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Decisione

17.2014.103

Valutazione della credibilità delle dichiarazioni della vittima di pretese coazioni sessuali commesse dal marito. Proscioglimento dell'imputato cui è stato riconosciuto un indennizzo ex art. 429 CPP

8 ottobre 2014Italiano193 min

Source ti.ch

Fatti

i. Secondo il racconto di ACPR_1, il marito divenne più violento dopo che

lei gli annunciò di essere rimasta incinta. Da lì - ha detto - il marito la

picchiò “tutti i giorni e in continuazione”:

la situazione è

ulteriormente peggiorata dal momento che lui è venuto a conoscenza del fatto

che sono rimasta incinta, questo è accaduto due settimane fa sono comunque

incinta da circa 8 settimane. Lui non vuole assolutamente che io tenga il

bambino, da quel momento ha cominciato a picchiarmi tutti i giorni e in

continuazione. Penso che lui non voglia che io tenga il bambino perché dice di

essere troppo giovane. (…) da quando mio marito AP 1 ha saputo che ero incinta

è diventato molto più aggressivo e quotidianamente litighiamo. AP 1 è una

persona molto gelosa e possessiva. Quando lui vuole qualcosa da me fa di tutto

per ottenerla” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 3 e 5).

l. A proposito di queste dichiarazioni, ci si limita, qui, ad annotare,

brevemente, che, nonostante le botte prese non solo “tutti i giorni” ma

anche “in continuazione” da - come vedremo - almeno tre settimane prima

della denuncia, i sanitari del PS che hanno visitato la donna la sera del 7

novembre 2013 hanno riscontrato su di lei dei segni minimi. Eloquenti, al

proposito, le foto in atti (AI 3): i segni avrebbero dovuto essere ben altri

se, davvero, come ha detto la donna, il marito avesse iniziato a picchiarla

pesantemente subito dopo il matrimonio con un ritmo almeno settimanale e, poi,

dopo l’annuncio della gravidanza (quindi, almeno tre settimane prima

dell’arresto) con un ritmo giornaliero (e anche più volte al giorno).

m. Su quanto accaduto poche ore prima - e che l’aveva convinta a

rivolgersi alla polizia - la donna ha raccontato quanto segue:

oggi lui è uscito tutto il

giorno per andare da dei suoi amici per aiutare a montare un armadio, così

facendo mi ha lasciato a casa tutto il giorno impossibilitata a muovermi in

quanto lui aveva preso la mia macchina. Gli ho scritto un messaggio per sapere

quando tornasse, lui non mi ha risposto e quando è rincasato verso le 17 è entrato

in casa e mi ha detto:

- sono tornato a casa il

più velocemente possibile per poterti spaccare la faccia!!!

Mi si è scagliato addosso

come una furia colpendomi con sberle a mano aperta in faccia e pugni sulla

testa e sulla nuca, così forte da farmi cadere sul divano. Quando ha finito di

picchiarmi mi sono rialzata e sono andata nella camera da letto per prendere la

mia giacca e uscire, lui mi ha seguito in camera e brandendo il tubo

dell’aspirapolvere mi ha detto: “se vuoi divorziamo, ma il bambino non lo

tieni!!! Tu non mi conosci ancora, o lo ammazzi te, o io ammazzo te e lui, non

ti rendi conto di cosa sono capace!!! Io prendo un coltello e tiro fuori io il

bambino!!!” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 3).

n. Qui si registra un’evidente esagerazione nel racconto della donna:

oggi lui è uscito tutto il

giorno (…), così facendo mi ha lasciato a casa tutto il giorno impossibilitata

a muovermi in quanto lui aveva preso la mia macchina”.

In realtà, ACPR_1

non era impossibilitata a muoversi. Non era chiusa in casa. __________ non è un

paese isolato in mezzo al nulla ma dista pochi chilometri dalla capitale ed è

collegato con i diversi centri da una serie di mezzi pubblici.

Del resto,

come vedremo in seguito, quel giorno la donna non è rimasta chiusa in casa ma

si è tranquillamente recata - in un sms la donna dice “con bus” e, in un

confronto, “a piedi” - a __________, lì ha bevuto un caffè e, poi, ha

fatto rientro al domicilio con un mezzo pubblico.

Anche

relativamente ai contatti telefonici della prima parte della giornata, il

racconto della donna non riflette la realtà. ACPR_1 ha parlato di un solo

messaggio che lei avrebbe inviato al marito che non le avrebbe risposto.

I tabulati

telefonici registrano una situazione ben diversa:

- 11:04: sms

di ACPR_1 a AP 1: “quando arrivi?”

- 11:15: sms

di ACPR_1 a AP 1: “niente visto non mi rispondi

vado a B’zona con bus non ce la faccio più stare qui”

- 11:59 e

12:02: chiamate da AP 1 a ACPR_1 che non ha risposto

- 12:16 e

12:58: ACPR_1 chiama AP 1 per pochissimi secondi

- 13:00 sms

di ACPR_1 a AP 1: “fai mi sapere quando finisci sono a piedi in Bellinzona non

rispondi mai ma grazie”

- 13:03:

chiamata di ACPR_1 a AP 1 per 6 secondi

- 13:28: AP

1 chiama ACPR_1 e i due conversano per 1 minuto e 32 secondi

- 13:31:

sms di ACPR_1 a AP 1: “invece di dirmi scusa, come ti comporti solo mi chiedi

della casa grazie”

- 15:15: ACPR_1

chiama AP 1 per 49 secondi

- 15:22:

sms di ACPR_1 a AP 1: “posso sapere quando finisci tutto il giorno

sono senza macchina”

Anche il

racconto relativo a quanto successo dopo il rientro del marito al domicilio

coniugale cozza con i riscontri oggettivi. Ci fossero davvero stati le “sberle

a mano aperta in faccia” e i “pugni sulla testa e sulla nuca” dati

dal marito che colpiva “come una furia” al punto da farla “cadere sul

divano”, i medici che hanno visitato la donna alcune ore dopo avrebbero,

certamente, riscontrato ben altri segni che non quelli registrati nelle foto

agli atti (AI 3) – in cui si fatica a distinguere gli arrossamenti da sberle da

un brufolino - e di cui parlano i certificati (AI 3).

Relativamente

alla costanza del racconto, ci si limita ad annotare che, come si vedrà, in

seguito la donna attribuirà al marito frasi diverse da quella che, qui,

sostiene lui abbia detto al suo rientro (“sono tornato a casa il più

velocemente possibile per poterti spaccare la faccia!!!”).

o. Sempre secondo il suo racconto, dopo il litigio, appena vide il marito

addormentato sul divano, la donna, si chiuse in cucina e chiamò un’amica in

Germania. Sentito quanto successo, l’amica le disse che doveva assolutamente

andarsene:

Ero pietrificata e solo

una volta che lui si è addormentato sul divano mi sono chiusa in cucina e ho

chiamato una mia amica in Germania, lei mi ha detto che dovevo assolutamente

scappare da quella casa. Grazie a questa telefonata ho trovato la forza e il

coraggio di fuggire. Non appena lui si è accorto che io sono uscita di casa, mi

ha inseguito. Per fortuna mi ero già riuscita a chiudere in macchina e sono

così potuta fuggire. (…) mentre stavo andando ad __________ con la mia vettura,

mio marito mi ha chiamato al cellulare. Mi ha chiesto inizialmente dove mi

trovavo e poi mi ha detto di tornare a casa per parlare. Io gli avevo risposto

che avevo paura di lui e che non volevo più che mi picchiasse” (PS ACPR_1

8.11.2013, pag. 4 e 5).

p. A proposito delle dichiarazioni appena citate, non si può non rilevare

come la donna enfatizzi oltre misura il ruolo della telefonata dell’amica quando

dice che fu grazie a quello che lei trovò “la forza e il coraggio di

fuggire”.

Come si

vedrà in seguito, infatti, è accertato che lei, già al mattino del 7 novembre

2013 - quindi, almeno una decina d’ore prima di quella telefonata (se non già

in precedenza, cfr consid 12.n.) - aveva deciso che, il giorno successivo, si

sarebbe presentata in polizia. Tanto che aveva già chiesto ad ZZ_1 di

accompagnarla (vedi sotto, consid. 12.n).

Ma non solo.

Quello stesso pomeriggio, prima del rientro del marito, aveva scritto un sms

all’amica __________ in cui le annunciava l’intenzione di separarsi dal marito

(cfr consid. 27a).

Si deve,

poi, sottolineare come ACPR_1 si dipinga come una donna terrorizzata - persino

“pietrificata” dalla paura - al punto da non avere, da sola, la forza di

andarsene e come questo ritratto strida:

-

con gli sms inviati nel corso di quella giornata al marito in cui gli chiedeva

con un certo “vigore” di tornare perché le serviva la macchina e

-

con la tranquillità di cui, come vedremo, sono testimoni, in particolare, i

toni degli sms inviati quella stessa mattina all’amica/datrice di lavoro ZZ_1.

Si rileva,

poi, che ACPR_1 racconta che il marito la “inseguì” e che lei riuscì a

sfuggire a tale inseguimento soltanto chiudendosi in macchina. Questa

descrizione lascia intendere un atteggiamento aggressivo del marito.

A questo

proposito, va segnalato che AP 1 ha detto di avere seguito, sì, la moglie ma

senza nessuna intenzione bellicosa:

Ad un certo punto lei ha preso la

giacca e le chiavi ed è uscita, sempre continuando a parlare al telefono. Io

l’ho seguita fino alla macchina. Poi lei se ne è andata. (…) Quando ho seguito

mia moglie che usciva di casa, l’ho fatto per capire cosa stava succedendo. Non

ero aggressivo. Il nostro litigio si era esaurito dopo gli schiaffi alcune ore

prima. La situazione era, a quel momento, “normale”” (verb. dib. d’appello,

pag. 13).

Va detto che le

dichiarazioni di AP 1 sono confermate dai tabulati da cui risulta che, poco

dopo, lui scrisse alla moglie degli sms più che affettuosi:

- 7.11.2013, ore 20:26:

“Amore rispondi”

- 7.11.2013, ore 20:59:

“Amore io ti aspetto vita mia” (AI 22).

q. La donna si diresse ad __________ poiché - ha detto - sapeva che la sua

datrice di lavoro avrebbe potuto ospitarla.

Quest’ultima,

appena saputo di quanto successo, segnalò l’accaduto alla polizia.

Queste le

parole di ACPR_1 al riguardo:

è stata proprio lei a

chiamare la polizia, sono contenta che l’abbia fatto, perché come già detto

prima non ho mai richiesto i vostri servizi solo ed esclusivamente perché

totalmente terrorizzata da mio marito” (PS 8.11.2013, ore 00:40, pag. 4).

r. Ancora una volta, la donna insiste sul “terrore” che proverebbe nei

confronti del marito e che le avrebbe, sin lì, impedito di rivolgersi alla

polizia.

Come visto

sopra, gli elementi oggettivi in atti descrivono una donna diversa dalla moglie

terrorizzata e impossibilitata a difendersi.

Fra questi

elementi oggettivi, si cita anche il fatto che, il 3 ottobre 2013, la donna scrisse

all’Ufficio regionale degli stranieri una lettera in cui garantiva che lei

avrebbe assunto il mantenimento del marito così da permettergli di ottenere il

permesso di soggiorno. Alla presidente che le chiedeva se fosse stata obbligata

dal marito a scrivere tale lettera, la donna ha negato:

L’avv. DI 1 mi contesta

che il 3.10.2013 io ho scritto una lettera all’Ufficio regionale degli

stranieri che mi legge.

Sì, l’ho scritta io. L’ho

dovuta scrivere perché, se no, lui non avrebbe ricevuto il permesso. Quando

dico “ho dovuto” non intendo che mio marito mi ha obbligato. Soltanto che,

senza questa assicurazione, lui non avrebbe ricevuto il permesso per stare in

Svizzera” (verb. dib. d’appello, pag. 11).

Una donna

terrorizzata dal marito difficilmente avrebbe presentato una simile richiesta,

se non da lui obbligata.

s. Proseguendo, ACPR_1 ha detto agli inquirenti di sentirsi davvero

minacciata dal marito e di avere paura di un aumento della sua aggressività:

ho veramente paura che una

sua reazione degeneri. Fino a adesso si è “limitato” a darmi degli schiaffi e

pugni, ma penso che possa arrivare a farmi del male seriamente. (…) una volta

aveva preso in mano un coltello da cucina e me lo aveva messo vicino alla gola

per minacciarmi“ (PS 8.11.2013, ore 00:40, pag. 4).

t. Si noti che, qui, l’ACPR espressamente afferma che il marito si era,

sino a quel momento, “limitato” a darle “degli schiaffi e dei pugni”

e, in un’occasione, a minacciarla con un coltello.

Di fatto, in

seguito, in quello stesso verbale, come vedremo, la donna modificherà

sensibilmente tale dichiarazione, in particolare sostenendo di avere subito

anche delle coazioni sessuali.

In questo

senso, la paura espressa qui di un peggioramento - relativamente alle botte

subite - risulta, in qualche modo, incongruente.

9.2.a. Durante la sua audizione, dopo che la donna aveva segnalato quanto

riportato sopra, gli interroganti le hanno chiesto se la sua libertà di agire

fosse mai stata intralciata dal marito. In risposta, ACPR_1 ha parlato di

spintoni e minacce con cui il marito l’aveva, in qualche occasione litigiosa,

costretta in casa quando lei invece avrebbe voluto uscire:

Alcune volte durante le

discussioni era mia intenzione uscire di casa per farmi due passi. AP 1 me lo

impediva con degli spintoni o con delle minacce” (PS ACPR_1 8.1.2013, pag. 4).

Gli

inquirenti le hanno, poi, chiesto se il marito l’avesse costretta a subire atti

sessuali contro la sua volontà. Questa la risposta di ACPR_1:

sì, è già capitato in

alcune occasioni, per l’esattezza tre volte da quando ci conosciamo. Tutte e

tre le volte sono avvenute mentre eravamo sposati. La prima volta è stato dopo

il matrimonio, mentre eravamo in Svizzera. Per un breve periodo ho avuto una

camera in affitto presso il __________ a __________. In quest’occasione, mentre

eravamo in camera io e lui, avevamo litigato per futili motivi. In seguito mi

ha preso con la forza mi ha tolto i vestiti e con il pene è penetrato nel mio

ano, contro la mia volontà. Mi teneva con forza e non riuscivo a liberarmi. È

stato un rapporto doloroso anche se era durato poco tempo.

La seconda volta è successo

sempre a __________, poche settimane dopo la prima violenza. Anche qui avevamo

litigato e lui mi ha obbligata ad avere un rapporto sessuale, esattamente come

la prima volta.

La terza e ultima volta è

avvenuta un mese fa circa, mentre eravamo già nel nuovo appartamento a __________.

Dopo una discussione mi aveva picchiato, poi mi ha tolto i vestiti sempre con

la forza fino a penetrarmi nell’ano” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 5).

b. In relazione a queste dichiarazioni non può essere nascosto che

stupisce il fatto che la donna, rispondendo agli inquirenti che le chiedevano

se la sua libertà d’agire fosse mai stata intralciata dal marito, abbia in un

primo tempo riferito di essere stata costretta, alcune volte, a rimanere in

casa quando lei voleva uscire e soltanto in un secondo tempo - e soltanto a

precisa domanda degli inquirenti - abbia parlato delle (ben più gravi) coazioni

sessuali.

Stupisce

perché, secondo il normale andamento delle cose, una donna terrorizzata che

riesce a rivolgersi alla polizia solo perché - come vedremo - teme per la sua

vita e quella del figlio che porta in grembo, non racconta banalità agli

inquirenti (“qualche volta non mi lasciava uscire”) ma porta alla loro

attenzione i fatti più gravi.

Va osservato

- perché su questi punti, in seguito, il racconto cambierà - che, in questo

primo verbale, ACPR_1 sostiene:

-

che il rapporto sessuale forzato era stato “doloroso anche se era durato

poco tempo”

- di essere

stata picchiata soltanto prima della terza coazione.

c. All’interrogante che le chiedeva di descrivere cosa avveniva dopo

questi fatti, la donna ha risposto:

una sola volta si era

scusato mentre le altre volte non diceva niente e si metteva a dormire. Io

invece piangevo, vomitavo e rimanevo sveglia per tutta la notte. Vorrei

precisare che di queste violenze che ho subito non sono mai riuscita a parlarne

con nessuno. Non ho mai avuto il coraggio di denunciarlo per paura di una sua

ritorsione nei miei confronti” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 5).

d. Da osservare - perché, in seguito, anche su questi aspetti il racconto

cambierà - che, in questo primo verbale, la donna situa le coazioni di sera: è

questo che si deduce dalle affermazioni secondo cui “dopo” il marito si

metteva a dormire mentre lei rimaneva sveglia “per tutta la notte”.

Si segnala,

poi, che, qui, la donna sostiene che, dopo le coazioni, lei, oltre a piangere,

vomitava. Si tratta di un’affermazione che non verrà più ripresa in seguito.

Ma non solo.

Se valutata

nel complesso delle dichiarazioni della donna, quest’affermazione appare del

tutto incongruente ritenuto come, nel prosieguo dell’inchiesta, dirà che, dopo

le coazioni, lei lasciava la camera soltanto per andare in bagno per mettersi

un po’ d’acqua sul viso.

Da queste

due elementi emerge con certezza che, su questo punto, la donna la mentito.

Ancora

relativamente alla costanza del racconto, si segnala che, in seguito, ACPR_1

non dirà sempre che, dopo, il marito “si metteva a dormire”: in altri

verbali, dirà che, il marito se ne andava via lasciandola sola e, con

riferimento all’ultimo episodio, dirà, in un verbale, che il marito aveva

guardato la televisione (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 6) e, in un altro,

che si era messo a bere (AI 53, pag. 6).

A ciò si

aggiunge che la donna non è stata costante nemmeno sulle scuse del marito: se

qui ha detto che “una sola volta si era scusato”, poi dirà, invece, che “a

volte” il marito si scusava.

Si rileva,

infine, che qui sostiene di non avere denunciato il marito “per paura di una

sua ritorsione” aggiungendo che lui la “terrorizzava” mentre, poi,

dirà sempre di non averlo fatto perché lo amava e sperava in un suo

cambiamento.

10.

a. A

seguito della denuncia, alle ore 04:45, gli inquirenti hanno fermato AP 1 al

suo domicilio.

Interrogato,

egli ha detto di avere conosciuto ACPR_1 due anni prima quando lei lavorava nel

bar di suo fratello XY e di avere iniziato una relazione sentimentale con lei

verso la fine di febbraio del 2013 (PS AP 1 8.1.2013, pag. 3).

AP 1 ha, sin

dall’inizio, negato sia di avere avuto l’abitudine di picchiare la moglie, sia

di averla costretta ad atti sessuali che lei non voleva.

Ha ammesso

unicamente che, la sera in cui è stato arrestato, vi fu un litigio in cui

entrambi si insultarono alzando la voce e si spintonarono. Tuttavia, ha

precisato che il litigio fu causato da una scenata della moglie che lo aggredì,

non appena rientrato, perché voleva la macchina per andarsene in giro:

Sono stato da un mio

amico, a dargli una mano per spostare un armadio e sono venuto a casa e mia

moglie ha cominciato a gridare, urlare. Non so esattamente perché, voleva

l’auto, voleva andare in giro. Così mi ha detto. (…) Appena sono entrato in

casa abbiamo avuto una discussione, immediatamente. (…) già prima che io

rientrassi a casa ho ricevuto diversi messaggi. (…) ho cominciato a ricevere

diversi messaggi da lei, era arrabbiata, voleva sapere dov’ero, quando

arrivavo. (…) non appena sono tornato a casa abbiamo iniziato a litigare. Lei

mi ha detto che ero uno stronzo, ero cattivo… si dicono tante cose quando si è

arrabbiati. (…) anch’io le ho detto delle parolacce, certo. Le ho detto

stronza, le ho detto che voleva andare in giro e che non metteva a posto la

casa. Le ho detto tante cose, non le ricordo. Stavamo litigando. (…) urlavamo”

(PS AP 1 8.11.2013, pag. 5, 6 e 7).

Al ché, dopo

che si erano dati vicendevoli spintoni, lui perse la pazienza e - secondo le

sue dichiarazioni - per la prima volta diede (con il palmo della mano) due

sberle (ma non forti) in faccia alla moglie. Ciò pose fine al litigio.

Mentre lui

era sul divano, la moglie telefonò ad una sua amica residente in Germania con

la quale parlò per un’ora circa. In seguito, stando a AP 1, nonostante i suoi

appelli, la moglie - ancora al telefono con la sua amica - se ne andò

lasciandolo solo:

Poi lei è uscita. (…)

l’auto si trovava immediatamente davanti all’entrata di casa nostra. Io sono

uscito, l’ho raggiunta e lei si è chiusa in auto. Ha chiuso le portiere.

Ho visto che voleva

scappare da me, ma io non avevo fatto niente. Le ho, gesticolando, chiesto di

calmarsi. Lei però è partita andandosene via. (...) poi l’ho chiamata mille

volte ci siamo anche parlati. Le ho detto di calmarsi, se era stressata sarebbe

stato meglio tornare a casa da me. Lei mi ha però detto che andava a dormire da

un’amica di cui non conosco, o meglio non ricordo il nome” (PS AP 1 8.11.2013,

pag. 7).

b. Sin qui, la sostanza del racconto di AP 1 (l’arrabbiatura della moglie

per la vettura, i molti contatti telefonici fra moglie e marito durante la

giornata e la telefonata fra la moglie e l’amica) è confermata da quanto già

detto sopra.

Le “mille

telefonate” di lui a lei dopo la sua fuga sono, nella sostanza, pure

confermate dai tabulati (AI 22) che registrano, nel lasso di tempo di un’ora,

ben nove chiamate di lui a lei (con conversazioni per complessivi 20 minuti e

23 secondi) e due sms, sempre di lui a lei (ore 20:26: “amore, rispondi”

e ore 20.59: “amore io ti aspetto vita mia”).

Inoltre,

registrano una chiamata (alle 21:06) di lei a lui (durata conversazione: 4

minuti e 20 secondi).

c. Confrontato con il certificato medico redatto al PS dell’Ospedale __________

di __________ cui la moglie si era rivolta quello stesso giorno (all. A al PS AP

1 8.11.2013) e con il rapporto di ugual data sottoscritto dal capo servizio del

PS citato (all. B al PS AP 1 8.11.2013) che specificava che su ACPR_1 era stata

accertata la presenza, oltre che di un lieve arrossamento a livello dello

zigomo e della guancia sinistri, di un ematoma sulla spalla destra e di un

piccolo ematoma al collo, AP 1 ha ammesso di essere il responsabile unicamente

degli arrossamenti alla guancia e allo zigomo:

Sulla guancia e sullo

zigomo possono essere la conseguenza delle mie due sberle. Gli altri ematomi,

alla spalla e al collo, non so spiegarmeli” (PS AP 1 8.11.2013, pag. 16).

Si

sottolinea qui, ancora una volta, che nelle foto in atti gli ematomi non sono

visibili e che anche gli arrossamenti sono difficilmente individuabili (vanno,

in pratica, immaginati).

d. Per sintetizzare, AP 1 ha, in questo primo interrogatorio, sostenuto

che delle dichiarazioni della moglie è corrispondente al vero soltanto quella

relativa alla gravidanza che, per lui, era indesiderata al punto che aveva

proposto alla moglie di abortire:

Ho detto subito fai

aborto.

Le ho detto che non avevo

lavoro, eravamo in una situazione stupida ed era tutto molto difficile.

Questo è accaduto il primo

giorno. Poi ne abbiamo ancora parlato, lei era contenta di essere incinta ed io

le ripetevo che non era il momento. (…) ancora oggi penso che non è una buona

idea, penso sia meglio abortire e avere un bambino quando la situazione sarà

più stabile (…)

Mi viene fatto prendere

atto che ACPR_1 ha dichiarato:

Lui non vuole assolutamente

che io tenga il bambino, da quel momento ha cominciato a picchiarmi tutti i

giorni e in continuazione. Penso che lui non voglia che io tenga il bambino

perché dice di essere troppo giovane.

Mi viene chiesto di

prendere posizione.

È vero che in questo

momento non voglio il bambino ma non è vero che l’ho picchiata come lei dice.

Mi chiedo come può dire

questo, ieri prima che io andassi a lavorare ho fatto un disegno raffigurante

la nostra famiglia. Ho disegnato me, mia moglie e un bambino indicando anche il

nome “__________” come volontà di mia moglie. Questo disegno l’ho apposto sul

frigorifero, piegandolo e infilandolo nella fessura. (…)

Mi viene fatto prendere

atto che ACPR_1 ha dichiarato che io, brandendo il tubo dell’aspirapolvere, ho

detto:

se vuoi divorziamo, ma il

bambino non lo tieni!!! Tu non mi conosci ancora, o lo ammazzi te o io ammazzo

te e lui, non ti rendi conto di cosa sono capace!!! Io prendo un coltello e

tiro fuori io il bambino!!!

Mi viene chiesto di

prendere posizione.

Queste sono stupidaggini

che si è inventata mia moglie” (PS AP 1 8.11.2013, pag. 10 e 15).

e. Queste dichiarazioni - in sé coerenti - sono confermate, come si vedrà

in seguito, dalle dichiarazioni della moglie che ha ammesso l’esistenza del

disegno.

E’, poi,

evidente che, con quel disegno, il marito intendeva comunicare alla moglie di

avere cambiato idea sulla gravidanza e, viste le dichiarazioni di cui sopra, di

accettarla nonostante le difficoltà dovute alla precarietà della loro

situazione. Va, a questo proposito, aggiunto che l’uomo non si è limitato a

disegnare due genitori con un bambino ma ha aggiunto il nome del bambino:

Ho disegnato me, mia

moglie e un bambino indicando anche il nome “__________” come volontà di mia

moglie”.

L’indicazione

del nome voluto dalla moglie per il bambino ha più significati: non solo

rafforza quello dell’accettazione (con la personificazione del bambino), ma

dimostra anche che i due genitori avevano discusso della gravidanza in

un’ottica non distruttiva, o meglio dimostra che il marito era, nelle

discussioni con la moglie, almeno entrato nell’ottica di tenere il bambino.

E’ ciò che,

del resto, AP 1 ha ben spiegato al dibattimento d’appello:

Il disegno della famigliola l’ho

fatto la mattina del 7.11.2013. Ero in cucina, lei dormiva ancora e io ho fatto

quel disegno prima di partire per raggiungere il mio amico a __________. La

presidente mi chiede perché ho fatto quel disegno. Mi è venuto così. Ho

disegnato tre figure e ho messo i nostri nomi. Per il bambino ho messo __________

perché lei mi aveva detto che, se fosse stata una bambina, avrebbe voluto

chiamarla così. Avevamo avuto questo colloquio un paio di giorni prima. Ricordo

che io avevo detto, se invece fosse stato un maschio, avremmo potuto chiamarlo __________

come suo padre.

