17.2014.103
Valutazione della credibilità delle dichiarazioni della vittima di pretese coazioni sessuali commesse dal marito. Proscioglimento dell'imputato cui è stato riconosciuto un indennizzo ex art. 429 CPP
8 ottobre 2014Italiano193 min
Source ti.ch
Incarto n.
17.2014.103+122
Locarno
8 ottobre 2014/cv
In nome
della Repubblica e Cantone
Ticino
La Corte di appello e di revisione penale
composta dai giudici:
Giovanna Roggero-Will, presidente,
Attilio Rampini e Stefano Manetti
assessori giurati:
AS 1
AS 2
AS 3
AS 5
AS 6 (II supplente)
segretaria:
Barbara Maspoli,
vicecancelliera
nell’ambito del procedimento penale condotto dal Ministero
pubblico
ed ora sedente per statuire nella procedura d’appello
avviata con annuncio del 5 marzo 2014 e confermata con dichiarazione d’appello
14 maggio 2014 da
AP 1
rappr. dall'avv. DI 1
e con appello incidentale del 21
maggio 2014 presentato dal
procuratore
pubblico PP 1, 6901 Lugano
contro la sentenza emanata nei
confronti di AP 1 il 4 marzo 2014 dalla Corte delle assise criminali (motivazione
scritta intimata il 24 aprile 2014)
esaminati gli atti;
ritenuto che: con sentenza 4 marzo 2014, la Corte delle assise criminali ha
dichiarato AP 1 autore colpevole di:
- ripetuta
coazione sessuale per avere, a __________ e
__________,
nel periodo compreso tra metà di agosto e ottobre 2013, costretto in tre
occasioni la moglie a subire la penetrazione anale;
- lesioni
semplici per avere, a __________, il 7 novembre 2013, colpito la
moglie con schiaffi al viso e pugni in testa;
-
ripetute vie di fatto per avere, a __________ e __________, nel periodo
compreso tra il mese di luglio e il 6 novembre 2013, ripetutamente colpito la
moglie con degli schiaffi sulla testa e sul viso nonché con dei pugni sulle
braccia, sulle spalle e sulle gambe;
-
ripetuta ingiuria per avere, a __________ e __________, nel periodo
compreso tra l’8 agosto e il 7 novembre 2013, ripetutamente offeso l’onore
della moglie tacciandola di “puttana”, “stronza”, “non vali
niente” e “sei una merda”;
-
ripetuta minaccia per avere, a __________ e __________, nel periodo
compreso tra fine luglio e il 7 novembre 2013, incusso timore nella moglie
avvicinandole in prossimità della gola un coccio di bicchiere di vetro rotto
dicendole che l’avrebbe ammazzata, mostrandole in più occasioni un coltello e
minacciandola di ammazzare sia lei che il bambino che portava in grembo.
AP 1 è stato
prosciolto dall’imputazione di ripetute lesioni semplici per il periodo compreso
tra il luglio e il 6 novembre 2013.
In
applicazione della pena, la Corte delle assise criminali ha condannato AP 1
alla pena detentiva di 4 anni e 6 mesi, da dedursi il carcere preventivo
sofferto.
Lo ha,
inoltre, condannato a versare:
- fr.
15'000.- quale riparazione del torto morale e
-
fr. 16’097.95 a titolo di risarcimento delle spese legali all’accusatrice
privata che, per il rimanente delle sue pretese, è stata rinviata al competente
foro civile.
Dopo avere
statuito sulla sorte degli oggetti in sequestro, la Corte delle assise
criminali ha posto gli oneri processuali a carico del condannato (salvo
l’importo di fr. 200.- che ha attribuito allo Stato).
preso atto che contro la sentenza della Corte delle assise criminali AP 1 ha
tempestivamente annunciato di voler interporre appello.
Dopo avere
ricevuto la motivazione scritta della pronuncia, con dichiarazione di appello
14 maggio 2014, AP 1 ha precisato di impugnare i dispositivi n. 1.1, 1.2, 1.5,
3, 4, 7 e 8.2 della sentenza di prime cure e ha chiesto il proscioglimento
dalle accuse di ripetuta coazione sessuale e di ripetuta minaccia nonché la
derubricazione del reato di ripetute lesioni semplici in ripetute vie di fatto,
postulando, di conseguenza, che la pena a suo carico venga ridotta ad una pena
pecuniaria (per la cui quantificazione si è rimesso al prudente giudizio della
Corte) con relativo adeguamento dei dispositivi relativi al risarcimento, al
pagamento degli oneri processuali e all’obbligo, in caso di ritorno a miglior
fortuna, di rimborsare allo Stato l’importo riconosciuto per il pagamento della
nota professionale del precedente difensore.
Con appello
incidentale 21 maggio 2014, il procuratore pubblico ha impugnato i
dispositivi n. 2 e 3 della sentenza della Corte delle assise criminali,
chiedendo che AP 1 venga dichiarato autore colpevole di ripetute lesioni
semplici - e non di vie di fatto come alla sentenza di primo grado - anche in
relazione al periodo luglio 2013 - 6 novembre 2013 e che la pena detentiva a
suo carico venga aumentata a 8 anni, da dedursi il carcere preventivo sofferto.
Ne discende
che, in assenza di impugnazione, i dispositivi n. 1.3, 1.4, 5, 5.1, 5.2 e 6
della sentenza 4 marzo 2014 della Corte delle assise criminali sono passati in
giudicato.
Con istanza
probatoria 2 luglio 2014, AP 1 ha chiesto l’audizione dell’accusatrice privata
che, a sua volta, con istanza probatoria 17 luglio 2014, ha chiesto
l’acquisizione agli atti del rapporto medico 3 aprile 2014 del dott. med. __________
e del rapporto d’uscita 8 aprile 2014 della Clinica __________.
Sempre nello
scritto 17 luglio 2014 l’accusatrice privata ha dato la sua disponibilità a
comparire al dibattimento di appello per essere interrogata.
Con decreto
10 settembre 2014, la presidente di questa Corte ha accolto entrambe le istanze
probatorie.
esperito il pubblico dibattimento dal 6 all’8 ottobre 2014 durante il quale:
-
la procuratrice pubblica ha chiesto che AP 1, oltre che per i reati già
riconosciuti dalla prima Corte e rimasti incontestati, sia riconosciuto
colpevole di ripetuta coazione sessuale, ripetute lesioni semplici (riferite a
tutto il periodo compreso dal luglio al 7 novembre 2013) e ripetuta minaccia e
condannato alla pena detentiva di 8 anni da espiare;
-
la patrocinatrice dell’ACPR_1 si è associata alle richieste della PP e ha
chiesto che venga accolta la sua istanza di indennizzo tendente alla rifusione
dei costi di patrocinio e delle spese sostenute dalla vittima per la sua
audizione, nonché al riconoscimento di un’indennità per torto morale
quantificata in fr. 30'000.-;
-
il patrocinatore di AP 1 ha chiesto, preliminarmente, che il DA riguardante il
fratello dell’imputato venga estromesso dagli atti. Ha, inoltre, postulato il
proscioglimento dai reati di ripetuta coazione sessuale e di ripetuta minaccia
nonché, per i due schiaffi del 7 novembre 2013, la derubricazione della
condanna da lesioni semplici a vie di fatto. Si è rimesso al giudizio della
Corte per la determinazione della pena per tali due schiaffi e si è opposto
alle richieste dall’ACPR_1, chiedendone il rinvio al foro civile.
ritenuto
Potere cognitivo della Corte
d’appello penale
1. Giusta l’art. 398
cpv. 1 CPP, l’appello può essere proposto contro le sentenze dei tribunali di
primo grado che pongono fine, in tutto o in parte, al procedimento. In
particolare, mediante l’appello è ora possibile censurare le violazioni del
diritto, compreso l’eccesso e l’abuso del potere di apprezzamento e la denegata
o ritardata giustizia (art. 398 cpv. 3 lett. a), l’accertamento inesatto o
incompleto dei fatti (lett. b) e l’inadeguatezza (lett. c).
Giusta l’art. 398 cpv. 2 CPP - secondo cui il tribunale d’appello
esamina per estenso (“plein pouvoir d’examen”, “umfassende
Überprüfung”) la sentenza in tutti i punti impugnati - il tribunale di
secondo grado ha una cognizione completa in fatto e in diritto su tutti gli
aspetti controversi della sentenza di prime cure.
Sulla questione della cognizione del tribunale di secondo grado, il TF
ha avuto modo di precisare che l’appello porta ad un nuovo e completo esame di
tutte le questioni contestate ed ha spiegato che la giurisdizione di seconda
istanza non può limitarsi ad individuare gli errori dei giudici precedenti e a
criticarne il giudizio ma deve tenere i propri dibattimenti ed emanare una
nuova decisione - che sostituisce la precedente (art. 408 CPP) - secondo il
proprio libero convincimento fondato sugli elementi probatori in atti e sulle
risultanze delle prove autonomamente amministrate (STF 6B_715/2011 del 12
luglio 2012 consid. 2.1 che cita, fra gli altri, Luzius Eugster in: Basler
Kommentar, Schweizerische Strafprozessordnung, Basilea 2011, ad art. 398, n. 1,
pag. 2642, confermata in STF 6B_404/2012 del 21 gennaio 2013 consid. 2.1; cfr.,
inoltre, Rapporto esplicativo concernente il Codice di procedura penale
svizzero, DFGP, giugno 2001, pag. 261; Schmid, Schweizerische
Strafprozessordnung, Praxiskommentar, Zurigo/San Gallo 2009, ad art. 398, n. 7,
pag. 766).
2. Per
quel che riguarda il potere cognitivo in tema di commisurazione della pena, il
nuovo CPP federale permette di censurare, mediante l’appello, non solo
l’eccesso o l’abuso del potere di apprezzamento (art. 398 cpv. 3 lett. a CPP),
ma anche l’inadeguatezza (art. 398 cpv. 3 lett. c CPP).
Esso conferisce, dunque, alla
giurisdizione d’appello la facoltà di rivedere liberamente anche le questioni
suscettibili di apprezzamento, verificando che la decisione adottata in primo
grado sia effettivamente la migliore possibile, senza che il controllo sia più
limitato alla conformità della stessa con l’ordinamento giuridico (cfr., in
particolare, Schmid, Praxiskommentar, ad art. 398, n. 9, pag. 767 e ad art.
393, n. 17, pag. 759; Eugster, Basler Kommentar, StPO, ad art. 398, n. 1, pag.
2642: “Auch reine Ermessensfragen […] unterliegen der freien
Überprüfung”; Stephenson/Thiriet, Basler Kommentar, StPO, ad art. 393, n.
17, pag. 2622-2623; Mini, Commentario CPP, Zurigo/San Gallo 2010; ad art. 393,
n. 37, pag. 732).
Il TF, commentando gli art. 399 e 404 cpv. 1 CPP, ha precisato che l’appello
produce, di principio, un effetto devolutivo completo e conferisce, perciò,
alla giurisdizione d’appello un pieno potere d’esame che le permette di
rivedere la causa liberamente sia in fatto, che in diritto, che in opportunità
(STF 6B_548/2011 del 14 maggio 2012 consid. 3).
Principi applicabili
all’accertamento dei fatti
3. Giusta l’art. 139
cpv. 1 CPP, per l’accertamento della verità, il giudice - così come le altre
autorità penali - si avvale di tutti i mezzi di prova leciti e idonei secondo
le conoscenze scientifiche e l’esperienza (Galliani/Marcellini, Commentario
CPP, Zurigo/San Gallo 2010, ad art. 139, n. 1, pag. 297; Bernasconi,
Commentario CPP, ad art 10, n. 24, pag. 49; Bénédict/Treccani, Commentaire romand,
CPP, Basilea 2011, ad art. 139, n. 2, pag. 603; Schmid, Praxiskommentar, ad
art. 10, n. 5, pag. 23; Hofer, Basler Kommentar, StPO, Basilea 2011, ad art 10,
n. 47, pag. 170 e seg.) che, in applicazione dell’art. 10 cpv. 2 CPP, valuta
liberamente, secondo il convincimento che trae dall’intero procedimento
(Galliani/Marcellini, Commentario CPP, ad art 10, n. 15, 16 e 23, pag. 48 e 49;
Schmid, Praxiskommentar, ad art. 10, n. 4 e 5, pag. 23;
Kuhn/Jeanneret, Commentaire romand, CPP, Basilea 2011, ad art. 10, n. 35-41,
pag. 70-72; Piquerez, Traité de procédure pénale suisse,
Ginevra/Zurigo/Basilea 2006, § 100, n. 744, pag. 472; Piquerez/Macaluso,
Procédure pénale suisse, Ginevra/Zurigo/Basilea 2011, n. 953, pag. 330-331;
Hauser/Schweri/Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, Basilea 2005, § 54,
n. 3, pag. 245; Hofer, Basler Kommentar, StPO, ad art. 10, n. 58, pag. 173; DTF
133 I 33, consid. 2.1; 129 I 8 consid. 2.1; 118 Ia 28 consid. 1b; 117 Ia 401
consid. 1c/bb; STF 6B_936/2010 del 28 giugno 2011;6B_10/2010 del 10 maggio
2010;6B_1028/2009 del 23 aprile 2010;6P.218/2006 del 30 marzo 2007).
4. In
mancanza di prove dirette, un giudizio può fondarsi anche su prove indirette,
cioè su indizi (STF 6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.9;1P.333/2002 del
12 febbraio 2003 consid. 1.4, pubblicata in Pra 2004 n. 51 pag. 253;1P.20/2002
del 19 aprile 2002 consid. 3.2; Rep. 1990 pag. 353 con richiami; Rep. 1980 pag.
405 consid. 4b).
L’indizio, per consolidata dottrina e giurisprudenza, è una circostanza
di fatto certa dalla quale si può trarre, dopo un processo di induzione
condotto con un metodo rigorosamente logico e preciso sulla base di una loro
valutazione d’insieme, una conclusione circa la sussistenza o non del fatto da
provarsi (Hauser/Schweri Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, Basilea
2005, § 59, n. 12 a 15 con richiami, pag. 277; Manzini, Trattato di diritto
processuale penale italiano, Vol. terzo, 1956, pag. 416 e segg.; Rep. 1980 pag.
192 consid. 3; Rep. 1980 pag. 147 consid. 4).
In assenza di prove tranquillanti e sicure, si può, dunque, emanare un
giudizio di condanna soltanto se vi sono più indizi - cioè fatti certi - che,
correlati logicamente nel loro insieme, consentano deduzioni precise e rigorose
così da far concludere che l’esistenza dei fatti ritenuti nell’atto di accusa
non può essere ragionevolmente posta in dubbio (cfr. Hans Walder, Der
Indizienbeweis im Strafprozess, in RPS 108 (1991) pag. 309 cit., in part., in
STF 6P.72/2004 del 28 giugno 2004 consid. 1.2 ed in 6P.37/2003 del 7 maggio
2003 consid. 2.2; cfr. anche STF 6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.9;
cfr. pure sentenze CARP 17.2011.55 del 26 ottobre 2011 consid. 11; 17.2011.42
del 2 settembre 2011 consid. 6.3; 17.2011.1 dell’8 aprile 2011 consid. 2.5;
17.2010.69 dell’8 aprile 2011 consid. 3.3.1 e sentenza CCRP 17.2009.59 del 9
giugno 2010 consid. 4.3.b, confermata dal TF).
5. Come
il TF ha avuto modo più volte di stabilire, le difficoltà probatorie che
generalmente si riscontrano nell’ambito di reati contro l’integrità sessuale
rendono sovente decisive le dichiarazioni delle persone direttamente coinvolte,
cosicché - trattandosi non di rado della parola di una parte contro quella
dell’altra - la credibilità dell’autore e della vittima assurge a punto
centrale della valutazione delle prove (STF 6B_233/2010 del 6 maggio 2010
consid. 1.3;6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.8.1;
1P.19/2002 del 30 luglio 2002 consid. 3.3; Philippe Maier, Beweisprobleme im
Zusammenhang mit sexuellen Gewaltdelikten, in AJP 4/1997, pag. 503 e 506).
Rilevanti, per la valutazione
delle opposte dichiarazioni - che deve essere effettuata con estremo rigore
(STF 6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.4.3) -, sono la linearità e la
costanza nel tempo delle versioni date, la loro logica intrinseca, la loro
verosimiglianza e la presenza o meno di indizi esterni che possano supportarle
(cfr. STF 6B_1012/2009 del 15 febbraio 2010 consid. 1.2).
La generale credibilità della
presunta vittima va poi verificata, laddove possibile, con eventuali riscontri
oggettivi e con le testimonianze delle persone che hanno raccolto il suo
racconto (STF 6B_705/2010 del 2 dicembre 2010 consid. 1.2;6B_1012/2009 del 15
febbraio 2010 consid. 1.2;6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.4.3 e
3.8.2).
Rilevante è, pure, la coerenza
comportamentale della vittima, coerenza che va valutata sia durante che dopo i
fatti (cfr. STF del 28 maggio 2001 in re A.B. e C.; STF del 17 gennaio 2005 in
re A. contro B.; STF 6P.218/2006 del 30 marzo 2007).
Questione pregiudiziale
6. Al
dibattimento d’appello, il patrocinatore di AP 1 ha chiesto l’estromissione
dagli atti del DA a suo tempo emanato nei confronti del fratello del suo
assistito.
La Corte ha accolto tale richiesta ritenuto come la condanna di un
terzo non abbia alcuna valenza probatoria nell’ambito del procedimento avviato
nei confronti di AP 1.
Vita e precedenti penali
dell’appellante
7. AP
1, cittadino __________, è nato il __________ __________, villaggio che
dista una cinquantina di chilometri da __________. La sua famiglia era composta
dal padre, deceduto nel 2010 per un infarto, che aveva un piccolo garage, dalla
madre casalinga e tuttora in vita e da cinque figli, quattro maschi e una
femmina.
Uno dei fratelli (XY) vive in
Ticino e gestisce il bar __________ di __________. Un altro fratello risiede in
__________ e fa l’operaio, mentre un altro fratello e la sorella abitano in __________.
Concluse le scuole
dell’obbligo, AP 1 ha lavorato per circa un anno come macellaio. Dopo avere
lavorato per un po’ come fabbro, ha assolto per un anno l’obbligo del servizio
militare (scuola reclute). Pur con qualche interruzione nell’attività
lavorativa, ha svolto la professione di fabbro dal 2000 al 2012. Nel frattempo,
ha aiutato il padre nel suo garage fino alla morte del genitore che ha portato
alla chiusura dell’attività.
A fine 2011, AP 1 è venuto per
la prima volta a rendere visita al fratello XY in Ticino.
Durante la sua vacanza, ha
iniziato una relazione sentimentale con XX_1, cameriera presso il bar del
fratello, con la quale ha anche iniziato una convivenza prima che la relazione
terminasse, dopo tre o quattro mesi, per volontà di lei che non era
intenzionata a proseguire una storia a distanza, AP 1 essendo nel frattempo
rientrato in __________ (cfr. PS XX_1 14.11.2013, pag. 3) dove ha ancora
lavorato, sempre come fabbro, da luglio 2012 a fine 2012.
Nel febbraio del 2013 è, poi,
tornato in Svizzera, ospite, ancora una volta, del fratello.
In occasione di questa nuova
vacanza, ha subito (già a febbraio o a marzo) allacciato una relazione
sentimentale con ACPR_1 - che già aveva conosciuto all’epoca del suo precedente
soggiorno in Ticino in quanto regolare frequentatrice del bar __________ - con
la quale ha iniziato a convivere nell’appartamento che la donna aveva affittato
a __________ (MP AP 1 9.11.2013, AI 5, pag. 2-3; MP AP 1 23.12.2013, AI 59,
pag. 3; verb. dib. d’appello, pag. 2-3).
AP 1 e ACPR_1 si sono uniti in
matrimonio, in __________, il 19 luglio 2013 (verb. dib. d’appello, pag. 3) e
subito sono rientrati in Ticino.
