17.2009.15
Violenza carnale; principio "in dubio pro reo"; arbitrio nell'accertamento dell'esistenza di un elemento oggettivo del reato (penetrazione) e nella valutazione della credibilità della vittima
4 maggio 2009Italiano44 min
Source ti.ch
AIUTO
RICERCA
Anteprima di stampa
Numero d'incarto:
17.2009.15
Data decisione, Autorità:
04.05.2009, CCRP
Titolo:
Violenza carnale; principio "in dubio pro reo"; arbitrio nell'accertamento dell'esistenza di un elemento oggettivo del reato (penetrazione) e nella valutazione della credibilità della vittima
VIOLENZA CARNALE
art. 6§2 CEDU
art. 32 cpv. 1 COST
art. 190 CPS
art. 14§2 ONU 2
Incarto n.
17.2009.15
Lugano
4 maggio 2009/sc
In nome
della Repubblica e Cantone
Ticino
La Corte di cassazione e di revisione
penale del Tribunale d'appello
composta dei
giudici:
Roggero-Will, presidente,
Lardelli e Pellegrini
segretario:
Akbas, vicecancelliere
sedente per statuire sul ricorso per
cassazione presentato il 20 marzo 2009 da
RI 1 sedicente
patrocinato dall' PA 1
contro la sentenza emanata nei suoi
confronti il 28 gennaio 2009 dalla Corte delle assise criminali
esaminati gli atti;
posti i seguenti
punti in questione:
1. Se
dev'essere accolto il ricorso per cassazione.
2. Il
giudizio sulle spese e sulle ripetibili.
Ritenuto
in fatto: A. Con sentenza 28 gennaio 2009, la Corte delle assise criminali ha dichiarato RI 1 autore colpevole di:
-
atti sessuali con fanciulli per avere, il 7
giugno 2008, presso il parco del __________, baciato sulla bocca, sul viso e
sul ventre PC 1, nata il 26.4.1994;
-
violenza carnale, per avere, il 7 giugno 2008,
presso il parco del __________, rendendola inetta a resistere, costretto PC 1 a subire la congiunzione carnale;
-
infrazione alla LF sugli stupefacenti per avere,
il 7.6.2008, detenuto, procurato e messo a disposizione della marijuana per una
fumata collettiva con PC 1 e una sua amica minorenne;
-
contravvenzione alla LF sugli stupefacenti per
avere, senza essere autorizzato, il 7 giugno 2008, consumato della marijuana.
In applicazione della pena, la Corte ha condannato RI 1 alla pena detentiva di 3 anni e 10 mesi e a versare alla PC fr.
15.000.- quale risarcimento del torto morale subìto e fr. 7676,40 per spese
legali.
B. In
sintesi, i fatti accertati dalla Corte di prime cure sono i seguenti.
1. Dai considerandi della sentenza dedicati alla descrizione della vita
dell’imputato, si apprende che RI 1 (10.9.1989), cittadino iraniano di etnia
curda, è giunto in Svizzera quale richiedente l’asilo nel dicembre 2006 senza
documenti d’identità e che, al momento del giudizio di prima sede, la sua domanda
d’asilo era ancora inevasa.
Continuando nella lettura, si apprende, poi, come
l’imputato abbia dato della sua storia versioni discordanti che collimano fra
loro unicamente sul fatto che dispone di una ridotta scolarità, che non ha
appreso alcuna professione e che, prima di fuggire dall’Iran, egli era dedito
al commercio di filmati pornografici scaricati da internet (attività illecita
in __________).
Si apprende, poi, come RI 1 da noi non abbia mai
lavorato e come la Corte non abbia ritenuto credibili le sue affermazioni di
avere inutilmente (siccome privo di un permesso di lavoro) cercato
un’occupazione poiché egli “non ha saputo sostanziare in alcun modo queste
ricerche” mentre dall’inchiesta emerge “un diverso svolgimento delle sue
giornate, trascorse in prevalenza a __________” cercando di fare la conoscenza di
giovani ragazze al dichiarato scopo di trovare una donna che, sposandolo, gli
permettesse di rimanere in Svizzera (sentenza, consid. 2 e 3 pag. 8 e 9).
2. Venendo ai fatti di cui all’atto di accusa, la Corte ha accertato
come la mattina del 6 giugno 2008 PC 1 (nata il 26 aprile 1994) si sia allontanata
(senza permesso: cfr. trascrizione dell’audizione di PC 1 pag. 1; AI13, verbale
26.6.2008 __________)
dall’Istituto __________ dove
era collocata. Giunta a __________ , la ragazza incontrò __________ , un’ex-compagna di scuola.
Insieme, le due ragazze incontrarono, poi, l’accusato che __________ già
conosceva. I tre decisero di recarsi alla stazione FFS per acquistare della
marijuana (__________ aveva 50.- fr. che voleva destinare a tale acquisto).
Siccome alla stazione non trovarono quanto volevano, i tre si diressero al
vicino parco del __________dove
l’accusato riuscì a procurarsi un po’ di marijuana - “ a suo dire,
regalatagli da uno spacciatore arabo” (sentenza, consid. 9 pag. 12) – che,
sùbito, fumarono insieme.
3. Secondo la Corte di prime cure, lo spinello fumato incise “pesantemente
in senso negativo sulla lucidità” di PC 1 (sentenza consid. 11 pag. 13).
Su questa questione, la Corte, dopo avere
ricordato che __________ l’aveva vista “molto stona”, che l’altra amica
(__________) ha pure detto di averla vista “proprio stona (…) era pallida e
parlava in modo confusionale” e che __________ (direttore __________cui PC 1 si rivolse quella sera) ha riferito che la ragazza “era
molto confusa, parlava con la bocca impastata e il racconto era frammentario”
ed ha detto di avere constatato che “era alterata, confusa, sonnolenta,
rallentata nell’esprimersi”, ha “ritenuto attendibile il racconto di PC
1 al riguardo delle proprie condizioni dopo l’assunzione dello stupefacente,
accertando come essa sia stata dapprima addirittura semi incosciente e sia
rimasta ancora per ore in stato confusionale, visibilmente alterata”
(sentenza consid. 11 pag. 13, 14 e 15).
4. Secondo quanto accertato dalla prima Corte, dopo avere fumato lo
spinello, l’accusato e PC 1 giocarono “a guardarsi negli occhi” per poi
“forse per iniziativa della stessa PC 1” baciarsi ripetutamente davanti ad __________. Dopo un po’ – secondo la Corte, “per vergogna nei confronti
dell’__________ che rideva di loro” - l’accusato chiese ad PC 1 di
appartarsi. Insieme, i due si allontanarono di una ventina di metri e
raggiunsero il retro della torretta “dove non potevano essere visti da __________”
(sentenza consid. 12 pag. 15).
Secondo l’ipotesi accusatoria confermata dalla
prima Corte, in quel luogo, l’imputato costrinse PC 1 a subire la congiunzione carnale.
Poi, “PC 1 e l’accusato
sono (…) tornati da __________, abbracciati” e, visto che aveva
iniziato a piovere forte, i tre hanno deciso di tornare alla stazione FFS. “Il
prevenuto ed PC 1 hanno camminato abbracciati in quel modo sino in stazione”
dove, insieme, sono entrati nel negozio __________ per acquistare “qualcosa
da mangiare e da bere” (sentenza consid. 14 pag. 17).