È vero che, per lo meno all’inizio,

io non volevo un bambino. Pensavo che quello non fosse il momento giusto. Da un

lato perché io ero qua senza lavoro. D’altro lato perché volevamo lasciare la

Svizzera ed andare a vivere altrove. Parlavamo di Germania, Serbia e Austria. E

quindi non mi sembrava che quello fosse il momento giusto per avere un bambino.

Alla presidente rispondo che - se

non mi sbaglio - mia moglie mi ha detto di essere incinta un paio di settimane

prima del mio arresto.

È vero che ho detto a mia moglie di

abortire ma lei sin dall’inizio non voleva. Non l’ho mai picchiata durante

queste discussioni. Alla fine ho capito che lei non voleva abortire. Così mi

sono detto che, nonostante non fosse una buona idea, avremmo avuto il bambino.

Secondo me, non era il momento giusto per avere un figlio. Ma siccome lei era

convinta di averlo, io mi sono adattato. A mia moglie non ho detto

esplicitamente di avere cambiato idea ma lei l’ha sicuramente capito perché, da

un certo punto in poi, abbiamo cominciato a parlare di quello che sarebbe

successo con l’arrivo del bambino, di nomi e di altro” (verb. dib. d’appello,

pag. 13 e 14).

Il disegno e

il suo significato contrastano irrimediabilmente con la versione della donna

secondo cui, dopo avere saputo della gravidanza, il marito l’ha picchiata tutti

i giorni per costringerla ad abortire mentre si inserisce più armoniosamente in

quella di lui che, pur precisando di essere stato contrario sin dal primo

momento, ha detto di averne in seguito parlato con la moglie che, invece, era

contenta di essere incinta (“poi ne abbiamo ancora parlato, lei era contenta

di essere incinta ed io le ripetevo che non era il momento”).

Questo

contrasto è ancor più evidente se si considera che, quella stessa mattina, alle

6:36, AP 1 ha spedito alla moglie, che dormiva ancora, il seguente sms:

ti amo tanto” (AI 22).

Difficile è

credere che l’uomo che, prima di assentarsi per alcune ore, lascia alla moglie,

ancora addormentata, dei messaggi tanto affettuosi e significativi (disegno e

sms), al suo rientro aggredisca come una furia quella stessa donna minacciando

di uccidere lei e il bambino, perché - come la donna ha sostenuto - “non lo

voleva assolutamente”.

f. AP 1 ha, poi, attribuito le dichiarazioni della moglie alla nefasta

influenza di ZZ_1, responsabile del bar __________ di __________ in cui la

moglie prestava servizio:

quando ho visto questa

donna, ho capito che quanto stava accadendo, i reati che mi sono stati

contestati, non sono frutto delle dichiarazioni di mia moglie ma hanno a che

fare con questa donna (…) Tutto questo e quello che è successo ieri, è stato

fatto da ZZ_1 e non credo lo abbia fatto ACPR_1” (PS AP 1 8.11.2013, pag. 6).

11. ACPR_1 è stata nuovamente sentita nel pomeriggio di quello stesso

giorno.

a. Rispondendo alle domande degli interroganti, ella ha, dapprima,

precisato di essere l’unica a lavorare e di essere, quindi, lei a mantenere il

marito.

Richiesta,

poi, di descrivere la sua vita coniugale, la donna ha dichiarato quanto segue:

circa una settimana dopo

il nostro matrimonio, AP 1 ha iniziato ad essere aggressivo nei miei confronti;

cosa che prima non era mai stato. Si arrabbiava per niente e quindi mi

picchiava prevalentemente in faccia e sulla testa con la mano. Per esempio, un

paio di giorni fa, lui ha messo le cozze nel congelatore e gli ho detto che le

cozze non andavano messe lì. Lui si è arrabbiato, ha preso le cozze e le ha

buttate tutte per terra. Le ho raccolte e buttate via perché non erano più

commestibili e lui mi ha costretta a toglierle dalla spazzatura e quindi mi ha

di nuovo colpito alla testa con degli schiaffi.

Per rispondere alle domande

di chi mi interroga dico che all’inizio mi picchiava, sempre nel solito modo,

ogni tanto. Poi via via sempre più spesso e quando gli ho comunicato che ero

incinta, 2 o 3 settimane fa, ogni giorno e anche più volte al giorno, per

qualsiasi stupidata che dico o faccio, lui mi picchia. Io l’unica cosa che

facevo era quella di ripararmi il viso con le mani. Avevo paura che reagendo

diventava peggio. Lui è molto più forte di me. (…) Una volta lui ha buttato per

terra piatti e bicchieri e con uno di questi rotti mi ha minacciato dicendomi

che mi ammazzava. Mi aveva messo il coccio vicino alla gola. Un’altra volta mi

è venuto incontro con un coltello. Ero terrorizzata ma sono riuscita a

parlargli e a convincerlo a lasciare il coltello. (…) Capita che nei

finesettimana finisco più tardi di lavorare. Magari anche alle 2:00 di notte

(generalmente finisco alle ore 01:00). Lui mi aspettava e appena entrata in

casa mi aggrediva verbalmente con epiteti vari, tipo puttana, merda dove sei

stata? (…) una sera del mese di settembre, non ricordo la data ma eravamo

ancora a Contone, sul parcheggio sottostante dove avevo la mia stanza, lui mi

ha dato una sberla che mi ha fatta cadere per terra. Mi sono rialzata, ho preso

l’auto e sono andata al bar __________ per prendere una pizza per lui. Piangevo

e una donna che si chiama YY_1 e che conosco solo di vista per averla vista ad __________

mi si è avvicinata chiedendomi perché piangevo. Io le ho detto che mio marito

mi picchiava. Lei è della __________ e ricordo che mi ha detto… conosco questa

mentalità…” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 2, 3 e 4).

b. Come vedremo in seguito, la donna rielaborerà l’episodio della minaccia

con le stoviglie rotte. Qui dice che, in un’occasione, il marito ruppe dei

piatti e dei bicchieri e, poi, la minacciò con “uno di questi rotti”. In

seguito, dimenticherà i piatti e svilupperà la questione del bicchiere

affermando che a lei che lo pregava di non usare il suo bicchiere preferito (un

bicchiere per il latte macchiato), il marito rispose rompendolo e avvicinando

al suo collo il coccio a mo’ di minaccia.

Si osserva,

poi, che, in questo verbale, la donna racconta che il marito era solito

picchiarla nei week-end, al suo rientro - più tardivo del solito - dal lavoro:

Capita che nei

finesettimana finisco più tardi di lavorare. Magari anche alle 2:00 di notte

(generalmente finisco alle ore 01:00). Lui mi aspettava e appena entrata in

casa mi aggrediva verbalmente con epiteti vari, tipo puttana, merda dove sei

stata?”

Affermando

che “lui mi aspettava e appena entrata in casa mi aggrediva”, la donna

lascia intendere che il marito l’aspettava a casa.

In realtà,

questo è falso.

Ciò risulta

dalle costanti dichiarazioni del marito - che ha sempre detto che era lui ad

accompagnarla al lavoro e a riprenderla la sera - confermate, al dibattimento

d’appello, dalla stessa ACPR_1 (evidentemente dimentica di alcune sue diverse

dichiarazioni):

A domanda della presidente, dichiaro che,

all’inizio, forse per un paio di settimane, al lavoro ci andavo con la mia

macchina. Poi mi accompagnava sempre il mio ex marito perché era geloso. Era

sempre lui che poi mi veniva a riprendere la sera alla fine del turno” (verb.

dib. d’appello, pag. 10).

In questo

stralcio di verbale la donna ribadisce che, saputo della gravidanza, il marito

la picchiava “ogni giorno e anche più volte al giorno”.

A questa

Corte tocca, perciò, ribadire che, se così fosse stato, non avremmo dovuto

cercare di indovinare, sulle foto scattate la sera del 7 novembre 2013, rossori

ed ematomi.

Va, poi,

annotato che, leggendo l’affermazione “lui è molto più forte di me”, si

ha l’impressione di essere confrontati con una donna fragile.

L’impressione

cambia se si pensa che questa stessa donna che, ai poliziotti, sottolineava la

superiorità fisica del marito, ha loro nascosto che lei ha praticato per anni,

sino alla nascita della bambina, una disciplina marziale (judo). Circostanza

che ha dovuto ammettere, su sollecitazione della Difesa, al dibattimento

d’appello (verb. dib. d’appello, pag. 7).

Limitatamente

al litigio sulle cozze, il racconto della donna è, come vedremo, confermato dal

marito che, tuttavia, lo descrive di intensità minore (negando avere colpito la

moglie con una sberla) e, in sintesi, attribuendone a lei la responsabilità

(era lei - ha raccontato - che lo stressava con queste cozze).

Relativamente

all’episodio del bar __________ - lo vedremo - la testimonianza della donna che

vide ACPR_1 e, con cui, brevemente, parlò getta sulla vicenda una luce

completamente diversa da quella gettata dall’ACPR_1.

Infine, si

annota che qui ACPR_1 afferma che il marito cominciò ad avere atteggiamenti

aggressivi soltanto una settimana dopo il matrimonio:

circa una settimana dopo

il nostro matrimonio, AP 1 ha iniziato ad essere aggressivo nei miei confronti;

cosa che prima non era mai stato”.

Come visto,

al dibattimento d’appello dirà una cosa un po’ diversa:

Prima del matrimonio, io e AP 1

abbiamo convissuto circa un mese. La convivenza era abbastanza tranquilla. Ogni

tanto urlava ma non mi ha mai picchiata. Urlava perché si arrabbiava. Si

arrabbiava per gelosia” (verb. dib. d’appello, pag. 5).

A questo

proposito si segnala, inoltre, che l’amica ZZ_1 ha riferito agli inquirenti che

l’ACPR_1 le aveva detto che il marito la picchiò per la prima volta il giorno

del matrimonio, perché lei aveva scelto un abito di un colore che non gli

piaceva (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 7).

Vero è che

al dibattimento d’appello, interrogata al riguardo, ACPR_1 ha detto:

Dopo il matrimonio ha cominciato a

picchiarmi. Non ricordo la prima volta che mi ha picchiato. Erano talmente

tante.

La presidente mi ricorda che la

signora ZZ_1 ha detto che io le ho confidato che la prima volta AP 1 mi ha

picchiato perché non gli era piaciuto il vestito che avevo comprato per il

matrimonio. Non è vero. Non mi ricordo per che cosa mi ha picchiato la prima

volta. Mio marito mi picchiava perché non gli piaceva quello che cucinavo.

Oppure perché rientravo, secondo lui, tardi dal lavoro” (verb dib. d’appello,

pag. 5)

Tuttavia,

non si comprende il motivo per cui la ZZ_1 avrebbe dovuto mentire su questo

punto. Peraltro, inventando un episodio specifico e con tanti dettagli:

ZZ_1 (…) mi aveva detto

che aveva iniziato a picchiarla sin da subito dopo il matrimonio. La prima

volta per il vestito del matrimonio dove aveva comprato un vestito color lilla

che a lui non piaceva” (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 7).

Ne deriva

l’accertamento secondo cui ACPR_1 su questo punto ha mentito: ha mentito alla ZZ_1

oppure ha mentito al dibattimento di appello.

c. All’agente che la interrogava, la donna ha spiegato che nessuno ha

sentito le sue liti con il marito poiché loro abitavano in una casa “molto

vecchia e da soli”, visto che l’altro appartamento era occupato da una “coppia

di anziani che viene solo durante le vacanze”. Ha, inoltre, spiegato che

nessuno si era mai accorto di nulla perché il marito era attento a non

lasciarle dei segni visibili e che, comunque, quando ciò capitava, lei li

nascondeva con il trucco:

non mi lasciava segni così

evidenti. Qualche graffio e qualche sanguinamento al viso che io cercavo di

nascondere con il trucco quando uscivo di casa per andare a lavorare. In un

paio di circostanze mi ha lasciato dei lividi sulle spalle e sulle braccia. Sul

viso non mi ha mai dato pugni mentre che in altre parti del corpo più nascoste,

quali appunto braccia e spalle, me ne ha dati tanti” (PS ACPR_1 8.11.2013

14.05, pag. 2; cfr. anche pag. 3).

d. Riguardo a queste dichiarazioni, in particolare riguardo a quella

secondo cui nessuno poteva sentire, va detto che, se questo può valere per __________,

non può valere per __________ dove i due dividevano l’appartamento alla __________

con un’altra persona. Questa, come si vedrà, ha detto di averli sentiti

soltanto “qualche volta alzare la voce ma di non avere mai avuto

l’impressione che si trattasse di liti violente ” ed, anzi, ha detto di

avere spesso visto i due coniugi in atteggiamenti affettuosi.

Ma non solo.

Sempre in relazione al periodo passato alla __________, anche il proprietario

ha detto di avere avuto l’impressione che i due fossero davvero innamorati e di

avere sentito soltanto litigi “normali”.

Sui “segni”,

non può essere nascosto che, ancora una volta, desta perplessità il fatto che

botte violente come quelle descritte dalla donna non lasciassero segni

visibili.

Per il

resto, va segnalato che in questo verbale si registra un’importante modifica

delle dichiarazioni della donna. Al mattino, infatti, lei aveva detto che il

marito le dava dei pugni anche sul viso (ciò che qui ha negato).

Ma non solo.

In questo

secondo verbale, lei ha detto che il marito le dava “tanti” pugni “sulle

braccia e sulle spalle” o, più in generale, “sulle parti del corpo più

nascoste”, mentre al mattino si era limitata a dire che lui la “picchiava

soprattutto in faccia e sulla testa” (cosa che, peraltro, aveva ripetuto

all’inizio di questo verbale).

e. Anche in questo verbale, la donna ha ribadito che il marito non voleva

il bambino che lei aspettava:

lui questo bambino non lo

voleva proprio. Diceva che gli avrebbe impedito di vivere la sua vita, di

andare in vacanza e di divertirsi. Ogni giorno mi diceva di abortire. Mi

svegliava anche durante la notte per convincermi ad abortire; cosa che io non

ho mai voluto fare. È vero che sapevo che non voleva dei figli, ma questo

bambino è arrivato e io voglio dare alla luce mio figlio. Una volta mi ha detto

che se non abortivo, con un coltello, me lo avrebbe tolto lui il bambino dal

ventre. Proprio ieri mi ha detto che se volevo potevamo divorziare ma mai

avrebbe voluto che il figlio rimanesse qui in Svizzera perché lui è balcanico e

un eventuale suo figlio doveva crescere laggiù. Mi ha detto che piuttosto che

farlo crescere qui l’avrebbe ammazzato lui” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05,

pag. 2 e 3).

In

quest’occasione ACPR_1 ha poi precisato che ciò che la spaventava di più era il

fatto che il marito aveva un comportamento “assurdo”:

lui si comporta in maniera

assurda e ciò mi incute più paura. Ieri mattina ha fatto un disegno con 2

adulti e un bambino e l’ha attaccato al frigo. Ieri pomeriggio gli ho mandato

un sms per sapere a che ora tornava a casa perché avevo bisogno della macchina

e quando è arrivato mi ha detto come prima cosa: perché mi mandi gli sms? Ora

ti spacco la faccia e ha iniziato a picchiarmi” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore

14:05, pag. 3).

f. Con l’evidente intento di dimostrare come il marito fosse

ossessionato dalla gravidanza, ACPR_1 arriva ad affermare che egli la svegliava

“anche durante la notte” per convincerla ad abortire. E’ una tesi che

non riprenderà più. Non si sa se per dimenticanza o per presa di coscienza

della sua natura abnorme.

Va, poi,

osservato che la donna, in questo verbale, riconduce la minaccia di “tirare

fuori il bambino con un coltello” ad un momento precedente la sera del 7

novembre 2013 mentre, sia prima che dopo, l’ha sempre situata soltanto in

quella sera.

Anche

riguardo la frase che il marito le avrebbe detto al rientro, la donna modifica

la sua versione: nel verbale del mattino, la frase riportata è “sono tornato

a casa il più velocemente possibile per poterti spaccare la faccia” mentre

in questo la frase è “perché mi mandi gli sms? Ora ti spacco la faccia”.

Va, poi,

osservato che, ancora una volta, il racconto sui contatti telefonici non è

propriamente aderente alla realtà. Come visto in precedenza, non c’è stato un

solo sms ma molti di più (cfr. supra, consid. 9.n). L’impressione che si deriva

da questo racconto è che la donna cerchi - sminuendo le proprie azioni - di

mettere in cattiva luce il marito descrivendolo, appunto, come qualcuno che ha

reazioni del tutto sproporzionate.

Inoltre,

quanto alla credibilità intrinseca, si sottolinea che gli intendimenti che la

donna attribuisce al marito (“ti spacco la faccia”) non sono congruenti

con i segni - minimi - riscontrati dai medici.

Infine, si

rileva l’incongruenza, in questo contesto, dell’affermazione secondo cui il

marito le avrebbe detto che non avrebbe mai permesso che il figlio - balcanico

- crescesse in Svizzera. Una simile preoccupazione è del tutto estranea a colui

che, con ogni mezzo, cerca di costringere la moglie ad abortire.

g. ACPR_1 ha continuato in questa seconda audizione spiegando che, dopo

aver annunciato al marito la sua gravidanza, è vissuta nel terrore che AP 1

potesse fare seriamente del male a lei e al bambino:

io ho sempre creduto alle

sue minacce di uccidermi che sono state frequenti e dal momento che gli ho

comunicato di essere incinta ancora di più. Questa convinzione mi ha sempre

bloccata nelle reazioni perché ho veramente il terrore che lui possa farmi del

male e soprattutto possa fare del male al bambino. (…) io sono molto

preoccupata per la sorte mia e di mio figlio. Lui mi ha sempre detto che se mi

ribellavo lui sarebbe magari anche andato in prigione ma che sarebbe comunque

riuscito a togliermi dalla circolazione. Io ci credo che lui possa davvero

ammazzarmi e mi sento in pericolo” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 3 e

4).

h. Qui la donna sostiene che il marito la minacciava sempre di morte

per assoggettarla ai suoi voleri ed aggiunge che lei ha sempre preso sul serio

tali minacce.

Difficile è,

perciò, capire come mai lei non abbia riferito questa circostanza (che era,

secondo questa versione, una costante del suo rapporto con il marito) al

mattino, quando gli inquirenti le avevano esplicitamente chiesto se questi

avesse mai intralciato la sua libertà d’agire. Questa lacuna stupisce ancor di

più se si pensa alla banalità della limitazione di cui la donna ha parlato

(alcune volte, durante le discussioni, il marito le impediva di uscire) in

risposta a tale domanda.

Del resto,

se si pensa che, nel primo verbale, la donna aveva esplicitamente detto che il

marito, sino a quel momento, si era “limitato” a darle “degli

schiaffi e dei pugni” e, in un’occasione, a minacciarla con un coltello,

questa è un vero e proprio - e macroscopico - cambiamento di versione.

Si precisa

che la limitazione di cui si è appena detto (quella di non potere, a volte,

uscire) è l’unica di cui la donna ha parlato spontaneamente. L’altra (le

coazioni sessuali) è stata, in effetti, riferita soltanto su espressa e

suggestiva domanda degli inquirenti (“ha già dovuto subire degli atti

sessuali contro la sua volontà?”).

i. In occasione di questo interrogatorio, ACPR_1 ha ribadito di essere

stata costretta dal marito a subire in tre occasioni la penetrazione anale:

È vero che dal momento in

cui siamo tornati dalla __________ e fino a un mese fa, in tre circostanze

distinte lui mi ha penetrata analmente con la forza. Le modalità sono quelle

che ho già detto. È successo due volte nella camera che avevo a __________ e

una volta nella camera di __________. Si discuteva e lui mi picchiava. In tutte

tre le circostanze è avvenuta la stessa cosa. Discussione, botte, io che cadevo

sul letto. Lui che mi prendeva con la forza, mi girava sul letto, mi toglieva i

pantaloni e diceva, adesso te lo metto nel culo. Io piangevo. Mi faceva molto

male, il dolore era forte ma lui non smetteva fino a che non eiaculava. Non

sono mai riuscita a sottrarmi. Lui è forte fisicamente. Non ricordo se mi

minacciava in questi frangenti.” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 3 e 4).

l. Si registra, anche in queste dichiarazioni, un cambiamento di versione.

Nel primo

verbale ACPR_1 aveva detto che il marito l’aveva picchiata soltanto prima della

terza coazione. Qui, invece, le botte ci sono state sempre.

Inoltre, pur

se in modo meno evidente, la donna cambia versione anche riguardo la durata

delle coazioni. Nel primo verbale, aveva detto che i rapporti anali erano

durati “poco tempo”. Qui sembra descrivere dei rapporti di una certa

durata:

Mi faceva molto male, il

dolore era forte ma lui non smetteva fino a che non eiaculava”.

Va, poi,

rilevato che, qui, l’ACPR_1 dichiara che il marito, prima di penetrarla,

annunciava le sue intenzioni con un “adesso te lo metto nel culo”. Si

tratta di una novità rispetto alle precedenti dichiarazioni.

Va osservato

che il denominatore comune di questi cambiamenti di versione - così come di

quelli evidenziati ai punti precedenti - sembra essere la volontà di aggravare

la posizione del marito.

Infine, va

sottolineato - perché poi cambierà versione - che la donna, in questo verbale,

ha dichiarato di non ricordare se il marito, in questi frangenti, la

minacciava.

m. In questo verbale, la donna ha spiegato di non avere, nemmeno nei

momenti di intimità condivisa con il marito, voluto quel tipo di rapporto

sessuale:

per rispondere alle

domande di chi mi interroga, confermo che fino a 2 giorni fa abbiamo avuto

rapporti sessuali vaginali consenzienti. Io non ho mai voluto penetrazioni

anali. Quando me lo chiedeva, gli dicevo che non volevo perché mi faceva male e

lui mi rispondeva che a lui piaceva molto vedermi soffrire quando me lo metteva

nel culo. Confermo che le tre volte che è avvenuta la penetrazione anale lui

l’ha fatto con la forza così come ho già detto ” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore

14:05, pag. 3 e 4).

n. Se qui dice che di rapporti di questo tipo non ne ha avuti altri

all’infuori dei tre denunciati come forzati, in seguito, come vedremo, cambierà

versione, aderendo a quella del marito che, invece, aveva detto che nei loro

rapporti intimi trovava posto anche questa pratica sessuale.

Si osserva, qui, pure, che l’ammissione di avere

avuto “fino a 2 giorni fa” (quindi, fino al 6 novembre 2013) rapporti sessuali

(vaginali) consenzienti con il marito mal si concilia con il clima di violenza

descritto dalla donna.

o. Per finire, la donna ha spiegato che si era decisa a chiedere aiuto

solo la sera prima e soltanto per difendere il bambino che portava in grembo:

(…) la forza di reagire

ieri sera me l’ha data il bimbo che porto in grembo e la consapevolezza che

dovevo farlo per mio figlio” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 4).

p. Come si vedrà in seguito, in realtà già poco dopo le 9:00 del 7

novembre 2013, la donna aveva scritto un sms alla datrice di lavoro per

chiederle se avrebbe potuto accompagnarla in polizia il giorno successivo

perché voleva denunciare il marito che, stando a quel che scriveva, l’aveva

picchiata già la sera precedente.

Da questo

sms (citato in esteso sub consid. 12.n) si deduce, non solo che la donna aveva

già in precedenza parlato all’amica/datrice di lavoro di botte ricevute, ma

anche che, in ogni caso dalla mattina del 7 novembre 2013 (quindi, non da “ieri

sera” come dice agli inquirenti), ACPR_1 era decisa a rivolgersi alla

polizia (se non già in precedenza, cfr consid 12.n.).

Come già

visto, risulta anche dal sms inviato nel pomeriggio del 7 novembre (prima del

rientro del marito) all’amica in Germania che ACPR_1 era anche già ben decisa a

lasciare il marito.

Dunque, non

è vero che ACPR_1 ha trovato “la forza di reagire” solo la sera del 7

novembre 2013.

12. L’8 novembre 2013, gli inquirenti hanno sentito anche ZZ_1, titolare

del bar __________ di __________, che aveva chiamato la polizia.

a. La signora ZZ_1 ha esordito raccontando che AP 1 non le piaceva:

avevo notato una

fotografia di questo ragazzo sul telefono di ACPR_1 e quella persona, a pelle,

non mi piaceva. Avevo cercato anche di parlare con lei e di metterla in guardia

proprio per il fatto che la faccia di quell’uomo non mi piaceva per nulla,

anche se non lo avevo ancora mai visto di persona” (PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 2).

b. Proseguendo, la ZZ_1 ha spiegato di avere allestito il contratto di

lavoro con ACPR_1 il 14 settembre, il giorno prima che iniziasse a lavorare:

ACPR_1 firmava così il suo

contratto di lavoro e, solo a quel momento, ossia il 14.09.2013, mi diceva che

era sposata e questo in quanto io avevo scritto sul contratto “nubile”. Io

cadevo allora dalle nuvole e le dicevo che era una pazza (…) Fatto sta che ACPR_1

ha svolto due giorni di lavoro in prova prima dell’inizio effettivo del

contratto e non rammento se questi due giorni fossero il 12 e 13 settembre o il

13 e 14 settembre” (PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 2 e 3).

c. In questo stralcio di verbale la ZZ_1 ha mentito su tre circostanze:

-

il 14 settembre 2013 lei già sapeva che ACPR_1 era sposata: ciò emerge, con

certezza, dal sms che l’ACPR_1 le scrisse il 12 agosto 2013 alle ore 13:21: “ciao

ZZ_1 sei lì oggi di presento mio marito scusa non ho festeggiato di spego poi

da sola fai mi un favore non dici non di adetto sono sposato” (AI 28);

-

ACPR_1 ha iniziato a lavorare al __________ ben prima del 15 settembre 2013

(cfr. sotto, consid. 27.l);.

-

i giorni 12/13 o 13/14 settembre 2013 ACPR_1 non ha lavorato in prova, avendo

ella iniziato la sua attività lavorativa presso il __________ da subito dopo il

matrimonio (cfr. sotto, consid. 27.l).

d. La teste ha, poi, raccontato che AP 1 era molto geloso della moglie, al

punto che aveva preteso che lei la licenziasse perché un avventore le aveva

offerto da bere:

posso raccontarvi quanto

accaduto il primo giorno di lavoro, ossia la domenica 15 settembre, che ACPR_1

lavorava come barista e un cliente era arrivato al bar, ed essendo un nostro

caro amico aveva festeggiato offrendo da bere al personale ed ai clienti

presenti. Quindi di fatto aveva offerto anche del prosecco o dello champagne a ACPR_1.

Preciso che al momento che questo cliente aveva offerto da bere a tutti era

presente nel locale anche il marito di ACPR_1 che aveva visto la scena. Al

momento della chiusura del bar ACPR_1 mi raccontava che suo marito le aveva

fatto una scenata di gelosia allucinante e che voleva che io la licenziassi in

quanto non voleva che nessuno le parlasse o che potesse offrirle da bere.