Il 3 ottobre 2013 AP 1 ha
presentato una domanda di soggiorno senza attività lucrativa in Svizzera per
ricongiungimento familiare che, al momento del suo arresto, ancora non era
stata decisa e che, poi, è stata sospesa (AI 21).
In Svizzera, nonostante gli
pesasse essere disoccupato, AP 1 non ha mai lavorato né cercato lavoro in
quanto era sprovvisto di permesso (MP AP 1 9.11.2013, AI 5, pag. 3; verb. dib.
d’appello, pag. 3).
A seguito dei fatti oggetto del
procedimento, ACPR_1 ha inoltrato un’istanza unilaterale di divorzio per motivi
gravi cui AP 1 ha, in un secondo tempo, aderito (verb. dib. TPC, pag. 1-2). Il
matrimonio è stato sciolto per divorzio nella primavera del 2014, ciò di cui AP
1 parrebbe non essere stato al corrente, come emerso al dibattimento di appello
durante il quale egli ha dichiarato:
“
Ho preso atto
che l’avvocato della mia ex moglie ha comunicato al mio avvocato che il legame
matrimoniale è stato sciolto per divorzio nella primavera scorsa. Per me è un
po’ una novità. Sapevo che c’era una causa di divorzio ma non avevo capito che
si fosse già conclusa” (verb. dib. d’appello, pag. 13).
Nella primavera del 2014 è nata
la figlia comune degli ormai ex coniugi (allegato al doc. dib. d’appello 2).
Al dibattimento di appello è emerso che ACPR_1 non ha comunicato il nome del
padre alle competenti autorità germaniche (verb. dib. d’appello, pag. 11 e 17;
doc. dib. d’appello 2, pag. 5; allegato al doc. dib. d’appello 2).
AP 1 - che non possiede
risparmi o liquidità di sorta (verb. dib. TPC, pag. 2) - è incensurato sia in
Svizzera (AI 4) che in __________ (AI 33).
Quanto ai suoi progetti per il
futuro, ha dichiarato di essere intenzionato, una volta regolata la sua
situazione giudiziaria in Svizzera, a far rientro nella sua patria natale, trovare
un lavoro e rifarsi una vita (verb. dib. TPC, pag. 2; verb. dib. d’appello,
pag. 15).
Intervento della polizia
8. La
sera del 7 novembre 2013, pochi minuti prima delle 23:00, ZZ_1 telefonò alla
Polizia cantonale segnalando che la sua dipendente - che in quel momento si
trovava da lei - era stata vittima di maltrattamenti da parte del marito (cfr.
CD con registrazione della telefonata alla polizia in atti sub doc. TPC 30).
Giunti presso il ristorante __________
ad __________ dove le due donne si trovavano, gli agenti della Polizia hanno
dapprima accompagnato ACPR_1 all’ospedale __________ per una visita (cfr.
certificati medici e fotografie agli atti).
In seguito, sia la presunta
vittima che la signora ZZ_1 sono state assunte a verbale.
Dopodiché, la polizia ha
proceduto all’arresto di AP 1 che è stato fermato a casa sua alle ore 4:45.
Svolgimento
dell’inchiesta, dichiarazioni raccolte e loro valutazione
9.
9.1.a. ACPR_1 è stata sentita
dagli inquirenti già alle 00:40 dell’8 novembre 2013.
In quel primo verbale, la
donna ha raccontato di avere conosciuto AP 1 circa un anno prima precisando
che, nel corso del mese di maggio del 2013, fra loro iniziò una relazione
sentimentale e che, da subito, l’uomo le fece “pressioni” per
convincerla a sposarlo:
“
Verso Pasqua di quest’anno abbiamo
iniziato a frequentarci più spesso, tra di noi è cominciato a nascere qualche
cosa che andava oltre alla semplice amicizia. La nostra relazione sentimentale
è iniziata a tutti gli effetti a maggio.
Da quel momento in poi AP 1 ha
cominciato a farmi pressioni per sposarlo per il fatto che se non l’avessi
fatto lui sarebbe dovuto uscire dalla Svizzera in quanto non era in possesso di
alcun permesso, ma che si trovava sul territorio svizzero solo come turista. Io
che ero innamorata ho deciso di sposarlo, ma non esclusivamente per il
permesso, ma soprattutto perché io per lui provavo un fortissimo sentimento
d’amore.
Insieme decidemmo di andare a
sposarci in __________, nel paese dove lui è nato e dove ancora attualmente
risiede la sua famiglia. (…) il fatto di sposarlo per me era dovuto ad una
questione sentimentale, il fatto che lui grazie al matrimonio sarebbe stato
agevolato a ottenere il permesso era solo una conseguenza della nostra unione”
(PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 2).
b. Va subito evidenziato
che in questo verbale, raccontando di pressioni subite dall’allora compagno sin
dall’inizio della relazione per indurla al matrimonio, la donna sembra far
intendere che l’obiettivo di AP 1 era, sin dall’inizio, il matrimonio e, con
esso, evidentemente, l’ottenimento del permesso.
In seguito, durante
l’inchiesta, l’ACPR ha fatto un passo indietro, non parlando più di pressioni e
limitandosi a dire che la decisione di sposarsi fu presa insieme, non per il
permesso ma per amore.
Al dibattimento d’appello
- dopo una prima dichiarazione che sembrava confermare che il matrimonio era
avvenuto per amore (verb. dib. d’appello, pag. 5) - è tornata alla tesi
iniziale affermando che, la sera del 7 novembre 2013, quando le diceva che il
giorno successivo avrebbe dovuto andare dal ginecologo per abortire e che, poi,
sarebbero andati in __________ per divorziare, il marito le aveva urlato:
“
Così nessuno ha quello che vuole.
Tu non hai il bambino ed io non ho il permesso” (verb. dib. d’appello, pag. 7).
c. Dalle prime
dichiarazioni della donna si evince che la convivenza con AP 1 iniziò soltanto
dopo il matrimonio:
“
una volta tornati in Svizzera dopo
la nostra unione abbiamo cominciato (sott. del red.) a vivere come una
coppia sposata a tutti gli effetti” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 2 e 3).
d. In realtà, come l’inchiesta evidenzierà in seguito, i due avevano
iniziato a convivere già prima del matrimonio, ma ACPR_1 ammetterà questa
convivenza prematrimoniale soltanto in seguito (MP di confronto ACPR_1/AP 1
9.11.2013, AI 32, pag. 3, dove ha descritto quel periodo in termini positivi).
La donna ha,
poi, modificato la propria versione non soltanto relativamente alla convivenza
in quanto tale ma anche relativamente alla qualità di tale convivenza. Infatti,
se durante l’inchiesta aveva fatto capire che, prima del matrimonio, il
comportamento del marito non dava adito a critiche (“lui con me non aveva
mai dato segni di essere una persona violenta o aggressiva”, PS ACPR_1
8.11.2013, 00:40, pag. 2), al dibattimento d’appello ha, invece,
affermato che:
“
Prima del matrimonio,
(...) la convivenza era abbastanza tranquilla. Ogni tanto urlava ma non mi ha
mai picchiata. Urlava perché si arrabbiava. Si arrabbiava per gelosia.” (verb.
dib. d’appello, pag. 5).
e. ACPR_1 e AP 1 si sposarono in __________ il 19 luglio 2013.
La donna non
parlò del matrimonio ai suoi familiari.
Al
dibattimento d’appello, ha detto di averne parlato alla madre soltanto nel
settembre di quest’anno (“circa un mese fa”) spiegando di averlo taciuto
“
perché loro non avrebbero capito
un matrimonio così veloce” (verb.
dib d’appello, pag. 5).
f. La spiegazione del silenzio con la famiglia potrebbe essere verosimile.
Tuttavia,
non può essere taciuto che, poco prima, rispondendo alla presidente che le
chiedeva come mai nessuno della sua famiglia avesse partecipato al matrimonio,
la donna aveva dato una spiegazione che sottintendeva che la famiglia era al
corrente:
“
La presidente mi chiede come mai
nessuno della mia famiglia ha partecipato al matrimonio. Rispondo che sarebbe
stato difficile portare tutti in __________. Inoltre i nostri progetti
prevedevano un matrimonio religioso più in là, in Svizzera” (verb. dib d’appello, pag. 5).
Ma non solo.
Va detto che
ACPR_1 nascose il matrimonio anche ad un semplice conoscente. Infatti, ad
messaggio giuntole quando lei era in __________ per la cerimonia, la donna
rispose:
“
sono in Germania mio frat
non sta bene” (AI 58, messaggio del 17.7.2013, ore 6:13)
“
chi sei non conosco e
mail” (AI 58, messaggio del 17.7.2013, ore 7:30).
Da questi
messaggi si evince che ACPR_1 non ha nascosto il matrimonio soltanto alla
famiglia - “perché non ne avrebbe capito la velocità” - ma a tutti,
ritenuto, in particolare, che ha risposto con una menzogna quando nemmeno
sapeva a chi si rivolgeva.
Ma non solo.
Anche in
seguito, tornata in Ticino, ha nascosto, finché ha potuto, il suo matrimonio.
All’amica ZZ_1
ne ha parlato soltanto ad agosto inoltrato, chiedendole, però, nello stesso
tempo, di non parlarne ad altri:
- sms del 12.8.2013, ore
13:21:
“
Ciao ZZ_1, sei lì oggi. Di presento mio marito. Scusa non ho
festeggiato. Di spiego poi da sola fai mi un favore non dici non di adetto sono
sposato” (verb. dib. d’appello, pag. 7).
Richiesta di spiegare il
senso della sua preghiera all’amica, ACPR_1 ha detto:
“
È vero, ho chiesto a ZZ_1 di non
dire che ero sposato perché non volevo che la gente facesse commenti sulla
storia del permesso”. (verb. dib. d’appello, pag. 7).
Tuttavia, i dubbi su tale
atteggiamento negatorio permangono se si pensa che, anche nel contratto di
lavoro sottoscritto il 9 settembre 2013 e inviato all’Ufficio regionale di
collocamento, la donna ha indicato di essere nubile. Infatti, non può essere
preteso che la menzogna sul suo stato civile è stata scritta per evitare
pettegolezzi.
L’ACPR_1 ha
nascosto il suo matrimonio anche alla sua conoscente YY_1 che, sentita come
teste, ha detto che, ad inizio settembre 2013, ACPR_1 le disse “di essere
appena stata a Belgrado in vacanza dal suo fidanzato” (PS YY_1 9.11.2013,
pag. 3).
g. Dopo il matrimonio, marito e moglie ritornarono subito in Ticino e
andarono a vivere alla __________. Secondo le prime dichiarazioni della donna,
la vita coniugale fece emergere un uomo completamente diverso da quello che
aveva conosciuto, un uomo che le rese la vita un incubo a furia di botte e a
cui non aveva mai trovato il coraggio di sottrarsi poiché - ha detto
testualmente - “ero e sono terrorizzata da lui”:
“
Da questo momento AP 1 ha
cominciato a picchiarmi senza motivo. Io sono rimasta totalmente sorpresa da
questo suo comportamento in quanto fino a quel momento lui con me, e in
generale, non aveva mai dato segni di essere una persona violenta o aggressiva.
Mi picchiava senza
apparenti motivi, ad esempio, se la cena non era di suo gradimento, lui mi
picchiava. Lo faceva e lo ha fatto con sberle e pugni, soprattutto in faccia e
sulla testa. (…) è capitato anche che mi minacciasse con degli oggetti, una
volta ha preso un bicchiere rotto e me l’ha puntato verso la gola, per fortuna
sono riuscita a fermarlo, lì ho avuto paura per la mia incolumità.
Non è stato l’unico caso,
ha cercato più volte di colpirmi con degli oggetti, ma sono sempre riuscita a
scappare o in qualche maniera a fermarlo. Una volta ha tentato di strangolarmi,
non riuscivo più a respirare, ma non so come sono riuscita a liberarmi. Mi ha
più volte anche lanciato contro il mangiare che gli cucinavo.
La mia vita era ed è
diventata un incubo, fino ad oggi non l’ho mai denunciato e non ho mai chiamato
la polizia solo ed esclusivamente per paura di una sua reazione, ero e sono
terrorizzata da lui” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 2 e 3).
h. Di queste dichiarazioni si dirà ampiamente in seguito.
Qui ci si
limita ad annotare che del tentativo di strangolamento (“Una volta ha
tentato di strangolarmi, non riuscivo più a respirare, ma non so come sono
riuscita a liberarmi”) la donna ha riferito soltanto in questa sede.
In seguito,
non ne ha più fatta parola.
Fatti
i. Secondo il racconto di ACPR_1, il marito divenne più violento dopo che
lei gli annunciò di essere rimasta incinta. Da lì - ha detto - il marito la
picchiò “tutti i giorni e in continuazione”:
“
la situazione è
ulteriormente peggiorata dal momento che lui è venuto a conoscenza del fatto
che sono rimasta incinta, questo è accaduto due settimane fa sono comunque
incinta da circa 8 settimane. Lui non vuole assolutamente che io tenga il
bambino, da quel momento ha cominciato a picchiarmi tutti i giorni e in
continuazione. Penso che lui non voglia che io tenga il bambino perché dice di
essere troppo giovane. (…) da quando mio marito AP 1 ha saputo che ero incinta
è diventato molto più aggressivo e quotidianamente litighiamo. AP 1 è una
persona molto gelosa e possessiva. Quando lui vuole qualcosa da me fa di tutto
per ottenerla” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 3 e 5).
l. A proposito di queste dichiarazioni, ci si limita, qui, ad annotare,
brevemente, che, nonostante le botte prese non solo “tutti i giorni” ma
anche “in continuazione” da - come vedremo - almeno tre settimane prima
della denuncia, i sanitari del PS che hanno visitato la donna la sera del 7
novembre 2013 hanno riscontrato su di lei dei segni minimi. Eloquenti, al
proposito, le foto in atti (AI 3): i segni avrebbero dovuto essere ben altri
se, davvero, come ha detto la donna, il marito avesse iniziato a picchiarla
pesantemente subito dopo il matrimonio con un ritmo almeno settimanale e, poi,
dopo l’annuncio della gravidanza (quindi, almeno tre settimane prima
dell’arresto) con un ritmo giornaliero (e anche più volte al giorno).
m. Su quanto accaduto poche ore prima - e che l’aveva convinta a
rivolgersi alla polizia - la donna ha raccontato quanto segue:
“
oggi lui è uscito tutto il
giorno per andare da dei suoi amici per aiutare a montare un armadio, così
facendo mi ha lasciato a casa tutto il giorno impossibilitata a muovermi in
quanto lui aveva preso la mia macchina. Gli ho scritto un messaggio per sapere
quando tornasse, lui non mi ha risposto e quando è rincasato verso le 17 è entrato
in casa e mi ha detto:
- sono tornato a casa il
più velocemente possibile per poterti spaccare la faccia!!!
Mi si è scagliato addosso
come una furia colpendomi con sberle a mano aperta in faccia e pugni sulla
testa e sulla nuca, così forte da farmi cadere sul divano. Quando ha finito di
picchiarmi mi sono rialzata e sono andata nella camera da letto per prendere la
mia giacca e uscire, lui mi ha seguito in camera e brandendo il tubo
dell’aspirapolvere mi ha detto: “se vuoi divorziamo, ma il bambino non lo
tieni!!! Tu non mi conosci ancora, o lo ammazzi te, o io ammazzo te e lui, non
ti rendi conto di cosa sono capace!!! Io prendo un coltello e tiro fuori io il
bambino!!!” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 3).
n. Qui si registra un’evidente esagerazione nel racconto della donna:
“
oggi lui è uscito tutto il
giorno (…), così facendo mi ha lasciato a casa tutto il giorno impossibilitata
a muovermi in quanto lui aveva preso la mia macchina”.
In realtà, ACPR_1
non era impossibilitata a muoversi. Non era chiusa in casa. __________ non è un
paese isolato in mezzo al nulla ma dista pochi chilometri dalla capitale ed è
collegato con i diversi centri da una serie di mezzi pubblici.
Del resto,
come vedremo in seguito, quel giorno la donna non è rimasta chiusa in casa ma
si è tranquillamente recata - in un sms la donna dice “con bus” e, in un
confronto, “a piedi” - a __________, lì ha bevuto un caffè e, poi, ha
fatto rientro al domicilio con un mezzo pubblico.
Anche
relativamente ai contatti telefonici della prima parte della giornata, il
racconto della donna non riflette la realtà. ACPR_1 ha parlato di un solo
messaggio che lei avrebbe inviato al marito che non le avrebbe risposto.
I tabulati
telefonici registrano una situazione ben diversa:
- 11:04: sms
di ACPR_1 a AP 1: “quando arrivi?”
- 11:15: sms
di ACPR_1 a AP 1: “niente visto non mi rispondi
vado a B’zona con bus non ce la faccio più stare qui”
- 11:59 e
12:02: chiamate da AP 1 a ACPR_1 che non ha risposto
- 12:16 e
12:58: ACPR_1 chiama AP 1 per pochissimi secondi
- 13:00 sms
di ACPR_1 a AP 1: “fai mi sapere quando finisci sono a piedi in Bellinzona non
rispondi mai ma grazie”
- 13:03:
chiamata di ACPR_1 a AP 1 per 6 secondi
- 13:28: AP
1 chiama ACPR_1 e i due conversano per 1 minuto e 32 secondi
- 13:31:
sms di ACPR_1 a AP 1: “invece di dirmi scusa, come ti comporti solo mi chiedi
della casa grazie”
- 15:15: ACPR_1
chiama AP 1 per 49 secondi
- 15:22:
sms di ACPR_1 a AP 1: “posso sapere quando finisci tutto il giorno
sono senza macchina”
Anche il
racconto relativo a quanto successo dopo il rientro del marito al domicilio
coniugale cozza con i riscontri oggettivi. Ci fossero davvero stati le “sberle
a mano aperta in faccia” e i “pugni sulla testa e sulla nuca” dati
dal marito che colpiva “come una furia” al punto da farla “cadere sul
divano”, i medici che hanno visitato la donna alcune ore dopo avrebbero,
certamente, riscontrato ben altri segni che non quelli registrati nelle foto
agli atti (AI 3) – in cui si fatica a distinguere gli arrossamenti da sberle da
un brufolino - e di cui parlano i certificati (AI 3).
Relativamente
alla costanza del racconto, ci si limita ad annotare che, come si vedrà, in
seguito la donna attribuirà al marito frasi diverse da quella che, qui,
sostiene lui abbia detto al suo rientro (“sono tornato a casa il più
velocemente possibile per poterti spaccare la faccia!!!”).
o. Sempre secondo il suo racconto, dopo il litigio, appena vide il marito
addormentato sul divano, la donna, si chiuse in cucina e chiamò un’amica in
Germania. Sentito quanto successo, l’amica le disse che doveva assolutamente
andarsene:
“
Ero pietrificata e solo
una volta che lui si è addormentato sul divano mi sono chiusa in cucina e ho
chiamato una mia amica in Germania, lei mi ha detto che dovevo assolutamente
scappare da quella casa. Grazie a questa telefonata ho trovato la forza e il
coraggio di fuggire. Non appena lui si è accorto che io sono uscita di casa, mi
ha inseguito. Per fortuna mi ero già riuscita a chiudere in macchina e sono
così potuta fuggire. (…) mentre stavo andando ad __________ con la mia vettura,
mio marito mi ha chiamato al cellulare. Mi ha chiesto inizialmente dove mi
trovavo e poi mi ha detto di tornare a casa per parlare. Io gli avevo risposto
che avevo paura di lui e che non volevo più che mi picchiasse” (PS ACPR_1
8.11.2013, pag. 4 e 5).
p. A proposito delle dichiarazioni appena citate, non si può non rilevare
come la donna enfatizzi oltre misura il ruolo della telefonata dell’amica quando
dice che fu grazie a quello che lei trovò “la forza e il coraggio di
fuggire”.
