Lexipedia

Decisione

17.2009.10

Violazione colposa delle regole dell'arte edilizia. Il mancato rispetto dell'Ordinanza sui lavori di costruzione configura una violazione delle regole dell'arte edilizia

30 novembre 2009Italiano18 min

Source ti.ch

Fatti

I fatti posti alla base della condanna sono, in

estrema sintesi, i seguenti.

1.

RI 1, dipendente dello studio d’architettura __________,

ha allestito i progetti e svolto la direzione lavori del cantiere relativo all’edificazione

del fondo part. n. __________ che ha preso avvio nel luglio 2006.

Considerandi

2.

Durante la costruzione, dopo la formazione delle

scale interne e della soletta tra il piano terra e il primo piano, il

capocantiere __________ – cui competeva la sicurezza del cantiere e, quindi, in

particolare, la posa delle protezioni - ha provveduto a far posare i parapetti

di protezione sulle scale e sulla soletta tra il piano intermedio e il piano

terra.

Queste

protezioni sono, in seguito, state tolte dalla soletta per dar modo ai

gessatori di fare il loro lavoro. Terminato il lavoro dei gessatori, è iniziato

quello dei parchettisti: la posa del parquet è finita il venerdì 14 settembre

2007.

3.

Vuoi perché il parquet abbisogna di almeno un giorno per

asciugare, vuoi perché il riposizionamento delle protezioni di regola comporta

un rischio di danneggiamento del pavimento e del gesso senza peraltro garantire

la sicurezza poiché non permette una sufficiente presa per il fissaggio dei

parapetti, a posa terminata, la ditta ha lasciato il cantiere senza

riposizionare il parapetto sulle scale.

4.

Il lunedì successivo, RI 1 ha mostrato il cantiere a PC 1, operaio che doveva montare le porte interne. Durante il sopralluogo

eseguito con il direttore dei lavori, PC 1 “ha potuto avvedersi dell’assenza

di protezioni sulle scale e sul ballatoio” (sentenza di primo grado, consid.

6.

pag. 4). Nel pomeriggio di quello stesso giorno, mentre con un collega

trasportava dal piano-ingresso al piano intermedio una pesante porta

taglia-fuoco, camminando all’indietro sulla superficie della soletta

intermedia, PC 1 è caduto nel vuoto rovinando al suolo nel sottostante salone.

Nella caduta, PC 1 ha riportato un trauma cranico commotivo, una lussazione

dell’articolazione sterno clavicolare e frattura della clavicola sternale, una

contusione della spalla destra, una ferita lacero-contusa occipitale ed una

contusione al polpaccio sinistro.

C. Con ricorso 2 marzo 2009 il condannato, sollevando arbitrio

nell’accertamento dei fatti ed errata applicazione del diritto, chiede, con

l’annullamento della sentenza impugnata, di essere prosciolto dall’accusa di

violazione colposa delle regole dell’arte edilizia.

D. Con osservazioni 13 marzo 2009, il procuratore pubblico postula la

reiezione del gravame.

Considerato

in diritto: 1. Giusta l’art. 288 CPP, il ricorso per cassazione può essere

presentato per errata applicazione del diritto sostanziale ai fatti posti a

base della sentenza (lett. a), per vizi essenziali di procedura, purché il

ricorrente abbia eccepito l’irregolarità non appena possibile (lett. b) e per

arbitrio nell’accertamento dei fatti (lett. c).

L'accertamento dei fatti e la valutazione delle

prove sono censurabili unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1

CPP) ritenuto che arbitrario non significa manchevole, discutibile o finanche

inesatto, bensì manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e

oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag.

153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173

consid. 3.1 pag. 178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a

esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia consid.

3.

pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la

sentenza impugnata, né contrapporle una propria versione dell'accaduto, per

quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato

accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati

di errore qualificato. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata

una sentenza dev'essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella

motivazione (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17,

131.

I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173 consid. 3.1

pag. 178, 128 I 273 consid. 2.1 pag. 278).

2.