Il 16 settembre, al

pomeriggio, verso le 17.30, AP 1 si presentava nel locale e mi diceva che

potevo tenermi ACPR_1 e venderla e che potevo usarla per vendere tutti i

prosecchi che volevo e se ne andava. La sera stessa, verso le 22.30, quando ACPR_1

era in servizio, si ripresentava al locale e mi affrontava dicendomi che dovevo

licenziare sua moglie e che dovevo stracciare il contratto visto che lui era

suo marito e che lui non era d’accordo a che sua moglie lavorasse nel nostro

locale. Io gli rispondevo che non poteva permettersi di parlarmi a quel modo

(…) lo invitavo quindi a lasciare il locale e gli dicevo che se voleva poteva

licenziarsi ACPR_1. AP 1 mi rispondeva che dovevo licenziarla io altrimenti non

avrebbe potuto avere la disoccupazione. Ne nasceva così un battibecco ed io lo

allontanavo dal locale minacciando che avrei chiamato la polizia qualora fosse

tornato a fare scenate davanti ai clienti” (PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 3).

e. Da queste dichiarazioni, emerge che AP 1 non accettava che la moglie

lavorasse come cameriera tanto da chiedere alla ZZ_1 di licenziarla perché “non

voleva che nessuno le parlasse o che potesse offrirle da bere”.

Interrogato

al riguardo, al dibattimento d’appello, AP 1 ha risposto:

La presidente mi ricorda che,

durante l’inchiesta, è stata sentita la signora ZZ_1che ha detto che io non ero

contento che ACPR_1 facesse la cameriera. Rispondo che non è così. Quando l’ho

conosciuta ACPR_1 lavorava come cameriera, lei ha anche una formazione in

questo ambito e io non ho mai avuto nulla in contrario a che lei lavorasse come

cameriera” (verb. dib. d’appello, pag. 3).

La risposta è parsa alla

Corte molto adeguata.

Qui ci si limita ad

annotare che, in queste dichiarazioni, ZZ_1 accusa esplicitamente AP 1 di avere

voluto imbrogliare l’assicurazione disoccupazione (“gli dicevo

che se voleva poteva licenziarsi ACPR_1. AP 1 mi rispondeva che dovevo

licenziarla io altrimenti non avrebbe potuto avere la disoccupazione”) e, in qualche modo, sembra voler far comprendere che lei,

invece, rifiutò di licenziare ACPR_1, anche per evitare una percezione abusiva

di indennità di disoccupazione.

La cosa - sia l’accusa a AP

1 che l’ergersi di lei a difensore delle assicurazioni sociali - lascia

perplessi se si pensa che la ZZ_1 ha inviato all’Ufficio regionale di

collocamento un contratto in cui l’inizio dell’attività di ACPR_1 era stata di

molto posticipata rispetto alla realtà. La perplessità aumenta, poi, alla

lettura del seguente sms:

visto e considerato che non ti

interessa di farmi sapere nulla domani mattina chiamo la disoccupazione e metto

accorente di tutta la situazione e in più avviso l’autorità” (sms del

12.9.2013, ore 9:19 da ZZ_1 a ACPR_1).

Questa forte perplessità

non può che tradursi, poi, in un giudizio di inverosimiglianza del racconto.

Della discussione tra AP 1

e ZZ_1 diremo, invece, in seguito.

f. Risulta dagli atti che, fra settembre e ottobre 2013, la signora ZZ_1

si rivolse alla polizia cantonale per chiedere come potesse diffidare AP 1.

Questo

quanto scritto, al riguardo, dal sergente __________ che parlò con la signora:

un giorno si è presentata

in ufficio la signora ZZ_1 di __________. Purtroppo non rammento il giorno in

cui è arrivata, ma penso che sia stato in settembre o ottobre 2013. ZZ_1 voleva

delle informazioni per inviare una diffida al fidanzato di una sua

collaboratrice del bar __________ di __________; uomo che, a quanto pare,

creava sempre problemi quando arrivava nell’esercizio pubblico. Ricordo che la ZZ_1

aveva con sé un foglio con scritto il nome e il cognome di un uomo e voleva

sapere dove abitasse per mandargli la diffida (…) alla signora ho suggerito di

preparare la diffida e [di avvisare] la polizia (117) appena si presentava

nuovamente l’uomo al bar (….) così facendo lo si poteva identificare con

certezza e poi, alla nostra presenza, ZZ_1 gli poteva consegnare la diffida. Da

allora non ho più avuto notizie” (cfr. e-mail 8.11.2013 del sgt __________,

allegato all’AI 1).

g. Questa Corte non può esimersi dal rilevare che, da questo mail, risulta

che la ZZ_1 ha mentito anche all’agente cui si era rivolta affermando, prima,

che l’uomo era il “fidanzato” di ACPR_1 - mentre sapeva benissimo che

era il marito - e, poi, affermando di non conoscerne l’indirizzo quando,

invece, sapeva benissimo che abitava con ACPR_1.

Va, qui,

annotato che la ZZ_1 mentirà ancora agli agenti la sera del 7 novembre 2013

dicendo che ACPR_1 era stata picchiata “dal suo compagno… dal suo amico… non

lo so” (CD con registrazione della telefonata alla polizia in atti sub doc.

TPC 30).

h. La signora ZZ_1 riferiva, poi, agli inquirenti che una cliente del bar,

tale YY_1, le aveva raccontato che, il 17 o 18 settembre 2013, ACPR_1, in un

momento di disperazione, le aveva confidato di essere stata picchiata dal

marito “a seguito del fatto che lavorava per me”:

Il giorno dopo, il 17 o il

18, non ricordo esattamente, ACPR_1 “confessava” ad una mia amica, tale YY_1 di

cui non ricordo il cognome, che frequenta il bar, di avere ricevuto delle botte

dal marito a seguito del fatto che lavorava per me. YY_1 mi raccontava (…) che

la ragazza era disperata” (PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 3 e 4).

i. Qui, la ZZ_1 fa riferimento all’episodio del bar __________ dicendo che,

secondo quel che le disse YY_1 (che le avrebbe riferito le confidenze di ACPR_1),

il motivo della lite (e, poi, della contestata sberla) era da ricercarsi nel

suo lavoro al __________ (che non piaceva al marito).

YY_1 - come

vedremo - agli inquirenti dirà, invece, che ACPR_1 aveva attribuito l’accaduto

all’alcool.

E’ pure

l’alcool che AP 1, alla fine dell’inchiesta, ha chiamato in causa come motivo

del litigio:

confermo di avere tirato

il calcio alla macchina e confermo pure di aver buttato la pizza quando lei

l’ha portata a casa però non l’ho picchiata. Noi stavamo litigando, non so

perché poi lei sia tornata in macchina e allora io ho dato un calcio alla

macchina. (…) Quella sera avevamo bevuto molto entrambi, lei non è andata via

perché le ho dato lo schiaffo ma perché voleva tornare al __________, è per

questo che ho dato la pedata alla macchina. (…) Non l’ho picchiata. (…) lei è

andata al __________ non per la pizza ma perché voleva continuare a bere. Ma

non voglio parlare di lei per non dire cose brutte di lei. (…) era ubriaca come

lo ero io” (MP AP 1 23.12.2013, AI 59, pag. 13 e 14).

Dunque, su

questo aspetto, le dichiarazioni di YY_1 e di AP 1 si sostengono a vicenda e

vanno, dunque, ritenute credibili.

Del resto,

si ricorda come questa Corte abbia già accertato che ZZ_1 ha più volte mentito.

Per semplice

informazione, si annota qui che ACPR_1, invece, agli inquirenti ha detto che,

quel giorno, il marito si arrabbiò e, quindi, la picchiò, per una questione di

cibo (che non c’era). La dichiarazione verrà discussa più oltre.

Va, qui,

infine, osservato che, come risulta dalle dichiarazioni della stessa YY_1, il

momento di disperazione in cui, secondo la ZZ_1, ACPR_1 avrebbe fatto le sue

confidenze a YY_1 era, in realtà, un momento di ubriachezza.

Su questo

punto, al dibattimento d’appello, l’ACPR_1 ha mentito, negando espressamente di

essere stata alticcia quel giorno (verb. dib. d’appello, pag. 6).

l. Sempre secondo le sue prime dichiarazioni agli inquirenti, la ZZ_1,

ricevute le confidenze di YY_1, affrontò la dipendente chiedendole cosa stesse

succedendo:

lei mi raccontava che il

marito la picchiava ma che lei ne era innamorata e che era disposta a

perdonarlo perché lui sarebbe cambiato e che suo marito era solo nervoso perché

non avevano una casa e quindi malgrado venisse picchiata era disposta a

sopportare questa cosa per amore. (…) sono andata su tutte le furie e ho

invitato ACPR_1 a mandare via di casa suo marito e a denunciare la cosa alla

polizia, ma lei non voleva in quanto non aveva permessi e non voleva separarsi

da lui. In seguito io mi sono sempre interessata chiedendo a ACPR_1 come

andasse e lei continuava a dirmi che sì, andava bene, anche se io vedevo che

non era per niente felice e che non era la solita ACPR_1 che conoscevo” (PS ZZ_1

8.11.2013, pag. 4).

m. Sempre durante la sua prima audizione, ZZ_1ha detto che, la mattina del

7 novembre 2013, dopo che ACPR_1, via sms, le aveva detto che, la sera

precedente, il marito l’aveva ancora picchiata, lei si offrì di accompagnarla

in polizia ma la ragazza rifiutò l’offerta d’aiuto dicendo che non aveva la

macchina e che, perciò, non poteva spostarsi:

ACPR_1 nei suoi SMS mi

aveva detto che il marito l’aveva picchiata ancora e [io le ho risposto] che,

se voleva, io potevo accompagnarla in polizia. ACPR_1 mi rispondeva che era

sola a casa e che non aveva l’auto e che quindi non poteva spostarsi e che

saremmo andate in Polizia questa mattina (venerdì) alle ore 11:30” (PS ZZ_1

8.11.2013, pag. 4).

n. Questi gli sms registrati nei tabulati per la mattina del 7 novembre

2013:

- ACPR_1

a ZZ_1, ore 9:21: “Ciao ZZ_1 non ho la macchina non posso

andare

in polizia mi picchiato ancora ieri poi andare domani con me in polizia?

Bacino ACPR_1”

-

ZZ_1 a ACPR_1, ore

9:27: “Ciao ACPR_1, si se tu vuoi possiamo andare

anche

oggi”

- ZZ_1

a ACPR_1, ore 9:27: “Mi spiace tanto x te”

- ACPR_1

a ZZ_1, ore 9:39: “Ma non ce la macchina cosa faccio?

Come si

vede, ACPR_1 - che diceva che il marito l’aveva ancora picchiata la sera

precedente - ha rifiutato l’offerta dell’amica di accompagnarla in polizia

quello stesso giorno perché - è la ragione che lei ha addotto - non avendo la

macchina, non poteva spostarsi.

Dicendo che

non poteva spostarsi perché non aveva la macchina, ACPR_1 non ha detto il vero.

È, infatti,

accertato che, quello stesso giorno ACPR_1, nonostante non avesse a

disposizione la vettura, è andata a __________ tanto per “cambiarsi le idee”

e vi è rimasta alcune ore (vedi sotto).

Altrettanto

accertato è che in quella cittadina c’è un posto di polizia cantonale ed uno di

polizia comunale.

In queste

circostanze, difficile è conciliare il posticipo della denuncia con l’immagine

- che ACPR_1 ha voluto dare di sé - della donna vittima di continue e pesanti violenze

(agli inquirenti dirà che, anche la sera del 6 novembre, il marito l’aveva “picchiata

forte”) che si è decisa a denunciare il marito perché, scoperta la

gravidanza, temeva, non tanto per sé, quanto per la vita del bambino.

Ma, se così

fosse davvero stato, non avrebbe accettato subito l’offerta dell’amica? Oppure,

se davvero fosse stata preoccupata per la vita del bambino effettivamente

minacciata dalle botte del marito, una volta a __________, invece di bere un

caffè per “schiarirsi le idee”, non si sarebbe precipitata in polizia?

Colpisce,

poi, il testo del messaggio inviato da ACPR_1 all’amica. Nella misura in cui

non annuncia la decisione di rivolgersi alla polizia ma annuncia, invece,

l’esistenza di un (preteso) impedimento a farlo, esso indica che la decisione

di andare in polizia era già stata presa da ACPR_1 precedentemente e

precedentemente discussa - o almeno comunicata - all’amica.

Come già

rilevato sopra, poi, colpisce anche la pacatezza e quasi spensieratezza (“bacino”)

del tono del messaggio scritto da ACPR_1 all’amica. Pacatezza che non è in

linea con l’immagine di donna terrorizzata che l’ACPR_1 ha dato di sé agli

inquirenti.

o. In ogni caso, la sera del 7 novembre - ha poi raccontato la signora ZZ_1

– ACPR_1 la raggiunse ad __________, disperata, chiedendole aiuto in quanto era

scappata da casa dopo essere stata nuovamente picchiata dal marito. Così la

donna ha descritto l’incontro:

l’ho incontrata nei pressi

del bar. Era sotto shock ed era terrorizzata. Io volevo quindi subito andare in

polizia ma ACPR_1 voleva aspettare sino a questa mattina. Mi sono opposta ed ho

quindi subito chiamato la polizia”(PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 4).

p. In queste poche righe si registra un’evidente esagerazione. La ZZ_1 ha

detto che, quando arrivò ad __________, ACPR_1 era “sotto shock” e “terrorizzata”.

Fosse stato

così, di quello stato troveremmo traccia nei rapporti dei medici che l’hanno

visitata poco dopo. Così non è.

13.

a. Sentito

dalla PP il 9 novembre 2013, AP 1 ha ribadito che, prima della sera

dell’arresto, lui non aveva mai alzato le mani sulla moglie, che quel

pomeriggio litigarono perché lei, oltre a non aver fatto nulla in casa, si

lamentava perché era rimasta senza macchina e che lui le diede due sberle

perché lei gli urlava addosso:

le ho detto delle brutte

parole quando sono tornato l’altra sera e questo perché avevo visto che non

aveva pulito, ordinato casa nonostante fosse stata a casa tutto il giorno. Io

quando rimango a casa mi occupo delle pulizie e quindi avrebbe dovuto farlo

anche lei nel suo giorno di riposo. Avendo trovato il piatto ancora sporco io

ho iniziato a darle della “stronza” e della “puttana”, che non lavora “un

cazzo” a casa e che mi urla solo perché vuole la macchina per andare in giro.

(…) Mi sono arrabbiato quando lei mi ha detto che nel suo unico giorno libero

io non le avevo lasciato la macchina. (…) io non avevo intenzione di picchiare

mia moglie. Se è successo che le ho dato due schiaffi è perché lei a casa ha

urlato, ho urlato anche io. (…) quando sono arrivato a casa lei mi ha aggredito

verbalmente urlando” (MP AP 1 9.11.2013, AI 5, pag. 4, 5 e 10).

Ha, comunque

sia, negato di avere detto la frase riferita dalla moglie (“sono tornato a

casa il più velocemente possibile per poterti spaccare la faccia”) (MP AP 1

9.11.2013, AI 5, pag. 4-5).

b. AP 1 ha, poi, spiegato che, nonostante le sue perplessità - che rimanevano

- aveva, poi, accettato l’idea di avere un bambino:

Io le avevo chiesto di

abortire, ma ora il bambino lo voglio anch’io. (…) le ho chiesto di abortire

solamente nei giorni in cui lo avevamo saputo poi non ho più detto niente.

Volevo che abortisse perché io non ho lavoro, non abbiamo soldi, lei avrebbe

perso il lavoro e quindi non saremmo stati pronti” (MP AP 1 9.11.2013, AI 5,

pag. 5 e 9).

c. Alla PP che affrontava con insistenza il tema della gelosia, AP 1 ha

detto di essere “geloso nel senso normale” (MP AP 1 9.11.2013,

AI 5, pag. 5) ed ha continuato ad attribuire la responsabilità della denuncia alle

amiche della moglie, in particolare alla signora ZZ_1 che ha accusato di avere

mentito, in particolare in relazione all’episodio del bar:

queste sono bugie gravi,

sono stupidaggini di ZZ_1 (…) il litigio è da ricondurre al fatto che mia

moglie mi ha presentato come suo amico, questo al bar, e su suggerimento di ZZ_1

che le aveva detto di non dire che era sposata. Questo, come detto, ha portato

al litigio con mia moglie e le rinfacciavo “perché mi hai sposato quando ti

vergogni di dire che sono tuo marito”. E a quel punto il giorno dopo sono

andato da ZZ_1 a “ringraziarla” di quello che stava facendo e che se ACPR_1

avesse divorziato era solo colpa sua. Non sono assolutamente geloso che un

cliente possa offrirle da bere” (MP AP 1 9.11.2013, AI 5, pag. 5 e 6).

d. Dunque, AP 1 ha negato che le cose si siano svolte così come dichiarato

da ZZ_1. Ha ammesso di essersi arrabbiato. Ma non a causa del cliente, bensì

perché si era offeso dato che la moglie lo aveva presentato al bar come un

semplice amico.

Come visto,

effettivamente ACPR_1 nascondeva la sua qualità di donna sposata.

In questo

senso, quanto emerge dagli atti supporta la versione di AP 1.

e. Per il resto, AP 1 ha bollato come “stupidate” le dichiarazioni

della moglie riguardo le botte subite e ha ribadito di non averla mai costretta

ad atti sessuali che lei non volesse:

mi viene chiesto se sono

proprio sicuro che mia moglie volesse rapporti anali.

R. abbiamo provato due o

tre volte o forse di più, non mi ha mai detto che non le piacesse.

(…) dico subito che io non

ho fatto nulla con forza, non posso dire né quante volte né dove ho avuto dei

rapporti anali con mia moglie, so solo che lo voleva anche lei. (…) non ho mai

costretto mia moglie a subire dei rapporti anali (…) non l’ho mai penetrata con

la forza. (…) l’iniziativa veniva da entrambi. (…) non capisco perché non mi ha

mai detto che non voleva. Non mi ha mai fatto capire il contrario. Io ho sempre

pensato che anche a lei piacesse” (MP AP 1 9.11.2013, AI 5, pag. 12).

14. Sempre il 9 novembre 2013 marito e moglie sono stati sentiti a

confronto.

a. In quest’occasione, la donna ha ribadito che quando, pochi giorni dopo

il matrimonio celebrato in __________, lei e il marito tornarono in Ticino, AP

1 diventò “violento e molto geloso sempre” e iniziò a insultarla, a picchiarla

- tirandole delle sberle in testa, in faccia, sullo stomaco (quando ancora non

era incinta) o sulla gamba (quando erano in auto) - e a buttare per terra

piatti e bicchieri quando lei diceva o faceva “qualcosa di sbagliato”

(AI 32, pag. 4 e 5).

b. Qui si registra un nuovo cambiamento di versione riguardo alle parti

del corpo cui erano dirette le botte.

Alla testa e

alla faccia del primo verbale e alle braccia e alle spalle menzionate in più

nel secondo, qui ACPR_1 aggiunge, infatti, lo stomaco e le gambe.

c. Richiesta di fornire un esempio delle “cose sbagliate” che scatenavano

l’ira del marito, ACPR_1 ha parlato dell’episodio delle cozze:

Eh... adesso non mi

ricordo tutto, ma per dire: l’altro giorno ha messo le cozze in congelatore e

io ho detto solo: “guarda le cozze non si mette in congelatore” perché io avevo

un ristorante prima e dopo l’ha messo, dopo messo anche acqua calda sopra e io

ho detto: io non mangio questo perché è anche pericoloso, io sono incinta” e ha

buttato dentro il lavandino e tutte le cozze erano piene di sapone e li ha

buttate via nell’immondizia e dopo è ritornato a casa e ha detto: “dove sono le

mie cozze?” e io ho detto: “sono dentro l’immondizia”, e mi ha detto: “adesso

li tiri fuori e mi fai da mangiare queste cozze”. Io all’inizio non volevo

fare, allora mi ha picchiato (…) sulla testa (…) con uno schiaffo” (AI 32, pag.

5).

d. Va, qui, annotato che, al dibattimento d’appello, ACPR_1 ha dato di

questo episodio una descrizione quasi completamente diversa:

Voglio raccontare

l’episodio delle cozze. Ricordo che io ero già incinta quindi era, in ogni

caso, a fine ottobre. Io avevo comprato delle cozze. Lui le ha messe in

congelatore. Io gli ho detto che non andavano messe lì. Lui si è arrabbiato e

mi ha detto che sapevo tutto io, ha preso le cozze e le ha messe nell’acqua

calda in una bacinella. Poi si è arrabbiato e ha buttato la bacinella con le

cozze e l’acqua per terra. La presidente

mi chiede di spiegare il motivo per cui mio marito si è arrabbiato. Rispondo

che non lo so. Così.“ (verb. dib.

d’appello, pag. 6).

Come si

vede, qui “l’immondizia” è sparita e le cozze sono semplicemente state buttate

per terra. Sono spariti il sapone e il lavandino ed è comparsa una bacinella

con l’acqua calda in cui il marito avrebbe messo le cozze.

E’ sparita,

anche, la divisione in due fasi del litigio.

Nel

confronto aveva descritto una situazione in cui, dopo avere buttato le cozze

nell’immondizia, il marito se ne era andato di casa e vi era, poi, tornato,

ancora arrabbiato, chiedendo conto delle cozze e imponendo alla donna di

toglierle dall’immondizia e cucinarle.

Al

dibattimento d’appello, nulla di tutto ciò.

E’ rimasta

soltanto una seconda (la prima era quella dovuta al fatto che la moglie “sapeva

tutto lei”) arrabbiatura del marito, cioè quella che lo vede, dopo avere messo

le cozze in una bacinella con l’acqua calda nell’evidente intento di

scongelarle, improvvisamente e inspiegabilmente prenderle e buttarle per terra.

Il

cambiamento - in particolare quello relativo all’uscita da casa con successivo

rientro e richiesta di togliere le cozze dalla spazzatura e cucinarle -

riguarda una parte fondamentale del racconto che, se fosse veramente successa,

sarebbe rimasta impressa nella memoria. E, quindi, sarebbe stata ripetuta anche

al dibattimento d’appello.

e. AP 1, che ha contestato di avere cambiato atteggiamento dopo il matrimonio,

ha continuato a negare categoricamente di avere mai picchiato ACPR_1 (AI 32,

pag. 6, 7 e 9). Ha, però, ammesso che, durante i loro litigi dai toni alti (“urlavamo

tanto”, AI 32, pag. 9), era capitato che volassero, dalle due parti, “tante

brutte parole” e che i due si dessero reciproci spintoni:

A: No io non ho picchiato

mai, ci spingevamo quando litigavamo, ma che ho picchiato, non ho picchiato

(n.d.r.: segue una specie di dimostrazione pratica degli spintoni da cui si

vede che gli spintoni venivano dati anche in faccia) si ma non ho picchiato (…)

P: spintonare in faccia è

come dare uno schiaffo o già picchiare (...)

A: si spinto … anche lei ha

spinto me quando litigavamo, no? Non è stata calma... ma questo quando due

persone litigano non stanno …

P: non stanno ferme.

A: si” (AI 32, pag. 7 e 8).

f. Richiesto di indicare i motivi che portavano a tali litigi, egli ha

confermato la lite per le cozze dando, però, una descrizione diversa da quella

della moglie e, in particolare, negando averla colpita con una sberla:

E’ verità che noi

litigavamo per queste cozze, verità che le ho buttate io, però che ho picchiato

dopo, questo non è verità. Noi litigavamo di queste cozze, per quello che si è

litigata lei con me tre ore che cozze non si mettono in congelatore, non si

mettono in congelatore, non si mettono in congelatore si ero stufata e le ho

buttate” (AI 32, pag. 6).

g. Va osservato che, qui, le versioni dei due coniugi vanno, in qualche

modo e in parte, nella stessa direzione. In particolare, ciò sembra essere il

caso relativamente alla questione delle rimostranze della donna sul modo di

conservare le cozze come elemento scatenante del litigio:

che si è litigata lei con

me tre ore che cozze non si mettono in congelatore, non si mettono in

congelatore, non si mettono in congelatore” (AI 32, pag. 6, dichiarazioni del

marito)

e io ho detto solo:

“guarda le cozze non si mette in congelatore” perché io avevo un ristorante

prima” (AI 32, pag. 5, dichiarazioni della moglie)

Io gli ho detto che non

andavano messe lì. Lui si è arrabbiato e mi ha detto che sapevo tutto io”

(verb. dib. d’appello, pag. 6, dichiarazioni della moglie).

h. Sempre in quel primo confronto, AP 1 ha confermato che il litigio del 7

novembre si riferiva alla questione dell’auto:

adesso litigavamo di

macchina per quello che lei aspettava macchina” (AI 32, pag. 8).

Rispondendo

alla PP che gli chiedeva, in generale, per cosa litigassero, AP 1 ha, poi,

detto che spesso le discussioni nascevano a causa del disordine che - stando a

lui - regnava in casa:

magari unica cosa che mi

da fastidio è quando si lasciano cose così in casa vestiti, scarpe (…) tante

volte parlavamo di questo, che se non mette lei metto io a posto solo non

lascia così e che non mi piace quando è casa così (…) quando si trovano piatti

di… che si è fatto colazione sul tavolo e si trovano piatti anche di pranzo e

questi piatti stanno fino a cena (…) che non lavora niente quando a casa (…) di

solito faccio io, capisco che anche lei lavora (…) stanca e non chiedo tanto.

Non lo so se uno lascia i piatti sul tavolo se… li metti nel lavandino, non so

un esempio, una situazione magari questa (AI 32, pag. 9).

i. Riguardo le pulizie di casa, ACPR_1 ha detto:

lui si arrabbiava anche

quando io pulivo la casa e io lavoravo sempre fino alla una di mattina e la

mattina mi svegliavo, “cosa fai, alzati il culo adesso devi metter a posto la

casa”, anche se pulivo la casa non era … non pulivo abbastanza bene” (AI 32,

pag. 10).

l. Ancora una volta ACPR_1 descrive il marito come un despota violento che

non la lasciava nemmeno riposare dopo il lavoro e la costringeva ad alzarsi per

fare i lavori di casa.

Quest’immagine

è in palese contrasto con quella che di AP 1 danno gli elementi oggettivi,

almeno relativamente al 7 novembre 2013. Sappiamo, infatti, che, quel giorno,

non solo AP 1 non costrinse la moglie ad alzarsi, ma neppure la svegliò e,

prima di partire, le lasciò dei messaggi (sms e disegno) particolarmente

affettuosi.

m. La donna ha, poi, aggiunto che il marito era geloso e, quando un amico

le mandava un sms o le telefonava, si arrabbiava e, ad ogni modo, non voleva

che uscisse da sola (AI 32, pag. 10).