Usciti dal negozio, __________ se ne andò per i
fatti suoi, lasciando l’amica in compagnia dell’imputato. Subito, però, alla
coppia si accodarono un’amica di PC 1 (__________) ed altre due ragazze e, insieme, andarono al buffet della stazione
per bere qualcosa.
PC 1 e __________ andarono insieme alla toilette.
In quel luogo, PC 1 disse all’amica di essere stata violentata dall’imputato
all’autosilo __________.
L’imputato, “visto il
prolungarsi dell’assenza di PC 1” raggiunse le due ragazze nella toilette “anche
per avvisare che era prossima la partenza del treno per __________ che egli
intendeva prendere con PC 1”. Poi, tutti insieme, lasciarono il buffet e,
all’esterno, le ragazze si separarono dall’uomo e raggiunsero “la zona delle
scuole del __________, sottostante la stazione delle FFS, dove le tre amiche di
PC 1 non hanno ritenuto inadatto alla situazione fumarsi uno spinello”
(sentenza consid. 16 pag. 18).
In seguito, PC 1 ha inviato due SMS a __________ (direttore dell’Istituto
__________ dove era stata
collocata per circa 5 anni prima di essere trasferita allo __________) in cui diceva di avere “fumato
troppo” e di essere stata violentata. __________ chiamò subito la ragazza “constatandone
lo stato confusionale e tentando invano di farsi dire dove essa si trovasse con
esattezza” (sentenza consid. 16 pag. 18).
Poco dopo, PC 1 raggiunse l’abitazione di __________
(che aveva, nel frattempo, chiesto l’intervento della polizia) cui riferì “della
violenza subita nei medesimi termini riferiti da __________” (sentenza
consid. 17 pag. 19).
La stessa sera, PC 1 è stata sottoposta ad esame
medico (sentenza consid. 18 pag. 18).
5. RI 1 è stato arrestato il 9 giugno 2008.
Sin dal suo primo interrogatorio, l’uomo ha
negato di avere costretto PC 1 a subire la congiunzione carnale. In
particolare, alla domanda volta a sapere “se aveva fatto sesso” con la
ragazza, ha risposto “sesso, sesso no, baciare così si” (AI3 pag. 4).
Nel suo secondo interrogatorio (avvenuto il 12 giugno 2008), l’imputato ha
raccontato con maggiori dettagli quanto fatto con __________, precisando – a
sostegno della sua tesi secondo cui lui non aveva costretto la ragazza a nulla
che lei non volesse – che, nel tragitto dal parco __________alla stazione lui ed PC 1 avevano camminato abbracciati, che si
erano ancora baciati e che avevano continuato a farlo anche all’interno del
negozio __________.
In seguito, nel verbale 30 luglio 2008,
l’accusato, nuovamente ribadendo agli inquirenti la sua tesi, ha precisato che “il
filmato del __________ può
dimostrare che io non l’ho violentata perché dentro il negozio ci siamo baciati” (AI 14 pag. 5).
Le riprese video dell’interno del negozio non
sono state acquisite agli atti perché “al momento della richiesta, non erano
più disponibili le registrazioni del pomeriggio del 7 giugno 2008”. (sentenza consid. 15
pag. 17; cfr. rapporto di segnalazione 10.11.2008).
Fatti
I due dipendenti del negozio __________ che erano
in servizio il 7 giugno 2008 sono stati sentiti soltanto il 29 agosto 2008 e il
15 settembre 2008 – cioè, “parecchio tempo dopo” i fatti (sentenza
consid. 15 pag. 17) – e non hanno confermato le affermazioni dell’accusato.
C. RI 1 ha presentato, il 29
Considerandi
gennaio 2009, dichiarazione di ricorso contro la sentenza 28.1.2009, che lo ha,
in particolare, dichiarato autore colpevole di violenza carnale.
Egli ha motivato la sua dichiarazione di ricorso
con l’allegato presentato il 20 marzo 2009.
Sostenendo l’arbitrio nell’accertamento dei fatti
e l’errata applicazione del diritto sostanziale ai fatti posti alla base della
sentenza, egli ha chiesto, in via principale, con l’annullamento dei
Dispositivo
dispositivo 1.1., 1.2., 2.1., 2.2. e 2.3., il suo proscioglimento dalle accuse,
eventualmente, il rinvio degli atti ad una nuova Corte per un nuovo giudizio.
In via subordinata, egli ha chiesto il
riconoscimento di una scemata imputabilità e la condanna alla pena detentiva di
2 anni e 6 mesi.
D. Il procuratore pubblico, con scritto 25 marzo 2009, senza svolgere
particolari osservazioni, ha chiesto la reiezione del gravame.
E. La parte civile, con osservazioni 14 aprile 2009, ha postulato la reiezione del gravame nella misura in cui esso fosse ritenuto ricevibile.
in diritto: 1. Il
ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288 cpv. 1 lett. a e
b CPP). L'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono sindacabili
unicamente qualora la sentenza impugnata denoti estremi
di arbitrio (art. 288 cpv. 1 lett. c e 295 cpv. 1 CPP).
Perché un accertamento possa essere definito
arbitrario, non è sufficiente che esso sia manchevole, discutibile o finanche
inesatto. E’ necessario che esso sia manifestamente insostenibile, destituito
di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 132 I 13
consid. 5.2 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag., 219, 129 I 173 consid. 3 pag.
178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di
tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30; 112 Ia 369 consid. 3 pag.
371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la
sentenza impugnata, né contrapporle una propria versione dell’accaduto, per
quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato
accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati
di errore qualificato. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata
una sentenza dev’essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella
motivazione (DTF 132 I 13 consid. 5.2 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219,
DTF 128 I 177 consid. 2.1 pag. 182, 275 consid. 2.1; 125 II 129 consid. 5b pag.
134, 125 I 166 consid. 2a pag. 168, 124 I 208 consid. 4a pag. 211).
Il principio "in dubio pro reo" è un
corollario della presunzione d'innocenza garantita dagli art. 32 cpv. 1 Cost.,
6 n. 2 CEDU e 14 cpv. 2 Patti ONU II. Esso trova applicazione sia nell'ambito
della valutazione delle prove sia in quello della ripartizione dell'onere
probatorio. Per quanto riguarda l'onere probatorio, esso impone alla pubblica
accusa di provare la colpevolezza dell'imputato e non a quest'ultimo di
dimostrare la propria innocenza. Al proposito la Corte di cassazione e di revisione penale fruisce – come il Tribunale federale – di libero
esame (DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 40, 124 IV 86 consid. 2a pag. 87).
Riferito alla valutazione delle prove - cui nel
caso di specie il ricorrente si richiama - esso significa che il giudice penale
non può dichiararsi convinto dell'esistenza di una fattispecie più sfavorevole
all'imputato quando, secondo una valutazione oggettiva del materiale
probatorio, sussistano dubbi che la fattispecie si sia verificata in quel modo.
La massima non impone che l'amministrazione delle prove conduca a una certezza
assoluta di colpevolezza. Semplici dubbi astratti e teorici non sono
sufficienti, poiché sono sempre possibili, né una certezza assoluta può essere
pretesa: il principio è disatteso quando il giudice penale, che dispone di un
ampio potere di apprezzamento, avrebbe dovuto nutrire, dopo un'analisi globale
e oggettiva delle prove, rilevanti e insopprimibili dubbi sulla colpevolezza
dell'imputato (DTF non pubblicata 19 aprile 2002 [1P.20/2002] consid. 3.2; DTF
127 I 38 consid. 2a pag. 41; 124 IV 86 consid. 2a pag. 88, 120 Ia 31 consid. 2d
pag. 38).