Come si
vedrà in seguito, infatti, è accertato che lei, già al mattino del 7 novembre
2013 - quindi, almeno una decina d’ore prima di quella telefonata (se non già
in precedenza, cfr consid 12.n.) - aveva deciso che, il giorno successivo, si
sarebbe presentata in polizia. Tanto che aveva già chiesto ad ZZ_1 di
accompagnarla (vedi sotto, consid. 12.n).
Ma non solo.
Quello stesso pomeriggio, prima del rientro del marito, aveva scritto un sms
all’amica __________ in cui le annunciava l’intenzione di separarsi dal marito
(cfr consid. 27a).
Si deve,
poi, sottolineare come ACPR_1 si dipinga come una donna terrorizzata - persino
“pietrificata” dalla paura - al punto da non avere, da sola, la forza di
andarsene e come questo ritratto strida:
-
con gli sms inviati nel corso di quella giornata al marito in cui gli chiedeva
con un certo “vigore” di tornare perché le serviva la macchina e
-
con la tranquillità di cui, come vedremo, sono testimoni, in particolare, i
toni degli sms inviati quella stessa mattina all’amica/datrice di lavoro ZZ_1.
Si rileva,
poi, che ACPR_1 racconta che il marito la “inseguì” e che lei riuscì a
sfuggire a tale inseguimento soltanto chiudendosi in macchina. Questa
descrizione lascia intendere un atteggiamento aggressivo del marito.
A questo
proposito, va segnalato che AP 1 ha detto di avere seguito, sì, la moglie ma
senza nessuna intenzione bellicosa:
“
Ad un certo punto lei ha preso la
giacca e le chiavi ed è uscita, sempre continuando a parlare al telefono. Io
l’ho seguita fino alla macchina. Poi lei se ne è andata. (…) Quando ho seguito
mia moglie che usciva di casa, l’ho fatto per capire cosa stava succedendo. Non
ero aggressivo. Il nostro litigio si era esaurito dopo gli schiaffi alcune ore
prima. La situazione era, a quel momento, “normale”” (verb. dib. d’appello,
pag. 13).
Va detto che le
dichiarazioni di AP 1 sono confermate dai tabulati da cui risulta che, poco
dopo, lui scrisse alla moglie degli sms più che affettuosi:
- 7.11.2013, ore 20:26:
“Amore rispondi”
- 7.11.2013, ore 20:59:
“Amore io ti aspetto vita mia” (AI 22).
q. La donna si diresse ad __________ poiché - ha detto - sapeva che la sua
datrice di lavoro avrebbe potuto ospitarla.
Quest’ultima,
appena saputo di quanto successo, segnalò l’accaduto alla polizia.
Queste le
parole di ACPR_1 al riguardo:
“
è stata proprio lei a
chiamare la polizia, sono contenta che l’abbia fatto, perché come già detto
prima non ho mai richiesto i vostri servizi solo ed esclusivamente perché
totalmente terrorizzata da mio marito” (PS 8.11.2013, ore 00:40, pag. 4).
r. Ancora una volta, la donna insiste sul “terrore” che proverebbe nei
confronti del marito e che le avrebbe, sin lì, impedito di rivolgersi alla
polizia.
Come visto
sopra, gli elementi oggettivi in atti descrivono una donna diversa dalla moglie
terrorizzata e impossibilitata a difendersi.
Fra questi
elementi oggettivi, si cita anche il fatto che, il 3 ottobre 2013, la donna scrisse
all’Ufficio regionale degli stranieri una lettera in cui garantiva che lei
avrebbe assunto il mantenimento del marito così da permettergli di ottenere il
permesso di soggiorno. Alla presidente che le chiedeva se fosse stata obbligata
dal marito a scrivere tale lettera, la donna ha negato:
“
L’avv. DI 1 mi contesta
che il 3.10.2013 io ho scritto una lettera all’Ufficio regionale degli
stranieri che mi legge.
Sì, l’ho scritta io. L’ho
dovuta scrivere perché, se no, lui non avrebbe ricevuto il permesso. Quando
dico “ho dovuto” non intendo che mio marito mi ha obbligato. Soltanto che,
senza questa assicurazione, lui non avrebbe ricevuto il permesso per stare in
Svizzera” (verb. dib. d’appello, pag. 11).
Una donna
terrorizzata dal marito difficilmente avrebbe presentato una simile richiesta,
se non da lui obbligata.
s. Proseguendo, ACPR_1 ha detto agli inquirenti di sentirsi davvero
minacciata dal marito e di avere paura di un aumento della sua aggressività:
“
ho veramente paura che una
sua reazione degeneri. Fino a adesso si è “limitato” a darmi degli schiaffi e
pugni, ma penso che possa arrivare a farmi del male seriamente. (…) una volta
aveva preso in mano un coltello da cucina e me lo aveva messo vicino alla gola
per minacciarmi“ (PS 8.11.2013, ore 00:40, pag. 4).
t. Si noti che, qui, l’ACPR espressamente afferma che il marito si era,
sino a quel momento, “limitato” a darle “degli schiaffi e dei pugni”
e, in un’occasione, a minacciarla con un coltello.
Di fatto, in
seguito, in quello stesso verbale, come vedremo, la donna modificherà
sensibilmente tale dichiarazione, in particolare sostenendo di avere subito
anche delle coazioni sessuali.
In questo
senso, la paura espressa qui di un peggioramento - relativamente alle botte
subite - risulta, in qualche modo, incongruente.
9.2.a. Durante la sua audizione, dopo che la donna aveva segnalato quanto
riportato sopra, gli interroganti le hanno chiesto se la sua libertà di agire
fosse mai stata intralciata dal marito. In risposta, ACPR_1 ha parlato di
spintoni e minacce con cui il marito l’aveva, in qualche occasione litigiosa,
costretta in casa quando lei invece avrebbe voluto uscire:
“
Alcune volte durante le
discussioni era mia intenzione uscire di casa per farmi due passi. AP 1 me lo
impediva con degli spintoni o con delle minacce” (PS ACPR_1 8.1.2013, pag. 4).
Gli
inquirenti le hanno, poi, chiesto se il marito l’avesse costretta a subire atti
sessuali contro la sua volontà. Questa la risposta di ACPR_1:
“
sì, è già capitato in
alcune occasioni, per l’esattezza tre volte da quando ci conosciamo. Tutte e
tre le volte sono avvenute mentre eravamo sposati. La prima volta è stato dopo
il matrimonio, mentre eravamo in Svizzera. Per un breve periodo ho avuto una
camera in affitto presso il __________ a __________. In quest’occasione, mentre
eravamo in camera io e lui, avevamo litigato per futili motivi. In seguito mi
ha preso con la forza mi ha tolto i vestiti e con il pene è penetrato nel mio
ano, contro la mia volontà. Mi teneva con forza e non riuscivo a liberarmi. È
stato un rapporto doloroso anche se era durato poco tempo.
La seconda volta è successo
sempre a __________, poche settimane dopo la prima violenza. Anche qui avevamo
litigato e lui mi ha obbligata ad avere un rapporto sessuale, esattamente come
la prima volta.
La terza e ultima volta è
avvenuta un mese fa circa, mentre eravamo già nel nuovo appartamento a __________.
Dopo una discussione mi aveva picchiato, poi mi ha tolto i vestiti sempre con
la forza fino a penetrarmi nell’ano” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 5).
b. In relazione a queste dichiarazioni non può essere nascosto che
stupisce il fatto che la donna, rispondendo agli inquirenti che le chiedevano
se la sua libertà d’agire fosse mai stata intralciata dal marito, abbia in un
primo tempo riferito di essere stata costretta, alcune volte, a rimanere in
casa quando lei voleva uscire e soltanto in un secondo tempo - e soltanto a
precisa domanda degli inquirenti - abbia parlato delle (ben più gravi) coazioni
sessuali.
Stupisce
perché, secondo il normale andamento delle cose, una donna terrorizzata che
riesce a rivolgersi alla polizia solo perché - come vedremo - teme per la sua
vita e quella del figlio che porta in grembo, non racconta banalità agli
inquirenti (“qualche volta non mi lasciava uscire”) ma porta alla loro
attenzione i fatti più gravi.
Va osservato
- perché su questi punti, in seguito, il racconto cambierà - che, in questo
primo verbale, ACPR_1 sostiene:
-
che il rapporto sessuale forzato era stato “doloroso anche se era durato
poco tempo”
- di essere
stata picchiata soltanto prima della terza coazione.
c. All’interrogante che le chiedeva di descrivere cosa avveniva dopo
questi fatti, la donna ha risposto:
“
una sola volta si era
scusato mentre le altre volte non diceva niente e si metteva a dormire. Io
invece piangevo, vomitavo e rimanevo sveglia per tutta la notte. Vorrei
precisare che di queste violenze che ho subito non sono mai riuscita a parlarne
con nessuno. Non ho mai avuto il coraggio di denunciarlo per paura di una sua
ritorsione nei miei confronti” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 5).
d. Da osservare - perché, in seguito, anche su questi aspetti il racconto
cambierà - che, in questo primo verbale, la donna situa le coazioni di sera: è
questo che si deduce dalle affermazioni secondo cui “dopo” il marito si
metteva a dormire mentre lei rimaneva sveglia “per tutta la notte”.
Si segnala,
poi, che, qui, la donna sostiene che, dopo le coazioni, lei, oltre a piangere,
vomitava. Si tratta di un’affermazione che non verrà più ripresa in seguito.
Ma non solo.
Se valutata
nel complesso delle dichiarazioni della donna, quest’affermazione appare del
tutto incongruente ritenuto come, nel prosieguo dell’inchiesta, dirà che, dopo
le coazioni, lei lasciava la camera soltanto per andare in bagno per mettersi
un po’ d’acqua sul viso.
Da queste
due elementi emerge con certezza che, su questo punto, la donna la mentito.
Ancora
relativamente alla costanza del racconto, si segnala che, in seguito, ACPR_1
non dirà sempre che, dopo, il marito “si metteva a dormire”: in altri
verbali, dirà che, il marito se ne andava via lasciandola sola e, con
riferimento all’ultimo episodio, dirà, in un verbale, che il marito aveva
guardato la televisione (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 6) e, in un altro,
che si era messo a bere (AI 53, pag. 6).
A ciò si
aggiunge che la donna non è stata costante nemmeno sulle scuse del marito: se
qui ha detto che “una sola volta si era scusato”, poi dirà, invece, che “a
volte” il marito si scusava.
Si rileva,
infine, che qui sostiene di non avere denunciato il marito “per paura di una
sua ritorsione” aggiungendo che lui la “terrorizzava” mentre, poi,
dirà sempre di non averlo fatto perché lo amava e sperava in un suo
cambiamento.
10.
a. A
seguito della denuncia, alle ore 04:45, gli inquirenti hanno fermato AP 1 al
suo domicilio.
Interrogato,
egli ha detto di avere conosciuto ACPR_1 due anni prima quando lei lavorava nel
bar di suo fratello XY e di avere iniziato una relazione sentimentale con lei
verso la fine di febbraio del 2013 (PS AP 1 8.1.2013, pag. 3).
AP 1 ha, sin
dall’inizio, negato sia di avere avuto l’abitudine di picchiare la moglie, sia
di averla costretta ad atti sessuali che lei non voleva.
Ha ammesso
unicamente che, la sera in cui è stato arrestato, vi fu un litigio in cui
entrambi si insultarono alzando la voce e si spintonarono. Tuttavia, ha
precisato che il litigio fu causato da una scenata della moglie che lo aggredì,
non appena rientrato, perché voleva la macchina per andarsene in giro:
“
Sono stato da un mio
amico, a dargli una mano per spostare un armadio e sono venuto a casa e mia
moglie ha cominciato a gridare, urlare. Non so esattamente perché, voleva
l’auto, voleva andare in giro. Così mi ha detto. (…) Appena sono entrato in
casa abbiamo avuto una discussione, immediatamente. (…) già prima che io
rientrassi a casa ho ricevuto diversi messaggi. (…) ho cominciato a ricevere
diversi messaggi da lei, era arrabbiata, voleva sapere dov’ero, quando
arrivavo. (…) non appena sono tornato a casa abbiamo iniziato a litigare. Lei
mi ha detto che ero uno stronzo, ero cattivo… si dicono tante cose quando si è
arrabbiati. (…) anch’io le ho detto delle parolacce, certo. Le ho detto
stronza, le ho detto che voleva andare in giro e che non metteva a posto la
casa. Le ho detto tante cose, non le ricordo. Stavamo litigando. (…) urlavamo”
(PS AP 1 8.11.2013, pag. 5, 6 e 7).
Al ché, dopo
che si erano dati vicendevoli spintoni, lui perse la pazienza e - secondo le
sue dichiarazioni - per la prima volta diede (con il palmo della mano) due
sberle (ma non forti) in faccia alla moglie. Ciò pose fine al litigio.
Mentre lui
era sul divano, la moglie telefonò ad una sua amica residente in Germania con
la quale parlò per un’ora circa. In seguito, stando a AP 1, nonostante i suoi
appelli, la moglie - ancora al telefono con la sua amica - se ne andò
lasciandolo solo:
“
Poi lei è uscita. (…)
l’auto si trovava immediatamente davanti all’entrata di casa nostra. Io sono
uscito, l’ho raggiunta e lei si è chiusa in auto. Ha chiuso le portiere.
Ho visto che voleva
scappare da me, ma io non avevo fatto niente. Le ho, gesticolando, chiesto di
calmarsi. Lei però è partita andandosene via. (...) poi l’ho chiamata mille
volte ci siamo anche parlati. Le ho detto di calmarsi, se era stressata sarebbe
stato meglio tornare a casa da me. Lei mi ha però detto che andava a dormire da
un’amica di cui non conosco, o meglio non ricordo il nome” (PS AP 1 8.11.2013,
pag. 7).
b. Sin qui, la sostanza del racconto di AP 1 (l’arrabbiatura della moglie
per la vettura, i molti contatti telefonici fra moglie e marito durante la
giornata e la telefonata fra la moglie e l’amica) è confermata da quanto già
detto sopra.
Le “mille
telefonate” di lui a lei dopo la sua fuga sono, nella sostanza, pure
confermate dai tabulati (AI 22) che registrano, nel lasso di tempo di un’ora,
ben nove chiamate di lui a lei (con conversazioni per complessivi 20 minuti e
23 secondi) e due sms, sempre di lui a lei (ore 20:26: “amore, rispondi”
e ore 20.59: “amore io ti aspetto vita mia”).
Inoltre,
registrano una chiamata (alle 21:06) di lei a lui (durata conversazione: 4
minuti e 20 secondi).
c. Confrontato con il certificato medico redatto al PS dell’Ospedale __________
di __________ cui la moglie si era rivolta quello stesso giorno (all. A al PS AP
1 8.11.2013) e con il rapporto di ugual data sottoscritto dal capo servizio del
PS citato (all. B al PS AP 1 8.11.2013) che specificava che su ACPR_1 era stata
accertata la presenza, oltre che di un lieve arrossamento a livello dello
zigomo e della guancia sinistri, di un ematoma sulla spalla destra e di un
piccolo ematoma al collo, AP 1 ha ammesso di essere il responsabile unicamente
degli arrossamenti alla guancia e allo zigomo:
“
Sulla guancia e sullo
zigomo possono essere la conseguenza delle mie due sberle. Gli altri ematomi,
alla spalla e al collo, non so spiegarmeli” (PS AP 1 8.11.2013, pag. 16).
Si
sottolinea qui, ancora una volta, che nelle foto in atti gli ematomi non sono
visibili e che anche gli arrossamenti sono difficilmente individuabili (vanno,
in pratica, immaginati).
d. Per sintetizzare, AP 1 ha, in questo primo interrogatorio, sostenuto
che delle dichiarazioni della moglie è corrispondente al vero soltanto quella
relativa alla gravidanza che, per lui, era indesiderata al punto che aveva
proposto alla moglie di abortire:
“
Ho detto subito fai
aborto.
Le ho detto che non avevo
lavoro, eravamo in una situazione stupida ed era tutto molto difficile.
Questo è accaduto il primo
giorno. Poi ne abbiamo ancora parlato, lei era contenta di essere incinta ed io
le ripetevo che non era il momento. (…) ancora oggi penso che non è una buona
idea, penso sia meglio abortire e avere un bambino quando la situazione sarà
più stabile (…)
Mi viene fatto prendere
atto che ACPR_1 ha dichiarato:
Lui non vuole assolutamente
che io tenga il bambino, da quel momento ha cominciato a picchiarmi tutti i
giorni e in continuazione. Penso che lui non voglia che io tenga il bambino
perché dice di essere troppo giovane.
Mi viene chiesto di
prendere posizione.
È vero che in questo
momento non voglio il bambino ma non è vero che l’ho picchiata come lei dice.
Mi chiedo come può dire
questo, ieri prima che io andassi a lavorare ho fatto un disegno raffigurante
la nostra famiglia. Ho disegnato me, mia moglie e un bambino indicando anche il
nome “__________” come volontà di mia moglie. Questo disegno l’ho apposto sul
frigorifero, piegandolo e infilandolo nella fessura. (…)
Mi viene fatto prendere
atto che ACPR_1 ha dichiarato che io, brandendo il tubo dell’aspirapolvere, ho
detto:
se vuoi divorziamo, ma il
bambino non lo tieni!!! Tu non mi conosci ancora, o lo ammazzi te o io ammazzo
te e lui, non ti rendi conto di cosa sono capace!!! Io prendo un coltello e
tiro fuori io il bambino!!!
Mi viene chiesto di
prendere posizione.
Queste sono stupidaggini
che si è inventata mia moglie” (PS AP 1 8.11.2013, pag. 10 e 15).
e. Queste dichiarazioni - in sé coerenti - sono confermate, come si vedrà
in seguito, dalle dichiarazioni della moglie che ha ammesso l’esistenza del
disegno.
E’, poi,
evidente che, con quel disegno, il marito intendeva comunicare alla moglie di
avere cambiato idea sulla gravidanza e, viste le dichiarazioni di cui sopra, di
accettarla nonostante le difficoltà dovute alla precarietà della loro
situazione. Va, a questo proposito, aggiunto che l’uomo non si è limitato a
disegnare due genitori con un bambino ma ha aggiunto il nome del bambino:
“
Ho disegnato me, mia
moglie e un bambino indicando anche il nome “__________” come volontà di mia
moglie”.
L’indicazione
del nome voluto dalla moglie per il bambino ha più significati: non solo
rafforza quello dell’accettazione (con la personificazione del bambino), ma
dimostra anche che i due genitori avevano discusso della gravidanza in
un’ottica non distruttiva, o meglio dimostra che il marito era, nelle
discussioni con la moglie, almeno entrato nell’ottica di tenere il bambino.
E’ ciò che,
del resto, AP 1 ha ben spiegato al dibattimento d’appello:
“
Il disegno della famigliola l’ho
fatto la mattina del 7.11.2013. Ero in cucina, lei dormiva ancora e io ho fatto
quel disegno prima di partire per raggiungere il mio amico a __________. La
presidente mi chiede perché ho fatto quel disegno. Mi è venuto così. Ho
disegnato tre figure e ho messo i nostri nomi. Per il bambino ho messo __________
perché lei mi aveva detto che, se fosse stata una bambina, avrebbe voluto
chiamarla così. Avevamo avuto questo colloquio un paio di giorni prima. Ricordo
che io avevo detto, se invece fosse stato un maschio, avremmo potuto chiamarlo __________
come suo padre.
È vero che, per lo meno all’inizio,
io non volevo un bambino. Pensavo che quello non fosse il momento giusto. Da un
lato perché io ero qua senza lavoro. D’altro lato perché volevamo lasciare la
Svizzera ed andare a vivere altrove. Parlavamo di Germania, Serbia e Austria. E
quindi non mi sembrava che quello fosse il momento giusto per avere un bambino.