AP 1 ha

contestato queste ultime dichiarazioni:

non mi ha chiesto mai una

volta che vuole andare da amici. … Mia moglie ha sempre avuto il mio telefono e

io il lei, perché questo normale, se non c’è cosa di ascondere... ascondere non

la nascondi… non mi ricordo mai che ha chiamato un amico… non so se è successo,

questo. … sempre chiama sua sorella, sua madre, ZZ_1 o questa __________,

nessuno altro. Magari quando cercavamo appartamento, così… anche non ha

chiamato mai un amico e di questo sicuro non sono geloso…” (AI 32, pag. 10).

n. L’affermazione di AP 1 relativa al traffico telefonico della donna non

ha potuto essere verificata, i tabulati in atti essendo parziali.

o. ACPR_1 ha, poi, sostenuto che la situazione peggiorò a metà settembre,

quando lei ricominciò a lavorare:

E’ peggiorato quando ho

incominciato a lavorare, in settembre (…) 15 settembre” (AI 32, pag. 6 e 11).

In quel

periodo - ha detto - spesso (“tante volte”), il marito si arrabbiava, la

insultava e la picchiava quando lei rientrava tardi. Ma non solo. In

un’occasione, è capitato che lui la costrinse ad un rapporto anale:

io lavoravo e lui era a

casa e arrivavo verso l’una e mezza a casa e diceva: “puttana dove sei stata?”,

più tardi arrivavo, perché al week end c’era più gente, si arrabbiava di più

(…) è diventato più aggressivo (…) molto aggressivo, è capitato anche che mi ha

preso da dietro nel culo, e ha detto … (…) sei una puttana (…) ancora alla __________”

(AI 32, pag. 11).

p. AP 1 ha contestato le dichiarazioni della moglie, sostenendo, in

particolare, che era sempre lui ad accompagnarla al lavoro e a riportarla a

casa alla fine del turno (AI 32, pag. 12 e 13). Ha precisato che, all’inizio,

l’aspettava nel bar in cui lavorava e, dopo che la signora ZZ_1 gli aveva detto

di non volerlo più vedere lì, in un bar vicino o nei parcheggi (AI 32, pag.

13).

q. Come già anticipato e come vedremo (cfr. consid. 12.c e 27.l), ACPR_1

iniziò a lavorare al __________ ben prima della data da lei indicata. Dunque,

su questo aspetto, nel confronto la donna ha mentito. E lo ha fatto in almeno

due momenti diversi (cioè, quelli registrati a pag. 6 e a pag. 11 della

trascrizione).

In più, la

donna, qui, spiega che il marito - che era a casa - si arrabbiava, diventava

aggressivo e abusava di lei quando lei rientrava tardi, dopo il lavoro.

In realtà,

come visto, è accertato che, salvo un breve periodo iniziale (probabilmente a

fine luglio), era sempre il marito ad accompagnarla e, poi, ad andare a

prenderla dopo il lavoro:

A domanda della presidente,

dichiaro che, all’inizio, forse per un paio di settimane, al lavoro ci andavo

con la mia macchina. Poi mi accompagnava sempre il mio ex marito perché era

geloso. Era sempre lui che poi mi veniva a riprendere la sera alla fine del

turno” (verb. dib. d’appello, pag. 10).

Ciò

significa che, anche raccontando e descrivendo di queste situazioni coercitive

(in senso lato), ACPR_1 ha mentito.

Ciò detto,

si rileva che in questo stralcio di verbale si registra anche un cambiamento di

versione della donna riguardo al periodo e, di conseguenza, al motivo che fu

alla base del peggioramento del comportamento del marito. Qui sostiene che il

marito divenne più aggressivo e violento a metà settembre, a causa del lavoro

di lei che scatenava la sua gelosia. In precedenza, invece, aveva collegato

tale peggioramento alla sua scoperta della gravidanza in corso (situandolo,

cioè, nel mese di ottobre).

r. Dopo avere riferito di un litigio relativo a dei coltelli che lei aveva

acquistato da alcuni zingari (AI 32, pag. 11 e 12), ACPR_1 ha, pure, parlato

dell’episodio del __________:

abbiamo litigato perché

lui non ha mangiato, eravamo in giro e dopo siamo andati al parcheggio, eh…

m’ha detto: “mi dispiace” e così. Siamo scesi dalla macchina, ha detto: “ti

dispiace?”, mi ha dato una sberla e sono caduta sul parcheggio. Dopo io ho

preso paura e sono entrata in macchina, lui ha dato una calcio alla macchina e

sono partita. E ho visto lì al __________ la YY_1, conoscevo da prima da __________,

così di vista. E io piangevo e sono andata a comandare una pizza e lei ha

detto: “cosa è successo?” e io non ho raccontato niente e piangevo solo. Lei ha

detto: “ti ha messo le mani addosso?”, io ho detto: “sì”” (AI 32, pag. 12).

Sempre

secondo la donna, una volta tornata alla __________, il marito le diede

un’altra sberla chiedendole dove fosse stata e, dopo aver scaraventato la pizza

giù dal tavolo, le diede altre botte e poi le ordinò di pulire:

Sono andata a prendere la

pizza per lui, perché pensavo: “si calma se porto da mangiare”, sono ritornata

(…) e ho preso un’altra sberla e diceva: “dove sei stata?” e io ho detto “io ti

ho portato su la pizza”. Siamo entrati e lui questa pizza lanciava dentro i

miei capelli, sul muro, sul divano, poi mi ha picchiato ancora e ha detto

“adesso pulisci tutto” (AI 32, pag. 15).

s. Anche in questo caso AP 1 ha ammesso il litigio, compreso il lancio

della pizza, ma ha negato di avere picchiato ACPR_1:

non mi ricordo di cosa di

mangiare… che siamo litigati è verità, che siamo venuti a casa in parcheggio e

che lei si è tornata e entrata in macchina, senza sberla, senza niente che è

caduta giù (…) non ha preso sberla (…) e quando sono tornato… ha comprato pizza

ed è stato buttato pizza dal tavolo e andato in muro (…) lei portato pizza e io

arrabbiato ho mandato pizza dappertutto le parti in casa, sul muro, questo è

verità (…) io non ho buttato pizza così (mostra il movimento verticale), ma ho

buttato pizza così (mostra il movimento orizzontale) è andata… caduta tutta

scatola… (…) eramo arrabbiato, si e lei mi ha portato pizza e io non mi ricordo

cosa ho detto “vaffanculo, chi ti ha detto che voglio pizza, che voglio… niente

altro e intanto ho buttato pizza sul muro” (AI 32, pag. 14, 15 e 16).

t. Continuando, ACPR_1 ha riferito che, quando scoprì di essere incinta

(momento che, in questo verbale, non è riuscita a situare precisamente nel

tempo), il marito, inizialmente, sembrava felice ma che, poi, prevalse la

preoccupazione per la situazione dato che era solo lei ad avere un impiego così

che, poi, AP 1 manifestò chiaramente la sua contrarietà alla gravidanza dicendo

che non se la sentiva di avere un figlio vista la sua ancora giovane età e la

sua voglia di viaggiare:

e all’inizio sembrava lui

felice un po’… poi eravamo un po’ preoccupati per la situazione perché io non

lavoro… se non lavoro io. E lui ha detto: “pensi bene e io non voglio un

bambino, adesso non mi sento di avere un bambino, voglio viaggiare, siamo

giovani e non mi sento”. Io ho detto: “guarda io adesso devo pensare cosa fare”

(AI 32, pag. 16).

Ma non solo.

Egli diventò, anche, più aggressivo e, continuamente, le diceva di abortire,

minacciandola se non l’avesse fatto:

mio marito non vuole… non

è contento, non vuole questo bambino ed è diventato più aggressivo da quando

gli ho detto (…) poi il giorno dopo passato, mi ha detto: “devi fare un aborto

perché non funziona con bambini, non si può. Io non voglio bambini, non mi

sento di essere papà e niente, devi abortire”. Dopo io ho cominciato a dire ma

io voglio questo bambino e lui… quasi tutte le sere mi ha detto di fare

l’aborto (…) Cominciava spesso a lanciare cose in casa, quando si arrabbiava

buttava giù un piatto, un bicchiere, ultima sera arrivato da me mi voleva

picchiare con l’aspirapolvere, ma non l’ha fatto (…) Mi ha detto se non faccio

l’aborto, ti tiro fuori io il bambino (…) l’ultima volta. Mi ha detto anche:

“ti butto dalla terrazza” (AI 32, pag. 16 e 17).

u. Riguardo le dichiarazioni di cui al punto precedente, si rileva che,

qui, per la prima e unica volta in tutto il procedimento, la donna dice che il

marito la minacciò anche di “buttarla dalla terrazza” se non avesse

abortito.

v. AP 1 ha ribadito di non essersi, in un primo momento, sentito pronto, anche

vista la sua disoccupazione, per la paternità e di avere chiesto alla moglie di

abortire:

…guarda è verità che io ho

detto: “poi fai aborto per quello che io non lavoro e non sono pronto adesso

per un bambino”” (AI 32, pag. 18).

Ha aggiunto

di avere, poi, cambiato idea e di averlo fatto sostanzialmente perché aveva

capito che la moglie era decisa a non abortire:

dopo quello quando siamo

calmati ho visto che non vuole fa aborto, che vuole questo bambino, anche io

ero contento, ho detto: “va bene, spero che (incomprensibile) si risolve e

trovo lavoro “ non lo so cosa. Così dopo quello non era più discorso di… di…

di… bambino o non lo so cosa (…)” (AI 32, pag. 18).

z. Come visto (cfr consid 10.e.), AP 1 ha ribadito queste dichiarazioni

sia in inchiesta che al dibattimento d’appello:

È vero che, per lo meno all’inizio,

io non volevo un bambino. Pensavo che quello non fosse il momento giusto. Da un

lato perché io ero qua senza lavoro. D’altro lato perché volevamo lasciare la

Svizzera ed andare a vivere altrove. Parlavamo di Germania, Serbia e Austria. E

quindi non mi sembrava che quello fosse il momento giusto per avere un bambino.

(…) È vero che ho detto a mia moglie di abortire ma lei sin dall’inizio non

voleva. Non l’ho mai picchiata durante queste discussioni. Alla fine ho capito

che lei non voleva abortire. Così mi sono detto che, nonostante non fosse una

buona idea, avremmo avuto il bambino. Secondo me, non era il momento giusto per

avere un figlio. Ma siccome lei era convinta di averlo, io mi sono adattato. A

mia moglie non ho detto esplicitamente di avere cambiato idea ma lei l’ha

sicuramente capito perché, da un certo punto in poi, abbiamo cominciato a

parlare di quello che sarebbe successo con l’arrivo del bambino, di nomi e di

altro” (verb dib d’appello, pag. 14).

Oltre ad

essere lineari e costanti, queste dichiarazioni mostrano un AP 1 trasparente

che ammette tentennamenti e desideri di liberarsi di una situazione scomoda che

potrebbero essere interpretati a suo sfavore.

aa. In quel primo confronto, sui fatti del 7 novembre 2013, ACPR_1 ha

riferito che:

- la

sera prima ci fu un forte litigio in cui lei subì, di nuovo, violente percosse

(“mi ha picchiato forte”);

-

il giorno seguente (ovvero il 7 novembre 2013), il marito prese l’auto per

andare ad aiutare il suo amico con il trasloco;

-

lei andò a __________ a piedi perche voleva “bere un caffè per liberarmi la

testa”;

-

ad un certo punto, lui le telefonò, arrabbiato in quanto lei non aveva

risposto ad una precedente chiamata;

-

lei gli mandò un sms per dirgli che era andata a __________ a piedi;

-

lui la chiamò dopo che lei era salita sul bus per rientrare a __________ e,

sentendo delle voci in sottofondo, le fece una scenata di gelosia;

-

rincasata, nel pomeriggio, lei gli mandò un sms chiedendogli quando sarebbe

tornato visto che era rimasta tutto il giorno senz’auto;

- lui non

le rispose;

-

quando rincasò, AP 1 tirò un calcio al letto ad aria, una sberla in testa a

lei e buttò lì la chiave della macchina dicendole “puttana, vuoi la tua

macchina?”;

- quando

lei volle prendere la chiave, lui diventò più aggressivo”

-

lei andò in bagno per mettere un po’ di acqua sulla guancia che le bruciava

per le sberle ricevute e lui le impedì di farlo;

-

dopo averla insultata, AP 1 le disse di voler divorziare ma che lei non

avrebbe tenuto il bambino visto che “è il mio sangue, piuttosto lo uccido

io”;

-

lui disse quindi che avrebbero preso al più presto un appuntamento per

l’aborto e che avrebbero poi divorziato in Serbia (AI 32, pag. 18 e 19).

ACPR_1 ha

precisato che AP 1 voleva picchiarla con l’aspirapolvere, ma che per finire ha

desistito (AI 32, pag. 16). Ha, inoltre, riferito che l’uomo la minacciò

dicendole che avrebbe “tirato fuori lui il bambino” con un coltello (“non

sai di cosa sono capace”, AI 32, pag. 17 e 21).

bb. Ancora una volta, le dichiarazioni della donna si scontrano con le

risultanze oggettive.

Lei ha detto

che, già la sera del 6 novembre, il marito l’aveva “picchiata forte” (AI

32, pag. 18). Quest’affermazione è smentita - in ogni caso, riguardo

l’intensità delle botte - dalle constatazioni dei medici del PS che la

visitarono la sera successiva.

Ancora una

volta, anche le sue dichiarazioni sui contatti telefonici con il marito non

sono propriamente aderenti alla realtà (vedi supra, consid. 9.n e 11.f).

E ancora una

volta si nota come la donna tenda, ad ogni audizione, a rincarare la dose. Qui,

rispetto alle audizioni precedenti, ha aggiunto i seguenti elementi:

- il calcio

tirato al letto ad aria,

- la chiave

della macchina “buttata lì” con disprezzo (“puttana,

vuoi la

tua macchina?”),

- la scena

nel bagno,

-

l’imposizione del divorzio in __________ e

-

l’imposizione dell’appuntamento dal ginecologo __________.

E tutto

questo non senza privarsi di alcune frasi ad effetto:

dopo è arrivato a casa,

noi abbiamo un... tipo un... un letto di aria in sala e ha dato calcio a questo

letto (…) e ha detto “puttana, vuoi la tua macchina?” e ha buttato lì la chiave

(…) quando volevo andare in bagno a mettermi acqua in faccia, perché mi

bruciava la faccia dalle sberle, non mi lasciava prendere acqua (…) non mi

faceva uscire dal bagno (…) io ho detto: “adesso io vado” e ha detto: “adesso

tu non vai da nessuna parte. Adesso vado io”. Dopo ha detto: “con te non si

può, tu non vali niente, sei una merda e io ho sbagliato tutto con te, non si

può. Io ho provato con te (...) ti ho messo il disegno e tutto, ma io non posso

con te e divorziamo, ma il mio bambino non tieni, perché è il mio sangue,

piuttosto lo uccido io”. E così ha detto: “Domani mattina dobbiamo andare dal …

devi fare un appuntamento dal __________ e lo facciamo il più veloce possibile

e dopo vieni con me in __________ e facciamo il divorzio lì”” (AI 32, pag. 19).

Se alcune di

queste aggiunte (per esempio, il calcio al letto oppure quanto successo nel

bagno) potrebbero essere dei dettagli di cui in precedenza non aveva parlato

perché non le era stato chiesto di puntualizzare, non così si può invece dire

dell’appuntamento dal ginecologo per l’aborto con successiva trasferta in __________

per il divorzio.

Deve, poi,

essere sottolineato che la donna non è costante nemmeno nel riferire le frasi

che lei attribuisce al marito nelle diverse fasi del litigio.

Da un lato,

ha modificato le sue versioni riguardo la frase che il marito pronunciò al

rientro.

Qui dice

che, entrato in casa, il marito le disse:

“puttana, vuoi la tua

macchina?” e ha buttato lì la chiave“

In

precedenza aveva, invece, detto:

sono tornato a casa il più

velocemente possibile per poterti spaccare la faccia” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore

00:40, pag. 3)

perché mi mandi gli sms?

Ora ti spacco la faccia” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 3).

Si

sottolinea che, al dibattimento d’appello, la donna ha dato un’ulteriore

diversa versione della frase pronunciata dal marito al rientro:

tu lo sai, non sono in

giro, ho fatto il trasloco (…) sei come l’altra” (verb. dib. d’appello, pag.

6).

D’altro lato, la donna ha modificato le frasi che il

marito le avrebbe rivolto nel corso del litigio.

Nel primo

verbale, aveva detto che il marito aveva pronunciato le seguenti frasi:

se vuoi, divorziamo, ma il

bambino non lo tieni!!! Tu non mi conosci ancora, o lo ammazzi te, o io ammazzo

te e lui, non ti rendi conto di cosa sono capace!!! Io prendo un coltello e

tiro fuori io il bambino!!!”

In questo

confronto, le frasi pronunciate dal marito sono totalmente cambiate:

mi ha detto se non faccio

l’aborto, ti tiro fuori io il bambino (…) con coltello (…) “con te non si può,

tu non vali niente, sei una merda e io ho sbagliato tutto con te, non si può.

Io ho provato con te (...) ti ho messo il disegno e tutto, ma io non posso con

te e divorziamo, ma il mio bambino non tieni, perché è il mio sangue, piuttosto

lo uccido io”. E così ha detto: “Domani mattina dobbiamo andare dal… devi fare

un appuntamento dal __________ e lo facciamo il più veloce possibile e dopo

vieni con me in __________ e facciamo il divorzio lì””(AI 32, pag. 17 e 19).

La

differenza, come si vede, è, su diversi punti, non di poco conto!

Rimane un

concetto (“se non fai l’aborto, tiro fuori io il bambino”) anche se

monco della minaccia rivolta alla madre (“ammazzo te e il bambino”).

Cambia la

questione del divorzio che non è più dipendente dalla volontà della moglie (“se

vuoi, divorziamo”) ma è imposto dal marito e deve avvenire in __________

dopo l’aborto (“dopo vieni con me in __________ e facciamo il divorzio lì”).

Vengono

aggiunti l’imposizione dell’appuntamento con il ginecologo per l’aborto (“domani

mattina dobbiamo andare dal… devi fare un appuntamento dal __________ e lo

facciamo il più veloce possibile”) e le esternazioni del marito sul

fallimento dei suoi sforzi per far andare bene il matrimonio, fallimento

causato dall’inettitudine della moglie (“con te non si può, tu non vali

niente, sei una merda e io ho sbagliato tutto con te, non si può. Io ho

provato con te (...) ti ho messo il disegno e tutto, ma io non posso con te e

divorziamo”).

Viene,

infine, modificata l’affermazione relativa al motivo per cui l’uomo non vuole

che il bambino rimanga con la madre. Nel secondo verbale, la donna aveva detto

“mai avrebbe voluto che il figlio rimanesse qui in Svizzera perché lui è

balcanico e un eventuale suo figlio doveva crescere laggiù”. In questo

confronto, invece, da “culturale/etnica”, la motivazione diventa

“genetica” (“il mio bambino non tieni, perché è il mio sangue”) e viene

tolta la volontà del marito (indicata nel verbale citato) di portar via il

bambino e farlo crescere al suo paese, mentre rimane soltanto la minaccia di

sopprimerlo (“piuttosto lo uccido io”).

Va, qui,

annotato che, al dibattimento d’appello, confermando la sua propensione a

sempre aggiungere qualcosa di negativo, l’ACPR_1 ha dichiarato che il marito

avrebbe, durante il litigio, detto un’altra frase di particolare effetto, mai

riferita prima:

durante il litigio di quel giorno,

mio marito mi ha detto anche “sono solo spermi, non è ancora un bambino””

(verb. dib. d’appello, pag. 7).

cc. AP 1 ha ammesso la lite, precisando, però, che l’unico tema litigioso era

quello della vettura. AP 1 ha anche ammesso di avere dato della bugiarda alla

moglie ma ha negato di avere proferito gli altri insulti che la moglie gli

attribuiva:

si, ho detto che bugiarda

per quello che mi ha detto che è andata a piedi a __________ (…) e ho detto:

“dove sei? Che…”

P. Quindi è vero che le ha

dato della bugiarda?

A: Si, è vero, ho detto che

è bugiarda.

P. E’ vero che le ha detto:

“non servi più a niente … non serve niente con te”?

A. No” (AI 32, pag. 19 e

20).

Ha, poi,

negato che, quella sera, si parlò della gravidanza visto che, da alcuni giorni,

lui aveva deciso di assumersi le sue responsabilità di padre tanto che, proprio

la mattina del 7 novembre, le aveva fatto un disegno raffigurante loro due e il

bambino:

Ultima sera quando noi

siamo litigati, quando ho picchiato eh… non era parole, non si parlava di

bambino. Perché anche io ho già spiegato che ho lasciato… su frigo, che io

giorni fa ho deciso che ok, va bene, se non vuole fa aborto (…) prendo

responsabilità e anche vorrei anche io questo bambino. Così giorno ultimo

quando… non era parlare di… bambino, di queste cose, litigavamo di macchina e

di tempo, di andare in giro, di questo, quando ha preso due sberle, non si

parlava in quel giorno di bambino (…) dopo quello (n.d.r.: la sua precedente

accettazione della gravidanza) non era più discorso di… di… di bambino o non lo

so cosa (…) quel giorno non si è parlato niente di bambino, è verità che

litigavamo di macchina (…) quando sono tornato siamo… anche di prima con

messaggi e chiamate, litigavamo di macchina, solo di macchina (…) Non era

niente parole… non si parlava di bambino o di… di ginecologo, di queste cose”

(AI 32, pag. 18, 19 e 20).

dd. Relativamente alla questione del disegno, le citate dichiarazioni di AP

1 sono confermate da quelle della moglie che ha dato atto di averlo visto (AI

32, pag. 18: “e ho visto quello, è vero, con questo disegno ho visto”).

Ritenuto il

significato del disegno (vedi sopra, consid. 10.e), la sua esistenza supporta

le dichiarazioni dell’uomo secondo cui quella sera il litigio non portava

sull’aborto. E’, in effetti, poco verosimile che l’uomo che, superata

l’ostilità alla gravidanza, al mattino disegna una “famigliola felice”, la

stessa sera, poi, insulti e picchi la moglie per costringerla ad abortire.

Ma c’è di

più. La tesi secondo cui il litigio ebbe come oggetto la vettura è fortemente

supportata anche dal contenuto degli sms che la donna aveva inviato, durante la

giornata, al marito. In effetti, in essi la moglie rimproverava il marito per

averla lasciata a casa senza macchina.

ee. Proseguendo nel confronto, alla PP che le chiedeva “dal profilo

intimo, il rapporto di coppia andava bene?”, ACPR_1 ha risposto:

si normale, solo quando

era arrabbiato, quando mi picchiava una volta è successo mi ha preso da dietro.

E mi ha detto: “adesso ti metto nel culo, puttana”. E mi ha fatto tanto male e

piangevo tanto ma non potevo liberarmi (…) mi lasciava lì e non potevo uscire

dalla camera” (AI 32, pag. 21),

ff. Riguardo le dichiarazioni appena citate, si deve annotare che, nei due

verbali precedenti, la donna non ha parlato di frasi offensive proferite dal

marito prima o durante la penetrazione. Anzi, rispondendo agli inquirenti, ha

detto “non ricordo se mi minacciava in questi frangenti” (PS ACPR_1 8.11.2013,

ore 14:05, pag. 3 e 4).

In questo

confronto, la donna ha modificato la sua versione affermando che il marito le

disse:

-

“adesso ti metto nel culo, puttana”.

In seguito,

modificherà almeno due volte l’espressione attribuita al marito dichiarando

che, in quei momenti, diceva:

- “sei una

puttana, sei una merda” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 5-6);

- “sei una

puttana”, “sono più forte di te, così impari” (AI 53, pag. 2 e 3).

Non si può

che concludere che, anche su questo punto, le dichiarazioni della donna non

sono costanti.

Ma non solo.

Non si può tacere sul fatto che ogni modifica risponde alla logica di aggravare

la posizione del marito.

Si nota che,

per la prima volta qui, la donna afferma che, dopo le coazioni, il marito se ne

andava (“mi lasciava lì e io non potevo uscire dalla camera”). In precedenza,

aveva detto che lui, dopo (nelle due volte in cui non si era scusato), “si

metteva a dormire” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 5). In seguito dirà che, dopo la

terza coazione, aveva guardato la televisione e, in un altro verbale, che si

era messo a bere.

Sorprende

anche il dettaglio - riferito solo in questo confronto - secondo cui lei, dopo

le coazioni, “non poteva uscire dalla camera”.

Forse anche

perché sul motivo per cui lei non potesse uscire, nulla le è stato chiesto, si

rimane con la sensazione che l’affermazione di non poter uscire sia senza

senso. E questo sia se si considera che il marito dormisse, sia se si considera

che egli fosse uscito. In entrambi i casi, infatti, non si capisce che cosa le

impedisse di uscire dalla camera (tanto più che, dopo, lei dirà di essere

uscita solo per mettersi acqua in faccia, cfr AI 53, pag. 3).

gg. Sempre rispondendo alla PP che chiedeva precisazioni, la donna ha

spiegato che questo era successo alla __________, quando “lavorava già”

e che la cosa si era ripetuta, sempre alla __________, un’altra volta e, poi,

una terza volta a __________ (AI 32, pag. 21 e 22), quando ancora non era o non

sapeva di essere incinta (AI 32, pag. 26).

Ancora

rispondendo alla PP che le chiedeva se lei, “la mattina o dopo”, avesse

mai detto qualcosa al marito, ACPR_1 ha risposto:

si, gli ho detto: “mi stai

facendo tanto male” (…) (n.d.r.: lui) ogni tanto si scusava (AI 32, pag. 22).

In seguito,

rispondendo alla PP che le chiedeva “mi può descrivere come … cioè se era

quando tornava dal lavoro, o quando …quando è successo? Dell’una, due, della

terza volta”, ACPR_1 ha detto:

lui picchiava, caduto sul

letto e dopo mi tirava giù i pantaloni e adesso: “ti metto nel culo”,

arrabbiatissimo: “sei una puttana”. E niente l’ha messo dentro con forza, io

piangevo e non… non si è fermato. (…) E io non ho detto più niente, piangevo”

(AI 32, pag. 24).

hh. Di quanto riportato al punto precedente, sorprende l’affermazione

secondo cui “ogni tanto si scusava”. Sorprende poiché l’utilizzo

della locuzione “ogni tanto”, non solo non è congruente con il numero

limitato (tre) di coazioni denunciate, ma significa che le scuse sono avvenute

più di una volta. In questo senso, questo è un nuovo cambiamento di versione

ritenuto che, nel primo verbale, la donna aveva detto che il marito si era

scusato “una sola volta” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 00:40, pag. 5).

Va, infine,

detto che da questo confronto nulla di più preciso di prima si ricava riguardo

alla collocazione nell’arco della giornata delle coazioni poiché, alla

richiesta di precisazioni della PP (invero, un po’ confusa), la donna non ne ha

fornite, ma si è limitata a ripetere la descrizione generica già data nel secondo

verbale.