In relazione all’accertamento dei fatti, il ricorrente sostiene che

il primo giudice è caduto in arbitrio “dato che non ha considerato che PC 1

era l’unico operaio a lavorare all’interno, che era stato avvertito del

problema e che ne era consapevole e che, come da lui stesso ammesso, avrebbe

dovuto usare vie alternative, rispettivamente usare la gru, come concordato con

il qui ricorrente” (ricorso pag. 5).

2.1

Sulla questione di fatto toccata dal ricorrente, già s’è visto in

initio, che il pretore ha accertato che, il lunedì mattina, RI 1 ha mostrato il cantiere a PC 1 e che, durante questo sopralluogo, PC 1 “ha potuto avvedersi

dell’assenza di protezioni sulle scale e sul ballatoio” (sentenza di primo

grado, consid. 6 pag. 4).

Proseguendo nella sua ricostruzione dei fatti, il

pretore ha aggiunto che, nel pomeriggio di lunedì, PC 1 è stato raggiunto da LA.

(che, pure, lavorava come operaio per la __________ ). Questi, mentre il primo

terminava il montaggio dei telai, ha posato una porta scorrevole al piano-ingresso.

Poi, verso le 16.30 – continua il primo giudice – i due operai hanno deciso di

trasportare dal piano ingresso al piano intermedio la già citata porta

tagliafuoco e, in quest’operazione, PC 1, “camminando all’indietro, ha

svoltato verso il soppalco alla sua sinistra per dar modo alla porta e al suo

collega LA. di fuoriuscire dalla tromba delle scale” ed è caduto nel vuoto

(sentenza di primo grado, consid. 6 pag. 5).

2.2

Visto quanto sopra, nella misura in cui il ricorrente lamenta

arbitrio nel mancato accertamento che “PC 1 era stato avvertito del problema

e ne era consapevole”, il ricorso è privo d’oggetto: il pretore ha,

infatti, accertato che PC 1 “ha potuto avvedersi dell’assenza di protezioni

sulle scale e sul ballatoio” (sentenza di primo grado, consid. 6 pag. 4).

Nella misura in cui, invece, il ricorso censura

d’arbitrio l’accertamento secondo cui PC 1 non era il solo operaio che lavorava

all’interno della casa in costruzione e secondo cui egli aveva concordato con

il direttore dei lavori che, per i trasporti, avrebbe usato la gru, il ricorso

è irricevibile.

Per motivare una censura di arbitrio non basta,

infatti, criticare la sentenza impugnata, né contrapporle una propria versione

dell'accaduto (anche quando essa apparisse preferibile) ma occorre spiegare

perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione

delle prove siano viziati di errore qualificato con un riferimento preciso e

puntuale agli elementi probatori con cui l’accertamento contrasta in modo

irreparabile (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17,

131.

I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173 consid. 3.1

pag. 178, 128 I 273 consid. 2.1 pag. 278). Invece, generico e narrativo laddove

si esprime sui fatti, il ricorso non adempie i requisiti minimi per un’analisi

delle conclusioni della prima Corte che vengono ignorate.

Pertanto, privo di riferimenti concreti che possano

fare apparire arbitrari gli accertamenti del primo giudice, il ricorso sfugge

ad ulteriore disamina.

Tuttavia, appare qui opportuno ricordare al

ricorrente, che, contrariamente a quel che lui sembra sostenere, il primo

giudice ha accertato che egli “non era a conoscenza che nel corso del

pomeriggio sarebbe intervenuto per aiutare il PC 1 anche un altro operaio della

__________” e che egli ha dichiarato di “avere lasciato il cantiere

convinto che il PC 1 avrebbe predisposto il trasporto delle porte (…) tramite

gru” (sentenza di primo grado, consid. 13 pag. 8 e 9).

3.

Il ricorrente sostiene, poi, che il primo giudice “ha chiaramente

violato il diritto federale, dato che l’art. 229 CP esige che vi sia una messa

in pericolo concreta, cosa che nella fattispecie che ci occupa non è affatto

data” (ricorso pag. 5).