Sotto questo profilo il principio "in dubio
pro reo” ha la stessa portata del divieto dell'arbitrio (DTF 120 Ia 31 consid.
4b pag. 41). Il giudice non incorre nell'arbitrio quando le sue conclusioni non
corrispondano alla versione dell'istante e siano comunque sostenibili nel
risultato. Una valutazione unilaterale dei mezzi di prova viola per contro il
divieto dell'arbitrio. Un giudizio di colpevolezza può poggiare, mancando
testimonianze oculari o prove materiali inoppugnabili, su indizi atti a fondare
il convincimento del tribunale (DTF non pubblicata 19 aprile 2002 [1P.20/2002]
consid. 3.2).
2. Nel suo allegato, il ricorrente ha sostenuto che la Corte è caduta
in arbitrio nell’accertamento di numerosi fatti, in particolare
nell’accertamento secondo cui, dietro la torretta, vi fu un rapporto sessuale
con penetrazione.
Dal canto suo, la PC ha sostenuto che le censure ricorsuali sono di chiara matrice appellatoria e che, pertanto, il ricorso va,
per la sua maggior parte, dichiarato irricevibile.
2.a. Procedendo all’accertamento di quanto avvenuto dietro la torretta,
la Corte di prime cure ha, dapprima, sottolineato come l’accusato abbia detto “che
non vi sarebbe stato alcun rapporto sessuale con PC 1” e che “i due si
sarebbero solo baciati ed avrebbero parlato” e come, solo successivamente,
egli abbia precisato “di avere baciato PC 1, di essere stato abbracciato a
lei e di avere toccato la sua testa e la sua schiena mentre che non avrebbe
toccato le di lei parti intime” ed ancora, soltanto in seguito, abbia ammesso
di averne forse toccato la pancia, ma soltanto perchè “la maglietta che ella
indossava era corta” e come, infine, abbia escluso “oltre ad ogni
ipotesi di atto sessuale, di averla baciata sull’addome” (sentenza consid.
13 pag. 16).
In seguito, la Corte ha
rilevato come PC 1 abbia, invece, dichiarato che “il prevenuto,
approfittando delle sue predette condizioni alterate, l’ha appoggiata alla
parete della torretta e, sorreggendola, le ha slacciato i pantaloni e, quindi,
nonostante la sua (flebile) opposizione, l’ha violentata in piedi stando di
fronte a lei” (sentenza consid. 13 pag. 16).
Prima di procedere alla valutazione della
credibilità delle versioni dei fatti rese dai due protagonisti della vicenda,
la Corte ha elencato i risultati degli esami cui PC 1 è stata sottoposta
rilevando, dapprima, come all’esame visivo siano stati riscontrati arrossamenti
su entrambi i fianchi all’altezza del pube, oltre ad un livido (anteriormente)
e un arrossamento (posteriormente) sulla gamba sinistra e come l’esame del blu
di toluidina abbia rilevato microlesioni sui genitali esterni “senza
possibilità di attribuirle ad uno specifico rapporto sessuale”.
Continuando, la Corte ha aggiunto che “il prelievo effettuato sulla parte
esterna della vagina” esaminato dall’Istituto di medicina legale ha “rilevato,
oltre al DNA di PC 1, minime quantità (geringste Spureri) di DNA maschile, tali
da non potersi escludere la loro appartenenza all’accusato” ritenuto come,
in seguito, sia stato precisato che la probabilità che il DNA lì rinvenuto sia
dell’accusato è 1400 volte superiore a quella dell’appartenenza ad un altro
soggetto maschile.
La Corte ha, poi, aggiunto che “la ricerca di
DNA all’interno della vagina ha dato risultato negativo, per il che si è
rinunciato all’esame del prelievo effettuato dalla cervice” e che “in
nessuno dei campioni esaminati (come nemmeno sui vestiti di PC 1) sono state
trovate tracce di sperma” (sentenza consid. 19 pag. 20).
Discutendo i risultati di
tali analisi mediche, la Corte ha concluso che “la valutazione delle
risultanze delle indagini mediche e scientifiche conduce ad accertare che esse
non smentiscono la versione dei fatti di PC 1, mentre che sono insanabilmente
in contraddizione con quanto sostenuto dall’accusato” poiché, secondo la
versione da questi sostenuta, “non vi sarebbe motivo per cui il suo DNA si
possa trovare sull’addome di PC 1. Tolto, forse, un tocco involontario per il
motivo che la maglietta era corta, egli nega, in effetti, di avere baciato
l’addome della ragazza, mentre che essa l’ha affermato durante la visita medica”.
Inoltre e soprattutto – continua la prima Corte – la versione dell’accusato non
fornisce alcuna valida spiegazione per la presenza del suo DNA sulla parte
esterna della vagina di PC 1. E – proseguono i primi giudici – “gli altri
predetti elementi oggettivi, gli arrossamenti sui fianchi e la positività
all’esame blu di toluidina (…) sono compatibili con l’ipotesi di un frettoloso
rapporto sessuale, consumato in piedi, afferrando e sostenendo con vigore una
vittima (del peso di ca 70 kg) quasi totalmente debilitata dall’assunzione
dello stupefacente e che, pertanto, stenta a reggersi in piedi” (sentenza
consid. 20 pag. 20 e 21).
Sul mancato ritrovamento,
non soltanto di sperma, ma anche di tracce di DNA all’interno della vagina, la
Corte di prime cure, rispondendo ad una contestazione della Difesa secondo cui
“sin dall’inizio del coito vi sarebbe fuoriuscita di liquido seminale”,
ha affermato che “premessa l’assenza di ogni fondamento scientifico della
tesi addotta (…) in procedimenti come quello in esame il raffronto della
credibilità delle affermazioni di presunta vittima e presunto autore
costituisce prova sufficiente delle circostanze fattuali litigiose”. La
Corte ha continuato il suo argomentare per respingere l’obiezione della Difesa
aggiungendo che “il senso della disponibilità di sempre più accurati metodi
di indagine scientifica non è quello di aggravare il carico probatorio
dell’accusa sino a porle obbligo di dimostrare anche dal profilo scientifico
l’inoppugnabilità dell’imputazione, ma solamente quello di fornire a chi è
chiamato a giudicare dei riscontri tali da permettere di confortare o escludere
il fondamento delle rispettive tesi di parte”. Pertanto – ha proseguito la
Corte – “la prova scientifica così letta non sconfessa per nulla le affermazioni
della giovane (ed anzi le conforta) mentre che nuoce in maniera irreparabile
alla credibilità del prevenuto, già vacillante”. Ciò detto, la Corte,
cercando ragioni che possano giustificare il mancato ritrovamento del DNA
dell’accusato all’interno della vagina di PC 1, ha affermato che “ve ne possono essere diverse compatibili con la tesi accusatoria e migliori
dell’errato sillogismo difensivo, quali l’eventualità che all’interno della
vagina non si sia depositato DNA di RI 1 nonostante il contatto sessuale (in
tal senso il riscontro per cui anche le tracce all’esterno erano minime) oppure
quella per cui l’eventuale modica presenza di DNA in quella zona sia stata
lavata via allorché PC 1 ha urinato nelle ore intercorse tra i fatti in
discussione e la visita medica” (sentenza consid. 21 pag. 22 e 231).