Si annota,

infine, che, in questo verbale (così come aveva fatto nel secondo, cfr. consid.

11.l), ACPR_1 descrive un rapporto violento e di una certa durata:

l’ha messo dentro con

forza, io piangevo e non… non si è fermato. (…) E io non ho detto più niente,

piangevo”.

Considerandi

ii. AP 1 ha, ancora una volta, categoricamente negato tali abusi (AI 32, pag.

22, 24 e 25).

Ha dato atto

di avere praticato con la moglie del sesso anale precisando, però, che lei era

sempre consenziente:

che noi siamo avuti sesso

anale, questa è verità, ma non che ho preso così come dice lei e ho detto:

“adesso te lo metto in culo”, o non lo so cosa, che ho messo con forza, che lei

non voleva, questo non è verità, che lei non voleva, noi siamo fatti non so

quante volte questo. Era con amore che voleva anche lei (…) penso che siamo

fatti più di tre volte, ma sempre che voleva… voleva anche lei (…) non ha detto

che non piace o che fa male, non lo so cosa, mai mi ha parlato di questo (…) io

non mi ricordo quante volte (...) facevamo sesso anale. Non mi ricordo, penso

che era più di tre volte (…) io quando sono arrabbiato, non faccio amore. Per

quello che non posso come persona, non mi viene. E penso che così la tante

persone quando sono arrabbiate non le viene fare….

PP: ma a tante viene di si,

invece, viene anche a chi è tanti arrabbiati.

A: quando sono nervosi che

gli viene fare l’amore?

PP: Eh

A: non capisco (…) (AI 32,

pag. 22, 24 e 25).

ll. Colpisce l’affermazione “io quando sono arrabbiato, non faccio amore. Per quello che non posso

come persona, non mi viene”.

Considerata,

poi, l’evidente sorpresa e perplessità palesata alla PP che gli diceva che

molti, invece, fanno sesso anche da arrabbiati, l’affermazione di cui s’è detto

ha il sapore della sincerità.

Ciò che depone

contro la veridicità del racconto della donna.

mm. ACPR_1 ha ammesso che era capitato altre volte di fare del sesso anale.

Però, ha spiegato che, anche in quei casi, era solo perché il marito lo voleva

e lei lo accontentava per non farlo arrabbiare:

si, altre volte avevamo

fatto, ma io ho sempre detto: “mi fai male, non lo voglio” (…) perché lo vuole

lui gli ho detto: “mi fai male” e lui mi ha detto: “A me piace quando ti fa

male” (…) L’ho accettato perché lo so come è fatto lui, dopo pensavo se non

faccio lui si arrabbia” (AI 32, pag. 24; cfr., pure, pag. 23).

nn. In questo passaggio - in cui, in contrasto con quanto detto in

precedenza (cfr. consid. 11.m), ammette di avere avuto rapporti anali

consenzienti - la donna descrive il marito come una specie di sadico.

L’immagine

contrasta con quella che di se stesso ha dato l’uomo con le affermazioni

riportate poco sopra.

Ma non solo.

Contrasta anche con l’immagine che di lui ha dipinto la sua ex fidanzata:

Io e lui non avevamo

assolutamente problemi (…) AP 1 non è mai stato violento con me (…) a precisa

domanda rispondo che non sono nemmeno mai stata insultata (…) non mi ha mai

neppure minacciato” (PS XX_1 14.11.2013, pag. 2, 3 e 4).

oo. Sempre nel confronto, ACPR_1 ha ribadito di avere sopportato le

intemperanze del marito perché lo amava e sperava che cambiasse (AI 32, pag. 5,

26.

e 27).

Alla PP che

le chiedeva se lei avesse mai chiesto al marito perché si comportava in quel

modo, la donna ha risposto:

ha detto è impulsivo, è

fatto così (…) e reagisce così. Ogni tanto dà una sberla, lui è fatto così. Ma

mi ama e non lo fa apposta” (AI 32, pag. 21).

Negando di

provare rabbia nei confronti del marito, ha, poi, nuovamente sostenuto che, a

farla decidere di rivolgersi alla polizia, è stata la telefonata con l’amica

residente in Germania che la rese attenta al pericolo che correva - tanto più

ora che era incinta - rimanendo con il marito e, più in generale, la paura per

l’incolumità del suo bambino (AI 32, pag. 5, 26 e 27).

pp. A questo proposito, si rimanda a quanto osservato sopra, al consid.

9.1

p..

qq. Per concludere, ribadendo la sua innocenza, AP 1 ha osservato:

Se era tutto questo, se ho

violentato, se non lo so, perché andato in polizia dopo due sberle e non (…)

quando è violentata? Se è così. Perché questo più grande e non ha fatto, ha

fatto ieri dopo due sberle” (AI 32, pag. 26).

rr. Non si può non dire che le perplessità di AP 1 appaiono del tutto

legittime.

Ancor più

legittime appaiono se si pensa al fatto che la donna, nonostante il preteso

terrore e nonostante le pretese botte ricevute tutti i giorni e più volte al

giorno, ha in qualche modo “pianificato” il ricorso alla polizia (cfr. sms

della mattina del 7 novembre 2013).

ss. AP 1 ha, quindi, concluso ribadendo la tesi già avanzata secondo cui la

moglie era influenzata dalle amiche e ha ipotizzato:

io capisco che lei (…)

arrabbiata, per quelle cose successe. Io ho picchiato, ha preso sberle, ha

scappato in polizia, si… sicuro che è arrabbiata e magari come dice che c’ha

anche un po’ paura (…) io capisco questo. Ma non capisco perché parla cose che

non sono successe” (AI 32, pag. 27).

15.

a. Sempre

il 9 novembre 2013 gli inquirenti hanno sentito anche YY_1, la cameriera del

bar __________:

una sera di inizio settembre,

mentre mi trovavo presso il Ristorante __________ ad __________, in compagnia

di ZZ_1, abbiamo incontrato ACPR_1 che si è fermata al tavolo con noi a

parlare. In quella circostanza ACPR_1 ci aveva riferito di essere appena stata

a __________ in vacanza dal suo fidanzato. Scherzando ho detto a ACPR_1 di

lasciare stare gli jugoslavi in quanto sono persone manesche. Lei mi ha

confidato di essere stata bene a __________ in quanto è stata accolta bene. (…)

Un paio di giorni dopo il nostro incontro, ZZ_1 mi diceva di avere assunto ACPR_1

presso il Ristorante __________ ad __________. (…) Pochi giorni dopo, intorno

al 20 settembre, la ACPR_1 si è presentata al Ristorante __________ di __________

dove lavoro per ordinare una pizza da portare via. Quando l’ho vista al bancone

del bar mi è sembrata un po’ bevuta. Da parte mia posso affermare di averla

vista spesso alticcia.

La ACPR_1 quella sera aveva

gli occhi gonfi di lacrime con i capelli in disordine. (…) le ho chiesto se ci

fosse qualcosa che non andasse. Alla mia domanda: “come stai?” ACPR_1 è

scoppiata a piangere davanti a tutto il locale. Le ho quindi chiesto: “ti ha

picchiata?”. A questa domanda lei è scoppiata ulteriormente a piangere e ha

annuito (…) con la testa.

D1: ACPR_1 le ha detto in

che modo era stata picchiata?

R1: No, ha unicamente fatto

cenno positivo con la testa.

D2: ACPR_1 le ha riferito

di essere stata picchiata altre volte?

R2: Io le ho chiesto se era

la prima volta che veniva picchiata e lei non mi ha risposto.

Io ero molto presa dal lavoro

e le ho consigliato di parlare con ZZ_1 (…) Alcuni giorni dopo, 3 o 4, sono

andata a trovare ZZ_1 presso il Ristorante __________ di __________ dove ho

pure incontrato nuovamente ACPR_1. Le ho chiesto come stava e lei mi rispondeva

che era tutto in ordine. Aveva parlato con suo marito che le aveva assicurato

che non l’avrebbe più picchiata. Lei ha giustificato il gesto del marito a

causa dell’alcol. (…) ACPR_1 mi rispondeva che da lì in poi non avrebbe più

accettato le violenze da parte del marito” (PS YY_1 9.11.2013, pag. 3 e 4).

b. Se, da un lato, conferma l’episodio legato al bar __________ raccontato

dalla donna (almeno riguardo l’esistenza di una lite), la deposizione della

teste inserisce, nella vicenda, un elemento nuovo - rispetto alle dichiarazioni

sin lì rese dai coniugi - e di un certo rilievo per la valutazione della

credibilità di ACPR_1. E meglio, quello secondo cui, sia in quell’occasione che

in molte altre, ACPR_1 era sotto l’influsso di bevande alcoliche.

Va, inoltre,

osservato che - così come, in polizia, per le coazioni sessuali - non è ACPR_1

che parla spontaneamente di botte ricevute. Semplicemente, la donna annuisce,

senza nulla aggiungere, quando YY_1 - che, per sua ammissione, pensa che tutti

gli slavi siano maneschi - le chiede se il marito l’avesse picchiata.

Si osserva

ancora che, ad inizio settembre, ACPR_1 - mentendo - parlò a YY_1 del marito

come del suo “fidanzato”.

16.

a. Il 13

novembre 2013 gli inquirenti hanno sentito XY, fratello dell’imputato:

Sono in Svizzera dal 1994,

da due anni gestisco il bar __________ di __________. (…) (n.d.r.: parlando dei

rapporti con il fratello) ultimamente ci siamo staccati, lui aveva le sue idee

e io le mie. Io sono stato sempre protettivo verso mio fratello, lui è anche più

giovane di me. Praticamente è successo che non ci parlavamo più, questo è

accaduto perché ACPR_1 lavorava da me e dopo aver conosciuto mio fratello ha

smesso di lavorare da me. (…) ACPR_1 la ritengo una persona antipatica. (…) io

ho detto a lui che ACPR_1 non mi piaceva più e che nel mio locale nemmeno la

volevo come cliente. (…) io ho detto a AP 1 che non volevo più vedere ACPR_1,

lui si è arrabbiato e se ne è andato. (…) questo accadde nel corso del mese di

agosto 2013. (…) con lei ho avuto dei problemi perché con il suo comportamento

faceva sì che alcuni clienti non frequentassero più il locale. (…) non posso

accusarla di niente, senza fare niente di male non entrava in sintonia con i

clienti e questo comportava che gli stessi non frequentassero più il locale ”

(PS XY 13.11.2013, pag. 2, 3 e 4).

Il fratello

dell’imputato ha ribadito di non avere approvato il matrimonio:

Ho sempre creduto fosse

una stupidaggine, sia perché si era sposato dopo averla frequentata poco ma

anche perché aveva sposato ACPR_1.

Chi mi interroga mi chiede

quali erano gli aspetti negativi di ACPR_1.

Sono quelli che ho

riferito, che non era una brava cameriera.

In più so che è una persona

anche piena di debiti, che beve, un po’ una persona così. (…) non voglio

accusare nessuno, non voglio usare neanche troppe parole. So che ha avuto due

fallimenti e so che le piaceva bere.

Questo lo riporto perché

l’ho sentito dire.

A precisa domanda rispondo

che non l’ho mai vista bere tanto.

Ho visto che in qualche

occasione beveva quattro o cinque bicchieri, volentieri quando era in servizio

si faceva anche offrire da bere e questo era anche una cosa che non apprezzavo

particolarmente” (PS XY 13.11.2013, pag. 6).

b. Su una certa abitudine di ACPR_1 ad abusare di bevande alcoliche, pur

se riferisce di voci, in qualche modo la testimonianza del fratello

dell’imputato conforta quella, diretta, di YY_1.

Ma la

conforta, anche, e questa volta per esperienza diretta, quando riferisce di

avere visto che ACPR_1, in qualche occasione, “beveva quattro o cinque

bicchieri” e che non disdegnava, quando era in servizio, di farsi offrire

da bere dai clienti.

c. Del fratello, XY ha detto:

Mi viene chiesto di

spiegare il carattere di mio fratello AP 1.

Rispondo che non saprei

descriverlo più di tanto, una persona comune. Non lo considero un criminale.

A precisa domanda rispondo

che non è una persona che bestemmia tanto, non lo vedo come aggressivo” (PS XY

13.11

, pag. 6).

17.

a. Il 14

novembre 2013, gli inquirenti hanno sentito XX_1, che aveva frequentato AP 1

prima che lui conoscesse ACPR_1:

sono stata assieme a AP 1

per qualche mese, nel 2012, verso forse marzo o aprile, qualcosa del genere.

Siamo stati assieme fino a giugno del 2012. (…) Ci siamo un po’ frequentati, un

po’ siamo usciti e abbiamo cominciato una relazione. (…) Io e lui non avevamo

assolutamente problemi (…) ho deciso io di interrompere la relazione perché non

posso vivere con una persona che risiede a 1200 km di distanza. Avevo

telefonicamente comunicato che intendevo cessare la relazione, eravamo troppo

distanti. (…) AP 1 non l’ha presa molto bene, mi ha scritto due o tre parole su

Facebook. Io non sono stata lì a discutere, ho bloccato il contatto con lui e

basta, era finita. (…) ho bloccato anche il telefono, perché mi giungevano messaggi

con parolacce o ancora continue telefonate, ricordo di almeno 15 una sera,

dalla __________. Chiamate alle quali io non ho mai risposto. (…) mi diceva

“vaffanculo”, non ricordo ora altre parolacce. (…) AP 1 non è mai stato

violento con me, non mi ha mai messo le mani addosso, non mi ha mai spinto. A

precisa domanda rispondo che non sono nemmeno mai stata insultata. (…) non mi

ha mai neppure minacciato (…) a me non ha mai fatto capire che era geloso” (PS XX_1

14.11

, pag. 2, 3 e 4).

b. Il men che si possa dire è che questa testimonianza non contribuisce a

dare credibilità all’immagine di uomo violento e geloso che ACPR_1 ha dato del

marito.

Quanto alla

reazione di lui all’abbandono (comunicato, peraltro, telefonicamente), pur non

essendo delle più dignitose, essa va ridotta alle sue reali dimensioni che sono

quelle di alcune parolacce e di un’insistenza telefonica durata una sera o poco

più. Tanto che l’interessata non vi ha dato particolare peso.

c. Sentito ancora il 22 novembre 2013, AP 1 ha dato atto che, quando la

sua ex compagna pose fine alla loro relazione, lui la insultò e cercò di

contattarla telefonicamente per uno o due giorni (MP AP 1 22.11.2013, AI 23,

pag. 2).

18.

a. Nell’interrogatorio del 22 novembre 2013, AP 1, nuovamente sollecitato

dalla PP a spiegare i motivi dei litigi con la moglie, ha detto quanto segue:

capitava per tante cose .

La verbalizzante mi chiede

di fare degli esempi e rispondo che adesso non so, lei beveva tanto, spendeva

tutti i soldi al bar e poi obbligava me ad andare a chiedere soldi ai miei

amici. Ho dovuto chiedere soldi a __________, __________, soldi che non ho

ancora potuto restituire. (…) io appena arrivato dalla __________ avevo 500

euro e mia moglie li ha spesi tutti in prosecco, erano soldi che mi aveva dato

mia mamma” (MP AP 1 22.11.2013, AI 23, pag. 3).

b. Queste dichiarazioni meritano alcune precisazioni.

Va, prima di

tutto, detto che AP 1 non ha parlato spontaneamente del “penchant “ della

moglie per l’alcool, ma lo ha fatto soltanto in risposta ad insistenti

richieste della PP che gli chiedeva di spiegare concretamente i motivi dei

litigi. In questo, si potrebbe vedere una certa delicatezza dell’imputato.

A maggior

ragione se si pensa che, in seguito, lui ha rifiutato di rispondere alla PP che

lo sollecitava nuovamente sullo stesso argomento, spiegando di non volerlo fare

per non parlar male della moglie:

la verbalizzante mi chiede

cosa intendo dire con “era abituata a vivere in maniera diversa dalla mia” e

rispondo che non voglio rispondere perché significherebbe parlare male di mia

moglie, dico semplicemente che c’era disordine in casa” (MP AP 1 23.12.2013, AI

59, pag. 6)

lei è andata al __________

non per la pizza ma perché voleva continuare a bere. Ma non voglio parlare di

lei per non dire le cose brutte di lei” (MP AP 1 23.12.2013, AI 59, pag. 14).

A questo va

aggiunto che, sull’inclinazione a bere della moglie, AP 1 non ha mentito.

Ne sono

conferma le deposizioni di YY_1 (che ha detto di “averla vista spesso

alticcia”) e del fratello di lui (“le piaceva bere”).

Si ricorda,

peraltro, che le dichiarazioni di YY_1 comprovano anche la veridicità delle

dichiarazioni di AP 1 (rese nel verbale del 23 dicembre 2013) secondo cui,

anche la sera del __________, la moglie aveva bevuto. La teste ha, infatti,

detto di avere visto ACPR_1, quella sera, “un po’ bevuta”.

Quanto alla

questione dei prestiti, le parole di AP 1 sono confermate da __________ che,

sentito il 27 novembre 2013, ha confermato di avere prestato fr. 500.- a AP 1 e

che quei soldi non gli erano ancora stati restituiti (PS Maric 27.11.2013, pag.

4).

c. Il 22 novembre 2013 - per dimostrare come, contrariamente alle

dichiarazioni di lui, l’imputato fosse particolarmente geloso, non si fidasse

di ACPR_1 e fosse facilmente irritabile - la PP ha contestato a AP 1 tutta una

serie di messaggi che lui e l’ACPR_1 si sono scambiati in chat prima del

matrimonio.

La Corte,

rilevato come essi registrino banali e spesso sciocche discussioni per

questioni risibili seguite, in genere, da scambi di tenerezze in una dinamica

comune fra partner più o meno innamorati, ha ritenuto di potersi esimere

dall’esaminarli a fondo.

Anche perché

la Corte non vede come l’eventuale accertamento di un AP 1 geloso possa essere

di decisivo supporto alla tesi accusatoria.

Questo

ritenuto che - visto che è accertato che AP 1 non ha mai chiuso in casa la

moglie, non le ha mai davvero impedito di uscire e non le ha mai impedito di

lavorare in un esercizio pubblico - quand’anche ci fosse stata, la gelosia di AP

1.

non potrebbe essere qualificata di particolarmente pesante o preoccupante.

d. Relativamente alle botte e alle coazioni, in quel verbale, AP 1 ha

continuato a negare:

ribadisco che io non l’ho

mai picchiata, il sesso non consenziente sono cose ridicole. Dico che abbiamo

litigato, ci sono stati degli spintoni. Quando io ho picchiato lei, l’ultimo

giorno, anche lei ha picchiato me (…) nel senso che mi picchiava sul braccio,

mi dava degli spintoni. Due che litigano non stanno fermi” (MP AP 1 22.11.2013,

AI 23, pag. 10 e 13).

19.

a. Sentita dalla PP il 25 novembre 2013 a confronto con AP 1, la signora ZZ_1

ha ribadito che l’uomo non le è piaciuto già quando lo ha visto in foto (MP di

confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 4) e ha spiegato che, visto che

l’uomo era straniero e non aveva il permesso di soggiorno, aveva messo in

guardia l’amica (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 4).

Ha, pure,

ribadito che la sua dipendente le aveva, ad un certo punto, confidato che il marito

la picchiava (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 7-8) e che lo

aveva fatto attorno al 26 ottobre 2013:

guardando i miei sms posso

situare questo evento il 26.10.2013 dove lei mi diceva che non sarebbe venuta

perché stava male (…) Mi ricordo che il venerdì sera antecedente lei era stata

male (…) Una volta ripreso il lavoro, lei stava ancora male, mi aveva detto di

essere stata picchiata perché incinta e lui non voleva questo bambino. Io gli

avevo anche chiesto espressamente se fosse sicura che (n.d.r.: lui) sapesse che

era incinta, e lei mi disse “sì mi picchia perché non vuole questo bambino,

vuole che io abortisca”. (…) ACPR_1 era stata poi due giorni a casa, mi aveva

scritto alla sera dicendomi che l’aveva picchiata ma che non poteva andare in

Polizia perché lui aveva preso la macchina. Mi ha scritto il messaggio che

leggo alla verbalizzante il 7.11.2013 alle ore 10:00 del mattino: “mi ha

picchiata ancora ieri sera ma non posso andare in polizia” (MP di confronto ZZ_1/AP

1.

25.11.2013, AI 25, pag. 8).

b. Come visto sopra (consid. 12.n), nonostante dal verbale risulti che la

signora ha dato lettura del sms al verbalizzante che lo ha registrato

letteralmente, il messaggio realmente inviato da ACPR_1 all’amica è diverso.

Come visto,

la donna avrebbe avuto la possibilità di andare in polizia. Se non lo ha fatto,

questo deriva da una sua libera scelta e non da una pretesa impossibilità, come

la lettura di questo stralcio di verbale lascia intendere.

c. La signora ZZ_1, rispondendo alla patrocinatrice della signora ACPR_1,

ha aggiunto di avere visto spesso dei segni sul viso della dipendente:

ho anche visto che era

rossa in viso ed era stravolta e che aveva un segno alla bocca e le faceva male

alla testa. Era quel giorno in cui mi aveva detto che continuava a picchiarla.

ADR che più volte ho visto ZZ_1

nelle ultime due settimane, prima dell’arresto del marito, con il viso

arrossato ma io non le dicevo più niente perché lei mi aveva detto che lo amava

anche se non capivo il suo atteggiamento” (MP di confronto ZZ_1/AP 1

25.11

, AI 25, pag. 9).

d. Queste dichiarazioni non sono congruenti con quelle di ACPR_1 che ha

detto che nessuno si rendeva conto della sua situazione di donna picchiata

perché lei non aveva segni visibili: da un lato, perché il marito stava attento

a non lasciargliene di troppo evidenti, d’altro lato, perché lei, quando usciva

di casa per recarsi al lavoro, li nascondeva con il trucco (PS ACPR_1

8.11

, ore 14:05, pag. 2).

Evidentemente,

ZZ_1 - le cui dichiarazioni si sono già rivelate, su più punti, non

corrispondenti alla realtà - ha voluto dare un po’ di colore alle dichiarazioni

dell’amica.

e. La signora ZZ_1 ha, infine, detto che la dipendente non le aveva mai

parlato, se non dopo l’interrogatorio in polizia, di violenze di natura

sessuale:

la verbalizzante mi chiede

se io sapevo di violenze sessuali e rispondo che non mi ha mai detto ACPR_1 di

avere subito dei rapporti non consenzienti, me lo ha detto solo dopo il verbale

di polizia” (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 8).

f. Anche a confronto con la ZZ_1, AP 1 ha continuato a negare di avere

picchiato e violentato la moglie (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25,

pag. 8), precisando, ancora una volta, di ritenere che la moglie sostenesse il

contrario perché istigata in questo senso proprio dalla ZZ_1 e dall’amica __________:

Ribadisco che penso che la

storia dello stupro sia nata parlando con ZZ_1 e __________. Io penso che sia

l’istigazione di ZZ_1 che ACPR_1 mi vuole tenere lontano. Io ribadisco che non

riesco a capire come faccia mia moglie a dire di essere [stata] stuprata tre

volte e poi vada in polizia solo per due schiaffi motivo per cui ritengo che

sia stata istigata da ZZ_1 e __________ a dire queste cose. (…) gli è stato suggerito

da loro” (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 8-9).

20.

a. Risentita il 25 novembre 2013, ACPR_1 ha riconfermato che, dopo il

matrimonio, il marito ha cominciato a picchiarla per ogni nonnulla,

sostanzialmente a causa della sua gelosia, peggiorata dopo che lei iniziò a

lavorare:

la gelosia c’è sempre

stata, i veri problemi in maniera più marcata si sono evidenziati proprio

quando ho iniziato a lavorare (…). Come già detto iniziava ad arrabbiarsi per

le piccole cose” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 4);

b. Qui la donna ribadisce il cambiamento di versione registrato nel

verbale di confronto del 9 novembre 2013. Se all’inizio, aveva messo in

relazione il peggioramento del comportamento del marito con l’annuncio della

gravidanza (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 00:40, pag. 3 e 5; 8.11.2013, ore 14:05,

pag. 2, 3 e 4), da quel verbale in poi lo ha associato alla sua attività

professionale.

c. Sul perché e sul come venisse picchiata, in quest’occasione la donna

ha dichiarato quanto segue:

Quando lui si arrabbiava,

come già spiegato, mi picchiava e poi lui andava via di casa con la mia

macchina e mi diceva di rimanere in casa. Io in quei momenti non facevo niente,

non lo cercavo neanche perché sapevo che si sarebbe arrabbiato di più e quindi

rimanevo in stanza. Solitamente mi chiamava lui rimproverandomi per quello che

era successo e mi diceva “vedi cosa succede”. Quando rientrava, a dipendenza o

mi chiedeva scusa e magari per un'altra cosa si arrabbiava e mi tirava un'altra

sberla come ho già detto sul viso e sulla nuca. Mi diceva anche di lasciar giù

le mani intendendo di non proteggermi altrimenti mi avrebbe picchiata con i

pugni (…) i litigi (…) erano per ogni piccola cosa ma di fondo lui era geloso

se io salutavo le persone, non capiva che io avevo lavorato per tanto tempo in

un ristorante e quindi conoscevo tanta gente e non che se salutavo qualcuno era

perché ci ero andata a letto insieme. (…) lui voleva che cambiassi questo

lavoro. (…) Per me è difficile distinguere i vari episodi perché picchiava

sulla testa, mi insultava, mi dava della puttana, mi lasciava in camera e mi

diceva “guai se esci”. (…)

ADR che da quando avevo

iniziato a lavorare non c’è stata una settimana in cui lui non mi abbia

toccato, le modalità erano sempre viso, nuca e sulle braccia mi dava dei pugni.

A volte quando eravamo in macchina mi dava dei pugni sulle gambe perché si

arrabbiava” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 4 e 8);

Ancora una

volta, anche in questo verbale, la donna ha spiegato che il marito non le

lasciava segni visibili:

ADR che sul viso non mi

lasciava praticamente segni, avevo dei segni sulle braccia e sulle gambe. Una

volta sulla schiena” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 7).

d. Non si può non rilevare come il fatto che lui non le lasciasse segni

contrasta con la violenza che la donna descrive parlando di schiaffi forti al

punto da farla cadere - una volta per terra nel posteggio, un’altra sul letto,

un’altra vicino al lavandino e, poi, un’altra ancora sul divano - e dicendo che

il marito le si scagliava addosso come una furia e che la sua vita era

diventata un incubo (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 00:40, pag. 2 e 3; AI 32, pag.

12; MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 4 e 6).

Altrettanto

da rilevare è il fatto che, in quest’occasione, la donna dice per la prima

volta che il marito la picchiava anche sulla schiena.

La donna

cambia versione anche sull’intensità delle botte.