Alla presidente rispondo che - se
non mi sbaglio - mia moglie mi ha detto di essere incinta un paio di settimane
prima del mio arresto.
È vero che ho detto a mia moglie di
abortire ma lei sin dall’inizio non voleva. Non l’ho mai picchiata durante
queste discussioni. Alla fine ho capito che lei non voleva abortire. Così mi
sono detto che, nonostante non fosse una buona idea, avremmo avuto il bambino.
Secondo me, non era il momento giusto per avere un figlio. Ma siccome lei era
convinta di averlo, io mi sono adattato. A mia moglie non ho detto
esplicitamente di avere cambiato idea ma lei l’ha sicuramente capito perché, da
un certo punto in poi, abbiamo cominciato a parlare di quello che sarebbe
successo con l’arrivo del bambino, di nomi e di altro” (verb. dib. d’appello,
pag. 13 e 14).
Il disegno e
il suo significato contrastano irrimediabilmente con la versione della donna
secondo cui, dopo avere saputo della gravidanza, il marito l’ha picchiata tutti
i giorni per costringerla ad abortire mentre si inserisce più armoniosamente in
quella di lui che, pur precisando di essere stato contrario sin dal primo
momento, ha detto di averne in seguito parlato con la moglie che, invece, era
contenta di essere incinta (“poi ne abbiamo ancora parlato, lei era contenta
di essere incinta ed io le ripetevo che non era il momento”).
Questo
contrasto è ancor più evidente se si considera che, quella stessa mattina, alle
6:36, AP 1 ha spedito alla moglie, che dormiva ancora, il seguente sms:
“
ti amo tanto” (AI 22).
Difficile è
credere che l’uomo che, prima di assentarsi per alcune ore, lascia alla moglie,
ancora addormentata, dei messaggi tanto affettuosi e significativi (disegno e
sms), al suo rientro aggredisca come una furia quella stessa donna minacciando
di uccidere lei e il bambino, perché - come la donna ha sostenuto - “non lo
voleva assolutamente”.
f. AP 1 ha, poi, attribuito le dichiarazioni della moglie alla nefasta
influenza di ZZ_1, responsabile del bar __________ di __________ in cui la
moglie prestava servizio:
“
quando ho visto questa
donna, ho capito che quanto stava accadendo, i reati che mi sono stati
contestati, non sono frutto delle dichiarazioni di mia moglie ma hanno a che
fare con questa donna (…) Tutto questo e quello che è successo ieri, è stato
fatto da ZZ_1 e non credo lo abbia fatto ACPR_1” (PS AP 1 8.11.2013, pag. 6).
11. ACPR_1 è stata nuovamente sentita nel pomeriggio di quello stesso
giorno.
a. Rispondendo alle domande degli interroganti, ella ha, dapprima,
precisato di essere l’unica a lavorare e di essere, quindi, lei a mantenere il
marito.
Richiesta,
poi, di descrivere la sua vita coniugale, la donna ha dichiarato quanto segue:
“
circa una settimana dopo
il nostro matrimonio, AP 1 ha iniziato ad essere aggressivo nei miei confronti;
cosa che prima non era mai stato. Si arrabbiava per niente e quindi mi
picchiava prevalentemente in faccia e sulla testa con la mano. Per esempio, un
paio di giorni fa, lui ha messo le cozze nel congelatore e gli ho detto che le
cozze non andavano messe lì. Lui si è arrabbiato, ha preso le cozze e le ha
buttate tutte per terra. Le ho raccolte e buttate via perché non erano più
commestibili e lui mi ha costretta a toglierle dalla spazzatura e quindi mi ha
di nuovo colpito alla testa con degli schiaffi.
Per rispondere alle domande
di chi mi interroga dico che all’inizio mi picchiava, sempre nel solito modo,
ogni tanto. Poi via via sempre più spesso e quando gli ho comunicato che ero
incinta, 2 o 3 settimane fa, ogni giorno e anche più volte al giorno, per
qualsiasi stupidata che dico o faccio, lui mi picchia. Io l’unica cosa che
facevo era quella di ripararmi il viso con le mani. Avevo paura che reagendo
diventava peggio. Lui è molto più forte di me. (…) Una volta lui ha buttato per
terra piatti e bicchieri e con uno di questi rotti mi ha minacciato dicendomi
che mi ammazzava. Mi aveva messo il coccio vicino alla gola. Un’altra volta mi
è venuto incontro con un coltello. Ero terrorizzata ma sono riuscita a
parlargli e a convincerlo a lasciare il coltello. (…) Capita che nei
finesettimana finisco più tardi di lavorare. Magari anche alle 2:00 di notte
(generalmente finisco alle ore 01:00). Lui mi aspettava e appena entrata in
casa mi aggrediva verbalmente con epiteti vari, tipo puttana, merda dove sei
stata? (…) una sera del mese di settembre, non ricordo la data ma eravamo
ancora a Contone, sul parcheggio sottostante dove avevo la mia stanza, lui mi
ha dato una sberla che mi ha fatta cadere per terra. Mi sono rialzata, ho preso
l’auto e sono andata al bar __________ per prendere una pizza per lui. Piangevo
e una donna che si chiama YY_1 e che conosco solo di vista per averla vista ad __________
mi si è avvicinata chiedendomi perché piangevo. Io le ho detto che mio marito
mi picchiava. Lei è della __________ e ricordo che mi ha detto… conosco questa
mentalità…” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 2, 3 e 4).
b. Come vedremo in seguito, la donna rielaborerà l’episodio della minaccia
con le stoviglie rotte. Qui dice che, in un’occasione, il marito ruppe dei
piatti e dei bicchieri e, poi, la minacciò con “uno di questi rotti”. In
seguito, dimenticherà i piatti e svilupperà la questione del bicchiere
affermando che a lei che lo pregava di non usare il suo bicchiere preferito (un
bicchiere per il latte macchiato), il marito rispose rompendolo e avvicinando
al suo collo il coccio a mo’ di minaccia.
Si osserva,
poi, che, in questo verbale, la donna racconta che il marito era solito
picchiarla nei week-end, al suo rientro - più tardivo del solito - dal lavoro:
“
Capita che nei
finesettimana finisco più tardi di lavorare. Magari anche alle 2:00 di notte
(generalmente finisco alle ore 01:00). Lui mi aspettava e appena entrata in
casa mi aggrediva verbalmente con epiteti vari, tipo puttana, merda dove sei
stata?”
Affermando
che “lui mi aspettava e appena entrata in casa mi aggrediva”, la donna
lascia intendere che il marito l’aspettava a casa.
In realtà,
questo è falso.
Ciò risulta
dalle costanti dichiarazioni del marito - che ha sempre detto che era lui ad
accompagnarla al lavoro e a riprenderla la sera - confermate, al dibattimento
d’appello, dalla stessa ACPR_1 (evidentemente dimentica di alcune sue diverse
dichiarazioni):
“
A domanda della presidente, dichiaro che,
all’inizio, forse per un paio di settimane, al lavoro ci andavo con la mia
macchina. Poi mi accompagnava sempre il mio ex marito perché era geloso. Era
sempre lui che poi mi veniva a riprendere la sera alla fine del turno” (verb.
dib. d’appello, pag. 10).
In questo
stralcio di verbale la donna ribadisce che, saputo della gravidanza, il marito
la picchiava “ogni giorno e anche più volte al giorno”.
A questa
Corte tocca, perciò, ribadire che, se così fosse stato, non avremmo dovuto
cercare di indovinare, sulle foto scattate la sera del 7 novembre 2013, rossori
ed ematomi.
Va, poi,
annotato che, leggendo l’affermazione “lui è molto più forte di me”, si
ha l’impressione di essere confrontati con una donna fragile.
L’impressione
cambia se si pensa che questa stessa donna che, ai poliziotti, sottolineava la
superiorità fisica del marito, ha loro nascosto che lei ha praticato per anni,
sino alla nascita della bambina, una disciplina marziale (judo). Circostanza
che ha dovuto ammettere, su sollecitazione della Difesa, al dibattimento
d’appello (verb. dib. d’appello, pag. 7).
Limitatamente
al litigio sulle cozze, il racconto della donna è, come vedremo, confermato dal
marito che, tuttavia, lo descrive di intensità minore (negando avere colpito la
moglie con una sberla) e, in sintesi, attribuendone a lei la responsabilità
(era lei - ha raccontato - che lo stressava con queste cozze).
Relativamente
all’episodio del bar __________ - lo vedremo - la testimonianza della donna che
vide ACPR_1 e, con cui, brevemente, parlò getta sulla vicenda una luce
completamente diversa da quella gettata dall’ACPR_1.
Infine, si
annota che qui ACPR_1 afferma che il marito cominciò ad avere atteggiamenti
aggressivi soltanto una settimana dopo il matrimonio:
“
circa una settimana dopo
il nostro matrimonio, AP 1 ha iniziato ad essere aggressivo nei miei confronti;
cosa che prima non era mai stato”.
Come visto,
al dibattimento d’appello dirà una cosa un po’ diversa:
“
Prima del matrimonio, io e AP 1
abbiamo convissuto circa un mese. La convivenza era abbastanza tranquilla. Ogni
tanto urlava ma non mi ha mai picchiata. Urlava perché si arrabbiava. Si
arrabbiava per gelosia” (verb. dib. d’appello, pag. 5).
A questo
proposito si segnala, inoltre, che l’amica ZZ_1 ha riferito agli inquirenti che
l’ACPR_1 le aveva detto che il marito la picchiò per la prima volta il giorno
del matrimonio, perché lei aveva scelto un abito di un colore che non gli
piaceva (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 7).
Vero è che
al dibattimento d’appello, interrogata al riguardo, ACPR_1 ha detto:
“
Dopo il matrimonio ha cominciato a
picchiarmi. Non ricordo la prima volta che mi ha picchiato. Erano talmente
tante.
La presidente mi ricorda che la
signora ZZ_1 ha detto che io le ho confidato che la prima volta AP 1 mi ha
picchiato perché non gli era piaciuto il vestito che avevo comprato per il
matrimonio. Non è vero. Non mi ricordo per che cosa mi ha picchiato la prima
volta. Mio marito mi picchiava perché non gli piaceva quello che cucinavo.
Oppure perché rientravo, secondo lui, tardi dal lavoro” (verb dib. d’appello,
pag. 5)
Tuttavia,
non si comprende il motivo per cui la ZZ_1 avrebbe dovuto mentire su questo
punto. Peraltro, inventando un episodio specifico e con tanti dettagli:
“
ZZ_1 (…) mi aveva detto
che aveva iniziato a picchiarla sin da subito dopo il matrimonio. La prima
volta per il vestito del matrimonio dove aveva comprato un vestito color lilla
che a lui non piaceva” (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 7).
Ne deriva
l’accertamento secondo cui ACPR_1 su questo punto ha mentito: ha mentito alla ZZ_1
oppure ha mentito al dibattimento di appello.
c. All’agente che la interrogava, la donna ha spiegato che nessuno ha
sentito le sue liti con il marito poiché loro abitavano in una casa “molto
vecchia e da soli”, visto che l’altro appartamento era occupato da una “coppia
di anziani che viene solo durante le vacanze”. Ha, inoltre, spiegato che
nessuno si era mai accorto di nulla perché il marito era attento a non
lasciarle dei segni visibili e che, comunque, quando ciò capitava, lei li
nascondeva con il trucco:
“
non mi lasciava segni così
evidenti. Qualche graffio e qualche sanguinamento al viso che io cercavo di
nascondere con il trucco quando uscivo di casa per andare a lavorare. In un
paio di circostanze mi ha lasciato dei lividi sulle spalle e sulle braccia. Sul
viso non mi ha mai dato pugni mentre che in altre parti del corpo più nascoste,
quali appunto braccia e spalle, me ne ha dati tanti” (PS ACPR_1 8.11.2013
14.05, pag. 2; cfr. anche pag. 3).
d. Riguardo a queste dichiarazioni, in particolare riguardo a quella
secondo cui nessuno poteva sentire, va detto che, se questo può valere per __________,
non può valere per __________ dove i due dividevano l’appartamento alla __________
con un’altra persona. Questa, come si vedrà, ha detto di averli sentiti
soltanto “qualche volta alzare la voce ma di non avere mai avuto
l’impressione che si trattasse di liti violente ” ed, anzi, ha detto di
avere spesso visto i due coniugi in atteggiamenti affettuosi.
Ma non solo.
Sempre in relazione al periodo passato alla __________, anche il proprietario
ha detto di avere avuto l’impressione che i due fossero davvero innamorati e di
avere sentito soltanto litigi “normali”.
Sui “segni”,
non può essere nascosto che, ancora una volta, desta perplessità il fatto che
botte violente come quelle descritte dalla donna non lasciassero segni
visibili.
Per il
resto, va segnalato che in questo verbale si registra un’importante modifica
delle dichiarazioni della donna. Al mattino, infatti, lei aveva detto che il
marito le dava dei pugni anche sul viso (ciò che qui ha negato).
Ma non solo.
In questo
secondo verbale, lei ha detto che il marito le dava “tanti” pugni “sulle
braccia e sulle spalle” o, più in generale, “sulle parti del corpo più
nascoste”, mentre al mattino si era limitata a dire che lui la “picchiava
soprattutto in faccia e sulla testa” (cosa che, peraltro, aveva ripetuto
all’inizio di questo verbale).
e. Anche in questo verbale, la donna ha ribadito che il marito non voleva
il bambino che lei aspettava:
“
lui questo bambino non lo
voleva proprio. Diceva che gli avrebbe impedito di vivere la sua vita, di
andare in vacanza e di divertirsi. Ogni giorno mi diceva di abortire. Mi
svegliava anche durante la notte per convincermi ad abortire; cosa che io non
ho mai voluto fare. È vero che sapevo che non voleva dei figli, ma questo
bambino è arrivato e io voglio dare alla luce mio figlio. Una volta mi ha detto
che se non abortivo, con un coltello, me lo avrebbe tolto lui il bambino dal
ventre. Proprio ieri mi ha detto che se volevo potevamo divorziare ma mai
avrebbe voluto che il figlio rimanesse qui in Svizzera perché lui è balcanico e
un eventuale suo figlio doveva crescere laggiù. Mi ha detto che piuttosto che
farlo crescere qui l’avrebbe ammazzato lui” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05,
pag. 2 e 3).
In
quest’occasione ACPR_1 ha poi precisato che ciò che la spaventava di più era il
fatto che il marito aveva un comportamento “assurdo”:
“
lui si comporta in maniera
assurda e ciò mi incute più paura. Ieri mattina ha fatto un disegno con 2
adulti e un bambino e l’ha attaccato al frigo. Ieri pomeriggio gli ho mandato
un sms per sapere a che ora tornava a casa perché avevo bisogno della macchina
e quando è arrivato mi ha detto come prima cosa: perché mi mandi gli sms? Ora
ti spacco la faccia e ha iniziato a picchiarmi” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore
14:05, pag. 3).
f. Con l’evidente intento di dimostrare come il marito fosse
ossessionato dalla gravidanza, ACPR_1 arriva ad affermare che egli la svegliava
“anche durante la notte” per convincerla ad abortire. E’ una tesi che
non riprenderà più. Non si sa se per dimenticanza o per presa di coscienza
della sua natura abnorme.
Va, poi,
osservato che la donna, in questo verbale, riconduce la minaccia di “tirare
fuori il bambino con un coltello” ad un momento precedente la sera del 7
novembre 2013 mentre, sia prima che dopo, l’ha sempre situata soltanto in
quella sera.
Anche
riguardo la frase che il marito le avrebbe detto al rientro, la donna modifica
la sua versione: nel verbale del mattino, la frase riportata è “sono tornato
a casa il più velocemente possibile per poterti spaccare la faccia” mentre
in questo la frase è “perché mi mandi gli sms? Ora ti spacco la faccia”.
Va, poi,
osservato che, ancora una volta, il racconto sui contatti telefonici non è
propriamente aderente alla realtà. Come visto in precedenza, non c’è stato un
solo sms ma molti di più (cfr. supra, consid. 9.n). L’impressione che si deriva
da questo racconto è che la donna cerchi - sminuendo le proprie azioni - di
mettere in cattiva luce il marito descrivendolo, appunto, come qualcuno che ha
reazioni del tutto sproporzionate.
Inoltre,
quanto alla credibilità intrinseca, si sottolinea che gli intendimenti che la
donna attribuisce al marito (“ti spacco la faccia”) non sono congruenti
con i segni - minimi - riscontrati dai medici.
Infine, si
rileva l’incongruenza, in questo contesto, dell’affermazione secondo cui il
marito le avrebbe detto che non avrebbe mai permesso che il figlio - balcanico
- crescesse in Svizzera. Una simile preoccupazione è del tutto estranea a colui
che, con ogni mezzo, cerca di costringere la moglie ad abortire.
g. ACPR_1 ha continuato in questa seconda audizione spiegando che, dopo
aver annunciato al marito la sua gravidanza, è vissuta nel terrore che AP 1
potesse fare seriamente del male a lei e al bambino:
“
io ho sempre creduto alle
sue minacce di uccidermi che sono state frequenti e dal momento che gli ho
comunicato di essere incinta ancora di più. Questa convinzione mi ha sempre
bloccata nelle reazioni perché ho veramente il terrore che lui possa farmi del
male e soprattutto possa fare del male al bambino. (…) io sono molto
preoccupata per la sorte mia e di mio figlio. Lui mi ha sempre detto che se mi
ribellavo lui sarebbe magari anche andato in prigione ma che sarebbe comunque
riuscito a togliermi dalla circolazione. Io ci credo che lui possa davvero
ammazzarmi e mi sento in pericolo” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 3 e
4).
h. Qui la donna sostiene che il marito la minacciava sempre di morte
per assoggettarla ai suoi voleri ed aggiunge che lei ha sempre preso sul serio
tali minacce.
Difficile è,
perciò, capire come mai lei non abbia riferito questa circostanza (che era,
secondo questa versione, una costante del suo rapporto con il marito) al
mattino, quando gli inquirenti le avevano esplicitamente chiesto se questi
avesse mai intralciato la sua libertà d’agire. Questa lacuna stupisce ancor di
più se si pensa alla banalità della limitazione di cui la donna ha parlato
(alcune volte, durante le discussioni, il marito le impediva di uscire) in
risposta a tale domanda.
Del resto,
se si pensa che, nel primo verbale, la donna aveva esplicitamente detto che il
marito, sino a quel momento, si era “limitato” a darle “degli
schiaffi e dei pugni” e, in un’occasione, a minacciarla con un coltello,
questa è un vero e proprio - e macroscopico - cambiamento di versione.
Si precisa
che la limitazione di cui si è appena detto (quella di non potere, a volte,
uscire) è l’unica di cui la donna ha parlato spontaneamente. L’altra (le
coazioni sessuali) è stata, in effetti, riferita soltanto su espressa e
suggestiva domanda degli inquirenti (“ha già dovuto subire degli atti
sessuali contro la sua volontà?”).
i. In occasione di questo interrogatorio, ACPR_1 ha ribadito di essere
stata costretta dal marito a subire in tre occasioni la penetrazione anale:
“
È vero che dal momento in
cui siamo tornati dalla __________ e fino a un mese fa, in tre circostanze
distinte lui mi ha penetrata analmente con la forza. Le modalità sono quelle
che ho già detto. È successo due volte nella camera che avevo a __________ e
una volta nella camera di __________. Si discuteva e lui mi picchiava. In tutte
tre le circostanze è avvenuta la stessa cosa. Discussione, botte, io che cadevo
sul letto. Lui che mi prendeva con la forza, mi girava sul letto, mi toglieva i
pantaloni e diceva, adesso te lo metto nel culo. Io piangevo. Mi faceva molto
male, il dolore era forte ma lui non smetteva fino a che non eiaculava. Non
sono mai riuscita a sottrarmi. Lui è forte fisicamente. Non ricordo se mi
minacciava in questi frangenti.” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 3 e 4).
l. Si registra, anche in queste dichiarazioni, un cambiamento di versione.