Procedendo, poi, alla
valutazione delle due versioni dei fatti, la Corte ha sottolineato come il
racconto di PC 1 sia risultato credibile poiché “deposto in maniera lineare,
priva di contraddizioni” ritenuto che “lo stato alterato” della
ragazza, la “notevole riduzione delle capacità sensoriali causata
dall’assunzione dello stupefacente” ne giustifica “la natura
frammentaria”.
Inoltre – ha aggiunto la
Corte – tutto quanto raccontato dalla ragazza “ha trovato conferma nelle
parole dei testi (…) e non risulta smentito da alcuna altra risultanza
d’inchiesta” (sentenza consid. 22 pag. 23).
A questa prima
considerazione, la Corte di primo grado ha aggiunto che “le parti
potenzialmente non congruenti della sua versione, ed in specie il fatto che
essa non abbia detto nulla alla __________ e si sia ulteriormente accompagnata
con l’RI 1 sino in stazione , come pure il fatto che la __________ nulla abbia
percepito dell’avvenuta violenza, sono (…) ampiamente spiegabili proprio con il
predetto stato alterato di PC 1 (…) e con lo stato comunque parzialmente
alterato anche della __________” ritenuto, inoltre, che non può essere “escluso
nemmeno un possibile legittimo timore di PC 1 per la persistente presenza dell’accusato
(in tal senso la deposizione __________) ed è assodato (stante il vuoto
probatorio al riguardo del passaggio dei tre all’interno del negozio __________)
che non appena PC 1 ha avuto una concreta opportunità di rivelare la violenza
subita e di affrancarsi della presenza dell’accusato essa, seppure ancora molto
stordita, l’ha prontamente colta chiedendo l’aiuto di __________” (sentenza
consid. 22 pag. 24).
Nemmeno il fatto che PC 1
abbia detto alla __________ di essere stata violentata all’interno dell’autosilo
__________ ha scosso la Corte: essa ha ritenuto la cosa “irrilevante”, anzi “indicativa
dello stato confusionale sfruttato dal prevenuto” e altrettanto irrilevante
ha considerato il fatto che l’__________ ha detto di non avere sentito PC 1 dire
che voleva chiamare l’ambulanza (sentenza consid. 22 pag. 24).
Per contro, l’imputato è
apparso “privo di credibilità agli occhi della Corte” poiché “risulta
avere mentito sulle circostanze (…) della conoscenza dell’età di PC 1, della
somministrazione dello stupefacente alle due ragazze, del suo effetto su PC 1” (sentenza consid. 22 pag. 24) nonché su una serie di altre circostanze indicate nei primi
considerandi della sentenza.
2.b. Dapprima, in riferimento evidente, pur se implicito, alla valutazione
di credibilità dell’imputato, nel ricorso si sostiene che la Corte è caduta in
arbitrio ravvisando un’incongruenza fra il suo dichiararsi omosessuale e il suo
dichiarato desiderio di trovare una donna da sposare per poter così rimanere in
Svizzera.
L’argomentazione della
Corte è – secondo il ricorrente – “priva di fondamento” poiché “è
risaputo che un gran numero di persone omosessuali risultano sposate con figli”
e, per lui, “il matrimonio non è altro che un mezzo per ottenere il
permesso di soggiornare legalmente nel nostro paese” (ricorso pag. 2)
2.c. La Corte di prime cure, nel considerando in cui ha trattato
dell’interesse dell’imputato per le donne, ha rilevato che l’imputato, più
volte, aveva dichiarato di voler trovare una donna “che poi riesca a farmi
ottenere un documento per restare in Svizzera (…) salvo poi contraddirsi
asserendo, in risposta alla domanda se la presunta vittima dello stupro gli
piacesse fisicamente, che “non mi piacciono le donne, in qualsiasi forma fisica
siano” tentando la difficile conciliazione fra il più volte manifestato (e
attestato da terzi) interesse per le ragazze e la dichiarata omosessualità. Di
questa , però, nell’incarto non c’è traccia” (sentenza consid. 3 pag. 9).
2.d. Come sostenuto dal ricorrente, rilevare l’esistenza di una “difficile
conciliazione” fra l’essere omosessuale e – per usare le parole della
Corte - “il più volte manifestato interesse per le ragazze” significa
non avere dato alle dichiarazioni dell’imputato il senso che ad esse, prese nel
loro complesso, va dato sulla scorta di una lettura attenta, oggettiva e non
unilaterale.
Nella misura in cui RI 1 ha ripetutamente dichiarato di essere alla ricerca di una donna da sposare allo scopo di ottenere
il permesso per rimanere in Svizzera, non vi è contraddizione – né logica né
fattuale - fra la ricerca di una ragazza da sposare e il pretendere d’essere o
l’essere omosessuale.
Pertanto, utilizzare una
simile argomentazione nel contesto della valutazione della credibilità delle
dichiarazioni dell’imputato e in quello più generale dell’accertamento dei
fatti significa cadere in errore.
Tuttavia, da quest'incongruenza - relativa
soltanto ad uno degli elementi considerati dalla Corte come indiziante la non
credibilità dell'accusato - non può essere dedotto nulla di decisivo per il
giudizio.
2.e. Continuando nel suo esposto, il ricorrente sostiene che la Corte non
poteva, senza cadere in arbitrio, ritenere credibile la versione dei fatti data
da PC 1 nonostante le numerose sue contraddizioni.
Rileva, peraltro, che, se gli inquirenti avessero
verificato tempestivamente le sue dichiarazioni riguardo i baci e gli abbracci
scambiati con PC 1 all’interno del negozio __________, non si sarebbe, ora, di
fronte al “vuoto probatorio” di cui la Corte parla al consid. 22 della
sentenza ma si sarebbe di fronte all’evidenza di un’altra delle circostanze
che, insieme al comportamento tenuto dalla ragazza prima e dopo l’essersi
appartata con RI 1 dietro la torretta, depongono contro la tesi di una violenza
carnale.
Inoltre, censura d’arbitrio le considerazioni
fatte dalla Corte di prime cure riguardo i risultati delle analisi mediche.
Rileva, dapprima, come incomprensibilmente la
Corte non abbia tratto le dovute conclusioni dal fatto che su nessuno dei
campioni esaminati – e, fra questi, vi sono gli abiti della ragazza ed anche le
mutande dell’imputato – sono state trovate tracce di sperma.
Continua, poi, sottolineando come la Corte sia
caduta in arbitrio ritenendo non soltanto irrilevante, ma anzi confortante, il racconto
di PC 1, il mancato ritrovamento di DNA maschile all’interno della vagina della
ragazza. Questo perché “è notorio e scientificamente dimostrato che in un
rapporto sessuale con penetrazione” – anche se l’eiaculazione è avvenuta
all’esterno della vagina – “ rimangono tracce di sperma (contenute nel
liquido seminale) e di DNA all’interno della vagina” .