Qui sostiene

che, dopo il peggioramento, lui la picchiava con ritmo settimanale:

non c’è stata una

settimana in cui lui non mi abbia toccato”.

In

precedenza aveva, invece, detto che la frequenza delle botte era giornaliera e,

anche, più volte al giorno.

Da rilevare,

ancora, che qui la donna sostiene che, quando il marito la lasciava a casa dopo

averla picchiata, lei non usciva e non lo chiamava mai per paura che si

arrabbiasse di più. Forza è constatare che non è così che ha agito il 7

novembre 2013. E questo, nonostante abbia sostenuto che la sera prima lui

l’aveva picchiata pesantemente.

Infine, si annota che, qui e per l’unica volta, ACPR_1

sostiene che il marito le impediva di proteggersi il volto con le mani

minacciandola che, se l’avesse fatto, l’avrebbe colpita, non più soltanto con

le sberle, ma con i pugni:

si arrabbiava e mi tirava

un'altra sberla come ho già detto sul viso e sulla nuca. Mi diceva anche di

lasciar giù le mani intendendo di non proteggermi altrimenti mi avrebbe

picchiata con i pugni.

Tuttavia, in

un verbale precedente, lei aveva sostenuto che:

l’unica cosa che facevo

era quella di ripararmi il viso con le mani” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05,

pag. 2).

Unendo

queste due dichiarazioni, dovremmo concludere che il marito la picchiava con i

pugni anche sul viso.

Del resto, è

quanto sembra che lei abbia affermato anche in aula:

Mi picchiava sulla gamba, sulla

testa, sul viso, in faccia, sullo stomaco. Non mi picchiava in altre parti del

corpo. Mi picchiava con la mano. Mi dava dei pugni e, ogni tanto, con la

mano (sott. del red.)” (verb. dib. d’appello, pag. 5).

Ma ciò, non

soltanto è in contrasto con le altre dichiarazioni della donna (per esempio, PS

ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 2), ma è anche smentito dall’assenza di segni

di cui già s’è detto.

Forza è,

dunque, concludere che, nemmeno su questo punto, le dichiarazioni dell’ACPR_1

sono credibili.

e. Rispondendo alle domande dell’interrogante, l’ACPR_1 ha ribadito di

avere avuto con il marito, oltre ai tre episodi denunciati come coattivi, altri

rapporti anali che, tuttavia, lei non apprezzava:

io non ho mai avuto

piacere ad avere dei rapporti anali con mio marito, gli dicevo che mi faceva

male ma lui mi rispondeva che gli piaceva quando mi vedeva che avevo male” (MP ACPR_1

25.11

, AI 27, pag. 5).

Ha, poi,

spiegato in che cosa questi atti che, pur senza piacere, lei accettava si

differenziavano dai tre episodi segnalati come imposti:

in quelle occasioni non mi

aveva picchiata in precedenza” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 5).

Ciò che,

invece, era avvenuto, secondo le dichiarazioni della donna, in quei tre episodi.

f. Come si vede, l’ACPR_1 distingue i rapporti anali forzati da quelli,

sempre anali, cui, invece, ha consentito, con il criterio delle botte: erano

forzati, quelli preceduti dalle botte, erano consenzienti quelli in cui le

botte non c’erano.

Ma questo

crea un problema macroscopico, ritenuto come nel primo verbale lei abbia detto

di essere stata picchiata solo nell’episodio di __________ (PS ACPR_1

8.11

, ore 00:40, pag. 5) e come al dibattimento d’appello lei abbia,

invece, detto di non ricordare se, in quell’occasione, il marito l’avesse

picchiata:

Abbiamo ancora litigato.

Non ricordo per cosa. C’era una materasso di gomma sul letto e lui mi ha preso

da dietro. Non ricordo se mio marito mi ha picchiata in quest’occasione” (verb.

dib. d’appello, pag. 11).

g. Con riferimento al primo episodio, in questo verbale ACPR_1 ha

raccontato:

mi ricordo che un

pomeriggio (quando avevo libero) io avevo preparato degli stuzzichini per il

maneggio de __________ e lui si era arrabbiato perché avrei dovuto preparare il

pranzo per lui e non gli stuzzichini per gli altri. Quando mi diceva queste

cose noi eravamo nella nostra camera ed io gli stuzzichini gli avevo già

portati fuori. Preciso che io li avevo preparati anche per lui e non solo per

le persone che venivano alla __________. Prima avevamo mangiato tutti assieme,

le persone presenti mi avevano fatto i complimenti e dopo pranzo AP 1 si era

arrabbiato, mi chiedeva perché facessi da mangiare per gli altri e non solo per

noi a pranzo. Mi rimproverava su cosa avrei fatto da mangiare, che nessuna

donna si siede con altri uomini. Queste cose me le aveva dette dopo pranzo

quando eravamo in stanza. Io avevo provato a chiedergli perché si arrabbiasse

ma lui si arrabbiava ancora di più. Poi iniziava a picchiarmi come al solito

sulla testa, sulla pancia e sulla faccia. Io in quel mentre sono caduta sul

letto a pancia in giù. Mi diceva che ero una puttana, mi ha girata, mi ha

aperto i pantaloni sul davanti e poi me li ha abbassati, non mi ricordo se me

li ha abbassati con una o con due mani, so che lui mi tratteneva. Mi ha poi

rigirata. Lui, subito dopo aver abbassato i miei, si è tolto i pantaloni e poi

mi è entrato dietro. Le sue braccia trattenevano le mie mani contro la mia

pancia e mi alzava il bacino per riuscire ad entrare. Io in quel momento

piangevo e lui mi diceva “sei una puttana, sei una merda”.

ADR che non potevo dire

niente, piangevo e basta.

ADR che non mi ricordo se

sia venuto dentro o meno.

ADR che quando ha finito mi

ricordo che mi ha di nuovo spinta sul letto quando io volevo andare in bagno a

lavarmi la faccia. Avrei dovuto uscire fuori sul corridoio e lui mi ha detto

che non potevo uscire e mi aveva spinto sul letto, mi disse di non dire niente

a nessuno e di non uscire dalla camera. Dopodiché lui è andato via, sarà

tornato forse dopo 4 o 5 ore, non mi ricordo se era già sera. Quel giorno io

non sono uscita, sono andata solo in bagno.

ADR che non ho chiamato

nessuno.

Quando era fuori AP 1 mi ha

chiamata 4/5 volte, io ho risposto perché se non lo avessi fatto, si sarebbe

arrabbiato ancora di più. Ancora quando mi chiamava, era arrabbiato, mi dava la

colpa di quello che era accaduto, perché non avevo fatto quello che voleva lui

e così almeno imparavo. Mi diceva che dovevo imparare e che lui era più forte

di me. Non mi ha subito chiesto scusa, lo ha chiesto il giorno dopo. Mi aveva

detto che gli dispiaceva. Io sbagliando ho pensato che lui potesse cambiare, io

credo alle persone e ho creduto che lui non lo avrebbe più fatto, cosa che lui

mi diceva” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 5-6).

h. Confrontando queste con le sue precedenti dichiarazioni, si ha che:

- per la

prima volta, la donna dice che l’uomo, oltre che darle della puttana, le aveva

detto che era “una merda”;

- vi è una

modifica del momento in cui viene situata questa coazione: in precedenza,

la donna sembrava situarla di notte (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 5), al suo

rientro dal lavoro (AI 32, pag. 11), mentre qui l’episodio è chiaramente

situato nel pomeriggio;

- vi è una

modifica delle dichiarazioni relative all’eiaculazione: all’inizio, la

donna aveva detto che il rapporto era “durato poco tempo” (PS ACPR_1

8.11

, ore 00:40, pag. 5), poi ha detto che, nonostante il dolore che le

procurava e i suoi pianti, “lui non smetteva fino a che non eiaculava”

(PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 3 e 4), ciò che sembra aver confermato

anche in seguito dicendo che, nonostante i suoi pianti, il marito “non si è

fermato” (AI 32, pag. 24), qui afferma invece di non ricordare se il marito “sia venuto dentro

o meno”;

- vi è

un’ulteriore modifica: in precedenza, la donna ha dichiarato che,

durante le penetrazioni, lei diceva al marito “mi stai facendo tanto male”

(AI 32, pag. 22), qui cambia versione affermando che

“non potevo dire niente, piangevo e basta”.

Confrontandole,

invece, con quelle rese al dibattimento, la situazione non migliora.

Vi è un macroscopico

cambiamento di versione relativo all’atto:

in nessuna delle tre

occasioni, mio marito non ha mai eiaculato. E’ stato sempre poco. Voglio dire

con questo che lui è stato dentro di me per poco tempo” (verb. dib. d’appello,

pag. 10).

Il cambiamento è, su

questo punto centrale, macroscopico poiché la donna ha iniziato con un

“rapporto doloroso anche se durato poco”, per poi passare a un rapporto che

“faceva molto male, il dolore era forte ma lui non smetteva fino a che non

eiaculava”, per poi affermare che “E niente l’ha messo dentro con forza, io

piangevo e non… non si è fermato”, quindi dire di non

ricordare se lui eiaculava dentro o fuori e, infine, concludere con un “mio

marito non ha mai eiaculato”.

Al

dibattimento d’appello, la PP ha avvertito l’importanza di questo cambiamento e

ha cercato di porvi rimedio sostenendo, in replica, che esso era forse da

addebitare al fatto che l’ACPR_1 non conosce il significato del termine

eiaculazione.

Non è così.

Non solo

perché in tedesco (Ejakulation) il termine eiaculazione è praticamente uguale

al termine in italiano.

Ma anche

perché l’ACPR_1 conosce l’italiano in modo più che sufficiente per esprimere

correttamente il suo pensiero (ciò che ha dimostrato al dibattimento

d’appello). Del resto, durante l’inchiesta non è mai stata sentita con

l’ausilio di un interprete.

Detto dei

cambiamenti di versione su questo tema, va detto anche che l’ultima versione

della donna - cioè, quella che vede il marito mettere il pene dentro di lei “per

poco tempo” e toglierlo praticamente subito (“è uscito subito”,

verb. dib. d’appello, pag. 11) senza mai eiaculare - contrasta in modo irrimediabile

con il racconto secondo cui AP 1 imponeva alla donna degli atti sessuali quale

concretizzazione della sua superiorità di maschio (“così impari”, “sono

più forte di te”,…).

In più, al

dibattimento d’appello, la descrizione di quel che è accaduto dopo gli atti

sessuali imposti cambia sensibilmente:

Dopo lui è andato via. Non

so dove. Io sono rimasta in camera a piangere. Sono rimasta in camera fino al

ritorno del mio ex marito. Non ricordo che ora fosse. Non sono uscita perché

lui mi ha detto di non uscire. Non mi ha chiusa a chiave in camera. Quando lui

è rientrato, mi ha detto soltanto “così impari, sono più forte di te”” (verb.

dib. d’appello, pag. 10).

Come si

vede, qui, durante la sua assenza, il marito l’aveva chiamata più volte per

darle la colpa di quanto accaduto e per marcare la sua autorità.

Al

dibattimento d’appello, invece, non ci sono più telefonate ed è solo al suo

rientro che il marito le dice “così impari, sono più forte di te”.

i. Poi, dopo aver spiegato che questo primo episodio era avvenuto quando

già lavorava ad __________, ACPR_1 ha raccontato il secondo episodio in cui -

sempre secondo le sue dichiarazioni - il marito l’aveva costretta a subire una

penetrazione anale:

il secondo episodio è

successo non tanto tempo dopo, era comunque prima del trasloco per __________

che è avvenuto circa nei primi di ottobre. Non so dire perché quella volta

abbiamo litigato. Io mi ricordo che volevo andare in bagno, lui mi ha seguita e

in bagno mi ha picchiata sulla testa ed io sono caduta vicino al lavandino. Io

poi sono scappata, andando verso la stanza e lui poi mi ha raggiunta. Aveva

preso un coltello nella sala dove si cucina, mi ha raggiunta in stanza, io in

quel momento mi trovavo sul letto, e mi ha detto che mi avrebbe ammazzata con

il coltello. Si è avvicinato, me lo ha messo vicino alla pancia e vicino al

collo. Non ha fatto niente, mi ha solo minacciata, poi lo ha buttato a terra.

Mi ha tolto il training, mi ha picchiata sulla testa e mi è entrato un poco di

dietro, facendomi male. Io ero su un fianco e lui mi tratteneva le mani sul

davanti. Anche in quell’occasione io piangevo, lui poi dopo se n’è andato via

come la prima volta.

ADR che anche in questa

occasione non ho detto niente, piangevo solamente” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI

27, pag. 6).

l. Confrontando queste con le altre dichiarazioni, si ha un nuovo

importante cambiamento di versione. In precedenza, la donna aveva detto che,

nei due episodi successivi, le cose si erano svolte “esattamente come la

prima volta” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 00:40, pag. 5). Quindi, stando a

quello che aveva raccontato l’8 novembre 2013 (ore 14:05, pag. 3 e 4), tutte e

tre le volte, il marito la penetrava sino ad eiaculazione. Qui, invece, dice

che, nel secondo episodio, il marito si è limitato ad “entrare un poco di

dietro”.

Inoltre,

l’apparizione del coltello in questo secondo episodio costituisce un’ulteriore

contraddizione rispetto alle versioni precedenti in cui, invece, aveva detto

che, in tutte e tre le occasioni, le cose si erano svolte nello stesso modo.

Rispetto a

questa dichiarazione, si registra, qui, un’ennesima modifica: qui, la seconda

coazione avviene mentre lei era coricata su un fianco mentre negli altri

episodi la donna si racconta come sdraiata bocconi.

Si registra,

poi, un altro importante cambiamento di versione. Nel verbale dell’8 novembre

2013.

(ore 14:05, pag. 3) aveva detto:

non ricordo se mi

minacciava in questi frangenti”.

Qui sostiene

espressamente il contrario parlando del coltello.

Sulla

questione del coltello occorre, ancora, sottolineare che l’ACPR_1, in un altro

verbale, ne aveva parlato come di un solo episodio ma senza riferirlo alle

coazioni sessuali (PS ACPR_1 8.11.2014, ore 14:05, pag. 3).

Ma,

soprattutto, occorre dire che, in aula, raccontando di questo secondo episodio,

l’ACPR_1 ha del tutto dimenticato il coltello. Soltanto dopo che la PP cercò di

farle ricordare la cosa, ACPR_1 si sovvenne faticosamente di un coltello ma non

riuscì a collegarlo all’episodio:

Alla PP che mi chiede se

ricordo che lui mi aveva mostrato qualcosa o se era successo qualcosa in bagno,

rispondo che una volta mi ha mostrato un coltello. Non mi ricordo però quando”

(verb. dib. d’appello, pag. 11).

La cosa è

particolarmente significativa ritenuto come, se davvero ci fosse stato,

l’utilizzo del coltello sarebbe stato il dettaglio più pregnante che sarebbe

rimasto impresso e avrebbe, con chiarezza, distinto quell’episodio dagli altri.

La non

credibilità delle dichiarazioni di ACPR_1 è, ormai, a questo punto, irrimediabile.

m. Quindi, l’ACPR_1 ha raccontato del terzo episodio:

il terzo episodio era

quando eravamo a __________, da poco tempo. Era il periodo in cui lui pitturava

la casa. Non so il motivo per cui avevamo litigato perché litigavamo spesso per

ogni cosa. Io stavo riordinando la casa, era verso l’orario di pranzo. (…) Quel

giorno abbiamo quindi litigato, mi ha picchiata, mi ha spinta contro il letto.

Preciso che non avevamo ancora il materasso ma un materasso ad aria che era

molto alto che avevamo messo sopra il letto che era stato comprato. Quando mi

ha spinta, mi sono ritrovata con il tronco sul materasso e le gambe verticali.

Preciso che il materasso mi arrivava all’altezza della vita. Lui mi ha tolto i

pantaloni da dietro e da dietro mi ha premuto contro questo materasso e poi mi

ha penetrata. Lui mi si è messo dietro contro, non riuscivo a muovermi e poi mi

ha penetrata da dietro, per poco, mi ha fatto male.

ADR che anche questa volta

piangevo.

ADR che in quell’occasione

lui non è andato via, è rimasto in casa e mentre io ancora piangevo sul letto

lui si è messo sul divano a guardare la televisione” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI

27, pag. 6).

n. Confrontando questa con le precedenti dichiarazioni, si notano altre

contraddizioni o cambiamenti di versione:

-

nel primo verbale ha detto di essere rimasta, sempre, dopo le tre coazioni, “sveglia

per tutta la notte” (PS ACPR_1 8.11.2013, ora 00.40, pag. 5). Qui,

smentisce tale dichiarazione situando la terza coazione “verso l’orario di

pranzo”;

-

inizialmente, ha detto che, dopo le forzate penetrazioni anali, il marito “si

metteva a dormire” (PS ACPR_1 8.11.2013, ora 00:40, pag. 5). Qui cambia

versione affermando che, dopo la terza coazione, il marito “si è messo sul

divano a guardare la televisione”;

-

conferma la modifica di versione già evidenziata sopra, affermando che il

marito, pur facendole male, l’ha penetrata “per poco” e non più sino ad

eiaculazione.

o. ACPR_1 ha spiegato che questa è stata l’ultima violenza sessuale

subita:

questa è l’ultima volta

che mi ha fatto una violenza sessuale, ha però continuato a picchiarmi come

descritto” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 6).

p. Sempre in questo verbale, ACPR_1 ha, poi, raccontato di una volta in

cui il marito si era arrabbiato perché lei non gli aveva preparato un kebab

come da lui richiesto ed aveva rotto un bicchiere, mettendole il coccio di

vetro vicino al collo:

Lui si è arrabbiato perché

non avevo preparato un Kebab e lui voleva mangiarlo da qualche giorno (...) lui

spesso rompeva le cose, anche i regali che mi erano stati fatti, bicchieri o

altro. Quel giorno gli avevo detto di non rompere un bicchiere che mi piaceva

particolarmente. Quello per il latte macchiato l’ha rotto e ha preso un coccio

di bicchiere e me lo ha messo vicino al collo dicendomi “cosa tuo marito non

può bere e deve comprarsi un bicchiere”. Poi aveva rotto anche il piatto ma

prima aveva gettato il cibo che c’era dentro per terra e anche nei miei

capelli.

ADR che non si tratta

dell’episodio raccontato a confronto dove mi aveva messo la pizza nei capelli”

(MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 7).

q. Da segnalare una strana coincidenza: come già nel racconto della pizza

(vedi sopra consid. 14.r), anche qui il cibo che il marito butta per terra va,

in parte, a finire nei capelli della moglie.

La cosa - di

per sé difficile perché presuppone che la moglie sia seduta o accovacciata in

una posizione più bassa rispetto al tavolo o, comunque, al braccio del marito -

diventa inverosimile se riferita a due episodi.

Da riferire qui

che, in aula, l’ACPR_1 non ha più messo in relazione il kebab all’episodio del

bicchiere rotto - che è stato legato, invece, ad un cibo (verdura e carne) non

gradito dal marito - ma ne ha parlato nei seguenti termini:

Mi ricordo che una volta siamo andati

a prendere un kebab. Lì lui si è arrabbiato, non so per cosa, e se ne è andato

via con la macchina. Io l’ho chiamato per dirgli che ero lì e che lo aspettavo.

Lui è tornato e, in macchina, mi ha picchiato sulla gamba con la mano. Mi ha

dato dei pugni molto forti. Mi diceva che io non dovevo fare di testa mia ma

solo quello che voleva lui. Quel giorno mi ha picchiata perché io ero scesa

dalla macchina ed ero scesa perché avevo paura di lui. Avevo paura che, se

rientravo in macchina, mi picchiava di nuovo.

Non riesco a situare nel tempo

questo episodio. Ricordo che eravamo a __________, vicino alla stazione.

A domanda della presidente rispondo

che, nel viaggio verso il rivenditore di kebab, AP 1 non mi ha picchiato.

Ricordo che, quando l’ho chiamato

al telefono, gli ho detto che (recte: chiesto se) voleva che io tornassi a

piedi o se invece tornava a prendermi. Lui mi ha detto che sarebbe tornato a

prendermi.

In macchina mio marito si è fatto

consegnare il kebab che avevo comprato e l’ha buttato nei campi. Quando siamo

arrivati a casa lui mi ha chiesto dove fosse il kebab e poi ha preteso di

ritornare nei campi a cercarlo. Siamo usciti di nuovo. Lui ha visto il kebab ed

io ho dovuto andare a prenderlo.

Rientrati a casa, alla __________,

mi ha costretto a mangiare tutti e due i kebab. Mi ha costrette con le botte”

(verb. dib. d’appello, pag. 5 e 6).

Come si

vede, si tratta di un tutt’altro film.

A questo

racconto la Corte non ha creduto. Già solo per il fatto che, se davvero fosse

successo, vista la sua natura particolarmente umiliante e pesante (la donna è

stata costretta a mangiare ben due porzioni di kebab precedentemente buttate in

un campo), di esso la donna avrebbe certamente parlato agli inquirenti. A

maggior ragione, vista la loro insistenza nel chiederle di fare esempi concreti

delle liti con il marito.

r. Sempre nel verbale del 25 novembre 2013, l’ACPR_1 ha, inoltre, riferito

che il marito l’ha più volte minacciata col coltello:

è capitato più di una

volta che lui mi ha mostrato il coltello minacciandomi” (MP ACPR_1 25.11.2013,

AI 27, pag. 7).

s. Anche in questo breve stralcio di verbale si segnala un cambiamento di

versione.

In

precedenza, la donna ha parlato del coltello mettendolo in relazione ad un solo

episodio:

un’altra volta mi è venuto

incontro con un coltello” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 2, 3 e 4).

Qui descrive

minacce ripetute con il coltello.

21.

a. Il ginecologo dell’ACPR_1, dott. __________, interrogato il 25

novembre 2013, ha, in sostanza, detto che, nel corso della prima visita legata

al suo stato interessante (avvenuta il 30 ottobre 2013), ACPR_1 non gli disse

nulla che potesse metterlo in allarme:

ricordo però che lei mi

spiegò che vi erano delle difficoltà d’accettazione della gravidanza da parte

del di lei marito. Mi ricordo pure di avere discusso con lei delle possibili

difficoltà che un uomo incontra quando gli viene annunciato, per la prima

volta, che la moglie è incinta. Le avevo quindi consigliato di dargli del tempo

per abituarsi (…)

ho indicato una annotazione

in relazione a quanto sopra, fra le mie note personali. Sulle stesse ho

scritto: “marito : difficile ++”.

ADR che c’erano delle

difficoltà di relazione marito - moglie. Il “++” l’ho marcato perché avevo

percepito una difficoltà di coppia non banale, non il semplice litigio.

Altrimenti non avrei fatto un’annotazione del genere. (…) Non credo mi disse

nulla di rilevante per l’evoluzione della gravidanza, altrimenti avrei fatto

altre domande. (…) ACPR_1 non pianse (…) non avevo alcun elemento per temere

della salute della paziente e del feto” (MP __________ 25.11.2013, AI 26, pag.

3, 4 e 5).

b. Il fatto che, al suo ginecologo, nel segreto della consultazione (cui

il marito non partecipò), l’ACPR_1 nulla disse delle pesanti e quotidiane percosse

poi denunciate è un ulteriore indizio della non credibilità della donna.

Non ha,

infatti, da essere ulteriormente spiegato che la donna incinta che teme per la

vita del bimbo che porta in grembo non avrebbe esitato a confidarsi con il suo

medico.

22.

a. Il 27

novembre 2013, gli inquirenti hanno sentito __________ (detto __________) __________,

l’amico che AP 1 ha aiutato, il 7 novembre 2013, per il trasloco:

io conosco XY (…) e mi

succede di frequentare il suo bar, il bar __________ di Contone. (…) In quel

luogo ho conosciuto ACPR_1 (…) da lei ho saputo che aveva avuto delle attività

che erano andate male. Poi a maggio o giugno 2013 ho conosciuto AP 1 che era

giunto a trovare il fratello XY in corrispondenza con la nascita di un suo

figlio. (…) Quando AP 1 mi ha detto che si voleva sposare, gli ho detto di

pensarci bene, era troppo presto. Si parlava tra amici, anche il fratello

glielo diceva. Tutti gli dicevano di non correre. (…) lui rispondeva dicendo

che con ACPR_1 stava bene, era contentissimo e voleva sposarsi” (PS __________

27.11

, pag. 2 e 3).

Il signor __________

ha poi raccontato che, per quanto lui sapeva, il matrimonio fra i due andava

bene:

mai ho sentito una

lamentela o che le cose tra AP 1 e ACPR_1 non andassero bene. AP 1 si lamentava

del fatto che non aveva il permesso perché questo gli impediva di lavorare e

quindi non aveva una stabilità. Lui aveva progetti, voleva lavorare. (…) posso

dire di non aver mai visto loro due avere dei problemi. Li vedevo entrambi al __________

di __________ dove facevano colazione. (…) Non ho mai visto problemi” (PS __________

27.11

, pag. 2 e 4).

b. Le dichiarazioni di __________ sconfessano - insieme a quelle, che

vedremo, di altri - il racconto dell’ACPR_1 secondo cui il suo matrimonio era “un

incubo” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 00:40, pag. 3).

23.

a. Sempre

il 27 novembre 2013 gli inquirenti hanno sentito __________, che divideva con i

coniugi AP 1 l’appartamento alla __________. Il teste ha raccontato di avere,

sì, sentito i due coniugi qualche volta alzare la voce, ma di non avere mai

avuto l’impressione che si trattasse di liti violente. Al contrario, egli ha

raccontato di avere visto più volte i due in atteggiamenti affettuosi e intimi:

lavoro alla scuderia __________

da circa 10 anni. (…) ho una camera a me assegnata. (…) stimo di dormire in

questo luogo circa due volte alla settimana. (…) ho conosciuto entrambi

(n.d.r.: i coniugi AP 1) (…) loro abitavano assieme. (…) avevano la loro camera

ma il bagno, la doccia come pure l’angolo cottura erano in comune. (…) mi è

successo di sentirli parlare forte, discutere in modo animato ma non ho

compreso le parole. Non so dire che cosa si dicessero. A precisa domanda

rispondo che non ho mai sentito dei colpi che mi lasciassero credere stessero

litigando, come pure non li ho mai visti mettersi le mani addosso. (…) li

vedevo spesso abbracciati, in intimità” (PS __________ 27.11.2013, pag. 2, 3 e

4).

b. Anche __________, proprietario del bar __________ di __________ che è

stato sentito dagli inquirenti il 27 novembre 2013, ha precisato di non avere

mai visto i due coniugi litigare:

erano come una normale

coppia, per intenderci non li ho sentiti o visti litigare” (PS Vita 27.11.2013,

pag. 6).

c. Pure __________ - proprietario della Scuderia __________ a __________ -

ha dichiarato, non soltanto di avere avuto la percezione che i due fossero

davvero innamorati, ma anche che i due dicevano esplicitamente di esserlo:

loro dicevano di essere

innamorati. Io ho avuto anche la percezione che potessero esserlo” (MP __________

28.11

, AI 30, pag. 3).