Nel primo
verbale ACPR_1 aveva detto che il marito l’aveva picchiata soltanto prima della
terza coazione. Qui, invece, le botte ci sono state sempre.
Inoltre, pur
se in modo meno evidente, la donna cambia versione anche riguardo la durata
delle coazioni. Nel primo verbale, aveva detto che i rapporti anali erano
durati “poco tempo”. Qui sembra descrivere dei rapporti di una certa
durata:
“
Mi faceva molto male, il
dolore era forte ma lui non smetteva fino a che non eiaculava”.
Va, poi,
rilevato che, qui, l’ACPR_1 dichiara che il marito, prima di penetrarla,
annunciava le sue intenzioni con un “adesso te lo metto nel culo”. Si
tratta di una novità rispetto alle precedenti dichiarazioni.
Va osservato
che il denominatore comune di questi cambiamenti di versione - così come di
quelli evidenziati ai punti precedenti - sembra essere la volontà di aggravare
la posizione del marito.
Infine, va
sottolineato - perché poi cambierà versione - che la donna, in questo verbale,
ha dichiarato di non ricordare se il marito, in questi frangenti, la
minacciava.
m. In questo verbale, la donna ha spiegato di non avere, nemmeno nei
momenti di intimità condivisa con il marito, voluto quel tipo di rapporto
sessuale:
“
per rispondere alle
domande di chi mi interroga, confermo che fino a 2 giorni fa abbiamo avuto
rapporti sessuali vaginali consenzienti. Io non ho mai voluto penetrazioni
anali. Quando me lo chiedeva, gli dicevo che non volevo perché mi faceva male e
lui mi rispondeva che a lui piaceva molto vedermi soffrire quando me lo metteva
nel culo. Confermo che le tre volte che è avvenuta la penetrazione anale lui
l’ha fatto con la forza così come ho già detto ” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore
14:05, pag. 3 e 4).
n. Se qui dice che di rapporti di questo tipo non ne ha avuti altri
all’infuori dei tre denunciati come forzati, in seguito, come vedremo, cambierà
versione, aderendo a quella del marito che, invece, aveva detto che nei loro
rapporti intimi trovava posto anche questa pratica sessuale.
Si osserva, qui, pure, che l’ammissione di avere
avuto “fino a 2 giorni fa” (quindi, fino al 6 novembre 2013) rapporti sessuali
(vaginali) consenzienti con il marito mal si concilia con il clima di violenza
descritto dalla donna.
o. Per finire, la donna ha spiegato che si era decisa a chiedere aiuto
solo la sera prima e soltanto per difendere il bambino che portava in grembo:
“
(…) la forza di reagire
ieri sera me l’ha data il bimbo che porto in grembo e la consapevolezza che
dovevo farlo per mio figlio” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 4).
p. Come si vedrà in seguito, in realtà già poco dopo le 9:00 del 7
novembre 2013, la donna aveva scritto un sms alla datrice di lavoro per
chiederle se avrebbe potuto accompagnarla in polizia il giorno successivo
perché voleva denunciare il marito che, stando a quel che scriveva, l’aveva
picchiata già la sera precedente.
Da questo
sms (citato in esteso sub consid. 12.n) si deduce, non solo che la donna aveva
già in precedenza parlato all’amica/datrice di lavoro di botte ricevute, ma
anche che, in ogni caso dalla mattina del 7 novembre 2013 (quindi, non da “ieri
sera” come dice agli inquirenti), ACPR_1 era decisa a rivolgersi alla
polizia (se non già in precedenza, cfr consid 12.n.).
Come già
visto, risulta anche dal sms inviato nel pomeriggio del 7 novembre (prima del
rientro del marito) all’amica in Germania che ACPR_1 era anche già ben decisa a
lasciare il marito.
Dunque, non
è vero che ACPR_1 ha trovato “la forza di reagire” solo la sera del 7
novembre 2013.
12. L’8 novembre 2013, gli inquirenti hanno sentito anche ZZ_1, titolare
del bar __________ di __________, che aveva chiamato la polizia.
a. La signora ZZ_1 ha esordito raccontando che AP 1 non le piaceva:
“
avevo notato una
fotografia di questo ragazzo sul telefono di ACPR_1 e quella persona, a pelle,
non mi piaceva. Avevo cercato anche di parlare con lei e di metterla in guardia
proprio per il fatto che la faccia di quell’uomo non mi piaceva per nulla,
anche se non lo avevo ancora mai visto di persona” (PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 2).
b. Proseguendo, la ZZ_1 ha spiegato di avere allestito il contratto di
lavoro con ACPR_1 il 14 settembre, il giorno prima che iniziasse a lavorare:
“
ACPR_1 firmava così il suo
contratto di lavoro e, solo a quel momento, ossia il 14.09.2013, mi diceva che
era sposata e questo in quanto io avevo scritto sul contratto “nubile”. Io
cadevo allora dalle nuvole e le dicevo che era una pazza (…) Fatto sta che ACPR_1
ha svolto due giorni di lavoro in prova prima dell’inizio effettivo del
contratto e non rammento se questi due giorni fossero il 12 e 13 settembre o il
13 e 14 settembre” (PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 2 e 3).
c. In questo stralcio di verbale la ZZ_1 ha mentito su tre circostanze:
-
il 14 settembre 2013 lei già sapeva che ACPR_1 era sposata: ciò emerge, con
certezza, dal sms che l’ACPR_1 le scrisse il 12 agosto 2013 alle ore 13:21: “ciao
ZZ_1 sei lì oggi di presento mio marito scusa non ho festeggiato di spego poi
da sola fai mi un favore non dici non di adetto sono sposato” (AI 28);
-
ACPR_1 ha iniziato a lavorare al __________ ben prima del 15 settembre 2013
(cfr. sotto, consid. 27.l);.
-
i giorni 12/13 o 13/14 settembre 2013 ACPR_1 non ha lavorato in prova, avendo
ella iniziato la sua attività lavorativa presso il __________ da subito dopo il
matrimonio (cfr. sotto, consid. 27.l).
d. La teste ha, poi, raccontato che AP 1 era molto geloso della moglie, al
punto che aveva preteso che lei la licenziasse perché un avventore le aveva
offerto da bere:
“
posso raccontarvi quanto
accaduto il primo giorno di lavoro, ossia la domenica 15 settembre, che ACPR_1
lavorava come barista e un cliente era arrivato al bar, ed essendo un nostro
caro amico aveva festeggiato offrendo da bere al personale ed ai clienti
presenti. Quindi di fatto aveva offerto anche del prosecco o dello champagne a ACPR_1.
Preciso che al momento che questo cliente aveva offerto da bere a tutti era
presente nel locale anche il marito di ACPR_1 che aveva visto la scena. Al
momento della chiusura del bar ACPR_1 mi raccontava che suo marito le aveva
fatto una scenata di gelosia allucinante e che voleva che io la licenziassi in
quanto non voleva che nessuno le parlasse o che potesse offrirle da bere.
Il 16 settembre, al
pomeriggio, verso le 17.30, AP 1 si presentava nel locale e mi diceva che
potevo tenermi ACPR_1 e venderla e che potevo usarla per vendere tutti i
prosecchi che volevo e se ne andava. La sera stessa, verso le 22.30, quando ACPR_1
era in servizio, si ripresentava al locale e mi affrontava dicendomi che dovevo
licenziare sua moglie e che dovevo stracciare il contratto visto che lui era
suo marito e che lui non era d’accordo a che sua moglie lavorasse nel nostro
locale. Io gli rispondevo che non poteva permettersi di parlarmi a quel modo
(…) lo invitavo quindi a lasciare il locale e gli dicevo che se voleva poteva
licenziarsi ACPR_1. AP 1 mi rispondeva che dovevo licenziarla io altrimenti non
avrebbe potuto avere la disoccupazione. Ne nasceva così un battibecco ed io lo
allontanavo dal locale minacciando che avrei chiamato la polizia qualora fosse
tornato a fare scenate davanti ai clienti” (PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 3).
e. Da queste dichiarazioni, emerge che AP 1 non accettava che la moglie
lavorasse come cameriera tanto da chiedere alla ZZ_1 di licenziarla perché “non
voleva che nessuno le parlasse o che potesse offrirle da bere”.
Interrogato
al riguardo, al dibattimento d’appello, AP 1 ha risposto:
“
La presidente mi ricorda che,
durante l’inchiesta, è stata sentita la signora ZZ_1che ha detto che io non ero
contento che ACPR_1 facesse la cameriera. Rispondo che non è così. Quando l’ho
conosciuta ACPR_1 lavorava come cameriera, lei ha anche una formazione in
questo ambito e io non ho mai avuto nulla in contrario a che lei lavorasse come
cameriera” (verb. dib. d’appello, pag. 3).
La risposta è parsa alla
Corte molto adeguata.
Qui ci si limita ad
annotare che, in queste dichiarazioni, ZZ_1 accusa esplicitamente AP 1 di avere
voluto imbrogliare l’assicurazione disoccupazione (“gli dicevo
che se voleva poteva licenziarsi ACPR_1. AP 1 mi rispondeva che dovevo
licenziarla io altrimenti non avrebbe potuto avere la disoccupazione”) e, in qualche modo, sembra voler far comprendere che lei,
invece, rifiutò di licenziare ACPR_1, anche per evitare una percezione abusiva
di indennità di disoccupazione.
La cosa - sia l’accusa a AP
1 che l’ergersi di lei a difensore delle assicurazioni sociali - lascia
perplessi se si pensa che la ZZ_1 ha inviato all’Ufficio regionale di
collocamento un contratto in cui l’inizio dell’attività di ACPR_1 era stata di
molto posticipata rispetto alla realtà. La perplessità aumenta, poi, alla
lettura del seguente sms:
“
visto e considerato che non ti
interessa di farmi sapere nulla domani mattina chiamo la disoccupazione e metto
accorente di tutta la situazione e in più avviso l’autorità” (sms del
12.9.2013, ore 9:19 da ZZ_1 a ACPR_1).
Questa forte perplessità
non può che tradursi, poi, in un giudizio di inverosimiglianza del racconto.
Della discussione tra AP 1
e ZZ_1 diremo, invece, in seguito.
f. Risulta dagli atti che, fra settembre e ottobre 2013, la signora ZZ_1
si rivolse alla polizia cantonale per chiedere come potesse diffidare AP 1.
Questo
quanto scritto, al riguardo, dal sergente __________ che parlò con la signora:
“
un giorno si è presentata
in ufficio la signora ZZ_1 di __________. Purtroppo non rammento il giorno in
cui è arrivata, ma penso che sia stato in settembre o ottobre 2013. ZZ_1 voleva
delle informazioni per inviare una diffida al fidanzato di una sua
collaboratrice del bar __________ di __________; uomo che, a quanto pare,
creava sempre problemi quando arrivava nell’esercizio pubblico. Ricordo che la ZZ_1
aveva con sé un foglio con scritto il nome e il cognome di un uomo e voleva
sapere dove abitasse per mandargli la diffida (…) alla signora ho suggerito di
preparare la diffida e [di avvisare] la polizia (117) appena si presentava
nuovamente l’uomo al bar (….) così facendo lo si poteva identificare con
certezza e poi, alla nostra presenza, ZZ_1 gli poteva consegnare la diffida. Da
allora non ho più avuto notizie” (cfr. e-mail 8.11.2013 del sgt __________,
allegato all’AI 1).
g. Questa Corte non può esimersi dal rilevare che, da questo mail, risulta
che la ZZ_1 ha mentito anche all’agente cui si era rivolta affermando, prima,
che l’uomo era il “fidanzato” di ACPR_1 - mentre sapeva benissimo che
era il marito - e, poi, affermando di non conoscerne l’indirizzo quando,
invece, sapeva benissimo che abitava con ACPR_1.
Va, qui,
annotato che la ZZ_1 mentirà ancora agli agenti la sera del 7 novembre 2013
dicendo che ACPR_1 era stata picchiata “dal suo compagno… dal suo amico… non
lo so” (CD con registrazione della telefonata alla polizia in atti sub doc.
TPC 30).
h. La signora ZZ_1 riferiva, poi, agli inquirenti che una cliente del bar,
tale YY_1, le aveva raccontato che, il 17 o 18 settembre 2013, ACPR_1, in un
momento di disperazione, le aveva confidato di essere stata picchiata dal
marito “a seguito del fatto che lavorava per me”:
“
Il giorno dopo, il 17 o il
18, non ricordo esattamente, ACPR_1 “confessava” ad una mia amica, tale YY_1 di
cui non ricordo il cognome, che frequenta il bar, di avere ricevuto delle botte
dal marito a seguito del fatto che lavorava per me. YY_1 mi raccontava (…) che
la ragazza era disperata” (PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 3 e 4).
i. Qui, la ZZ_1 fa riferimento all’episodio del bar __________ dicendo che,
secondo quel che le disse YY_1 (che le avrebbe riferito le confidenze di ACPR_1),
il motivo della lite (e, poi, della contestata sberla) era da ricercarsi nel
suo lavoro al __________ (che non piaceva al marito).
YY_1 - come
vedremo - agli inquirenti dirà, invece, che ACPR_1 aveva attribuito l’accaduto
all’alcool.
E’ pure
l’alcool che AP 1, alla fine dell’inchiesta, ha chiamato in causa come motivo
del litigio:
“
confermo di avere tirato
il calcio alla macchina e confermo pure di aver buttato la pizza quando lei
l’ha portata a casa però non l’ho picchiata. Noi stavamo litigando, non so
perché poi lei sia tornata in macchina e allora io ho dato un calcio alla
macchina. (…) Quella sera avevamo bevuto molto entrambi, lei non è andata via
perché le ho dato lo schiaffo ma perché voleva tornare al __________, è per
questo che ho dato la pedata alla macchina. (…) Non l’ho picchiata. (…) lei è
andata al __________ non per la pizza ma perché voleva continuare a bere. Ma
non voglio parlare di lei per non dire cose brutte di lei. (…) era ubriaca come
lo ero io” (MP AP 1 23.12.2013, AI 59, pag. 13 e 14).
Dunque, su
questo aspetto, le dichiarazioni di YY_1 e di AP 1 si sostengono a vicenda e
vanno, dunque, ritenute credibili.
Del resto,
si ricorda come questa Corte abbia già accertato che ZZ_1 ha più volte mentito.
Per semplice
informazione, si annota qui che ACPR_1, invece, agli inquirenti ha detto che,
quel giorno, il marito si arrabbiò e, quindi, la picchiò, per una questione di
cibo (che non c’era). La dichiarazione verrà discussa più oltre.
Va, qui,
infine, osservato che, come risulta dalle dichiarazioni della stessa YY_1, il
momento di disperazione in cui, secondo la ZZ_1, ACPR_1 avrebbe fatto le sue
confidenze a YY_1 era, in realtà, un momento di ubriachezza.
Su questo
punto, al dibattimento d’appello, l’ACPR_1 ha mentito, negando espressamente di
essere stata alticcia quel giorno (verb. dib. d’appello, pag. 6).
l. Sempre secondo le sue prime dichiarazioni agli inquirenti, la ZZ_1,
ricevute le confidenze di YY_1, affrontò la dipendente chiedendole cosa stesse
succedendo:
“
lei mi raccontava che il
marito la picchiava ma che lei ne era innamorata e che era disposta a
perdonarlo perché lui sarebbe cambiato e che suo marito era solo nervoso perché
non avevano una casa e quindi malgrado venisse picchiata era disposta a
sopportare questa cosa per amore. (…) sono andata su tutte le furie e ho
invitato ACPR_1 a mandare via di casa suo marito e a denunciare la cosa alla
polizia, ma lei non voleva in quanto non aveva permessi e non voleva separarsi
da lui. In seguito io mi sono sempre interessata chiedendo a ACPR_1 come
andasse e lei continuava a dirmi che sì, andava bene, anche se io vedevo che
non era per niente felice e che non era la solita ACPR_1 che conoscevo” (PS ZZ_1
8.11.2013, pag. 4).
m. Sempre durante la sua prima audizione, ZZ_1ha detto che, la mattina del
7 novembre 2013, dopo che ACPR_1, via sms, le aveva detto che, la sera
precedente, il marito l’aveva ancora picchiata, lei si offrì di accompagnarla
in polizia ma la ragazza rifiutò l’offerta d’aiuto dicendo che non aveva la
macchina e che, perciò, non poteva spostarsi:
“
ACPR_1 nei suoi SMS mi
aveva detto che il marito l’aveva picchiata ancora e [io le ho risposto] che,
se voleva, io potevo accompagnarla in polizia. ACPR_1 mi rispondeva che era
sola a casa e che non aveva l’auto e che quindi non poteva spostarsi e che
saremmo andate in Polizia questa mattina (venerdì) alle ore 11:30” (PS ZZ_1
8.11.2013, pag. 4).
n. Questi gli sms registrati nei tabulati per la mattina del 7 novembre
2013:
- ACPR_1
a ZZ_1, ore 9:21: “Ciao ZZ_1 non ho la macchina non posso
andare
in polizia mi picchiato ancora ieri poi andare domani con me in polizia?
Bacino ACPR_1”
-
ZZ_1 a ACPR_1, ore
9:27: “Ciao ACPR_1, si se tu vuoi possiamo andare
anche
oggi”
- ZZ_1
a ACPR_1, ore 9:27: “Mi spiace tanto x te”
- ACPR_1
a ZZ_1, ore 9:39: “Ma non ce la macchina cosa faccio?
Come si
vede, ACPR_1 - che diceva che il marito l’aveva ancora picchiata la sera
precedente - ha rifiutato l’offerta dell’amica di accompagnarla in polizia
quello stesso giorno perché - è la ragione che lei ha addotto - non avendo la
macchina, non poteva spostarsi.
Dicendo che
non poteva spostarsi perché non aveva la macchina, ACPR_1 non ha detto il vero.
È, infatti,
accertato che, quello stesso giorno ACPR_1, nonostante non avesse a
disposizione la vettura, è andata a __________ tanto per “cambiarsi le idee”
e vi è rimasta alcune ore (vedi sotto).
Altrettanto
accertato è che in quella cittadina c’è un posto di polizia cantonale ed uno di
polizia comunale.
In queste
circostanze, difficile è conciliare il posticipo della denuncia con l’immagine
- che ACPR_1 ha voluto dare di sé - della donna vittima di continue e pesanti violenze
(agli inquirenti dirà che, anche la sera del 6 novembre, il marito l’aveva “picchiata
forte”) che si è decisa a denunciare il marito perché, scoperta la
gravidanza, temeva, non tanto per sé, quanto per la vita del bambino.
Ma, se così
fosse davvero stato, non avrebbe accettato subito l’offerta dell’amica? Oppure,
se davvero fosse stata preoccupata per la vita del bambino effettivamente
minacciata dalle botte del marito, una volta a __________, invece di bere un
caffè per “schiarirsi le idee”, non si sarebbe precipitata in polizia?
Colpisce,
poi, il testo del messaggio inviato da ACPR_1 all’amica. Nella misura in cui
non annuncia la decisione di rivolgersi alla polizia ma annuncia, invece,
l’esistenza di un (preteso) impedimento a farlo, esso indica che la decisione
di andare in polizia era già stata presa da ACPR_1 precedentemente e
precedentemente discussa - o almeno comunicata - all’amica.