In effetti – continua il
ricorrente – “contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, si ribadisce che
il liquido seminale, prodotto dalle vescichette seminali situate sopra la
prostata, contiene sufficienti spermatozoi per procurare una gravidanza; tale
liquido seminale fuoriesce e viene emesso all’interno della vagina dopo pochi
secondi dalla penetrazione.” Pertanto – prosegue il ricorrente – se vi fosse
stato un rapporto con penetrazione, anche se con eiaculazione fuori dalla
vagina così come al racconto della ragazza, si sarebbero dovute trovare
all’interno della vagina tracce di DNA e di sperma così come attestato dal
dott. __________ nello scritto prodotto al dibattimento (doc dib. 2) in cui si
legge che tali tracce si ritrovano per un lungo tempo, e nei recessi, anche
dopo lavaggi ed abluzioni, anche fino a 3 giorni o più. A proposito dello
scritto del dott. __________, il ricorrente precisa che, “contrariamente a
quanto ritenuto dalla Corte, l’attestazione del dott. __________ non si
riferisce unicamente all’ipotesi di un’eiaculazione all’interno della vagina,
ma anche all’emissione di sperma contenuto nel liquido seminale” (ricorso
pag. 4).
Infine, il ricorrente
censura di arbitrio la considerazione della Corte secondo cui il mancato
ritrovamento di tracce di DNA all’interno della vagina può essere spiegato con
il fatto che le tracce lasciate da RI 1 potrebbero essere state lavate via
allorché PC 1 ha urinato nello ore intercorse tra i fatti in discussione e la
visita medica.
Questa affermazione –
sostiene il ricorrente – “è grossolanamente errata: essa ignora
clamorosamente le conoscenze di base dell’apparato urinario femminile. Ogni
donna sa che urinando non viene toccata la parte interna della vagina. L’uretra
femminile mette in comunicazione la vescica urinaria e il vestibolo della
vagina; pertanto, l’urina emessa non può penetrare in vagina in nessun modo.
L’urina viene eliminata direttamente all’esterno senza alcun contatto con le
strutture vaginali” (ricorso pag. 4).
2.f. La Corte di prime cure ha accertato che PC 1 ha dichiarato che RI 1, “l’ha violentata in piedi stando di fronte a lei” (sentenza consid.
13 pag. 16).
Quest’accertamento è arbitrario.
La ragazza, nella sua unica deposizione, non ha
detto quanto ritenuto dalla Corte.
PC 1, in realtà, di quanto successo dietro la
torretta, ha detto quel che segue:
" E poi siamo andati lì, alla torre, dietro quella torre lì, che erano
forse duecento metri, cento metri di distanza da lei, dietro. E lui ha
cominciato a baciarmi ancora e poi ho sentito che cominciavo a crollare e
andava sempre peggio, non capivo più niente, e poi lui vedevo che continuava a
baciarmi e tutto. Fino a che ho cominciato a crollare proprio giù: Lui vedevo
che mi teneva un po’ e continuava però a baciarmi fino a che gli ho detto “chiama l’ambulanza perché non mi sento
bene”. Poi lui mi ha detto “si, si la chiamo” E ho visto
che cominciava a slacciarsi i pantaloni. Poi dopo sono andata via di nuovo e
poi quando ho ripreso un po’…ho guardato, lui stava … no gli ho detto “chiama l’ambulanza”
poi lui invece stava … mi stava slacciando a me i pantaloni, l’ho … sono
riuscita a dirgli di no, però, sai non era un no, non riuscivo bene a parlare
(incomprensibile) no, così, no? E lui ha detto: “ok” , la prima volta. Poi dopo
ho aperto di nuo… cioè sono andata via ancora, poi ho aperto gli occhi , poi ho
visto che mi stava tira… era … la cintura era già slacciata, la mia, poi gli ho
detto di no, di chiamare l’ambulanza. E lui dopo: “si, si” Poi un’altra volta
sono andata via, poi sono ritornata e gli ho detto “chiama l’ambulanza perché non sto per niente bene” . E lui eh… penso che era già venuto. E però era un po’ lontano,
penso che non è venuto dentro. Perché l’ho visto lontano, che ..ehm… non so
come spiegare. Praticamente stava sborrando di fuori, così, no? (trascrizione
audizione PC 1 8.6.2008 2 in fine e 3)
Poi, rispondendo alle domande dell’interrogante, PC
1 ha detto:
" dopo siamo andati a fare il giro, ha cominciato a baciarmi, ma lì ho
cominciato a crollare.
I: E co.. e come ti ha baciato?
V: Beh, un po’ in .. (incomprensibile) viso, in bocca, anche sulla
pancia, e poi non mi ricordo più (incomprensibile) non lo so. Perché dopo era
il momento che sono svenuta, un po’ così.
I: Ehm… il bacio su..ehm bocca, con o senza lingua?
V: Penso con la lingua, si.
I: Poi mi dici che ogni tanto andavi via: “sono andata via”. Che
cosa intendi dire con questo?
V: E che sono come svenuta, cioè vedevo tutto bianco, vedevo tutto
che girava, però non vedevo più niente, cioè… nero e bianco
(…)
I: Poi, tu dici che hai visto che lui… non ti è venuto dentro,
giusto?
V: No, quello che ho vi… mmm … non sono sicura, però io ho visto,
così di sfuggita, che stava sborrando di fuori” (trascrizione audizione PC 1
8.6.2008 6 in fine e 7).
Dunque, la ragazza non ha detto che RI 1 le ha
inserito il pene nella vagina.
Dopo avere parlato di baci, PC 1 ha soltanto detto di avere visto l’uomo slacciare i suoi pantaloni e, poi, quelli di lei e, quindi,
di averlo visto “un po’ lontano” che “praticamente stava sborrando di
fuori” precisando, poi, di avere solo “visto, così, di sfuggita –
senza, peraltro, essere sicura - che stava sborrando di fuori”.
Di un inserimento del pene in vagina la ragazza
non ha parlato.
Nelle sue considerazioni ,
la Corte ha attribuito “la natura frammentaria del racconto di PC 1” – cioè, il non detto – alla
“notevole riduzione delle capacità sensoriali causata dall’assunzione
dello stupefacente” (sentenza consid. 22 pag. 23).
Indipendentemente dall’accertamento – che lega
questa Corte – secondo cui quello spinello ebbe sulle capacità sensoriali della
ragazza un effetto devastante, non si può che constatare che PC 1 non ha
parlato di penetrazione.
Non ha detto né di avere sentito né di avere
visto RI 1 inserirle il pene nella vagina.
La ragazza – stando al suo
racconto – ha unicamente visto RI 1 “cominciare a slacciarsi i pantaloni”,
poi lo ha visto mentre stava slacciando a lei i pantaloni e, infine, lo ha
visto, ma “un po’ di sfuggita” e senza esserne sicura, “lontano”
(o “un po’ lontano”) – cioè, non vicino a lei – mentre stava eiaculando
“di fuori”.
Null’altro.
Dedurre da queste affermazioni – le sole fatte
dalla ragazza sul momento topico – che PC 1 ha detto di essere stata violentata – ciò che, in diritto, presuppone la penetrazione, cioè l’inserimento del pene
nella vagina – è arbitrario perché equivale a dare alle parole della ragazza un
significato che ad esse non può oggettivamente essere dato.
E’ vero che, nella toilette del __________ PC 1 ha detto a __________ di essere stata violentata da RI 1, che più tardi, la ragazza ha ripetuto di
essere stata violentata a __________ e, più tardi ancora, quella stessa sera lo ha ripetuto agli
inquirenti e ai medici che l’hanno visitata.