3.1

Dopo avere riassunto in modo pertinente il diritto applicabile alla

fattispecie, il primo giudice ha evidenziato che per regole dell’arte bisogna

intendere non soltanto le regole destinate a proteggere gli utilizzatori una

volta terminata la costruzione, ma “anche e soprattutto le regole che tendono

a garantire la sicurezza sui cantieri durante l’esecuzione della costruzione o

della demolizione” e che tra queste si annovera l’Ordinanza sui lavori di

costruzione (OLCostr, RS 832.311.141). Rilevando che il TF ha già avuto modo di

precisare che il mancato rispetto delle prescrizioni dell’Ordinanza concernente

la prevenzione degli infortuni nell’esecuzione di scavi, pozzi e lavori del

genere (RS 832.311.11) costituisce una violazione dell’arte edilizia (DTF 109

IV 125), il primo giudice, riferendosi alla dottrina in materia, ha precisato

che “non ne può andare diversamente in caso di violazione dell’OLCostr,

normativa del tutto analoga sia per campo d’applicazione (costruzioni), sia per

scopo (sicurezza)” (sentenza impugnata, consid. 9 pag. 6 e 7).

Rilevato, poi, che “l’apertura nella quale è

caduto PC 1 presentava una profondità di 2.80 m”, il primo giudice ha concluso che “era obbligo del costruttore, e per esso del capo-cantiere __________,

rispettivamente del direttore dei lavori”, assicurare il rispetto dell’art.

17.

OLCostr secondo cui all’interno degli edifici deve essere installato un

parapetto quando i suoli presentano differenze di livello di più di 50 cm (cpv. 1) e secondo cui le aperture nei suoli attraverso le quali è possibile cadere devono

essere provviste di una protezione laterale o di una copertura resistente alla

rottura e solidamente fissata (cpv. 2).

In concreto – ha proseguito il primo giudice – tale

disposizione è stata, in un primo tempo, ossequiata con la posa del parapetto

sulla soletta del soppalco e le protezioni laterali sulle scale ma è stata

disattesa successivamente, per via di omissione, quando né il capocantiere né

il direttore dei lavori – cui incombeva l’adozione di misure anticaduta (cfr.

anche art. 19 cpv. 1 OLCostr) – hanno intrapreso qualcosa per ripristinare le

misure di protezione asportate “per consentire i lavori di gessatura

dapprima e di parchettista poi” (sentenza impugnata, consid. 10 pag. 7).

Rilevato che RI 1, al dibattimento, ha dichiarato

di conoscere l’OLCostr (sentenza impugnata, consid. 9.3 pag. 6) e di essersi

accorto dell’assenza di protezioni già il martedì 11 settembre (sentenza

impugnata, consid. 12 pag. 8), il primo giudice ha ricordato che l’accusato ha

motivato la sua scelta di non procedere alla sostituzione delle protezioni, da

un lato perché convinto che all’interno lavorasse soltanto PC 1 che era stato

reso attento a quella mancanza e che avrebbe trasportato le porte passando

dall’esterno tramite gru e, d’altro lato, perché il giorno stesso o quello

successivo sarebbero stati posati i parapetti definitivi (sentenza impugnata, consid.

13.

pag. 8 e 9). Egli ha, poi, riassunto la tesi difensiva secondo cui, in

sintesi, RI 1 non aveva alcuna possibilità, quel giorno, di assicurare una

reale protezione poiché un parapetto provvisorio avrebbe creato solo una

protezione ingannevole mentre la posa di un nastro avrebbe, sì, potuto

richiamare l’attenzione sul pericolo ma non avrebbe potuto assolvere ad una

funzione protettiva (sentenza impugnata, consid. 14 pag. 9).

Dopo avere precisato che, essendo il reato ex art.

229.

CP un reato di comune messa in pericolo, è sufficiente per la sua

realizzazione che nella zona di pericolo sia venuta a trovarsi anche una sola

persona, a condizione che la stessa non fosse individualizzabile sin

dall’inizio ma sia stata scelta dal caso, il pretore ha concluso che, in

concreto, “gli elementi oggettivi dell’infrazione si trovano, quindi,

realizzati anche solo con la presenza (sconosciuta all’accusato) di LA. sulle

scale, pertanto indipendentemente dalla presenza della vittima PC 1 e

indipendentemente dall’incidente occorsole” (sentenza impugnata, consid. 15

pag. 9 e 10) ritenuto, peraltro, che “sapendo che il parapetto definitivo

era atteso in giornata”, RI 1 avrebbe, per esempio, “potuto coordinare

diversamente la tempistica d’intervento degli operai nei punti pericolosi”

(sentenza impugnata, consid. 16 pag. 10).