Come già
rilevato sopra, poi, colpisce anche la pacatezza e quasi spensieratezza (“bacino”)
del tono del messaggio scritto da ACPR_1 all’amica. Pacatezza che non è in
linea con l’immagine di donna terrorizzata che l’ACPR_1 ha dato di sé agli
inquirenti.
o. In ogni caso, la sera del 7 novembre - ha poi raccontato la signora ZZ_1
– ACPR_1 la raggiunse ad __________, disperata, chiedendole aiuto in quanto era
scappata da casa dopo essere stata nuovamente picchiata dal marito. Così la
donna ha descritto l’incontro:
“
l’ho incontrata nei pressi
del bar. Era sotto shock ed era terrorizzata. Io volevo quindi subito andare in
polizia ma ACPR_1 voleva aspettare sino a questa mattina. Mi sono opposta ed ho
quindi subito chiamato la polizia”(PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 4).
p. In queste poche righe si registra un’evidente esagerazione. La ZZ_1 ha
detto che, quando arrivò ad __________, ACPR_1 era “sotto shock” e “terrorizzata”.
Fosse stato
così, di quello stato troveremmo traccia nei rapporti dei medici che l’hanno
visitata poco dopo. Così non è.
13.
a. Sentito
dalla PP il 9 novembre 2013, AP 1 ha ribadito che, prima della sera
dell’arresto, lui non aveva mai alzato le mani sulla moglie, che quel
pomeriggio litigarono perché lei, oltre a non aver fatto nulla in casa, si
lamentava perché era rimasta senza macchina e che lui le diede due sberle
perché lei gli urlava addosso:
“
le ho detto delle brutte
parole quando sono tornato l’altra sera e questo perché avevo visto che non
aveva pulito, ordinato casa nonostante fosse stata a casa tutto il giorno. Io
quando rimango a casa mi occupo delle pulizie e quindi avrebbe dovuto farlo
anche lei nel suo giorno di riposo. Avendo trovato il piatto ancora sporco io
ho iniziato a darle della “stronza” e della “puttana”, che non lavora “un
cazzo” a casa e che mi urla solo perché vuole la macchina per andare in giro.
(…) Mi sono arrabbiato quando lei mi ha detto che nel suo unico giorno libero
io non le avevo lasciato la macchina. (…) io non avevo intenzione di picchiare
mia moglie. Se è successo che le ho dato due schiaffi è perché lei a casa ha
urlato, ho urlato anche io. (…) quando sono arrivato a casa lei mi ha aggredito
verbalmente urlando” (MP AP 1 9.11.2013, AI 5, pag. 4, 5 e 10).
Ha, comunque
sia, negato di avere detto la frase riferita dalla moglie (“sono tornato a
casa il più velocemente possibile per poterti spaccare la faccia”) (MP AP 1
9.11.2013, AI 5, pag. 4-5).
b. AP 1 ha, poi, spiegato che, nonostante le sue perplessità - che rimanevano
- aveva, poi, accettato l’idea di avere un bambino:
“
Io le avevo chiesto di
abortire, ma ora il bambino lo voglio anch’io. (…) le ho chiesto di abortire
solamente nei giorni in cui lo avevamo saputo poi non ho più detto niente.
Volevo che abortisse perché io non ho lavoro, non abbiamo soldi, lei avrebbe
perso il lavoro e quindi non saremmo stati pronti” (MP AP 1 9.11.2013, AI 5,
pag. 5 e 9).
c. Alla PP che affrontava con insistenza il tema della gelosia, AP 1 ha
detto di essere “geloso nel senso normale” (MP AP 1 9.11.2013,
AI 5, pag. 5) ed ha continuato ad attribuire la responsabilità della denuncia alle
amiche della moglie, in particolare alla signora ZZ_1 che ha accusato di avere
mentito, in particolare in relazione all’episodio del bar:
“
queste sono bugie gravi,
sono stupidaggini di ZZ_1 (…) il litigio è da ricondurre al fatto che mia
moglie mi ha presentato come suo amico, questo al bar, e su suggerimento di ZZ_1
che le aveva detto di non dire che era sposata. Questo, come detto, ha portato
al litigio con mia moglie e le rinfacciavo “perché mi hai sposato quando ti
vergogni di dire che sono tuo marito”. E a quel punto il giorno dopo sono
andato da ZZ_1 a “ringraziarla” di quello che stava facendo e che se ACPR_1
avesse divorziato era solo colpa sua. Non sono assolutamente geloso che un
cliente possa offrirle da bere” (MP AP 1 9.11.2013, AI 5, pag. 5 e 6).
d. Dunque, AP 1 ha negato che le cose si siano svolte così come dichiarato
da ZZ_1. Ha ammesso di essersi arrabbiato. Ma non a causa del cliente, bensì
perché si era offeso dato che la moglie lo aveva presentato al bar come un
semplice amico.
Come visto,
effettivamente ACPR_1 nascondeva la sua qualità di donna sposata.
In questo
senso, quanto emerge dagli atti supporta la versione di AP 1.
e. Per il resto, AP 1 ha bollato come “stupidate” le dichiarazioni
della moglie riguardo le botte subite e ha ribadito di non averla mai costretta
ad atti sessuali che lei non volesse:
“
mi viene chiesto se sono
proprio sicuro che mia moglie volesse rapporti anali.
R. abbiamo provato due o
tre volte o forse di più, non mi ha mai detto che non le piacesse.
(…) dico subito che io non
ho fatto nulla con forza, non posso dire né quante volte né dove ho avuto dei
rapporti anali con mia moglie, so solo che lo voleva anche lei. (…) non ho mai
costretto mia moglie a subire dei rapporti anali (…) non l’ho mai penetrata con
la forza. (…) l’iniziativa veniva da entrambi. (…) non capisco perché non mi ha
mai detto che non voleva. Non mi ha mai fatto capire il contrario. Io ho sempre
pensato che anche a lei piacesse” (MP AP 1 9.11.2013, AI 5, pag. 12).
14. Sempre il 9 novembre 2013 marito e moglie sono stati sentiti a
confronto.
a. In quest’occasione, la donna ha ribadito che quando, pochi giorni dopo
il matrimonio celebrato in __________, lei e il marito tornarono in Ticino, AP
1 diventò “violento e molto geloso sempre” e iniziò a insultarla, a picchiarla
- tirandole delle sberle in testa, in faccia, sullo stomaco (quando ancora non
era incinta) o sulla gamba (quando erano in auto) - e a buttare per terra
piatti e bicchieri quando lei diceva o faceva “qualcosa di sbagliato”
(AI 32, pag. 4 e 5).
b. Qui si registra un nuovo cambiamento di versione riguardo alle parti
del corpo cui erano dirette le botte.
Alla testa e
alla faccia del primo verbale e alle braccia e alle spalle menzionate in più
nel secondo, qui ACPR_1 aggiunge, infatti, lo stomaco e le gambe.
c. Richiesta di fornire un esempio delle “cose sbagliate” che scatenavano
l’ira del marito, ACPR_1 ha parlato dell’episodio delle cozze:
“
Eh... adesso non mi
ricordo tutto, ma per dire: l’altro giorno ha messo le cozze in congelatore e
io ho detto solo: “guarda le cozze non si mette in congelatore” perché io avevo
un ristorante prima e dopo l’ha messo, dopo messo anche acqua calda sopra e io
ho detto: io non mangio questo perché è anche pericoloso, io sono incinta” e ha
buttato dentro il lavandino e tutte le cozze erano piene di sapone e li ha
buttate via nell’immondizia e dopo è ritornato a casa e ha detto: “dove sono le
mie cozze?” e io ho detto: “sono dentro l’immondizia”, e mi ha detto: “adesso
li tiri fuori e mi fai da mangiare queste cozze”. Io all’inizio non volevo
fare, allora mi ha picchiato (…) sulla testa (…) con uno schiaffo” (AI 32, pag.
5).
d. Va, qui, annotato che, al dibattimento d’appello, ACPR_1 ha dato di
questo episodio una descrizione quasi completamente diversa:
“
Voglio raccontare
l’episodio delle cozze. Ricordo che io ero già incinta quindi era, in ogni
caso, a fine ottobre. Io avevo comprato delle cozze. Lui le ha messe in
congelatore. Io gli ho detto che non andavano messe lì. Lui si è arrabbiato e
mi ha detto che sapevo tutto io, ha preso le cozze e le ha messe nell’acqua
calda in una bacinella. Poi si è arrabbiato e ha buttato la bacinella con le
cozze e l’acqua per terra. La presidente
mi chiede di spiegare il motivo per cui mio marito si è arrabbiato. Rispondo
che non lo so. Così.“ (verb. dib.
d’appello, pag. 6).
Come si
vede, qui “l’immondizia” è sparita e le cozze sono semplicemente state buttate
per terra. Sono spariti il sapone e il lavandino ed è comparsa una bacinella
con l’acqua calda in cui il marito avrebbe messo le cozze.
E’ sparita,
anche, la divisione in due fasi del litigio.
Nel
confronto aveva descritto una situazione in cui, dopo avere buttato le cozze
nell’immondizia, il marito se ne era andato di casa e vi era, poi, tornato,
ancora arrabbiato, chiedendo conto delle cozze e imponendo alla donna di
toglierle dall’immondizia e cucinarle.
Al
dibattimento d’appello, nulla di tutto ciò.
E’ rimasta
soltanto una seconda (la prima era quella dovuta al fatto che la moglie “sapeva
tutto lei”) arrabbiatura del marito, cioè quella che lo vede, dopo avere messo
le cozze in una bacinella con l’acqua calda nell’evidente intento di
scongelarle, improvvisamente e inspiegabilmente prenderle e buttarle per terra.
Il
cambiamento - in particolare quello relativo all’uscita da casa con successivo
rientro e richiesta di togliere le cozze dalla spazzatura e cucinarle -
riguarda una parte fondamentale del racconto che, se fosse veramente successa,
sarebbe rimasta impressa nella memoria. E, quindi, sarebbe stata ripetuta anche
al dibattimento d’appello.
e. AP 1, che ha contestato di avere cambiato atteggiamento dopo il matrimonio,
ha continuato a negare categoricamente di avere mai picchiato ACPR_1 (AI 32,
pag. 6, 7 e 9). Ha, però, ammesso che, durante i loro litigi dai toni alti (“urlavamo
tanto”, AI 32, pag. 9), era capitato che volassero, dalle due parti, “tante
brutte parole” e che i due si dessero reciproci spintoni:
“
A: No io non ho picchiato
mai, ci spingevamo quando litigavamo, ma che ho picchiato, non ho picchiato
(n.d.r.: segue una specie di dimostrazione pratica degli spintoni da cui si
vede che gli spintoni venivano dati anche in faccia) si ma non ho picchiato (…)
P: spintonare in faccia è
come dare uno schiaffo o già picchiare (...)
A: si spinto … anche lei ha
spinto me quando litigavamo, no? Non è stata calma... ma questo quando due
persone litigano non stanno …
P: non stanno ferme.
A: si” (AI 32, pag. 7 e 8).
f. Richiesto di indicare i motivi che portavano a tali litigi, egli ha
confermato la lite per le cozze dando, però, una descrizione diversa da quella
della moglie e, in particolare, negando averla colpita con una sberla:
“
E’ verità che noi
litigavamo per queste cozze, verità che le ho buttate io, però che ho picchiato
dopo, questo non è verità. Noi litigavamo di queste cozze, per quello che si è
litigata lei con me tre ore che cozze non si mettono in congelatore, non si
mettono in congelatore, non si mettono in congelatore si ero stufata e le ho
buttate” (AI 32, pag. 6).
g. Va osservato che, qui, le versioni dei due coniugi vanno, in qualche
modo e in parte, nella stessa direzione. In particolare, ciò sembra essere il
caso relativamente alla questione delle rimostranze della donna sul modo di
conservare le cozze come elemento scatenante del litigio:
“
che si è litigata lei con
me tre ore che cozze non si mettono in congelatore, non si mettono in
congelatore, non si mettono in congelatore” (AI 32, pag. 6, dichiarazioni del
marito)
“
e io ho detto solo:
“guarda le cozze non si mette in congelatore” perché io avevo un ristorante
prima” (AI 32, pag. 5, dichiarazioni della moglie)
“
Io gli ho detto che non
andavano messe lì. Lui si è arrabbiato e mi ha detto che sapevo tutto io”
(verb. dib. d’appello, pag. 6, dichiarazioni della moglie).
h. Sempre in quel primo confronto, AP 1 ha confermato che il litigio del 7
novembre si riferiva alla questione dell’auto:
“
adesso litigavamo di
macchina per quello che lei aspettava macchina” (AI 32, pag. 8).
Rispondendo
alla PP che gli chiedeva, in generale, per cosa litigassero, AP 1 ha, poi,
detto che spesso le discussioni nascevano a causa del disordine che - stando a
lui - regnava in casa:
“
magari unica cosa che mi
da fastidio è quando si lasciano cose così in casa vestiti, scarpe (…) tante
volte parlavamo di questo, che se non mette lei metto io a posto solo non
lascia così e che non mi piace quando è casa così (…) quando si trovano piatti
di… che si è fatto colazione sul tavolo e si trovano piatti anche di pranzo e
questi piatti stanno fino a cena (…) che non lavora niente quando a casa (…) di
solito faccio io, capisco che anche lei lavora (…) stanca e non chiedo tanto.
Non lo so se uno lascia i piatti sul tavolo se… li metti nel lavandino, non so
un esempio, una situazione magari questa (AI 32, pag. 9).
i. Riguardo le pulizie di casa, ACPR_1 ha detto:
“
lui si arrabbiava anche
quando io pulivo la casa e io lavoravo sempre fino alla una di mattina e la
mattina mi svegliavo, “cosa fai, alzati il culo adesso devi metter a posto la
casa”, anche se pulivo la casa non era … non pulivo abbastanza bene” (AI 32,
pag. 10).
l. Ancora una volta ACPR_1 descrive il marito come un despota violento che
non la lasciava nemmeno riposare dopo il lavoro e la costringeva ad alzarsi per
fare i lavori di casa.
Quest’immagine
è in palese contrasto con quella che di AP 1 danno gli elementi oggettivi,
almeno relativamente al 7 novembre 2013. Sappiamo, infatti, che, quel giorno,
non solo AP 1 non costrinse la moglie ad alzarsi, ma neppure la svegliò e,
prima di partire, le lasciò dei messaggi (sms e disegno) particolarmente
affettuosi.
m. La donna ha, poi, aggiunto che il marito era geloso e, quando un amico
le mandava un sms o le telefonava, si arrabbiava e, ad ogni modo, non voleva
che uscisse da sola (AI 32, pag. 10).
AP 1 ha
contestato queste ultime dichiarazioni:
“
non mi ha chiesto mai una
volta che vuole andare da amici. … Mia moglie ha sempre avuto il mio telefono e
io il lei, perché questo normale, se non c’è cosa di ascondere... ascondere non
la nascondi… non mi ricordo mai che ha chiamato un amico… non so se è successo,
questo. … sempre chiama sua sorella, sua madre, ZZ_1 o questa __________,
nessuno altro. Magari quando cercavamo appartamento, così… anche non ha
chiamato mai un amico e di questo sicuro non sono geloso…” (AI 32, pag. 10).
n. L’affermazione di AP 1 relativa al traffico telefonico della donna non
ha potuto essere verificata, i tabulati in atti essendo parziali.
o. ACPR_1 ha, poi, sostenuto che la situazione peggiorò a metà settembre,
quando lei ricominciò a lavorare:
“
E’ peggiorato quando ho
incominciato a lavorare, in settembre (…) 15 settembre” (AI 32, pag. 6 e 11).
In quel
periodo - ha detto - spesso (“tante volte”), il marito si arrabbiava, la
insultava e la picchiava quando lei rientrava tardi. Ma non solo. In
un’occasione, è capitato che lui la costrinse ad un rapporto anale:
“
io lavoravo e lui era a
casa e arrivavo verso l’una e mezza a casa e diceva: “puttana dove sei stata?”,
più tardi arrivavo, perché al week end c’era più gente, si arrabbiava di più
(…) è diventato più aggressivo (…) molto aggressivo, è capitato anche che mi ha
preso da dietro nel culo, e ha detto … (…) sei una puttana (…) ancora alla __________”
(AI 32, pag. 11).
p. AP 1 ha contestato le dichiarazioni della moglie, sostenendo, in
particolare, che era sempre lui ad accompagnarla al lavoro e a riportarla a
casa alla fine del turno (AI 32, pag. 12 e 13). Ha precisato che, all’inizio,
l’aspettava nel bar in cui lavorava e, dopo che la signora ZZ_1 gli aveva detto
di non volerlo più vedere lì, in un bar vicino o nei parcheggi (AI 32, pag.
13).
q. Come già anticipato e come vedremo (cfr. consid. 12.c e 27.l), ACPR_1
iniziò a lavorare al __________ ben prima della data da lei indicata. Dunque,
su questo aspetto, nel confronto la donna ha mentito. E lo ha fatto in almeno
due momenti diversi (cioè, quelli registrati a pag. 6 e a pag. 11 della
trascrizione).
In più, la
donna, qui, spiega che il marito - che era a casa - si arrabbiava, diventava
aggressivo e abusava di lei quando lei rientrava tardi, dopo il lavoro.
In realtà,
come visto, è accertato che, salvo un breve periodo iniziale (probabilmente a
fine luglio), era sempre il marito ad accompagnarla e, poi, ad andare a
prenderla dopo il lavoro:
“
A domanda della presidente,
dichiaro che, all’inizio, forse per un paio di settimane, al lavoro ci andavo
con la mia macchina. Poi mi accompagnava sempre il mio ex marito perché era
geloso. Era sempre lui che poi mi veniva a riprendere la sera alla fine del
turno” (verb. dib. d’appello, pag. 10).
Ciò
significa che, anche raccontando e descrivendo di queste situazioni coercitive
(in senso lato), ACPR_1 ha mentito.
Ciò detto,
si rileva che in questo stralcio di verbale si registra anche un cambiamento di
versione della donna riguardo al periodo e, di conseguenza, al motivo che fu
alla base del peggioramento del comportamento del marito. Qui sostiene che il
marito divenne più aggressivo e violento a metà settembre, a causa del lavoro
di lei che scatenava la sua gelosia. In precedenza, invece, aveva collegato
tale peggioramento alla sua scoperta della gravidanza in corso (situandolo,
cioè, nel mese di ottobre).
r. Dopo avere riferito di un litigio relativo a dei coltelli che lei aveva
acquistato da alcuni zingari (AI 32, pag. 11 e 12), ACPR_1 ha, pure, parlato
dell’episodio del __________:
“
abbiamo litigato perché
lui non ha mangiato, eravamo in giro e dopo siamo andati al parcheggio, eh…
m’ha detto: “mi dispiace” e così. Siamo scesi dalla macchina, ha detto: “ti
dispiace?”, mi ha dato una sberla e sono caduta sul parcheggio. Dopo io ho
preso paura e sono entrata in macchina, lui ha dato una calcio alla macchina e
sono partita. E ho visto lì al __________ la YY_1, conoscevo da prima da __________,
così di vista. E io piangevo e sono andata a comandare una pizza e lei ha
detto: “cosa è successo?” e io non ho raccontato niente e piangevo solo. Lei ha
detto: “ti ha messo le mani addosso?”, io ho detto: “sì”” (AI 32, pag. 12).