Ma, nella misura in cui, per sua stessa
ammissione, nella sua audizione avvenuta l’8 giugno 2008, cioè il giorno
successivo, descrivendo quanto accaduto dietro la torretta, PC 1 ha raccontato tutto quel che ha percepito e/o visto di quella situazione, forza è concludere che
con quel “mi ha violentato” la ragazza non ha fatto altro che
qualificare i fatti che ricordava.
Ora, i fatti che PC 1 stava qualificando con quel
“mi ha violentata” possono essere soltanto quelli descritti perché lei –
a quel momento come in seguito - non ne ricordava altri poiché non ne aveva
visto né percepito altri.
E i fatti descritti da PC 1 – i soli che lei ha
visto e percepito come accaduti – non comprendono, al di là del loro soggettivo
carico emotivo, la penetrazione del pene in vagina.
E, ancora, non va dimenticato che PC 1 ha dato quella qualifica ai fatti che ricordava in un contesto emotivamente esasperato e mentre era
– secondo gli accertamenti della Corte di prime cure - in stato confusionale.
Senza ulteriori elementi indizianti, ai fatti
descritti dalla stessa protagonista nulla può essere aggiunto – nemmeno per
colmare quelle che la Corte di prime cure ha ritenuto essere lacune dovute alla
riduzione delle sue capacità sensoriali - senza cadere in arbitrio.
Non è, inoltre, nemmeno possibile dedurre, senza
cadere in arbitrio, che ci sia stata un’introduzione del pene in vagina dal
fatto che RI 1 – sempre stando al racconto della ragazza - ha slacciato i
pantaloni di entrambi: lo slacciare i pantaloni, in contesti simili a quelli
descritti, non necessariamente ha come seguito un rapporto sessuale con
penetrazione.
Inoltre, va osservato che, stando al racconto
della ragazza, RI 1 ha eiaculato quando era “lontano” o “un po’
lontano da lei”.
Né gli inquirenti né i primi giudici hanno
ritenuto necessario chiedere alla ragazza di precisare cosa volesse dire con
quei termini.
Pertanto, quei termini bisogna prenderli per il
loro significato letterale e immediato e accertare che – secondo la versione
data dalla stessa ragazza (e volendo dimenticare quel “di sfuggita” e “non
sono sicura”) - RI 1 ha eiaculato mentre era lontano o almeno un po’
lontano da lei.
Questa lontananza spaziale – provata anche dal
fatto che non sono state trovate tracce di sperma nemmeno sui vestiti di PC 1 -
depone contro l’ipotesi di una penetrazione.
Va, qui, precisato che le considerazioni sul
luogo in cui sarebbe avvenuta – secondo la ragazza - l’eiaculazione di RI 1 non
tengono ancora conto del fatto che la stessa PC 1, rispondendo alle domande
dell’interrogante su tale questione, ha detto di non essere sicura di quel che
aveva visto e che, comunque, lo aveva visto solo di sfuggita (trascrizione
audizione PC 1 8.6.2008 7).
Pertanto, considerando lo stato di alterazione
sensoriale in cui versava la ragazza (così come accertato dalla Corte di prime
cure) e considerando che non sono state trovate tracce di sperma su nessuno dei
campioni esaminati (e, fra questi, vi erano anche le mutande dell’imputato) non
è peregrino chiedersi se quel che ha visto PC 1 fosse davvero un’eiaculazione.
Nemmeno le analisi mediche e specialistiche
effettuate hanno rilevato elementi probanti o indizianti una penetrazione.
Non sono state trovate, all’interno della vagina
di __________, tracce di sperma.
Quand’anche fosse corretta la tesi della Corte di
prime cure secondo cui questo è del tutto compatibile con un’eiaculazione fuori
dalla vagina, rimane il fatto che non è stata ritrovata all’interno della
vagina nessuna traccia di sperma.
Se questo – sempre nella misura in cui la tesi
della prima Corte fosse corretta - non può essere considerato una prova della
non avvenuta penetrazione, nemmeno può essere considerata prova del contrario.
Ma non solo.
All’interno della vagina di PC 1 non è stata
trovata alcuna traccia di DNA maschile.
Al di là delle considerazioni manifestamente
errate – e, dunque, arbitrarie - della prima Corte sul lavaggio delle tracce di
DNA con l’urina, rimane il fatto che le ricerche effettuate non hanno trovato
tracce oggettive di penetrazione.
Pertanto, l’unica conclusione che può – senza
arbitrio – essere tratta dai risultati negativi della ricerca di tracce di DNA
all’interno della vagina è che non sono stati trovati elementi a comprova
dell’ipotesi accusatoria dell’avvenuta introduzione del pene in vagina.
A questo si aggiunge – quale “prova negativa” –
che non sono state trovate tracce di DNA di PC 1 sulle mutande indossate
dall’accusato.
Nemmeno è idoneo a provare l’avvenuta
penetrazione il ritrovamento di tracce minime di DNA attribuibili all’imputato
all’esterno della vagina, e meglio sugli organi genitali esterni (o nelle loro
prossimità).
Tale ritrovamento prova soltanto che c’è stato un
contatto fra una parte del corpo di RI 1 (mani, bocca o pene) e gli organi
genitali esterni della ragazza.
Non prova, invece, che c’è stata penetrazione.
Né è in alcun modo determinante il risultato solo
“leggermente positivo” (doc dib 3) all’esame al blu di toluidina: la presenza
di microlesioni sui genitali esterni può essere dovuta ad un’infinità di cause
(può bastare a causarne qualsiasi lieve sfregamento).
Né possono essere idonei a provare l’avvenuta
penetrazione gli arrossamenti riscontrati sui fianchi. Si tratta con evidenza
di indizi non univoci. Tali segni possono – come ha sostenuto la Corte – “essere
compatibili con l’ipotesi di un frettoloso atto sessuale consumato in piedi”.
Ma possono essere altrettanto compatibili con molte altre ipotesi.
In ogni caso, da soli non bastano a provare l’ipotesi
accusatoria confermata dalla Corte.
Quest’assenza di elementi oggettivi comprovanti
la penetrazione si somma all’assenza di dichiarazioni – sui fatti e non sulle
interpretazioni ex post – della presunta vittima.
In concreto, il quadro probatorio sul punto focale
si caratterizza, non soltanto dalla mancanza di dichiarazioni della presunta
vittima circa una penetrazione ma, anche, dalla mancanza di riscontri oggettivi
di quanto la ragazza non ha dichiarato ma che, invece, la pubblica
accusa, prima, e la Corte di primo grado, poi, hanno ritenuto.
Due assenze non possono – senza arbitrio – essere
considerate una presenza.
Due elementi negativi (nessuna dichiarazione e
nessuna traccia) non ne fanno uno positivo.
Da quanto precede deriva che l’accertamento
dell’avvenuta penetrazione della vagina con il pene – elemento costitutivo,
insieme all’azione coercitiva, del reato di violenza carnale – non può essere
fondato, senza arbitrio, sulle dichiarazioni della ragazza e sui risultati
delle ricerche di tracce di sperma e DNA effettuate.
Certamente, RI 1 ha mentito affermando di non avere toccato le parti intime di PC 1.
Lo prova il ritrovamento di tracce del suo DNA
sugli organi genitali esterni della ragazza (la spiegazione difensiva secondo
cui il DNA dell’imputato sarebbe stato trasportato dalla ragazza stessa o dalla
pioggia non può essere ritenuta l’ipotesi più probabile).
Tuttavia, questa menzogna non può certamente
bastare a fondare l’accertamento dell’introduzione del pene in vagina.