3.2

Nel suo allegato, il ricorrente ha posto l’accento sul fatto che

egli, “il mattino del giorno stesso dell’evento, aveva chiaramente e puntualmente

avvertito il signor PC 1 della situazione (mancanza del parapetto)”, che

questi, di tale mancanza, era ben consapevole e che, perciò, venne concordato

che le porte sarebbero state trasportate dall’esterno mediante gru (ricorso pag.

e 3). Pertanto, essendo, poi, PC 1 l’unico operaio a lavorare all’interno, RI 1

“poteva e doveva ritenere di avere effettuato tutto quanto ragionevolmente

possibile onde evitare pericoli, e meglio onde evitare che PC 1, perlomeno

portando dei pesi, sarebbe passato lungo la scala” (ricorso pag. 3).

Rilevando come LA. sia giunto inaspettatamente

sul cantiere e come egli non fosse stato informato del suo arrivo, il

ricorrente afferma che il suo comportamento non può essere ritenuto in nesso causale

con la caduta di PC 1 che “non solo non ha seguito le direttive del signor RI

1, ma procedeva oltretutto a ritroso, senza vedere dove andava”. È perciò –

conclude il ricorrente – “del tutto arbitrario sostenere che fra la mancanza

del parapetto e quanto successo a PC 1 vi sia un nesso di causalità” essendo

questo stato interrotto dal “comportamento del tutto imprevedibile della

vittima che ha del tutto disatteso (...) quanto concordato” (ricorso pag. 3

e 4).

3.3

Cosi argomentando, il ricorrente dimentica che egli non è stato

condannato per lesioni colpose ai sensi dell’art. 125 CP per avere causato la

caduta e, quindi, le lesioni patite da PC 1.

Se ciò fosse stato il caso, le sue disquisizioni

sul nesso causale fra il comportamento negligente e il danno sarebbero

pertinenti. Non lo sono, invece, in concreto ritenuto che il giudice di prime

cure – confermando il decreto d’accusa e, quindi, confermando l’impostazione

della pubblica accusa – lo ha condannato per violazione colposa delle regole

dell’arte edilizia ex art. 229 cpv. 2 CP che, come pertinentemente ricordato

dal primo giudice, si realizza con il venire in essere, quale conseguenza delle

azioni o delle omissioni dell’autore, di una situazione concreta di pericolo

per la vita o l’integrità delle persone (DTF 106 IV 265; 104 IV 99). Se è vero

che tale reato è, dunque, un reato di risultato (Corboz, Les infractions en

droit suisse, Berna 2002, II, n. 27 ad art. 229 CP), è anche vero che per

risultato deve, qui, intendersi, non tanto il ferimento o la morte di qualcuno,

ma semplicemente la messa in pericolo della vita o dell’integrità delle persone

che deve ritenersi data già quando nella zona di pericolo è venuta a trovarsi

anche solo una persona (Roelli/Fleischanderl, Basler

Kommentar, 2. ed., n. 35 ad art. 229 CP; Corboz, op. cit., n. 27 ad art. 229

CP). Correttamente, il giudice di prime cure, dopo essersi esaurientemente

espresso sulle censure della difesa – che, poi, sono state riproposte in questa

sede – ha precisato che gli elementi oggettivi dell’infrazione “si trovavano

quindi già realizzati anche solo con la presenza (sconosciuta all’accusato) di LA.

sulle scale, pertanto indipendentemente dalla presenza della vittima PC 1 e

indipendentemente dall’incidente occorsole (Roelli/Fleischanderl, op. cit, n.

35.

ad art. 229 CP)” (sentenza impugnata, consid. 15 pag. 10).

Inutile, quindi, entrare nel merito delle

argomentazioni ricorsuali inerenti il nesso di causalità fra l’omissione del

ricorrente e la caduta di PC 1.

