

equiparabile a una denuncia all'autorità ai sensi del disposto di legge. Se è

pur vero, come osserva il primo giudice, che la denuncia non va per forza

presentata direttamente all'autorità penale, ma può anche essere comunicata a

un'altra autorità – oppure anche agli operatori sanitari di una casa per

anziani in virtù dell'obbligo di segnalazione previsto dall'art. 68 cpv. 2 LSan

- tenuta a fare proseguire la segnalazione a quella competente (Trechsel et al., Schweizerisches

Strafgesetzbuch, Praxiskommentar, 2008, n. 5 ad art. 303 CP), alla luce delle

particolari circostanze del caso (sostanziale irrimediabilità dello stato di

salute del paziente, conflittualità tra le parti nota ai responsabili

dell'istituto e loro coinvolgimento personale e professionale nella vicenda),

non era necessariamente prevedibile né altamente probabile che sulla sola base

degli elementi suesposti le allusioni fatte venissero segnalate al Ministero

pubblico per il perseguimento penale (v. Delnon/Rüdy,

Basler Kommentar Strafrecht II, n. 20 e 22 ad art. 303 CP). Prova ne è del

resto – come rileva a ragione l'appellante - che è solo dopo avere preso atto,

il 13 settembre 2006, dei risultati delle analisi condotte sull'acqua

maleodorante rinvenuta a più riprese (il 30 agosto, l'8 settembre e l'11

settembre 2006) sul comodino di G__________ che era partita la segnalazione al

medico cantonale, rispettivamente al Ministero pubblico. A ciò si aggiunge che

la convenuta – cui l'attrice rimprovera invero di avere abilmente indirizzato i

propri interlocutori verso tale conclusione - nemmeno aveva nominato espressamente

la madre quale bersaglio dei suoi sospetti (cfr. memoriale conclusivo

dell'attrice 19 ottobre 2009, pag. 9), mentre la teste R__________ ha

relativizzato in sede pretorile parte delle dichiarazioni rese dinanzi al

Ministero pubblico precisando che si trattava di sue deduzioni (v. verbale di

udienza del 28 gennaio 2009 pag. 3). Con tutta evidenza (non solo temporale) è

quindi stato l'insieme dei due aspetti (insistenza della convenuta da un lato,

e ritrovamento delle bottiglie alterate dall'altro [che per la direttrice

dell'istituto rappresentava peraltro il problema più importante: v. verbale di

udienza del 28 gennaio 2009 pag. 3]) ad avere indotto i responsabili della casa

di cura ad agire e a presentare denuncia contro ignoti, e non contro l'attrice.

Contrariamente a quanto lascerebbe intendere la sentenza impugnata,

l'insistenza della convenuta, dietro cui si celava la preoccupazione circa un

agire poco chiaro dell'attrice nei confronti del marito/padre, non ha

determinato, da sola, l'avvio dell'inchiesta penale.

Sorgono

inoltre perplessità in merito all'adempimento dell'elemento soggettivo del

reato. La richiesta di consultare la cartella medica del padre era

evidentemente tesa a chiarire se i dubbi sull'agire della madre fossero o meno

fondati. Essa serviva a fare luce su una situazione che agli occhi della

convenuta appariva (poco importa se a torto o a ragione) poco chiara. Risulta

pertanto quantomeno difficile concludere insieme al primo giudice che

l'appellante sapeva che quanto da lei sospettato e segnalato non corrispondeva

a verità. In una situazione, come quella oggetto del presente giudizio, in cui

i fatti andavano ancora – agli occhi della convenuta - accertati, non le si

poteva rimproverare di sapere con certezza (il dolo eventuale essendo escluso

su questo punto [Delnon/Rüdy, op.

cit., n. 26 ad art. 303 CP; Stratenwerth/Wohlers,

StGB-Handkommentar, 2a ed. 2009, n. 6 e 8 ad art. 303 CP; Trechsel et al., op. cit., n. 7 segg. ad

art. 303 CP]) che le allusioni fatte erano false (cfr. per analogia anche DTF

76.