Sempre
secondo la donna, una volta tornata alla __________, il marito le diede
un’altra sberla chiedendole dove fosse stata e, dopo aver scaraventato la pizza
giù dal tavolo, le diede altre botte e poi le ordinò di pulire:
“
Sono andata a prendere la
pizza per lui, perché pensavo: “si calma se porto da mangiare”, sono ritornata
(…) e ho preso un’altra sberla e diceva: “dove sei stata?” e io ho detto “io ti
ho portato su la pizza”. Siamo entrati e lui questa pizza lanciava dentro i
miei capelli, sul muro, sul divano, poi mi ha picchiato ancora e ha detto
“adesso pulisci tutto” (AI 32, pag. 15).
s. Anche in questo caso AP 1 ha ammesso il litigio, compreso il lancio
della pizza, ma ha negato di avere picchiato ACPR_1:
“
non mi ricordo di cosa di
mangiare… che siamo litigati è verità, che siamo venuti a casa in parcheggio e
che lei si è tornata e entrata in macchina, senza sberla, senza niente che è
caduta giù (…) non ha preso sberla (…) e quando sono tornato… ha comprato pizza
ed è stato buttato pizza dal tavolo e andato in muro (…) lei portato pizza e io
arrabbiato ho mandato pizza dappertutto le parti in casa, sul muro, questo è
verità (…) io non ho buttato pizza così (mostra il movimento verticale), ma ho
buttato pizza così (mostra il movimento orizzontale) è andata… caduta tutta
scatola… (…) eramo arrabbiato, si e lei mi ha portato pizza e io non mi ricordo
cosa ho detto “vaffanculo, chi ti ha detto che voglio pizza, che voglio… niente
altro e intanto ho buttato pizza sul muro” (AI 32, pag. 14, 15 e 16).
t. Continuando, ACPR_1 ha riferito che, quando scoprì di essere incinta
(momento che, in questo verbale, non è riuscita a situare precisamente nel
tempo), il marito, inizialmente, sembrava felice ma che, poi, prevalse la
preoccupazione per la situazione dato che era solo lei ad avere un impiego così
che, poi, AP 1 manifestò chiaramente la sua contrarietà alla gravidanza dicendo
che non se la sentiva di avere un figlio vista la sua ancora giovane età e la
sua voglia di viaggiare:
“
e all’inizio sembrava lui
felice un po’… poi eravamo un po’ preoccupati per la situazione perché io non
lavoro… se non lavoro io. E lui ha detto: “pensi bene e io non voglio un
bambino, adesso non mi sento di avere un bambino, voglio viaggiare, siamo
giovani e non mi sento”. Io ho detto: “guarda io adesso devo pensare cosa fare”
(AI 32, pag. 16).
Ma non solo.
Egli diventò, anche, più aggressivo e, continuamente, le diceva di abortire,
minacciandola se non l’avesse fatto:
“
mio marito non vuole… non
è contento, non vuole questo bambino ed è diventato più aggressivo da quando
gli ho detto (…) poi il giorno dopo passato, mi ha detto: “devi fare un aborto
perché non funziona con bambini, non si può. Io non voglio bambini, non mi
sento di essere papà e niente, devi abortire”. Dopo io ho cominciato a dire ma
io voglio questo bambino e lui… quasi tutte le sere mi ha detto di fare
l’aborto (…) Cominciava spesso a lanciare cose in casa, quando si arrabbiava
buttava giù un piatto, un bicchiere, ultima sera arrivato da me mi voleva
picchiare con l’aspirapolvere, ma non l’ha fatto (…) Mi ha detto se non faccio
l’aborto, ti tiro fuori io il bambino (…) l’ultima volta. Mi ha detto anche:
“ti butto dalla terrazza” (AI 32, pag. 16 e 17).
u. Riguardo le dichiarazioni di cui al punto precedente, si rileva che,
qui, per la prima e unica volta in tutto il procedimento, la donna dice che il
marito la minacciò anche di “buttarla dalla terrazza” se non avesse
abortito.
v. AP 1 ha ribadito di non essersi, in un primo momento, sentito pronto, anche
vista la sua disoccupazione, per la paternità e di avere chiesto alla moglie di
abortire:
“
…guarda è verità che io ho
detto: “poi fai aborto per quello che io non lavoro e non sono pronto adesso
per un bambino”” (AI 32, pag. 18).
Ha aggiunto
di avere, poi, cambiato idea e di averlo fatto sostanzialmente perché aveva
capito che la moglie era decisa a non abortire:
“
dopo quello quando siamo
calmati ho visto che non vuole fa aborto, che vuole questo bambino, anche io
ero contento, ho detto: “va bene, spero che (incomprensibile) si risolve e
trovo lavoro “ non lo so cosa. Così dopo quello non era più discorso di… di…
di… bambino o non lo so cosa (…)” (AI 32, pag. 18).
z. Come visto (cfr consid 10.e.), AP 1 ha ribadito queste dichiarazioni
sia in inchiesta che al dibattimento d’appello:
“
È vero che, per lo meno all’inizio,
io non volevo un bambino. Pensavo che quello non fosse il momento giusto. Da un
lato perché io ero qua senza lavoro. D’altro lato perché volevamo lasciare la
Svizzera ed andare a vivere altrove. Parlavamo di Germania, Serbia e Austria. E
quindi non mi sembrava che quello fosse il momento giusto per avere un bambino.
(…) È vero che ho detto a mia moglie di abortire ma lei sin dall’inizio non
voleva. Non l’ho mai picchiata durante queste discussioni. Alla fine ho capito
che lei non voleva abortire. Così mi sono detto che, nonostante non fosse una
buona idea, avremmo avuto il bambino. Secondo me, non era il momento giusto per
avere un figlio. Ma siccome lei era convinta di averlo, io mi sono adattato. A
mia moglie non ho detto esplicitamente di avere cambiato idea ma lei l’ha
sicuramente capito perché, da un certo punto in poi, abbiamo cominciato a
parlare di quello che sarebbe successo con l’arrivo del bambino, di nomi e di
altro” (verb dib d’appello, pag. 14).
Oltre ad
essere lineari e costanti, queste dichiarazioni mostrano un AP 1 trasparente
che ammette tentennamenti e desideri di liberarsi di una situazione scomoda che
potrebbero essere interpretati a suo sfavore.
aa. In quel primo confronto, sui fatti del 7 novembre 2013, ACPR_1 ha
riferito che:
- la
sera prima ci fu un forte litigio in cui lei subì, di nuovo, violente percosse
(“mi ha picchiato forte”);
-
il giorno seguente (ovvero il 7 novembre 2013), il marito prese l’auto per
andare ad aiutare il suo amico con il trasloco;
-
lei andò a __________ a piedi perche voleva “bere un caffè per liberarmi la
testa”;
-
ad un certo punto, lui le telefonò, arrabbiato in quanto lei non aveva
risposto ad una precedente chiamata;
-
lei gli mandò un sms per dirgli che era andata a __________ a piedi;
-
lui la chiamò dopo che lei era salita sul bus per rientrare a __________ e,
sentendo delle voci in sottofondo, le fece una scenata di gelosia;
-
rincasata, nel pomeriggio, lei gli mandò un sms chiedendogli quando sarebbe
tornato visto che era rimasta tutto il giorno senz’auto;
- lui non
le rispose;
-
quando rincasò, AP 1 tirò un calcio al letto ad aria, una sberla in testa a
lei e buttò lì la chiave della macchina dicendole “puttana, vuoi la tua
macchina?”;
- quando
lei volle prendere la chiave, lui diventò più aggressivo”
-
lei andò in bagno per mettere un po’ di acqua sulla guancia che le bruciava
per le sberle ricevute e lui le impedì di farlo;
-
dopo averla insultata, AP 1 le disse di voler divorziare ma che lei non
avrebbe tenuto il bambino visto che “è il mio sangue, piuttosto lo uccido
io”;
-
lui disse quindi che avrebbero preso al più presto un appuntamento per
l’aborto e che avrebbero poi divorziato in Serbia (AI 32, pag. 18 e 19).
ACPR_1 ha
precisato che AP 1 voleva picchiarla con l’aspirapolvere, ma che per finire ha
desistito (AI 32, pag. 16). Ha, inoltre, riferito che l’uomo la minacciò
dicendole che avrebbe “tirato fuori lui il bambino” con un coltello (“non
sai di cosa sono capace”, AI 32, pag. 17 e 21).
bb. Ancora una volta, le dichiarazioni della donna si scontrano con le
risultanze oggettive.
Lei ha detto
che, già la sera del 6 novembre, il marito l’aveva “picchiata forte” (AI
32, pag. 18). Quest’affermazione è smentita - in ogni caso, riguardo
l’intensità delle botte - dalle constatazioni dei medici del PS che la
visitarono la sera successiva.
Ancora una
volta, anche le sue dichiarazioni sui contatti telefonici con il marito non
sono propriamente aderenti alla realtà (vedi supra, consid. 9.n e 11.f).
E ancora una
volta si nota come la donna tenda, ad ogni audizione, a rincarare la dose. Qui,
rispetto alle audizioni precedenti, ha aggiunto i seguenti elementi:
- il calcio
tirato al letto ad aria,
- la chiave
della macchina “buttata lì” con disprezzo (“puttana,
vuoi la
tua macchina?”),
- la scena
nel bagno,
-
l’imposizione del divorzio in __________ e
-
l’imposizione dell’appuntamento dal ginecologo __________.
E tutto
questo non senza privarsi di alcune frasi ad effetto:
“
dopo è arrivato a casa,
noi abbiamo un... tipo un... un letto di aria in sala e ha dato calcio a questo
letto (…) e ha detto “puttana, vuoi la tua macchina?” e ha buttato lì la chiave
(…) quando volevo andare in bagno a mettermi acqua in faccia, perché mi
bruciava la faccia dalle sberle, non mi lasciava prendere acqua (…) non mi
faceva uscire dal bagno (…) io ho detto: “adesso io vado” e ha detto: “adesso
tu non vai da nessuna parte. Adesso vado io”. Dopo ha detto: “con te non si
può, tu non vali niente, sei una merda e io ho sbagliato tutto con te, non si
può. Io ho provato con te (...) ti ho messo il disegno e tutto, ma io non posso
con te e divorziamo, ma il mio bambino non tieni, perché è il mio sangue,
piuttosto lo uccido io”. E così ha detto: “Domani mattina dobbiamo andare dal …
devi fare un appuntamento dal __________ e lo facciamo il più veloce possibile
e dopo vieni con me in __________ e facciamo il divorzio lì”” (AI 32, pag. 19).
Se alcune di
queste aggiunte (per esempio, il calcio al letto oppure quanto successo nel
bagno) potrebbero essere dei dettagli di cui in precedenza non aveva parlato
perché non le era stato chiesto di puntualizzare, non così si può invece dire
dell’appuntamento dal ginecologo per l’aborto con successiva trasferta in __________
per il divorzio.
Deve, poi,
essere sottolineato che la donna non è costante nemmeno nel riferire le frasi
che lei attribuisce al marito nelle diverse fasi del litigio.
Da un lato,
ha modificato le sue versioni riguardo la frase che il marito pronunciò al
rientro.
Qui dice
che, entrato in casa, il marito le disse:
“
“puttana, vuoi la tua
macchina?” e ha buttato lì la chiave“
In
precedenza aveva, invece, detto:
“
sono tornato a casa il più
velocemente possibile per poterti spaccare la faccia” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore
00:40, pag. 3)
“
perché mi mandi gli sms?
Ora ti spacco la faccia” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 3).
Si
sottolinea che, al dibattimento d’appello, la donna ha dato un’ulteriore
diversa versione della frase pronunciata dal marito al rientro:
“
tu lo sai, non sono in
giro, ho fatto il trasloco (…) sei come l’altra” (verb. dib. d’appello, pag.
6).
D’altro lato, la donna ha modificato le frasi che il
marito le avrebbe rivolto nel corso del litigio.
Nel primo
verbale, aveva detto che il marito aveva pronunciato le seguenti frasi:
“
se vuoi, divorziamo, ma il
bambino non lo tieni!!! Tu non mi conosci ancora, o lo ammazzi te, o io ammazzo
te e lui, non ti rendi conto di cosa sono capace!!! Io prendo un coltello e
tiro fuori io il bambino!!!”
In questo
confronto, le frasi pronunciate dal marito sono totalmente cambiate:
“
mi ha detto se non faccio
l’aborto, ti tiro fuori io il bambino (…) con coltello (…) “con te non si può,
tu non vali niente, sei una merda e io ho sbagliato tutto con te, non si può.
Io ho provato con te (...) ti ho messo il disegno e tutto, ma io non posso con
te e divorziamo, ma il mio bambino non tieni, perché è il mio sangue, piuttosto
lo uccido io”. E così ha detto: “Domani mattina dobbiamo andare dal… devi fare
un appuntamento dal __________ e lo facciamo il più veloce possibile e dopo
vieni con me in __________ e facciamo il divorzio lì””(AI 32, pag. 17 e 19).
La
differenza, come si vede, è, su diversi punti, non di poco conto!
Rimane un
concetto (“se non fai l’aborto, tiro fuori io il bambino”) anche se
monco della minaccia rivolta alla madre (“ammazzo te e il bambino”).
Cambia la
questione del divorzio che non è più dipendente dalla volontà della moglie (“se
vuoi, divorziamo”) ma è imposto dal marito e deve avvenire in __________
dopo l’aborto (“dopo vieni con me in __________ e facciamo il divorzio lì”).
Vengono
aggiunti l’imposizione dell’appuntamento con il ginecologo per l’aborto (“domani
mattina dobbiamo andare dal… devi fare un appuntamento dal __________ e lo
facciamo il più veloce possibile”) e le esternazioni del marito sul
fallimento dei suoi sforzi per far andare bene il matrimonio, fallimento
causato dall’inettitudine della moglie (“con te non si può, tu non vali
niente, sei una merda e io ho sbagliato tutto con te, non si può. Io ho
provato con te (...) ti ho messo il disegno e tutto, ma io non posso con te e
divorziamo”).
Viene,
infine, modificata l’affermazione relativa al motivo per cui l’uomo non vuole
che il bambino rimanga con la madre. Nel secondo verbale, la donna aveva detto
“mai avrebbe voluto che il figlio rimanesse qui in Svizzera perché lui è
balcanico e un eventuale suo figlio doveva crescere laggiù”. In questo
confronto, invece, da “culturale/etnica”, la motivazione diventa
“genetica” (“il mio bambino non tieni, perché è il mio sangue”) e viene
tolta la volontà del marito (indicata nel verbale citato) di portar via il
bambino e farlo crescere al suo paese, mentre rimane soltanto la minaccia di
sopprimerlo (“piuttosto lo uccido io”).
Va, qui,
annotato che, al dibattimento d’appello, confermando la sua propensione a
sempre aggiungere qualcosa di negativo, l’ACPR_1 ha dichiarato che il marito
avrebbe, durante il litigio, detto un’altra frase di particolare effetto, mai
riferita prima:
“
durante il litigio di quel giorno,
mio marito mi ha detto anche “sono solo spermi, non è ancora un bambino””
(verb. dib. d’appello, pag. 7).
cc. AP 1 ha ammesso la lite, precisando, però, che l’unico tema litigioso era
quello della vettura. AP 1 ha anche ammesso di avere dato della bugiarda alla
moglie ma ha negato di avere proferito gli altri insulti che la moglie gli
attribuiva:
“
si, ho detto che bugiarda
per quello che mi ha detto che è andata a piedi a __________ (…) e ho detto:
“dove sei? Che…”
P. Quindi è vero che le ha
dato della bugiarda?
A: Si, è vero, ho detto che
è bugiarda.
P. E’ vero che le ha detto:
“non servi più a niente … non serve niente con te”?
A. No” (AI 32, pag. 19 e
20).
Ha, poi,
negato che, quella sera, si parlò della gravidanza visto che, da alcuni giorni,
lui aveva deciso di assumersi le sue responsabilità di padre tanto che, proprio
la mattina del 7 novembre, le aveva fatto un disegno raffigurante loro due e il
bambino:
“
Ultima sera quando noi
siamo litigati, quando ho picchiato eh… non era parole, non si parlava di
bambino. Perché anche io ho già spiegato che ho lasciato… su frigo, che io
giorni fa ho deciso che ok, va bene, se non vuole fa aborto (…) prendo
responsabilità e anche vorrei anche io questo bambino. Così giorno ultimo
quando… non era parlare di… bambino, di queste cose, litigavamo di macchina e
di tempo, di andare in giro, di questo, quando ha preso due sberle, non si
parlava in quel giorno di bambino (…) dopo quello (n.d.r.: la sua precedente
accettazione della gravidanza) non era più discorso di… di… di bambino o non lo
so cosa (…) quel giorno non si è parlato niente di bambino, è verità che
litigavamo di macchina (…) quando sono tornato siamo… anche di prima con
messaggi e chiamate, litigavamo di macchina, solo di macchina (…) Non era
niente parole… non si parlava di bambino o di… di ginecologo, di queste cose”
(AI 32, pag. 18, 19 e 20).
dd. Relativamente alla questione del disegno, le citate dichiarazioni di AP
1 sono confermate da quelle della moglie che ha dato atto di averlo visto (AI
32, pag. 18: “e ho visto quello, è vero, con questo disegno ho visto”).
Ritenuto il
significato del disegno (vedi sopra, consid. 10.e), la sua esistenza supporta
le dichiarazioni dell’uomo secondo cui quella sera il litigio non portava
sull’aborto. E’, in effetti, poco verosimile che l’uomo che, superata
l’ostilità alla gravidanza, al mattino disegna una “famigliola felice”, la
stessa sera, poi, insulti e picchi la moglie per costringerla ad abortire.
Ma c’è di
più. La tesi secondo cui il litigio ebbe come oggetto la vettura è fortemente
supportata anche dal contenuto degli sms che la donna aveva inviato, durante la
giornata, al marito. In effetti, in essi la moglie rimproverava il marito per
averla lasciata a casa senza macchina.
ee. Proseguendo nel confronto, alla PP che le chiedeva “dal profilo
intimo, il rapporto di coppia andava bene?”, ACPR_1 ha risposto:
“
si normale, solo quando
era arrabbiato, quando mi picchiava una volta è successo mi ha preso da dietro.
E mi ha detto: “adesso ti metto nel culo, puttana”. E mi ha fatto tanto male e
piangevo tanto ma non potevo liberarmi (…) mi lasciava lì e non potevo uscire
dalla camera” (AI 32, pag. 21),
ff. Riguardo le dichiarazioni appena citate, si deve annotare che, nei due
verbali precedenti, la donna non ha parlato di frasi offensive proferite dal
marito prima o durante la penetrazione. Anzi, rispondendo agli inquirenti, ha
detto “non ricordo se mi minacciava in questi frangenti” (PS ACPR_1 8.11.2013,
ore 14:05, pag. 3 e 4).
In questo
confronto, la donna ha modificato la sua versione affermando che il marito le
disse:
-
“adesso ti metto nel culo, puttana”.
In seguito,
modificherà almeno due volte l’espressione attribuita al marito dichiarando
che, in quei momenti, diceva:
- “sei una
puttana, sei una merda” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 5-6);
- “sei una
puttana”, “sono più forte di te, così impari” (AI 53, pag. 2 e 3).
Non si può
che concludere che, anche su questo punto, le dichiarazioni della donna non
sono costanti.
Ma non solo.
Non si può tacere sul fatto che ogni modifica risponde alla logica di aggravare
la posizione del marito.
Si nota che,
per la prima volta qui, la donna afferma che, dopo le coazioni, il marito se ne
andava (“mi lasciava lì e io non potevo uscire dalla camera”). In precedenza,
aveva detto che lui, dopo (nelle due volte in cui non si era scusato), “si
metteva a dormire” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 5). In seguito dirà che, dopo la
terza coazione, aveva guardato la televisione e, in un altro verbale, che si
era messo a bere.
Sorprende
anche il dettaglio - riferito solo in questo confronto - secondo cui lei, dopo
le coazioni, “non poteva uscire dalla camera”.
Forse anche
perché sul motivo per cui lei non potesse uscire, nulla le è stato chiesto, si
rimane con la sensazione che l’affermazione di non poter uscire sia senza
senso. E questo sia se si considera che il marito dormisse, sia se si considera
che egli fosse uscito. In entrambi i casi, infatti, non si capisce che cosa le
impedisse di uscire dalla camera (tanto più che, dopo, lei dirà di essere
uscita solo per mettersi acqua in faccia, cfr AI 53, pag. 3).
gg. Sempre rispondendo alla PP che chiedeva precisazioni, la donna ha
spiegato che questo era successo alla __________, quando “lavorava già”
e che la cosa si era ripetuta, sempre alla __________, un’altra volta e, poi,
una terza volta a __________ (AI 32, pag. 21 e 22), quando ancora non era o non
sapeva di essere incinta (AI 32, pag. 26).