__________

ha, poi, precisato di averli sentiti litigare, ma normalmente e che, per quanto

gli fosse possibile dirlo visto che non era sempre presente, i litigi non erano

particolarmente frequenti:

mi capitava di sentirli

litigare, ma erano discussioni “normali” (…) si trattava di battibecchi che

succedono fra le coppie, cose del tipo “mi porti tu la spesa” o simili. Non

potrei nemmeno dire che fossero dei veri e propri litigi. Non li sentivo litigare

spesso (…) ADR che non li ho mai sentiti litigare in maniera “forte” e/o

violenta. ADR che io rammenti non ho nemmeno mai visto uno dei due piangere per

un litigio o simili” (MP __________ 28.11.2014, AI 30, pag. 3 e 4).

d. Ancora una volta, va sottolineato che le persone che hanno potuto

constatare de visu quali fossero i rapporti fra i due coniugi, danno di essi

una descrizione in aperto contrasto con quella data dall’ACPR_1.

24.

a. Nel

suo interrogatorio, il proprietario del bar Ideal ha anche raccontato agli

inquirenti che una sera - si trattava, secondo le dichiarazioni dell’imputato,

della sera del 7 novembre 2013 -AP 1 arrivò nel suo locale scuro in volto e,

alle sue domande, rispose di avere litigato con la moglie:

Io ero dietro al bancone e

lui si è confidato con me dicendomi che aveva avuto un litigio con la moglie

(…) AP 1 si è seduto al bancone, ha preso una birra. (…) l’ho visto per i

cavoli suoi e scuro in volto tanto che poi gli ho chiesto che cosa avesse e lui

mi ha risposto che aveva avuto dei problemi con la moglie. (…) quella sera è

stato per tanto tempo al bar (…) ha bevuto della birra (…) Certamente più di

quattro o cinque. (…) A precisa domanda rispondo che è stata la prima volta che

si è confidato con me, prima non abbiamo mai fatto grandi chiacchiere. Non è un

tipo che parla tanto. (…) mi ha detto che lei era incinta e che lui non voleva

il bambino. Poi ha detto altre cose che non so ora precisare perché è passato

del tempo e perché non ho dato particolarmente peso a quanto raccontava” (PS __________

27.11

, pag. 2, 3, 4 e 5).

b. Al

dibattimento d’appello, la PP ha contestato a AP 1 le dichiarazioni appena

citate di __________ sostenendo, in sostanza, che esse contraddicessero le sue

in relazione all’accettazione della gravidanza:

La PP mi contesta il verbale di __________

27.11

, pag. 5, riga 26.

La sera del 7.11.2013, dopo che mia

moglie se n’era andata, sono andato al bar che è vicino a casa nostra. Sono

rimasto fin dopo l’ora di chiusura. Io e il proprietario del bar abbiamo bevuto

parecchio. Eravamo tutti e due ubriachi. Abbiamo parlato in generale dei nostri

problemi. Io gli ho certamente detto che non avevo lavoro e che mia moglie era

incinta. Ma certamente non gli ho detto che il mio problema era la gravidanza.

Il discorso era “siamo senza soldi, senza lavoro e adesso arriva il bambino…”

(verb. dib. d’appello, pag. 14).

c. La spiegazione di AP

1.

è parsa, alla Corte, molto coerente con le sue precedenti dichiarazioni e con

le risultanze oggettive dell’incarto.

25.

Il 28 novembre 2013 gli inquirenti hanno sentito __________, il

cameriere che lavorava con l’ACPR_1. Delle sue dichiarazioni, l’unica rilevante

è la seguente:

posso dire che ZZ_1 mi

disse che ACPR_1 era stata picchiata dal compagno. (…) non vi erano ematomi

visibili” (MP __________ 28.11.2013, AI 29, pag. 3).

26.

a. Il 5

dicembre 2013 gli inquirenti hanno nuovamente sentito AP 1 che, ancora una

volta sollecitato dalla PP sugli stessi argomenti (gelosia, vita sessuale,

litigi e gravidanza), ha ribadito le sue precedenti dichiarazioni.

Qui ci si

limita a riprendere il seguente stralcio di verbale:

ADR che ero (n.d.r.:

geloso) nei limiti normali. La gelosia d’altronde è indizio di quanto si tiene

ad una persona.

Mi viene chiesto se allora

è per questo motivo che io il 24.09.2013 scriva a mia moglie chiedendole se “ti

scopi con Umberto” che altri non è che il proprietario de __________ (…).

R. non ricordo questo

messaggio e quindi non posso rispondere nel merito. Però magari era uno scherzo

nel senso perché __________ più volte mi diceva che se non l’avessi sposata io

l’avrebbe sposata lui. Comunque quello che diceva __________ io non facevo

molto caso perché lui è un ubriacone e io non avevo una grande opinione di

quello che mi diceva (…) La verbalizzante mi dice che ho uno humour un po’

strano e mi ricorda che in quel periodo già picchiavo e rispondo che “certo la

picchiavo perché pensavo che andasse a letto con __________”… questo lo dico

con ironia.

La verbalizzante mi dice

che mia moglie mi ha risposto rassicurandomi (…) “ti amo anche io sto facendo

la lettera per la disoccupazione”.

R. Non è vero, la sua

risposta dimostra come lei l’abbia interpretato come uno scherzo” (MP AP 1

5.12

, AI 40, pag. 2 e 3).

b. Questa Corte rileva la ragionevolezza dell’interpretazione data da AP 1

al suo sms che la PP ha interpretato come un indizio di particolare gelosia. Se

davvero così fosse stato, cioè se l’sms fosse stato serio, la moglie non gli

avrebbe certamente risposto nei termini che ha usato.

27.

a. Sentita

dalla PP il 7 dicembre 2013, __________, l’amica dell’ACPR_1 che vive in

Germania, ha raccontato che, in un sms inviatole alle 15:43 del 7 novembre

2013, ACPR_1 le scrisse che si sarebbe separata dal marito:

hallo süsse wie gehts

dir schon lange nichts mehr gehort bin schwanger werd mich aber von meinem mann

trennen un casino meld dich mal wenn du magst heute habe ich frei bussi micki”

(AI 42, pag. 5).

b. Questo sms conferma che non fu il

colloquio telefonico con l’amica tedesca a dare all’ACPR_1 la forza di reagire

al marito e dimostra - ancora una volta - che ACPR_1 era ben decisa, non solo

ad andare in polizia, ma a rompere con AP 1 ancor prima dell’ultimo litigio.

Si conferma,

dunque, anche la conclusione secondo cui, su questo punto, ACPR_1 ha, sin

dall’inizio, mentito agli inquirenti.

Ancora una

volta, sorprende il tono quasi spensierato (“hallo süsse wie gehts dir schon

lange nichts mehr gehort (…) bussi”) del messaggio (che ricorda quello

spedito quella mattina alla ZZ_1).

c. Poi, su quanto ACPR_1 le disse nella telefonata che lei le fece quella

sera, __________ ha detto quanto segue:

dopo le 20:00 l’ho poi

richiamata. (…) Io le chiesi per quale motivo voleva divorziare e lei mi disse

che non ci stava più bene e che veniva picchiata regolarmente da suo marito.

(…) io ci sono rimasta malissimo per quello che lei mi diceva. Io le risposi

che doveva prendere chiavi e borsa e uscire subito di casa e di recarsi a fare

denuncia nel primo posto di Polizia. Mi disse che suo marito non voleva il

bambino e che se lei non avesse fatto un appuntamento per fare un aborto

avrebbe ammazzato lei e il bambino. (…)

ADR che sono rimasta a

lungo al telefono, fino a quando non ho sentito che lei era in auto. Sono

rimasta al telefono con lei in quanto temevo che succedesse qualcosa a lei e

che lui le impedisse di andarsene, che non potesse uscire fuori di casa.

ADR (…) Non mi disse che

quella sera lei era stata picchiata (…)

ADR che ACPR_1 piangeva nel

mentre eravamo al telefono. Lei era ansiosa e angosciata” (MP __________

7.12

, AI 42, pag. 6 e 7).

d. Si rileva che, in quella telefonata, all’amica ACPR_1 non raccontò

di essere stata picchiata quella sera. Ciò appare molto strano e incongruente

con la versione dell’ACPR_1 secondo cui, poche ore prima, il marito l’aveva

pesantemente aggredita verbalmente e picchiata.

e. La signora __________ ha, poi, spiegato che l’amica non le aveva detto

nulla riguardo ad atti sessuali a lei imposti dal marito:

non mi ha mai detto di

aver subito delle violenze di natura sessuale. (…) sono scioccata che sia

successa anche la coazione sessuale. Sono scioccata che lei non me l’abbia

detto. (…) io a questo punto non so cosa dire. Forse lei si è vergognata nel

dirmelo o in realtà non è successo. Io credo che per lei sia già stato

abbastanza difficile “abbassare la testa” nel riferire le lesioni subite e

quindi la vergogna era troppa per riferirmi altro. (…)

ADR che nemmeno in passato

abbiamo parlato di quanto sopra. Quello che si fa con il partner è personale. (…)

Forse lei non mi ha detto nulla anche perché è molto religiosa” (MP __________

7.12

, AI 42, pag. 7 e 8).

f. Significativo è il fatto che - nella lunga telefonata che ebbe con

l’amica - l’ACPR_1 nulla le abbia detto delle, poi, pretese coazioni sessuali:

non mi ha mai detto di

aver subito delle violenze di natura sessuale”.

Altrettanto

significativo è che l’amica abbia - non appena venne informata ad opera della

PP - subito ipotizzato come ragione del silenzio, in alternativa alla

“vergogna”, l’inesistenza di tali violenze:

Forse lei si è vergognata

nel dirmelo o in realtà non è successo”.

E’ vero che,

poi, la donna ha cercato di dare più consistenza all’ipotesi del tacere per

vergogna. Tuttavia, questa specie di virata è sembrata alla Corte un tentativo

di riaggiustare la rotta per non danneggiare l’amica. Questo a maggior ragione

se si considera che, appena saputo di essere stata tenuta all’oscuro di tali

dettagli, la donna aveva reagito nel seguente modo:

sono scioccata che lei non

me l’abbia detto. (…) io a questo punto non so cosa dire”.

g. Dell’amica, __________ ha descritto le seguenti caratteristiche:

se devo descriverne il

carattere posso dire che lei è una persona alla quale si può dare fiducia,

questo sia lavorativamente parlando che per le questioni personali. Inoltre

trovo che sia una persona solare (…)

ADR che non ritengo che sia

una persona “furba” nel senso di manipolatrice. (…)

ADR che è una persona un

po’ ingenua, nel senso che lei crede normalmente a quello che le viene detto.

Questo avviene normalmente dopo che c’è la conoscenza fra lei e il suo

interlocutore. In questo senso posso dire che è troppo buona. Lei è

“gutgläubig”. E’ una persona che pensa prima agli altri che a se stessa” (MP __________

7.12

, AI 42, pag. 3).

La signora __________

ha, poi, aggiunto che ACPR_1 non è solita mentire:

a mio modo di vedere, ACPR_1

non mentirebbe. Nemmeno potrei immaginarmi per quale motivo dovrebbe farlo.

ADR che a me ACPR_1 non ha

mai mentito” (MP __________ 7.12.2013, AI 42, pag. 8).

h. A quest’ultimo proposito, non si può non rilevare che il giudizio

dell’amica lascia il tempo che trova. Non ha da essere spiegato, infatti, che è

ben possibile che il destinatario di una menzogna non si accorga di essere

stato ingannato.

i. Il 7 gennaio 2014 è stata sentita la madre di ACPR_1 che ha descritto

la figlia come una persona di buon carattere, “docile”, “tranquilla”

e “gioviale”, che non le ha mai causato problemi, fin troppo disponibile

(“hilfsbereit”) verso gli altri e fin troppo fiduciosa nella bontà

dell’animo umano (“gutgläubig”) (MP M. L. Letigeb 7.1.2014, AI 70, pag.

2).

La madre le

ha negato doti di manipolatrice o di calcolatrice ed ha affermato che:

in nessun caso mia figlia

potrebbe denunciare qualcuno al solo scopo di allontanare questa persona e

tenere il bambino, anzi tutto è più difficile e questo ACPR_1 lo sa benissimo.

Questo non è sicuramente il modo in cui avrebbe desiderato avere un figlio” (MP

M. L. ACPR_1 7.1.2014, AI 70, pag. 4).

l. L’immagine di donna aperta, ingenua e incapace di mentire per secondi

fini è stata sgretolata dall’accertamento secondo cui l’ACPR_1 ha nascosto il

suo matrimonio a tutti nelle modalità di cui già s’è detto.

Anche il

fatto che l’ACPR_1 abbia nascosto, non solo il matrimonio, ma anche l’esistenza

del suo rapporto con AP 1 ai familiari (“ACPR_1 non mi ha raccontato pressoché

nulla di AP 1, aveva accennato di aver conosciuto qualcuno solo alla sorella ma

questo poco prima che succedessero i fatti”, MP ACPR_1 7.1.2014, AI 70, pag. 3) depone contro

l’immagine di donna aperta e ingenua che si è voluto dare di lei.

Inoltre

contribuisce a sgretolare tale immagine l’accertamento secondo cui la donna ha

mentito sull’inizio della sua attività lavorativa presso il bar __________.

Sappiamo che

l’ACPR_1 - prima dell’inizio del procedimento e, poi, per tutta la sua durata

fino al dibattimento di secondo grado - ha sostenuto di avere iniziato a

lavorare per la ZZ_1 il 15 settembre 2013 (verb. dib. d’appello, pag. 7).

In realtà,

come emerge con chiarezza dagli sms che seguono, l’inizio di tale attività

risale - così come, peraltro, dichiarato da AP 1 (verb. dib. d’appello, pag. 3)

- ad un momento ben precedente:

- sms del 3.8.2013, ore 21:59:

“ Wie kann ich dich erreichen?”

Bin bei der Arbeit,

meld mich morgen hab dich lieb”

- sms

del 10.8.2013, ore 14:59:

Hab interne bei der

Arbeit”

-

sms del 17.8.2013 di ACPR_1 a ZZ_1 (in cui la prima dice alla seconda che le

ha comperato le caraffe per il vino visto che quelle nel bar erano quasi tutte

rotte, cfr. verb. dib. d’appello, pag. 8):

Ciao ZZ_1 di preso gli caraffe

tutto posto ai sentito qualcosa per il appartamento? Ai preso la menta ciao a

dopo ti voglio bene”

- sms del 19.8.2013 di ACPR_1

a ZZ_1:

ACPR_1 4.9.1976”

- sms del 19.8.2013 di ACPR_1

a ZZ_1:

Ciao ZZ_1 di devo lasciare gli

soldi dentro cassetto non mi ai dato la chiave buona notte bacio”

- sms del

31.8

, ore 9:44:

Hallo süsse! Wie Du

arbeitest wieder? Wo denn? Geht’s dir gut? Kannst Du das Geld denn schon

zurückzahlen. Ich will nicht dass Du in Bedrängnis kommst”

- 3.9.2013,

ore 10:24 di ACPR_1 alla sorella:

Hallo kleine Mauss,

arbeite jetzt in ____ bei ZZ_1. Ist viel Arbeit aber macht Spass. Hab dich

lieb…”

- sms del

3.9

, ore 10:25:

Ah ok. Bist grad beim

arbeiten”

- sms del

3.9

, ore 10:26:

Nein, arbeite um 17.00.

Bin einen Kaffe trinken”

-

sms del 12.9.2013, ore 8:11 della ZZ_1 a ACPR_1:

ACPR_1 che fai? Vieni a lavorare?

Fammi sapere”

- sms del 12.9.2013, ore

8:12 della ZZ_1 a ACPR_1:

Mi sento proprio presa in giro.

Visto e considerato che non ti interessa di farmi sapere nulla domani mattina

chiamo la disoccupazione e metto accorrente di tutta la situazione e in più

avviso l’autorità”.

Da questi

sms risulta con evidenza che l’ACPR_1 ha iniziato a lavorare per la ZZ_1 al più

tardi ad inizio agosto 2013 e che si è trattato di un’attività regolare e non

di alcune ore di prova - o, come poi ha preteso, di ore prestate gratuitamente

per aiutare l’amica messa in difficoltà da una cameriera che l’aveva lasciata -

come la donna ha cercato, ancora in aula (verb. dib d’appello, pag. 9), di far

credere.

Del resto,

la donna ha anche mentito alla Corte quando ha sostenuto di avere annunciato

all’assicurazione disoccupazione quelle (poche) ore fatte (verb. dib.

d’appello, pag. 9). In effetti, nessun annuncio di questo genere è contenuto

nell’incarto dell’assicurazione disoccupazione che questa Corte ha richiamato.

Non si può,

a questo proposito, non annotare che, al dibattimento d’appello, la stessa ACPR_1,

evidentemente in un momento di disattenzione, ha ammesso di avere iniziato a

lavorare dopo il matrimonio per poi immediatamente correggersi:

Dopo il matrimonio io

lavoravo al ristorante __________ di __________. O meglio, dopo il matrimonio

ero in disoccupazione. Ho iniziato a lavorare soltanto il 15 settembre” (verb.

dib. d’appello, pag. 5).

Che il

lavoro prestato da ACPR_1 prima del 15 settembre 2013 non fosse una semplice

prova risulta, anche, dal commento che la stessa ACPR_1 ha fatto ad un sms del

12.

settembre 2013:

ACPR_1 che fai? Vieni a lavorare?

Fammi sapere.”

Sì, sono stata malata. Avevo la

nausea fortissima e quindi non potevo andare a lavorare.

A domanda dell’avv. DI 1 rispondo

che effettivamente io avevo avvisato già in precedenza ZZ_1 che non sarei

andata a lavorare perché stavo male. Quello era il mio giorno libero

(sott. del red.). A domanda dell’avv. DI 1 preciso che io avevo avvisato ZZ_1

con un colloquio telefonico” (verb. dib. d’appello, pag. 8).

E’ evidente,

infatti, che chi presta alcune ore di lavoro come prova non beneficia di giorni

liberi.

Va, qui,

sottolineato che l’ACPR_1 ha mentito alla Corte anche sostenendo che lei,

comunque, aveva già avvisato in precedenza la datrice di lavoro della sua

assenza. Ciò risulta, infatti, con evidenza da quanto la ZZ_1 le scrisse nei

due sms inviati sempre quella mattina a distanza di un minuto l’uno dall’altro:

- sms del 12.9.2013, ore

8:11 della ZZ_1 A ACPR_1:

ACPR_1 che fai? Vieni a lavorare?

Fammi sapere”

- sms del 12.9.2013, ore

8:12 della ZZ_1 A ACPR_1:

Mi sento proprio presa in giro.

Visto e considerato che non ti interessa di farmi sapere nulla (sott. del red.) domani mattina chiamo la

disoccupazione e metto accorrente di tutta la situazione e in più avviso

l’autorità”.

Non ha da essere precisato

che le menzogne precedenti l’inizio del procedimento penale non potevano che

essere finalizzate all’ottenimento di prestazioni indebite.

Nemmeno ha da essere

spiegato che la capacità di ACPR_1 di mentire e, soprattutto, di mantenere nel

tempo tali menzogne distrugge quell’immagine di donna ingenua e incapace di

ingannare che di lei hanno dato l’amica e la madre.

Infine, sempre in questo

capitolo, la Corte ritiene di dover annotare che l’ACPR_1 - nella sua audizione

- ha dato prova di una certa scaltrezza quando - messa in difficoltà dal

patrocinatore dell’appellante che le chiedeva conto della sua attività

lavorativa - ha cercato di sviare l’attenzione da tale argomento raccontando -

quasi fuori contesto - di una frase (mai riferita prima) particolarmente

crudele che il marito le avrebbe detto:

Voglio precisare che, quando io

avevo la nausea, mio marito mi diceva “speriamo che hai buttato fuori il

bambino”” (verb. dib. d’appello, pag. 9).

28.

Il 18 dicembre 2013 AP 1 e la moglie sono stati nuovamente sentiti a

confronto.

a. In relazione al primo episodio, la donna ha raccontato che, un giorno

di agosto o settembre del 2013 (AI 53, pag. 3), quando erano alla __________,

lei aveva:

fatto gli stuzzichini per

della gente, sono clienti che abitano alla __________. Si è arrabbiato di

qualcosa non lo so perché ho fatto gli stuzzichini, ha detto: “pensa a far da

mangiare per me il pranzo”, e dopo ero in camera, ero caduta sul letto e mi ha

preso da dietro. E dopo non mi ha lasciato uscire dalla camera, ha detto: “sei

una puttana non vali niente” è andato via (…) piangevo.

P: Lei piangeva e lui le

diceva qualcosa?

V: “Sei una puttana”. Poi

diceva sempre: “sono più forte di te, così impari”” (AI 53, pag. 2 e 3).

In seguito -

sempre secondo il racconto della donna - AP 1 se ne andò via per quattro o

cinque ore. Durante l’assenza del marito, lei uscì dalla camera soltanto per

andare in bagno per mettersi dell’acqua in faccia (AI 53, pag. 3).

b. Su quel che ha fatto il marito dopo questa prima coazione, le

dichiarazioni della donna sono le seguenti:

- nel primo

verbale, non dice nulla di specifico ma si limita a dire che, dopo i

rapporti, il marito si metteva a dormire (PS ACPR_1 8.11.2013 ore 00:40 pag.

5);

- nel primo

confronto, non ci sono dichiarazioni specificamente attinenti al primo

episodio ritenuto che l’ACPR_1 si è limitata a dire che “lui la lasciava lì

e lei non poteva uscire dalla camera” (AI 32, pag. 21);

- il 25

novembre 2013, invece, parlando proprio del primo episodio, dice già

che, dopo, il marito se ne andò e rimase fuori alcune ore e che,

durante la sua assenza, lei lasciò la camera

solo per andare in bagno, ma aggiunge che:

Quando era fuori, AP 1 mi

ha chiamata 4/5 volte, io ho risposto perché se non lo avessi fatto, si sarebbe

arrabbiato ancora di più. Ancora quando mi chiamava, era arrabbiato, mi dava la

colpa di quello che era accaduto, perché non avevo fatto quello che voleva lui

e così almeno imparavo. Mi diceva che dovevo imparare e che lui era più forte

di me. Non mi ha subito chiesto scusa, lo ha chiesto il giorno dopo. Mi aveva

detto che gli dispiaceva” (AI 27, pag. 5 e 6).

Di tali

numerose telefonate, come si è visto, non c’è più traccia nelle dichiarazioni

rese durante il confronto.

Di esse non

v’è traccia nemmeno nelle dichiarazioni dell’ACPR_1 al dibattimento d’appello

(verb. dib. d’appello, pag. 10) dove, peraltro, ha detto che il marito le disse

“così impari, sono più forte di te” solo una volta rientrato a casa.

Ancora una

volta, dunque, le dichiarazioni di ACPR_1 sono tutt’altro che costanti.

c. AP 1 ha ribadito le sue precedenti dichiarazioni (AI 53, pag. 3, 4 e 5) ed

ha aggiunto:

sarebbe ridicolo che mi arrabbio per questo (…)

sarebbe ridicolo se fossi geloso per le cose così piccole come i stuzzichini”

(AI 53, pag. 4 e 5).

d. Inutile sottolineare, non solo la costanza delle dichiarazioni di AP 1,

ma anche la ragionevolezza della sua risposta alla contestazione secondo cui

egli si sarebbe arrabbiato con la moglie - e, perciò, le avrebbe imposto, quale

lezione, una penetrazione anale - per degli stuzzichini.

e. Quanto al secondo episodio, ACPR_1 ha raccontato quanto segue:

Non mi ricordo perché si è

arrabbiato (…) picchiato, però ero in camera è venuto con un coltello vicino,

io ero già sul letto, volevo dormire, perché mi ha fatto troppo male in faccia

e sulla testa. E’ arrivato con un coltello e ha detto: “ti ammazzo”. E lì ha

sempre fermato perché ha detto: “ti voglio bene” e dopo è caduto il coltello. E

prima è venuto col coltello vicino allo stomaco e mi ha… minacciato. E dopo mi

ha preso da dietro, mi ha tolto i pantaloni, era … molto aggressivo, io

piangevo (…)

P: (…) si ricorda prima che

lui arrivasse con questo coltello nella stanza, lei dov’era?

V: In bagno, penso, non

ricordo.

(…) E’ andato via… è

rimasto… non mi ricordo più” (AI 53, pag. 5).

f. Riprese le considerazioni già fatte per le dichiarazioni rese in PS ACPR_1

8.11

, ore 00:40, pag. 5 e in AI 32, pag. 21, va rilevata, rispetto alle

dichiarazioni rese il 25 novembre 2013, l’incertezza riguardo al bagno (là - AI

27, pag. 6 - ricordava perfettamente, qui non sa più dire).

Al

dibattimento, la donna ha - stranamente - ritrovato la memoria relativamente al

bagno:

Eravamo nel locale

bagno/doccia. Lì mi ha picchiato. Volevo mettere dell’acqua sulla faccia perché

mi bruciava dove mi aveva picchiato con una sberla. Ma lui me lo ha impedito.

Dopo sono andata in camera e lui mi ha seguito. Mi ha tirato giù i pantaloni. Mi

ha buttato sul letto. Mi ha preso da dietro” (verb. dib. d’appello, pag. 11).

Oltre

all’incostanza delle dichiarazioni dell’ACPR_1, non può non essere sottolineato

che stupisce che, colei che il 18 dicembre 2013 non ricordava praticamente

nulla del bagno, ritrovi la memoria a quasi un anno di distanza.

A maggior

ragione se si pensa che - come già sottolineato (cfr. consid. 20.l) - del

coltello di cui il marito si sarebbe servito per minacciarla prima della

penetrazione al dibattimento d’appello nulla ricordava.

g. AP 1 ha continuato a negare che l’episodio descritto dalla moglie sia

avvenuto (AI 53, pag. 5 e 6).

h. Con riferimento al terzo episodio, l’ACPR_1 ha raccontato che è

avvenuto nel corso del mese di ottobre (ma prima che seppe di essere incinta,

quindi, prima della metà del mese), quando già abitavano a __________:

In ottobre a __________.

(…) si arrabbiava sempre, cioè non facevo mai giusto niente (…) Non abbiamo

comprato ancora il materasso perché costa troppo il materasso, allora abbiamo

preso un letto di aria, ero sul letto. Ero … su questo letto quasi in piedi e

mi ha preso da dietro. (…)

P. (…) poi lui cosa ha

fatto (…)?

V. E’ rimasto lì (…) ha

bevuto (…) penso ha bevuto qualcosa, non ricordo” (AI 53, pag. 6).

i. Rispetto alle dichiarazioni del 25 novembre 2013, la donna cambia

versione su quello che il marito avrebbe fatto dopo: qui si mette a bere, là,

invece, guarda la televisione (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 6).