II 265 consid. 3 in fine; 76 IV 243). Lo stesso dicasi per l'ipotesi di

reato di calunnia (art. 174 CP). Anche per queste ragioni, il richiamo del

Pretore alla sentenza pubblicata in BJM 1964 pag. 249, peraltro concernente

tutt'altra fattispecie (falsa incolpazione di guida in stato di ebbrezza in

assenza di sufficienti indizi e al solo scopo di procurare degli inconvenienti

alla persona denunciata), non è di rilievo.

7.

Resterebbe

a questo punto da verificare l'ipotesi della diffamazione (art. 173 CP).

Tuttavia, per questo reato – sulla cui realizzazione la sentenza impugnata non

si è pronunciata - come anche per gli altri entranti in linea di conto valgono

(in aggiunta) le seguenti considerazioni. Il primo giudice si è limitato ad accertare

la commissione di un reato penale e a riconoscere all'attrice il diritto di

revocare le donazioni senza però commisurare la sanzione alla gravità e alla

colpa specifiche, come invece avrebbe dovuto (v. sopra, consid. 2 e 3.2). I

reati contestati all'appellante sono dei delitti; in siffatta evenienza il

Pretore avrebbe dovuto valutare autonomamente se essi erano di entità tale da

giustificare una revoca delle donazioni. Ciò che però egli non ha fatto né

l'attrice – cui incombeva il relativo onere della prova (art. 8 CC) – ha

dimostrato. Al contrario, dagli atti di causa e dall'istruttoria è emersa tutta

una serie di elementi che anche nell'ipotesi di commissione (illecita e

colpevole) di reato ne attenuerebbero comunque la gravità. A cominciare dal fatto

che l'appellante ha pur sempre agito, almeno nelle sue intenzioni,

principalmente nell'interesse del padre (cfr. per analogia sentenza del

Tribunale federale 5C.76/1994 del 15 maggio 1995 pubblicata in ZBGR 1998 pag.

267). L'ha confermato del resto la teste R__________, la quale nel tentativo di

spiegare il motivo della richiesta della figlia di consultare la cartella

medica, ha dichiarato che „ella era preoccupata [...] della salute del papà e

del fatto che [...] fosse nutrito sufficientemente“ per evitare il problema dei

decubiti (verbale di udienza 28 gennaio 2009 pag. 2). A ciò si aggiunge la

drammaticità della situazione, con da un lato un quadro clinico da anni

gravemente compromesso e dall'altro l'incontestato e grave conflitto

pluriennale tra le parti, che certamente non ha giovato a una gestione serena e

pacata della vicenda.

Vanno

inoltre pure considerate le modalità con cui la convenuta, senza peraltro

nominarla espressamente, ha esternato i dubbi nei riguardi della madre. Se

anche ha sbagliato, l'appellante si è limitata a fare allusioni, a dire e non

dire, a fare capire ciò che pensava (verbale di interrogatorio 15 settembre

2006.

della direttrice dell'istituto, pag. 2) chiedendo nel contempo di

consultare la cartella clinica per potere verificare i propri (ingiustificati)

dubbi. Per quanto visto (v. sopra, consid. 3.3), le allusioni e l'insistenza

della convenuta non erano però tali da indurre, da sole, i responsabili della

casa di cura a trasmettere la segnalazione al Ministero pubblico. Significativo

è poi il fatto che l'attrice aveva inizialmente revocato la donazione ritenendo

che la figlia l'avesse sospettata di omicidio ai danni del marito (v.

petizione, pag. 8, e sentenza impugnata, pag. 6 seg.). Questo motivo di revoca

è in seguito stato modificato in corso di procedura dopo avere preso atto

dell'incarto penale e dopo avere presentato una domanda di restituzione in

intero – accolta dal Pretore con decreto del 23 dicembre 2008 – per omessa

indicazione di fatti. Sennonché i fatti indicati in petizione a sostegno della

dichiarazione di revoca erano certamente ben più gravi di quelli sostituiti in

corso di causa. Da ultimo ma non per ultimo, manca nella sentenza impugnata

qualsiasi riferimento e verifica degli effetti che il comportamento della

convenuta avrebbe avuto sui rapporti, comunque già da tempo gravemente

incrinati, tra le parti in causa.