Pertanto, forza è concludere che, agli atti, non
vi è alcun elemento a sostegno della tesi dell’avvenuta penetrazione.
La diversa conclusione della Corte di prime cure
è, con evidenza, frutto di una lettura manifestamente insostenibile perché
unilaterale del materiale istruttorio da parte della Corte che ha acriticamente
sposato l’ipotesi accusatoria.
Dopo avere accertato la grave alterazione delle
capacità sensoriali della ragazza dovute all’assunzione di stupefacente e
averne accertato lo stato di “semi incoscienza” prima – cioè, subito
dopo avere fumato – e, poi, lo stato confusionale protrattosi per ore con
visibili alterazioni (sentenza consid. 11 pag. 15), la Corte non ne ha tratto
le conclusioni dovute. Cioè, da questi accertamenti la Corte non ha derivato –
come invece avrebbe dovuto - l’obbligo di esaminare con estrema cautela e
prudenza le dichiarazioni della ragazza.
Valutando la credibilità delle dichiarazioni
della ragazza, la Corte ha ritenuto il fatto che PC 1 ha raccontato a __________ di essere stata violentata nell’autosilo di via __________ indicativo
dello stato confusionale della ragazza (“sfruttato dal prevenuto”) ma lo
ha ritenuto irrilevante per l’esame di credibilità.
E’ certamente vero che quelle dichiarazioni di PC
1 – così come le altre che non sono state confermate (per es, quella sul
chiamare l’ambulanza: trascrizione audizione PC 1 8.6.2008 pag. 3 e AI12 pag. 1)
- erano il frutto del suo stato confusionale.
Ma che ciò sia irrilevante è certamente
sbagliato.
Uno stato confusionale che porta a confondere i
luoghi non può certamente essere considerato irrilevante per l’esame di
credibilità del racconto fatto dalla persona che presenta un simile stato.
E’, al contrario, una circostanza estremamente
rilevante per l’esame di credibilità poiché certamente non tutte le
dichiarazioni di una persona che, in stato confusionale, riferisce di fatti
vissuti in un momento in cui le sue capacità sensoriali erano alterate
corrispondono ad una corretta descrizione della realtà.
Non considerare un simile elemento nella valutazione
di credibilità delle dichiarazioni significa cadere nell’arbitrio.
In concreto, appare evidente che lo stato confusionale
in cui PC 1 versava, unito all’esasperazione emotiva verosimilmente legata al
vissuto di difficili esperienze precedenti, l’hanno portata ad elaborare i suoi
ricordi di quel che era accaduto alcune ore prima in modo da vivere,
soggettivamente, come una violenza dei fatti che – sulla scorta delle sue
stesse dichiarazioni – non possono essere oggettivamente qualificati come una
violenza carnale.
Forza è, dunque, constatare che senza
dichiarazioni della presunta vittima sui fatti topici e senza elementi
oggettivi, cioè senza nulla che possa essere ritenuto indiziante o probante di
una penetrazione, la Corte ha fondato la condanna di RI 1 per violenza carnale
semplicemente sulla dichiarazione della ragazza di essere stata violentata,
cioè sulla qualifica (“sono stata violentata” ) fatta da una ragazza in
evidente stato confusionale di situazioni vissute in stato di alterazione delle
capacità sensoriali.
La Corte ha, poi, interpretato le “parti
potenzialmente non congruenti della versione” di PC 1 (sentenza consid. 22
pag. 23), cioè le parti non congruenti con l’ipotesi di una violenza carnale –
ed indizianti, non di menzogne di PC 1, ma di una sua soggettiva rielaborazione
in un profondo stato confusionale di fatti vissuti in un momento di alterazione
sensoriale – in modo manifestamente unidirezionale e, pertanto, arbitrario.
In quest’interpretazione,
la Corte ha spiegato il fatto che l’amica __________ “nulla abbia percepito
dell’avvenuta violenza” con lo “stato comunque parzialmente alterato
anche dell’__________” (sentenza consid. 22 pag. 23 in fine e 24) dimenticando che, poco prima, aveva accertato che la ragazza aveva fatto solo un
paio di tiri “per il motivo che faceva schifo (…) ciò che al dibattimento
essa la spiegato non con la cattiva qualità della sostanza, che anzi produceva
il consueto effetto, ma per il motivo che essa era digiuna ciò che le ha reso
sgradevole l’assunzione dello stupefacente (..) di modo che sarebbero stati
l’accusato ed PC 1 a dividersi il fumo” (sentenza consid. 10 pag. 12 in fine e 13) e che, perciò, __________ non poteva certamente essere alterata al punto da non
percepire nulla di una violenza avvenuta a pochi passi da lei (cfr. fotografie
in atti) o, perlomeno, nulla di uno stato estremamente sofferente dell’amica.
Sempre in
quest’interpretazione unidirezionale e unilaterale delle risultanze
istruttorie, la Corte ha ritenuto il fatto che PC 1 si sia ulteriormente
accompagnata all’imputato ampiamente spiegabile con il suo stato alterato e con
“un possibile legittimo timore” della ragazza “per la persistente
presenza dell’accusato” (sentenza consid. 22 pag. 25).
Ma ritenere “un
possibile timore della ragazza” è arbitrario.
Nulla, agli atti, infatti, permette di trarre una
simile conclusione.
PC 1 non ha mai detto di essere stata intimorita
dall’uomo e dagli atti non emergono elementi da cui si possa dedurre, con una
certa attendibilità, che la ragazza provava un tale sentimento nei suoi
confronti. Basti pensare che __________, raccontando di come si svolse il
rientro dal parco alla stazione FFS ha detto (confermando la versione
dell’imputato) che “durante questo tragitto PC 1 e __________ erano abbracciati (…) è stato
lui ad abbracciarla per primo, poi lei ha contraccambiato mettendo il suo
braccio attorno ai suoi fianchi” (AI 12 pag. 2). E’
evidente che mettere le mani attorno ai fianchi di un uomo ricambiandone
l’abbraccio non è un atteggiamento tipico di chi prova paura. Né - a onor del
vero – é un atteggiamento tipico di una persona che ha bisogno di sostegno per
camminare come __________, ad un certo punto, ha detto e come la Corte ha
ritenuto (sentenza consid. 14 pag. 17).
D’altra parte, nemmeno __________ – dalla cui
deposizione si evincerebbe, secondo la Corte, il timore di PC 1 per l’accusato
(consid. 22 pag. 24) – ha dato elementi oggettivi su cui fondare una tale
deduzione: la ragazza si è limitata a parlare di sue sensazioni soggettive (“era
un uomo che non mi aveva ispirato alcuna fiducia … mi aveva stupito il fatto
che PC 1 potesse essere in sua compagnia sia perché era molto più grande di lei
e sia perché come ho detto mi sembrava una persona poco per bene…” , AI 15
e AI 7) senza riferire di fatti che possano fondare almeno l’ipotesi di un
sentimento di paura provato da PC 1.
Nemmeno, infine, negli atti si ritrovano elementi
a sostegno di comportamenti minacciosi o violenti dell’imputato.
Inoltre, non può non essere rilevato che le
argomentazioni difensive meritavano una risposta più seria.
Nella misura in cui non è nemmeno stata adombrata
l’ipotesi dell’utilizzo di un preservativo, l’obiezione relativa al mancato
ritrovamento di tracce di sperma, ma soprattutto al mancato ritrovamento di tracce
di DNA all’interno della vagina andava approfondita, se del caso, con l’ausilio
di un perito.