Inoltre, va

ricordato che, al dibattimento d’appello, raccontando di questo terzo episodio,

la donna ha detto di non ricordare se, prima, il marito l’avesse picchiata. Per

i commenti su questa modifica, si rinvia al consid. 20.f..

l. Continuando, la donna ha detto che il marito non si scusò mai dopo

questi tre episodi (AI 53, pag. 7).

m. Si registra, qui, un cambiamento di versione rispetto alle

dichiarazioni rese il 25 novembre 2013. Infatti, in quell’interrogatorio, la

donna aveva detto che, dopo il primo episodio, il marito si era scusato:

Non mi ha subito chiesto

scusa, lo ha chiesto il giorno dopo. Mi aveva detto che gli dispiaceva” (AI 27,

pag. 6).

Cambiamenti

di versione, su questo punto, si registrano anche con il primo confronto del 9

novembre 2013 dove ha detto che il marito “ogni tanto” si scusava (AI

32, pag. 22).

n. AP 1 ha ancora una volta negato di avere costretto la moglie a pratiche

sessuali da lei non volute e ha precisato, peraltro, che, da quando si erano

trasferiti a __________, non avevano più avuto rapporti anali (AI 53, pag. 7).

o. Sempre durante questo secondo confronto, l’ACPR_1 ha parlato di altri

rapporti anali che lei non ha gradito:

mi ha fatto altre volte e

io ho detto sempre: “non mi piace”” (AI 53, pag. 6; cfr., pure, pag. 12 e 13),

al ché

l’uomo le avrebbe detto “mi piace tutto quello che non piace a te” (AI

53, pag. 12), rispettivamente, come risulta dalla videoregistrazione, “mi

piace tutto quello che ti fa male”.

AP 1 ha

negato che la moglie gli abbia mai detto che quello che facevano nella loro

intimità non le piaceva (AI 53, pag. 7, 8 e 9).

p. A AP 1 - che continuava a negare gli addebiti - la PP ha chiesto di

spiegare perché la moglie avrebbe dovuto raccontare cose mai realmente

accadute.

AP 1 ha

risposto:

le sue ragioni le conosce solo lei” (AI 53, pag.

8),

tornando,

per il resto, a dire che, se davvero quanto raccontato da lei corrispondesse

alla verità, la donna si sarebbe dovuta rivolgere alla polizia dopo essere

stata stuprata e non solo dopo avere ricevuto le due sberle il 7 novembre 2013

(AI 53, pag. 8).

29.

a. Il 23 dicembre 2013 la PP ha proceduto all’interrogatorio finale in cui

AP 1 ha nuovamente ribadito le sue dichiarazioni (MP AP 1 23.12.2013, AI 59).

Davanti al

GPC, che l’ha sentito il 7 gennaio 2014, AP 1 ha nuovamente ribadito la sua

versione dei fatti (GPC AP 1 7.1.2014, AI 72).

Cosa che ha

fatto anche al dibattimento di primo grado (all. 1 al verb. dib. TPC, pag. 3) e

al dibattimento d’appello alla cui conclusione egli ha dichiarato:

Alla presidente che mi chiede cosa

provo oggi per la mia ex moglie rispondo che certamente non la amo più ma non

so dire esattamente cosa provo. Sono certamente arrabbiato per tutto questo.

Non so. Provo dei sentimenti contrastanti” (verb. dib. d’appello, pag. 16).

b. Rilevata la congruenza

dell’ultima dichiarazione di AP 1 con la situazione da lui vissuta, la Corte

l’ha ritenuta un ulteriore indizio di credibilità.

Altrettanto sincera è

apparsa alla Corte l’ultima dichiarazione di AP 1:

L’imputato, su domanda della

presidente, dichiara di sapere di avere sbagliato molte cose. Probabilmente di

avere sbagliato già sposandosi così presto. Sa di non essere stato un santo e

di non essersi sempre comportato benissimo durante la convivenza tanto che alla

fine ha anche picchiato ACPR_1 nei termini di cui ha detto durante il

dibattimento. Tuttavia lui non ha fatto nulla di quanto gli viene addebitato.

Ricorda che ieri ACPR_1 ha detto che lui le avrebbe detto che “così io non ho

il permesso ma tu non hai il bambino” facendo intendere così che fra di loro

c’era una specie di patto finalizzato all’ottenimento da parte sua del permesso

di vivere in Svizzera. Vuole precisare che così non è mai stato. Lui non aveva

nessun interesse di questo tipo. L’unica sua idea era ACPR_1, non la residenza

in Svizzera. Tanto è vero che più volte con la moglie hanno progettato di

trasferirsi o in Germania, o in Austria o in Serbia. Dichiara di essersi reso

conto che tutto può essere girato e interpretato in diversi modi. Lui non

chiede della bambina e allora si disinteressa. Lui chiede e allora disturba ACPR_1

di cui non rispetta le sensibilità. Così è per tutto quanto successo. Ribadisce

di non aver mai costretto la moglie ad atti sessuali non voluti. Riguardo la

gravidanza ribadisce di non esserne stato contento visto che arrivava in

un momento inopportuno avuto riguardo in

particolare alla loro situazione economico-lavorativa. Si rende conto di essere

stato probabilmente immaturo chiedendo alla moglie di abortire. Tuttavia

precisa di non averle mai fatto violenza affinché lei accettasse questa sua

richiesta. Si è trattato di discussioni tra lui e la moglie alla fine delle

quali lui ha sposato il desiderio della moglie e accettato la gravidanza

nonostante continuasse a pensare che arrivava in un momento inopportuno.

Dichiara di non avere compreso il rifiuto di ACPR_1 di indicarlo come padre

alle autorità tedesche e di soffrire per questo ma precisa di essere comunque

intenzionato ad assumersi fino in fondo le sue responsabilità e a contribuire,

per quanto possibile, al mantenimento della bambina che è sua figlia. Per

questo, precisa, dovrà comunque avere rapporti con ACPR_1 e si augura che

questi rapporti siano possibili” (verb. dib. d’appello, pag. 17).

30.

A questo punto non

occorre più spendere molte parole per spiegare i motivi per cui la Corte non ha

ritenuto credibili le dichiarazioni dell’ACPR_1: emerge, infatti, con chiarezza

da quanto sin qui evidenziato che esse non sono né lineari né costanti, che, in

molte parti, mancano di verosimiglianza intrinseca e, infine, che esse sono, in

buona parte, smentite dagli elementi oggettivi in atti così come dalle

dichiarazioni della maggior parte dei testi.

L’ACPR_1 ha, in estrema

sintesi, raccontato che la sua vita coniugale era stata un incubo,

caratterizzato da botte continue e serie minacce di morte che lei aveva

sopportato nella speranza di un cambiamento del marito che amava.

E ha aggiunto che fu

soltanto la telefonata dell’amica tedesca che, la sera del 7 novembre 2013, le

diede la forza di rivolgersi alla polizia perché le fece capire che, con il suo

comportamento, il marito metteva in pericolo anche la vita del figlio che lei

portava in grembo.

Tuttavia gli elementi

oggettivi in atti danno un’immagine diversa.

Prima di tutto, come

visto, non fu la telefonata dell’amica a darle la forza di rivolgersi

alla polizia.

Ma non solo.

Dagli atti emerge

un’immagine dell’ACPR_1 ben diversa da quella della donna terrorizzata dal

marito e che teme per la vita del figlio che lei ha voluto dare agli

inquirenti.

Da un lato, perché una

donna simile non rimanda al giorno successivo il ricorso alla polizia. Ci va

immediatamente. Proprio approfittando dell’assenza di quel marito violento e

che, sempre a suo dire, non la lascia mai uscire da sola.

Invece l’ACPR_1, che è a

casa da sola, nicchia.

Dice di no alla ZZ_1 che

le propone di andarci subito, spiegando che ci andrà solo l’indomani perché

quel giorno lei non aveva la macchina.

Ma quel motivo è risibile.

__________ non è fuori dal

mondo e ACPR_1 avrebbe avuto mille modi per contattare la polizia. Avrebbe

potuto telefonare. Oppure avrebbe potuto andare al posto di polizia di __________

dove, effettivamente, si recò quella stessa mattina per bere un caffè.

È proprio la risibilità

della motivazione che l’ACPR_1 dà all’amica per giustificare il rinvio al

giorno successivo che dimostra come la situazione che ella viveva non era

quella - di terrore per la vita sua e del bambino - che poi ha descritto agli

inquirenti.

Inoltre, se così fosse

stato, nemmeno la donna avrebbe, quello stesso giorno, contattato più volte il

marito per chiedergli di tornare presto, perché lei era a __________ senza

macchina.

La donna terrorizzata dal

marito manesco non ne sollecita in modo pressante il rientro a casa. È ben

contenta, invece, della sua assenza che le dà qualche ora di respiro.

A questo quadro negativo

si aggiunge, poi, che un’altra pesante ipoteca sulla credibilità dell’ACPR_1 è

stata posta dall’accertamento che lei ha mentito sull’effettivo inizio della

sua attività lavorativa. Su questa questione ha mentito all’assicurazione

disoccupazione ed ha mentito ancora in aula alla Corte.

Più credibili - perché più

lineari e più congruenti con gli elementi oggettivi in atti e con la situazione

descritta - sono, invece, risultate essere le dichiarazioni dell’appellante.

In queste condizioni,

dunque, obbligato è l’accoglimento dell’appello principale con il

proscioglimento di AP 1 dai reati di ripetuta coazione sessuale e ripetuta

minaccia nonché la reiezione di quello incidentale della PP che chiedeva la sua

condanna per il reato di lesioni semplici per il periodo da luglio al 6

novembre 2013 e un inasprimento della pena.

Soltanto per una questione

procedurale (STF 6B_1145/2013 del 3 giugno 2014 consid. 2.1), la Corte non ha

potuto, in applicazione dell’art. 404 cpv. 2 CPP, prosciogliere AP 1

dall’imputazione di ripetute vie di fatto di cui al dispositivo 1.3 della

sentenza impugnata (dispositivo non contestato).

31.

Sempre in accoglimento

dell’appello principale, per le sberle che AP 1 ha ammesso di aver dato alla

moglie la sera del 7 novembre 2013, in applicazione dei principi

giurisprudenziali indicati, in particolare, in DTF 134 IV 189

consid. 1.3, DTF 119 IV 25 consid. 2a e STF 6B_378/2010

del 15 luglio 2010 consid. 1.2, egli è stato ritenuto autore colpevole

di vie di fatto e non di lesioni semplici, vista la banalità dei segni

riscontrati e la totale assenza di sofferenza (al PS, non è stato somministrato

alcun antidolorifico né ne sono stati prescritti in riserva).

Per questo reato e per le

vie di fatto di cui è stato riconosciuto autore colpevole in primo grado egli è

condannato alla multa di fr. 300.-.

Per il reato d’ingiuria

ripetuta egli è, invece, stato condannato alla pena pecuniaria di 20 aliquote

di fr. 30.- l’una, pena sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2

anni.

32.

In applicazione del

principio di cui alla sentenza OG ZH 7.5.2012 (SB120074-O/U/jv) e in

applicazione per analogia dell’art. 429 cpv. 1 lett. a CPP, ritenuto come AP 1

sia stato assolto dalle imputazioni più gravi (quelle, cioè, che hanno imposto

l’assistenza di un legale), questa Corte ha stabilito che, anche in caso di

ritorno a miglior fortuna, egli non dovrà rimborsare allo Stato l’importo

riconosciuto dai primi giudici a favore del patrocinatore d’ufficio che lo ha

assistito in primo grado (art. 135 cpv. 4 lett. a e 5 CPP).

Del resto, come si vedrà,

non essendo AP 1 stato condannato a pagare le spese procedurali, l’art. 135

cpv. 4 CPP non trova, comunque sia, applicazione.

Di conseguenza, è stato

annullato il dispositivo della sentenza impugnata che obbligava il condannato

al rimborso (punto n. 8.2).

33.

A fronte del

proscioglimento dell’imputato dai reati più gravi, l’istanza di indennizzo

presentata da ACPR_1 (doc. dib. d’appello 2) è respinta.

Non potendosi pretendere

che le ingiurie e le vie di fatto per cui AP 1 è stato condannato abbiano

causato nella vittima una significativa sofferenza, non può essere riconosciuto

alcun torto morale.

34.

Le spese per il

gratuito patrocinio dell’ACPR_1 sono assunte dallo Stato.

La nota professionale

7.10.2014

dell’avv. __________ (doc. dib. d’appello 3), patrocinatrice dell’ACPR_1,

è stata approvata soltanto in parte.

Non sono state

riconosciute le prestazioni (onorario e spese) correlate con i contatti avuti

con il dott. __________. Tali contatti erano, infatti, finalizzati a fondare la

richiesta di risarcimento del torto morale avanzata dall’ACPR_1 al dibattimento

d’appello e quantificata, così come in prima sede, in fr. 30'000.-.

Ritenuto come l’ACPR_1 non

abbia impugnato il dispositivo n. 4 della sentenza della Corte delle assise

criminali che le riconosceva un’indennità per torto morale di fr. 15'000.-, l’ACPR_1

non era legittimata a tornare a chiedere, al dibattimento di appello, un

risarcimento per il torto morale maggiore di quello riconosciuto in primo

grado.

Di conseguenza, le spese

sostenute in vista di una tale (irrita) richiesta non possono essere

riconosciute (./. fr. 105.- di onorario e fr. 14.- di spese).

Per le stesse ragioni, e

meglio poiché l’ACPR_1 non era legittimata ad avanzare pretese diverse da

quelle riconosciute a suo favore dalla Corte delle assise criminali, sono state

stralciate le prestazioni legate alla presentazione dell’istanza di

risarcimento in sede di appello (./. fr. 180.- di onorario e fr. 91.- di

spese).

Anche le prestazioni

relative alla presenza al dibattimento di appello devono essere ridotte e

adeguate alla durata effettiva delle singole udienze, con conseguente

riconoscimento di 10 ore di onorario in luogo delle 16 ore esposte (./. 6 ore

pari a fr. 1'080.- di onorario). Un’ulteriore ora (indennizzata alla tariffa di

fr. 180.-/ora) è stata riconosciuta per la presenza dell’avvocato alla

comunicazione orale del dispositivo della sentenza nel tardo pomeriggio dell’8

ottobre 2014.

È, infine, stato

stralciato l’importo di fr. 50.- esposto per le spese legate all’apertura

dell’incarto ritenuto che l’avvocato - che ha patrocinato l’AP fin dall’inizio

dell’inchiesta - aveva aperto l’incarto ben prima che fosse adita questa Corte

(./. fr. 50.-).

Ne discende una

decurtazione complessiva della nota professionale di fr. 1'520.- (fr. 1'365.-

per l’onorario e fr. 155.- per le spese).

Inoltre, ritenuto come l’ACPR_1

sia domiciliata in Germania, le prestazioni a lei fornite sono esenti da IVA

(cfr. art. 8 cpv. 1 LIVA; cfr., pure, sentenza CRP 60.2011.204 del 5 luglio

2011.

consid. 3.5).

La nota dell’avv. __________

è, pertanto, stata approvata limitatamente a complessivi fr. 3'160.40

(corrispondenti a fr. 3’015.- di onorario e fr. 145.40 di spese).

Indennizzo dell’imputato

35.

Secondo l’art. 436

cpv. 1 CPP, le pretese di indennizzo e di riparazione del torto morale

nell’ambito della procedura di ricorso sono rette dagli art. 429 - 434 CPP.

35.1

a. Giusta l’art. 429

cpv. 1 CPP, se è pienamente o parzialmente assolto o se il procedimento nei

suoi confronti è abbandonato, l’imputato ha diritto a un’indennità per le spese

sostenute ai fini di un adeguato esercizio dei suoi diritti procedurali (lett.

a) e per il danno economico risultante dalla partecipazione necessaria al

procedimento penale (lett. b). Inoltre, per la lett. c di detto articolo,

l’imputato assolto o nei cui confronti il procedimento è stato abbandonato ha

diritto ad una riparazione del torto morale per lesioni particolarmente gravi

dei suoi interessi personali, segnatamente in caso di privazione della libertà.

a.1. Ha diritto

all’indennità l’accusato che è stato totalmente o parzialmente prosciolto.

Secondo quanto si legge

nel Messaggio, in caso di proscioglimento parziale o di abbandono parziale del

procedimento, per il calcolo del danno patito, le spese non possono essere

semplicemente suddivise proporzionalmente: occorre, invece, verificare se

l’imputato ha diritto ad un’indennità e ad una riparazione del torto morale per

i reati per i quali è stato assolto o per cui il procedimento è stato

abbandonato (Messaggio del 21 dicembre 2005 concernente l’unificazione del

diritto processuale penale, pag. 1231). Se è ammessa una riparazione per

proscioglimento parziale, la stessa può essere compensata con le spese

procedurali a carico dell’imputato e conseguenti alla parziale condanna, come

peraltro espressamente previsto dall’art. 442 cpv. 4 CPP (Messaggio del 21

dicembre 2005 concernente l’unificazione del diritto processuale penale, pag.

1231; Mini, op. cit., ad art. 429, n. 3, pag. 793-794).

a.2. Per l’art. 429 cpv. 2

CPP, l’autorità penale esamina d’ufficio le pretese di indennizzo dell’imputato

e può invitarlo a quantificarle e a comprovarle.

35.2

Così richiesto dalla

presidente della Corte al termine dell’ultima giornata dibattimentale, l’avv. DI

1.

ha prodotto la sua nota professionale in data 8 ottobre 2014 (doc. dib.

d’appello 4).

Quanto all’onorario, il

tempo esposto è apparso adeguato, fatta eccezione:

-

per il tempo dedicato ai contatti avuti con il prof. __________ e volti alla

presentazione della perizia sulla credibilità della presunta vittima (./. 20

minuti corrispondenti, alla tariffa di fr. 300.-/ora, a fr. 100.- di onorario)

che non è stato riconosciuto in quanto tale prova non è stata ritenuta

necessaria;

-

il tempo dedicato ai colloqui con il fratello dell’imputato che è stato

ridotto da 60 a 30 minuti (./. 30 minuti corrispondenti a fr. 150.- di

onorario).

Ne discende una

decurtazione di fr. 250.- dell’onorario esposto nella nota professionale, con

conseguente riconoscimento di un onorario di fr. 17’350.- (anziché fr.

17'600.-).

Le spese - che sono

apparse adeguate - sono state ammesse così come esposte (fr. 495.-).

L’IVA ammonta a fr.

1'427.60.

A titolo di risarcimento

delle spese di patrocinio relative al procedimento di appello (art. 429 cpv. 1

lett. a CPP in combinazione con l’art. 436 cpv. 1 CPP), lo Stato è stato,

quindi, condannato a rifondere a AP 1 l’importo complessivo di fr. 19'272.60.

35.2.1

Ritenuto come il

Tribunale federale abbia avuto modo di precisare che l’indennità prevista

dall’art. 429 cpv. 1 lett. a CPP concerne soltanto i costi assunti

dall'imputato per un avvocato di fiducia (DTF 138 IV 205 consid. 1), a AP 1

nulla è dovuto a titolo di risarcimento delle spese di patrocinio relative

all’inchiesta e al dibattimento di primo grado durante i quali egli era posto

al beneficio dell’assistenza giudiziaria. Non avendo dovuto sostenere i costi

relativi alla difesa d'ufficio, egli non ha diritto ad alcuna indennità per le

spese di patrocinio esposte dall’avv. __________.

Resta riservata la facoltà

dello Stato di intentare azione di regresso nei confronti dell’ACPR_1 (art. 420

lett. a CPP).

35.3

Quanto al torto morale

subito dall’imputato che, dall’8 novembre 2013 all’8 ottobre 2014, è rimasto

ingiustamente in carcere, lo stesso va quantificato - in base alla

giurisprudenza del TF che, come già quella della CRP in precedenza (cfr.

sentenze CRP 60.2010.29 del 7 ottobre 2010; 60.2008.396 del 24 aprile 2009;

60.2008.15

del 6 ottobre 2008 che citano Hutte/Ducksch/Gross, Le tort moral,

Zurigo 1996, I/105 segg.; Munch, Bemessung der Genugtuung für

ungerechtfertigten Freiheitsentzug, in: ZBJV 1998, pag. 237 segg.), in assenza

di circostanze straordinarie, riconosce un’indennità di fr. 200.- per ogni

giorno di detenzione (cfr. STF 6B_111/2012 del 15 maggio 2012 consid. 4.2;

nello stesso senso anche Mizel/Rétornaz, in op. cit., ad art. 429, n. 48) - in

fr. 67'000.-.

In concreto, infatti,

conformemente alla prassi della CRP secondo cui il primo e l’ultimo giorno di

carcerazione sono interamente computati (cfr. sentenze CRP del 15 dicembre

2010, inc. 60.2010.200; del 20 marzo 2009, inc. 60.2008.351; del 6 ottobre

2008, inc. 60.2008.154; del 3 ottobre 2007, inc. 60.2007.134; nello stesso

senso anche Mizel/Rétornaz, in op. cit., ad art. 429 n. 48), AP 1 ha subito 335

giorni di carcerazione preventiva, rispettivamente di sicurezza (dall’8

novembre 2013 all’8 ottobre 2014, cfr. rapporto di arresto provvisorio, AI 1, e

Dispositivo

dispositivo n. 1.5 della presente sentenza).

Considerata un’indennità

giornaliera di fr. 200.- al giorno, l’indennità per la riparazione del torto

morale patito da AP 1 deve, pertanto, essere fissata nel summenzionato importo.

35.4. Complessivamente, a titolo

di indennità giusta gli art. 429 e segg. CPP, lo Stato è, dunque, condannato a

rifondere a AP 1 - assolto dalle imputazioni di ripetuta coazione sessuale,

ripetute lesioni semplici e ripetuta minaccia - l’importo di fr. 86'272.60

corrispondenti a fr. 19'272.60 a titolo d’indennità per spese di patrocinio e

fr. 67'000.- a titolo di indennità per la riparazione del torto morale.

Per questi motivi,

visti gli

art. 6, 10, 76 e segg., 80 e segg.,

84, 122 e segg., 135, 139, 233, 339, 348 e segg., 379 e segg.,

398 e segg., 429 e segg. e 436 CPP;

34, 42, 44, 47, 49, 50,

51, 123, 126, 177, 180 e 189 CP;

32 cpv. 1 Cost., 6 par. 2 CEDU

e 14 cpv. 2 patto ONU II;

41 e segg. CO;

nonché, sulle spese, l’art. 428

CPP e la LTG e, sulle ripetibili, gli art. 428 cpv. 3, 429 e 436

CPP rispettivamente il Regolamento sulla tariffa per i casi di patrocinio

d’ufficio e di assistenza giudiziaria per la fissazione delle ripetibili,

dichiara

e pronuncia:

1. L’appello

presentato da AP 1 è accolto, mentre l’appello incidentale presentato dal

procuratore pubblico è respinto.

Di conseguenza,

ricordato che, in assenza di

impugnazione, i dispositivi n. 1.3, 1.4, 5, 5.1, 5.2 e 6 della sentenza 4 marzo

2014 della Corte delle assise criminali sono passati in giudicato:

1.1. La

questione pregiudiziale è accolta. Di conseguenza, il decreto d’accusa emesso

nei confronti di XY è estromesso dall’incarto.

1.2. AP

1, oltre che di ripetuta ingiuria (per il periodo 8.8.2013/7.11.2013) e di

ripetute vie di fatto (per il periodo luglio 2013/6.11.2013), è dichiarato

autore colpevole di:

1.2.1. vie

di fatto, per avere, a __________, il 7.11.2013, colpito la moglie ACPR_1

con due schiaffi al volto mentre le teneva una mano sul collo;

1.3. AP

1 è prosciolto dalle imputazioni di ripetuta coazione sessuale, di lesioni

semplici e di ripetuta minaccia.

1.4. AP

1 è condannato:

1.4.1. alla

pena pecuniaria di 20 (venti) aliquote giornaliere da fr. 30.- (trenta)

cadauna, per un totale di fr. 600.- (seicento), da dedursi il carcere

preventivo sofferto;

1.4.2. al

pagamento di una multa di fr. 300.- (trecento), con l’avvertenza che, in caso

di mancato pagamento, la stessa sarà sostituita con una pena detentiva di 10

giorni.

1.4.1.1.

L’esecuzione della pena pecuniaria è sospesa condizionalmente per un periodo

di prova di 2 (due) anni.

1.5. AP

1 è immediatamente scarcerato.

1.6. L’istanza

di indennizzo presentata da ACPR_1 è respinta.

1.7. Visto

il suo proscioglimento dai reati che hanno imposto l’assistenza di un legale,

il dispositivo n. 8.2 della sentenza 4 marzo 2014 della Corte delle assise

criminali è annullato.

2. La

tassa di giustizia e i disborsi relativi al procedimento di primo grado sono

posti a carico dello Stato.

3. L’istanza

di indennizzo presentata da AP 1 è parzialmente accolta. Di conseguenza, lo

Stato della Repubblica e del Cantone Ticino rifonderà a AP 1, a

titolo di indennità giusta gli art. 429 e segg. CPP:

3.1. l’importo

di fr. 19'272.60 a titolo di risarcimento delle spese di patrocinio relative al

procedimento di appello;

3.2. l’importo

di fr. 67'000.- a titolo di riparazione del torto morale patito.

4. Gli

oneri processuali d’appello, consistenti in:

- tassa di giustizia fr. 6'000.-

- altri disborsi fr. 500.-

fr. 6'500.-

sono posti a carico dello

Stato.

5. Le

spese di patrocinio dell’ACPR_1 sono sostenute dallo Stato.

5.1. La

nota professionale 7.10.2014 dell’avv. è approvata per:

onorario fr. 3'015.--

spese fr. 145.40

totale fr. 3'160.45

6. Intimazione

a:

7. Comunicazione

a:

- Corte

delle assise criminali, 6901 Lugano

- Comando

della Polizia cantonale, SG/SC (Servizi centrali),

Via S.

Franscini 3, 6500 Bellinzona

- Ministero

Pubblico, SERCO, 6501 Bellinzona

- Ufficio

del Giudice dei provvedimenti coercitivi, Via Bossi 3, 6900 Lugano

- Dipartimento delle istituzioni, Sezione

della popolazione,

Ufficio della migrazione, Ufficio

contenzioso, 6501 Bellinzona

- Direzione

del carcere penale La Stampa, CP 6277, 6901 Lugano

Per la Corte di appello e di revisione penale

La presidente La

segretaria

Rimedi

giuridici

Contro

decisioni finali, contro decisioni parziali, contro decisioni pregiudiziali e

incidentali sulla competenza e la ricusazione e contro altre decisioni

pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla

notificazione del testo integrale della decisione (art. 100 cpv. 1 LTF), il

ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, per i motivi

previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è

disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non sia ammissibile il ricorso in

materia penale è dato, entro lo stesso termine, il ricorso sussidiario in

materia costituzionale al Tribunale federale per i motivi previsti dall’art.

116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata in tal

caso dall’art.115 LTF.