Quanto alla tesi – già avanzata al dibattimento e

riproposta in questa sede – secondo cui, in sintesi, egli non aveva alcuna

possibilità, quel giorno, di assicurare una reale protezione poiché “la posa

di un parapetto provvisorio avrebbe solo creato un inganno per la sicurezza

data la scivolosità del parquet”, il ricorrente dimostra di non avere

compreso gli argomenti con cui già il primo giudice aveva esaurientemente

risposto all’obiezione. E meglio, dimostra di non avere compreso che

l’omissione che gli viene addebitata è quella di non avere posto in essere una

misura – non solo o non necessariamente un parapetto – che garantisse

un’efficace protezione anticadute. Rilevato che già con il decreto d’accusa,

gli veniva rimproverato di avere “omesso (…) di provvedere affinché venisse

nuovamente installato un parapetto (o altra protezione contro le cadute)”,

a questa Corte appare opportuno ricordare al ricorrente che, nella sua

sentenza, il primo giudice ha precisato che a lui incombeva l’adozione di “misure

anticaduta, come ad esempio la posa di ponteggi, reti di sicurezza, coperture

resistenti alla rottura o altro” (sentenza impugnata, consid. 10 pag. 7)

ritenuto che “sapendo, ad esempio, che il parapetto definitivo era atteso in

giornata” gli sarebbe, al limite, bastato per ossequiare al suo obbligo, “coordinare

diversamente la tempistica d’intervento degli operai nei punti pericolosi”

isolandoli, se del caso, con degli sbarramenti (sentenza, consid. 16 pag. 10).

Ciò che, invece, non è stato fatto. E ciò basta a realizzare, dal profilo oggettivo,

il reato di cui all’art. 292 CP.

4.

Infine, nel suo allegato il ricorrente ribadisce quanto già

sostenuto al dibattimento e, meglio che, dal lato soggettivo, si deve ritenere

che egli poteva legittimamente considerare che il pericolo non si sarebbe

realizzato per le stesse argomentazioni già sviluppate in precedenza (PC 1 era

l’unico operaio ed era consapevole del pericolo).

4.1

Sulla questione, il primo giudice ha accertato che RI 1 “era

pienamente consapevole che l’assenza delle necessarie protezioni anticaduta

costituiva una violazione delle regole dell’arte edilizia, segnatamente

dell’OLCostr” e che, ciò nonostante, egli ha “omesso di dare

disposizioni per il ripristino di una situazione di sicurezza” ipotizzando

“negligentemente che da tale omissione non sarebbe risultato alcun pericolo

per la vita o l’integrità delle persone” (sentenza, consid. 16 pag. 10).

4.2

Ancora una volta le argomentazioni ricorsuali cadono nel vuoto.

Esse si dipartono, evidentemente, ancora dalla

mancata comprensione del senso del reato per cui egli è stato condannato. Lo si

ricorda ancora una volta: RI 1 non è stato condannato per avere, omettendo di

predisporre le opportune misure di sicurezza, causato le lesioni a PC 1 ma per

avere, con tale omissione, creato una situazione di pericolo per la vita e

l’integrità delle persone.

In conclusione, nella misura della sua

ammissibilità, il ricorso va respinto.

5.

Gli oneri processuali seguono la soccombenza (art. 15 cpv. 1 in combinazione con l’art. 9 cpv. 1 CPP).

Dispositivo

Per questi motivi,

richiamata per le spese la tariffa giudiziaria,

pronuncia: 1. Nella misura in cui è ammissibile, Il ricorso è respinto.

2. Gli

oneri processuali, consistenti in:

a) tassa di

giustizia fr. 800.-

b) spese

complessive fr. 200.-

fr. 1'000.-

sono posti a carico del ricorrente.

3. Intimazione

a:

P_GLOSS_TERZI

Per la Corte di cassazione e di revisione penale

La presidente La

segretaria

Rimedi giuridici

Contro decisioni finali, contro decisioni

parziali, contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la

ricusazione e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione

(art. 100 cpv. 1 LTF), il ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000

Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non

sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso termine,

il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i

motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere

è disciplinata in tal caso dall’art.115 LTF.

Ultimo aggiornamento: 09.05.2026

|

Informazioni legali |

Requisiti minimi |

Contatta il webmaster