L’argomentazione della Difesa secondo cui, sin
dall’inizio del rapporto sessuale, il membro maschile emette dei liquidi (muco
lubrificante o liquido seminale) per cui anche un coitus interruptus
(penetrazione con eiaculazione all’esterno della vagina) lascia, in ogni caso,
delle tracce di DNA, non poteva essere liquidata con un giudizio lapidario – e
superficiale - di assenza di fondamento scientifico (sentenza consid. 21 pag.
22).
Infatti, se è vero che il ritrovamento di tracce
di DNA (o il non ritrovamento) può dipendere, anche, dalla tecnica utilizzata o
dalla sua messa in atto più o meno corretta (Delfin, Madrid, Tan, De Ungria,
Y-STR analysis for detection and objective confirmation of child sexual abuse,
PMID: 15565297 pubblicato in www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed
), è anche vero che, in concreto, tracce di DNA dell’imputato sono state
ritrovate su altre parti del corpo della ragazza, ciò che depone sia per la
bontà della tecnica utilizzata che per la correttezza della sua messa in atto.
Inoltre, è anche vero che la presenza di
secrezioni pre-eiaculatorie sembra essere riconosciuta in medicina come la
regola (cfr. , per esempio, Zukerman, Weiss, Orvieto, Does preejaculatory
penile secretion originating from Cowper’s gland contain sperm? PMID: 12762415
pubblicato in www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed)
ed è, comunque, altrettanto vero che tracce di DNA si ritrovano anche grazie ai
residui di cellule epiteliali (che, evidentemente, possono essere lasciati
durante un rapporto sessuale con penetrazione senza preservativo).
La questione – di principio, rilevante per il giudizio
- meritava, quindi, un approfondimento di natura specialistica.
Il ricorso ad un perito avrebbe, poi, permesso
alla Corte di evitare di cadere nel manifesto errore di sostenere che eventuali
tracce di DNA in vagina possono essere state “lavate via allorché PC 1 ha urinato nelle ore intercorse tra i fatti in discussione e la vista medica” (sentenza consid.
21 pag. 23), tesi questa in aperto contrasto con l’anatomia femminile.
In conclusione, non essendovi elementi a sostegno
dell’ipotesi di una penetrazione, il ricorrente va assolto dal reato di
violenza carnale.
Vista tale conclusione, può essere lasciata senza
approfondimento la questione del mancato accertamento da parte della Corte di
prime cure dell’atto coercitivo che costituisce l’altro elemento costitutivo
della violenza carnale.
2.g. Il ricorrente ha chiesto anche di essere assolto dall’imputazione di
atti sessuali con fanciulli (in relazione ai baci scambiati con PC 1).
Tale richiesta non è, però, motivata.
Soltanto di transenna, nel ricorso si fa
riferimento all’età apparente di PC 1 (punto 9 pag. 6) senza però nulla dedurre
da quelle brevi considerazioni in relazione al reato di cui all’art 187 CP e
senza confrontarsi con quanto sostenuto, al riguardo, in sentenza.
Pertanto, su questo punto, il ricorso è
irricevibile.
3. Da quanto precede discende che, in accoglimento parziale del
ricorso, va annullato il dispositivo 1.2. della sentenza impugnata e il ricorrente
deve essere prosciolto dall’imputazione di violenza carnale.
Annullato è, pure, di conseguenza il dispositivo
di condanna del ricorrente al pagamento alla PC di fr. 15.000.- quale
risarcimento del torto morale nonché di fr. 7.676,40 per spese legali.
Annullato deve essere, pure, in conseguenza, il
dispositivo no. 2.1. relativo alla pena.
Ritenuto che per le condanne – non toccate da
questo giudizio – per atti sessuali con fanciulli (per avere baciato PC 1,
minore di 16 anni, sul viso, sulla bocca e sul ventre) nonché per infrazione e
contravvenzione alla LFStup potrebbe essere adeguata una pena pecuniaria (cfr.
sentenza non pubblicata del 13.5.2008 [6B.541/2007]) e siccome nell’incarto non
vi sono gli elementi necessari alla sua commisurazione, gli atti vanno rinviati
ad una nuova Corte delle assise correzionali (anziché ad una Corte delle assise
criminali), affinché renda, su questa questione, un nuovo giudizio.
La nuova Corte deciderà anche nuovamente
sull’importo da assegnare alla PC quale risarcimento del torto morale subito e
quale rimborso delle spese legali.
Sarà facoltà della nuova Corte decidere se
imputare ad RI 1, in applicazione dell’art. 250 CPP, quali atti sessuali con
fanciulli ex art. 187 CP (eventualmente, altro reato di cui la nuova Corte
dovesse ritenere dati i presupposti), i toccamenti degli organi genitali esterni
accertati dalla presenza di tracce di DNA dell’imputato in tale zona e non
indicati nell'atto d'accusa.
All’accusato dovrà, comunque, essere garantito il diritto di
essere sentito e quindi anche di proporre prove a scarico sgorgante dall'art. 9
Cost. (cfr. DTF 119 Ia 139 consid. 2e con richiami di dottrina e
giurisprudenza; CCRP, sentenza del 7 luglio 2004 in re V.F, consid, 7; CCRP, sentenza del 28 aprile 2005 in re D.D.D, M.G e I.M., consid. 8b);CCRP, sentenza del 21 ottobre 1999 in re B., consid. 2c).
Gli oneri processuali di prima sede (fr. 1200.-) vanno
posti a carico dello Stato.
Sulle ripetibili di prima sede, per contro, spetterà
al ricorrente adire la Camera dei ricorsi penali.
Gli oneri processuali del presente giudizio sono
posti interamente a carico dello Stato che rifonderà al ricorrente
fr. 1.500.- per ripetibili ridotte.
Per questi motivi,
richiamata per le spese la tariffa giudiziaria,
pronuncia: 1. Nella misura in cui è ammissibile, il ricorso di RI 1 è parzialmente
accolto.
Di conseguenza:
1.1. il dispositivo 1.2. della sentenza
impugnata è annullato e il ricorrente è prosciolto dall’imputazione di violenza
carnale.
1.2. il dispositivo 2.1 della sentenza
impugnata è annullato e gli atti sono trasmessi ad una Corte delle assise
correzionali per un nuovo giudizio.
1.3. il dispositivo 2.2. della sentenza
impugnata è annullato: la nuova Corte deciderà su quanto dovuto alla PC in
funzione della condanna per atti sessuali su fanciulli.
1.4. il dispositivo 2.3. della sentenza
impugnata è annullato.
2. Gli
oneri processuali, consistenti in:
a) tassa di
giustizia fr. 1'500.-
b) spese
complessive fr. 300.-
fr. 1'800.-
sono posti a carico dello Stato che rifonderà al
ricorrente
fr. 1'500.- per ripetibili ridotte.
3. Intimazione
a:
P_GLOSS_TERZI
Per la Corte di cassazione e di revisione penale
La presidente Il
segretario
Rimedi giuridici
Contro decisioni finali, contro decisioni
parziali, contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la
ricusazione e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione
(art. 100 cpv. 1 LTF), il ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000
Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non
sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso termine,
il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere
è disciplinata in tal caso dall’art.115 LTF.
Ultimo aggiornamento: 09.05.2026
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