In

considerazione di tutte queste circostanze, oggettive e soggettive, si deve

ritenere che se anche la convenuta dovesse avere commesso un delitto, questo

non era talmente grave da giustificare una revoca delle donazioni effettuate,

rispettivamente, 17 e 22 anni prima, la misura costituendo una sanzione

eccessiva nel caso di specie.

8.

Alla

medesima conclusione si giungerebbe del resto anche qualora il comportamento

dell'appellante fosse esaminato – d'ufficio (v. DTF 76 II 265 consid. 2; 72 II

338.

consid. 3) - alla luce del secondo motivo di revoca previsto dall'art. 249

(cifra 2) CO, quello della grave violazione degli obblighi di famiglia verso il

donante, che però né il giudizio impugnato né l'attrice hanno mai invocato. Le

attenuanti summenzionate (v. consid. 3.4) troverebbero infatti ugualmente

applicazione nell'ipotesi di una violazione dell'obbligo (comunque vicendevole)

di riguardo e di rispetto dell'appellante verso la madre (art. 272 CC; cfr.

pure DTF 106 II 304 consid. 3d; sentenza citata 5C.76/1994 consid. 3c/bb; Meier, op. cit., pag. 69 n.

37; Vogt, op. cit., n. 10 segg. ad

art. 249 CO; Maissen, op. cit.,

pag. 116 seg.; Baddeley, op. cit.,

n. 12 segg. ad art. 249 CO; Liniger,

op. cit., n. 6 ad art. 249 CO; Scyboz,

Commentaire romand, CC I, n. 15 ad art. 272 CC; Weimar,

op. cit., n. 11 segg. ad art. 477 CC; Bessenich,

op. cit., n. 13 segg. ad art. 477 CC).

9.

Alla luce di quanto precede, e in accoglimento dell'appello, la

petizione 19 febbraio 2008 deve dunque essere respinta. La tassa di giustizia,

le spese e le ripetibili di entrambe le sedi seguono la soccombenza (art. 148

CPC) e sono quindi integralmente a carico dell'attrice. Gli oneri processuali

sono calcolati su un valore di fr. 235'000.-- (fr. 175'000.-- più fr. 60'000.--

[doc. C e D]).

Per i quali motivi,

richiamati gli art. 148 CPC, la LTG e il

Regolamento sulle ripetibili,

dichiara e pronuncia:

I. L'appello

23.

dicembre 2009 di AP 1 è accolto. Di conseguenza la sentenza 1°

dicembre 2009 della Pretura della giurisdizione di Locarno-Città è così

riformata:

1.

La petizione è respinta.

2.

Le spese

di fr. 425.- e la tassa di giudizio di fr. 3'800.-, da anticipare dall'attrice,

rimangono a suo carico. Essa rifonderà alla convenuta fr. 14'000.- a titolo di

ripetibili.

II. Gli

oneri processuali del presente giudizio, consistenti in:

a) tassa

di giustizia fr. 2'000.-

b) spese fr.

100.

-

totale fr.

2'100.-

sono

posti a carico dell’attrice, la quale verserà all’appellante fr. 4'200.- per

ripetibili di appello.

III. Intimazione:

-

-

Comunicazione

alla Pretura della giurisdizione di Locarno-Città

Per la seconda Camera civile del Tribunale d’appello

La presidente Il

segretario

Rimedi giuridici

Nelle cause a carattere pecuniario con un valore

litigioso superiore a fr. 30'000.- è dato ricorso in materia civile al

Tribunale federale, 1000 Losanna 14, entro 30 giorni dalla notificazione del

testo integrale della decisione (art. 100 cpv. 1 LTF). Qualora non sia dato il

ricorso in materia civile è possibile proporre negli stessi termini ricorso

sussidiario in materia costituzionale (art. 113, 117 LTF). La parte che intende

impugnare una decisione sia con un ricorso ordinario sia con un ricorso in

materia costituzionale deve presentare entrambi i ricorsi con una sola e

medesima istanza (art. 119 LTF).

Ultimo aggiornamento: 09.05.2026

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