Ancora
rispondendo alla PP che le chiedeva se lei, “la mattina o dopo”, avesse
mai detto qualcosa al marito, ACPR_1 ha risposto:
“
si, gli ho detto: “mi stai
facendo tanto male” (…) (n.d.r.: lui) ogni tanto si scusava (AI 32, pag. 22).
In seguito,
rispondendo alla PP che le chiedeva “mi può descrivere come … cioè se era
quando tornava dal lavoro, o quando …quando è successo? Dell’una, due, della
terza volta”, ACPR_1 ha detto:
“
lui picchiava, caduto sul
letto e dopo mi tirava giù i pantaloni e adesso: “ti metto nel culo”,
arrabbiatissimo: “sei una puttana”. E niente l’ha messo dentro con forza, io
piangevo e non… non si è fermato. (…) E io non ho detto più niente, piangevo”
(AI 32, pag. 24).
hh. Di quanto riportato al punto precedente, sorprende l’affermazione
secondo cui “ogni tanto si scusava”. Sorprende poiché l’utilizzo
della locuzione “ogni tanto”, non solo non è congruente con il numero
limitato (tre) di coazioni denunciate, ma significa che le scuse sono avvenute
più di una volta. In questo senso, questo è un nuovo cambiamento di versione
ritenuto che, nel primo verbale, la donna aveva detto che il marito si era
scusato “una sola volta” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 00:40, pag. 5).
Va, infine,
detto che da questo confronto nulla di più preciso di prima si ricava riguardo
alla collocazione nell’arco della giornata delle coazioni poiché, alla
richiesta di precisazioni della PP (invero, un po’ confusa), la donna non ne ha
fornite, ma si è limitata a ripetere la descrizione generica già data nel secondo
verbale.
Si annota,
infine, che, in questo verbale (così come aveva fatto nel secondo, cfr. consid.
11.l), ACPR_1 descrive un rapporto violento e di una certa durata:
“
l’ha messo dentro con
forza, io piangevo e non… non si è fermato. (…) E io non ho detto più niente,
piangevo”.
Considerandi
ii. AP 1 ha, ancora una volta, categoricamente negato tali abusi (AI 32, pag.
22, 24 e 25).
Ha dato atto
di avere praticato con la moglie del sesso anale precisando, però, che lei era
sempre consenziente:
“
che noi siamo avuti sesso
anale, questa è verità, ma non che ho preso così come dice lei e ho detto:
“adesso te lo metto in culo”, o non lo so cosa, che ho messo con forza, che lei
non voleva, questo non è verità, che lei non voleva, noi siamo fatti non so
quante volte questo. Era con amore che voleva anche lei (…) penso che siamo
fatti più di tre volte, ma sempre che voleva… voleva anche lei (…) non ha detto
che non piace o che fa male, non lo so cosa, mai mi ha parlato di questo (…) io
non mi ricordo quante volte (...) facevamo sesso anale. Non mi ricordo, penso
che era più di tre volte (…) io quando sono arrabbiato, non faccio amore. Per
quello che non posso come persona, non mi viene. E penso che così la tante
persone quando sono arrabbiate non le viene fare….
PP: ma a tante viene di si,
invece, viene anche a chi è tanti arrabbiati.
A: quando sono nervosi che
gli viene fare l’amore?
PP: Eh
A: non capisco (…) (AI 32,
pag. 22, 24 e 25).
ll. Colpisce l’affermazione “io quando sono arrabbiato, non faccio amore. Per quello che non posso
come persona, non mi viene”.
Considerata,
poi, l’evidente sorpresa e perplessità palesata alla PP che gli diceva che
molti, invece, fanno sesso anche da arrabbiati, l’affermazione di cui s’è detto
ha il sapore della sincerità.
Ciò che depone
contro la veridicità del racconto della donna.
mm. ACPR_1 ha ammesso che era capitato altre volte di fare del sesso anale.
Però, ha spiegato che, anche in quei casi, era solo perché il marito lo voleva
e lei lo accontentava per non farlo arrabbiare:
“
si, altre volte avevamo
fatto, ma io ho sempre detto: “mi fai male, non lo voglio” (…) perché lo vuole
lui gli ho detto: “mi fai male” e lui mi ha detto: “A me piace quando ti fa
male” (…) L’ho accettato perché lo so come è fatto lui, dopo pensavo se non
faccio lui si arrabbia” (AI 32, pag. 24; cfr., pure, pag. 23).
nn. In questo passaggio - in cui, in contrasto con quanto detto in
precedenza (cfr. consid. 11.m), ammette di avere avuto rapporti anali
consenzienti - la donna descrive il marito come una specie di sadico.
L’immagine
contrasta con quella che di se stesso ha dato l’uomo con le affermazioni
riportate poco sopra.
Ma non solo.
Contrasta anche con l’immagine che di lui ha dipinto la sua ex fidanzata:
“
Io e lui non avevamo
assolutamente problemi (…) AP 1 non è mai stato violento con me (…) a precisa
domanda rispondo che non sono nemmeno mai stata insultata (…) non mi ha mai
neppure minacciato” (PS XX_1 14.11.2013, pag. 2, 3 e 4).
oo. Sempre nel confronto, ACPR_1 ha ribadito di avere sopportato le
intemperanze del marito perché lo amava e sperava che cambiasse (AI 32, pag. 5,
26.
e 27).
Alla PP che
le chiedeva se lei avesse mai chiesto al marito perché si comportava in quel
modo, la donna ha risposto:
“
ha detto è impulsivo, è
fatto così (…) e reagisce così. Ogni tanto dà una sberla, lui è fatto così. Ma
mi ama e non lo fa apposta” (AI 32, pag. 21).
Negando di
provare rabbia nei confronti del marito, ha, poi, nuovamente sostenuto che, a
farla decidere di rivolgersi alla polizia, è stata la telefonata con l’amica
residente in Germania che la rese attenta al pericolo che correva - tanto più
ora che era incinta - rimanendo con il marito e, più in generale, la paura per
l’incolumità del suo bambino (AI 32, pag. 5, 26 e 27).
pp. A questo proposito, si rimanda a quanto osservato sopra, al consid.
9.1
p..
qq. Per concludere, ribadendo la sua innocenza, AP 1 ha osservato:
“
Se era tutto questo, se ho
violentato, se non lo so, perché andato in polizia dopo due sberle e non (…)
quando è violentata? Se è così. Perché questo più grande e non ha fatto, ha
fatto ieri dopo due sberle” (AI 32, pag. 26).
rr. Non si può non dire che le perplessità di AP 1 appaiono del tutto
legittime.
Ancor più
legittime appaiono se si pensa al fatto che la donna, nonostante il preteso
terrore e nonostante le pretese botte ricevute tutti i giorni e più volte al
giorno, ha in qualche modo “pianificato” il ricorso alla polizia (cfr. sms
della mattina del 7 novembre 2013).
ss. AP 1 ha, quindi, concluso ribadendo la tesi già avanzata secondo cui la
moglie era influenzata dalle amiche e ha ipotizzato:
“
io capisco che lei (…)
arrabbiata, per quelle cose successe. Io ho picchiato, ha preso sberle, ha
scappato in polizia, si… sicuro che è arrabbiata e magari come dice che c’ha
anche un po’ paura (…) io capisco questo. Ma non capisco perché parla cose che
non sono successe” (AI 32, pag. 27).
15.
a. Sempre
il 9 novembre 2013 gli inquirenti hanno sentito anche YY_1, la cameriera del
bar __________:
“
una sera di inizio settembre,
mentre mi trovavo presso il Ristorante __________ ad __________, in compagnia
di ZZ_1, abbiamo incontrato ACPR_1 che si è fermata al tavolo con noi a
parlare. In quella circostanza ACPR_1 ci aveva riferito di essere appena stata
a __________ in vacanza dal suo fidanzato. Scherzando ho detto a ACPR_1 di
lasciare stare gli jugoslavi in quanto sono persone manesche. Lei mi ha
confidato di essere stata bene a __________ in quanto è stata accolta bene. (…)
Un paio di giorni dopo il nostro incontro, ZZ_1 mi diceva di avere assunto ACPR_1
presso il Ristorante __________ ad __________. (…) Pochi giorni dopo, intorno
al 20 settembre, la ACPR_1 si è presentata al Ristorante __________ di __________
dove lavoro per ordinare una pizza da portare via. Quando l’ho vista al bancone
del bar mi è sembrata un po’ bevuta. Da parte mia posso affermare di averla
vista spesso alticcia.
La ACPR_1 quella sera aveva
gli occhi gonfi di lacrime con i capelli in disordine. (…) le ho chiesto se ci
fosse qualcosa che non andasse. Alla mia domanda: “come stai?” ACPR_1 è
scoppiata a piangere davanti a tutto il locale. Le ho quindi chiesto: “ti ha
picchiata?”. A questa domanda lei è scoppiata ulteriormente a piangere e ha
annuito (…) con la testa.
D1: ACPR_1 le ha detto in
che modo era stata picchiata?
R1: No, ha unicamente fatto
cenno positivo con la testa.
D2: ACPR_1 le ha riferito
di essere stata picchiata altre volte?
R2: Io le ho chiesto se era
la prima volta che veniva picchiata e lei non mi ha risposto.
Io ero molto presa dal lavoro
e le ho consigliato di parlare con ZZ_1 (…) Alcuni giorni dopo, 3 o 4, sono
andata a trovare ZZ_1 presso il Ristorante __________ di __________ dove ho
pure incontrato nuovamente ACPR_1. Le ho chiesto come stava e lei mi rispondeva
che era tutto in ordine. Aveva parlato con suo marito che le aveva assicurato
che non l’avrebbe più picchiata. Lei ha giustificato il gesto del marito a
causa dell’alcol. (…) ACPR_1 mi rispondeva che da lì in poi non avrebbe più
accettato le violenze da parte del marito” (PS YY_1 9.11.2013, pag. 3 e 4).
b. Se, da un lato, conferma l’episodio legato al bar __________ raccontato
dalla donna (almeno riguardo l’esistenza di una lite), la deposizione della
teste inserisce, nella vicenda, un elemento nuovo - rispetto alle dichiarazioni
sin lì rese dai coniugi - e di un certo rilievo per la valutazione della
credibilità di ACPR_1. E meglio, quello secondo cui, sia in quell’occasione che
in molte altre, ACPR_1 era sotto l’influsso di bevande alcoliche.
Va, inoltre,
osservato che - così come, in polizia, per le coazioni sessuali - non è ACPR_1
che parla spontaneamente di botte ricevute. Semplicemente, la donna annuisce,
senza nulla aggiungere, quando YY_1 - che, per sua ammissione, pensa che tutti
gli slavi siano maneschi - le chiede se il marito l’avesse picchiata.
Si osserva
ancora che, ad inizio settembre, ACPR_1 - mentendo - parlò a YY_1 del marito
come del suo “fidanzato”.
16.
a. Il 13
novembre 2013 gli inquirenti hanno sentito XY, fratello dell’imputato:
“
Sono in Svizzera dal 1994,
da due anni gestisco il bar __________ di __________. (…) (n.d.r.: parlando dei
rapporti con il fratello) ultimamente ci siamo staccati, lui aveva le sue idee
e io le mie. Io sono stato sempre protettivo verso mio fratello, lui è anche più
giovane di me. Praticamente è successo che non ci parlavamo più, questo è
accaduto perché ACPR_1 lavorava da me e dopo aver conosciuto mio fratello ha
smesso di lavorare da me. (…) ACPR_1 la ritengo una persona antipatica. (…) io
ho detto a lui che ACPR_1 non mi piaceva più e che nel mio locale nemmeno la
volevo come cliente. (…) io ho detto a AP 1 che non volevo più vedere ACPR_1,
lui si è arrabbiato e se ne è andato. (…) questo accadde nel corso del mese di
agosto 2013. (…) con lei ho avuto dei problemi perché con il suo comportamento
faceva sì che alcuni clienti non frequentassero più il locale. (…) non posso
accusarla di niente, senza fare niente di male non entrava in sintonia con i
clienti e questo comportava che gli stessi non frequentassero più il locale ”
(PS XY 13.11.2013, pag. 2, 3 e 4).
Il fratello
dell’imputato ha ribadito di non avere approvato il matrimonio:
“
Ho sempre creduto fosse
una stupidaggine, sia perché si era sposato dopo averla frequentata poco ma
anche perché aveva sposato ACPR_1.
Chi mi interroga mi chiede
quali erano gli aspetti negativi di ACPR_1.
Sono quelli che ho
riferito, che non era una brava cameriera.
In più so che è una persona
anche piena di debiti, che beve, un po’ una persona così. (…) non voglio
accusare nessuno, non voglio usare neanche troppe parole. So che ha avuto due
fallimenti e so che le piaceva bere.
Questo lo riporto perché
l’ho sentito dire.
A precisa domanda rispondo
che non l’ho mai vista bere tanto.
Ho visto che in qualche
occasione beveva quattro o cinque bicchieri, volentieri quando era in servizio
si faceva anche offrire da bere e questo era anche una cosa che non apprezzavo
particolarmente” (PS XY 13.11.2013, pag. 6).
b. Su una certa abitudine di ACPR_1 ad abusare di bevande alcoliche, pur
se riferisce di voci, in qualche modo la testimonianza del fratello
dell’imputato conforta quella, diretta, di YY_1.
Ma la
conforta, anche, e questa volta per esperienza diretta, quando riferisce di
avere visto che ACPR_1, in qualche occasione, “beveva quattro o cinque
bicchieri” e che non disdegnava, quando era in servizio, di farsi offrire
da bere dai clienti.
c. Del fratello, XY ha detto:
“
Mi viene chiesto di
spiegare il carattere di mio fratello AP 1.
Rispondo che non saprei
descriverlo più di tanto, una persona comune. Non lo considero un criminale.
A precisa domanda rispondo
che non è una persona che bestemmia tanto, non lo vedo come aggressivo” (PS XY
13.11
, pag. 6).
17.
a. Il 14
novembre 2013, gli inquirenti hanno sentito XX_1, che aveva frequentato AP 1
prima che lui conoscesse ACPR_1:
“
sono stata assieme a AP 1
per qualche mese, nel 2012, verso forse marzo o aprile, qualcosa del genere.
Siamo stati assieme fino a giugno del 2012. (…) Ci siamo un po’ frequentati, un
po’ siamo usciti e abbiamo cominciato una relazione. (…) Io e lui non avevamo
assolutamente problemi (…) ho deciso io di interrompere la relazione perché non
posso vivere con una persona che risiede a 1200 km di distanza. Avevo
telefonicamente comunicato che intendevo cessare la relazione, eravamo troppo
distanti. (…) AP 1 non l’ha presa molto bene, mi ha scritto due o tre parole su
Facebook. Io non sono stata lì a discutere, ho bloccato il contatto con lui e
basta, era finita. (…) ho bloccato anche il telefono, perché mi giungevano messaggi
con parolacce o ancora continue telefonate, ricordo di almeno 15 una sera,
dalla __________. Chiamate alle quali io non ho mai risposto. (…) mi diceva
“vaffanculo”, non ricordo ora altre parolacce. (…) AP 1 non è mai stato
violento con me, non mi ha mai messo le mani addosso, non mi ha mai spinto. A
precisa domanda rispondo che non sono nemmeno mai stata insultata. (…) non mi
ha mai neppure minacciato (…) a me non ha mai fatto capire che era geloso” (PS XX_1
14.11
, pag. 2, 3 e 4).
b. Il men che si possa dire è che questa testimonianza non contribuisce a
dare credibilità all’immagine di uomo violento e geloso che ACPR_1 ha dato del
marito.
Quanto alla
reazione di lui all’abbandono (comunicato, peraltro, telefonicamente), pur non
essendo delle più dignitose, essa va ridotta alle sue reali dimensioni che sono
quelle di alcune parolacce e di un’insistenza telefonica durata una sera o poco
più. Tanto che l’interessata non vi ha dato particolare peso.
c. Sentito ancora il 22 novembre 2013, AP 1 ha dato atto che, quando la
sua ex compagna pose fine alla loro relazione, lui la insultò e cercò di
contattarla telefonicamente per uno o due giorni (MP AP 1 22.11.2013, AI 23,
pag. 2).
18.
a. Nell’interrogatorio del 22 novembre 2013, AP 1, nuovamente sollecitato
dalla PP a spiegare i motivi dei litigi con la moglie, ha detto quanto segue:
“
capitava per tante cose .
La verbalizzante mi chiede
di fare degli esempi e rispondo che adesso non so, lei beveva tanto, spendeva
tutti i soldi al bar e poi obbligava me ad andare a chiedere soldi ai miei
amici. Ho dovuto chiedere soldi a __________, __________, soldi che non ho
ancora potuto restituire. (…) io appena arrivato dalla __________ avevo 500
euro e mia moglie li ha spesi tutti in prosecco, erano soldi che mi aveva dato
mia mamma” (MP AP 1 22.11.2013, AI 23, pag. 3).
b. Queste dichiarazioni meritano alcune precisazioni.
Va, prima di
tutto, detto che AP 1 non ha parlato spontaneamente del “penchant “ della
moglie per l’alcool, ma lo ha fatto soltanto in risposta ad insistenti
richieste della PP che gli chiedeva di spiegare concretamente i motivi dei
litigi. In questo, si potrebbe vedere una certa delicatezza dell’imputato.
A maggior
ragione se si pensa che, in seguito, lui ha rifiutato di rispondere alla PP che
lo sollecitava nuovamente sullo stesso argomento, spiegando di non volerlo fare
per non parlar male della moglie:
“
la verbalizzante mi chiede
cosa intendo dire con “era abituata a vivere in maniera diversa dalla mia” e
rispondo che non voglio rispondere perché significherebbe parlare male di mia
moglie, dico semplicemente che c’era disordine in casa” (MP AP 1 23.12.2013, AI
59, pag. 6)
“
lei è andata al __________
non per la pizza ma perché voleva continuare a bere. Ma non voglio parlare di
lei per non dire le cose brutte di lei” (MP AP 1 23.12.2013, AI 59, pag. 14).
A questo va
aggiunto che, sull’inclinazione a bere della moglie, AP 1 non ha mentito.
Ne sono
conferma le deposizioni di YY_1 (che ha detto di “averla vista spesso
alticcia”) e del fratello di lui (“le piaceva bere”).
Si ricorda,
peraltro, che le dichiarazioni di YY_1 comprovano anche la veridicità delle
dichiarazioni di AP 1 (rese nel verbale del 23 dicembre 2013) secondo cui,
anche la sera del __________, la moglie aveva bevuto. La teste ha, infatti,
detto di avere visto ACPR_1, quella sera, “un po’ bevuta”.
Quanto alla
questione dei prestiti, le parole di AP 1 sono confermate da __________ che,
sentito il 27 novembre 2013, ha confermato di avere prestato fr. 500.- a AP 1 e
che quei soldi non gli erano ancora stati restituiti (PS Maric 27.11.2013, pag.
4).
c. Il 22 novembre 2013 - per dimostrare come, contrariamente alle
dichiarazioni di lui, l’imputato fosse particolarmente geloso, non si fidasse
di ACPR_1 e fosse facilmente irritabile - la PP ha contestato a AP 1 tutta una
serie di messaggi che lui e l’ACPR_1 si sono scambiati in chat prima del
matrimonio.
La Corte,
rilevato come essi registrino banali e spesso sciocche discussioni per
questioni risibili seguite, in genere, da scambi di tenerezze in una dinamica
comune fra partner più o meno innamorati, ha ritenuto di potersi esimere
dall’esaminarli a fondo.
Anche perché
la Corte non vede come l’eventuale accertamento di un AP 1 geloso possa essere
di decisivo supporto alla tesi accusatoria.
Questo
ritenuto che - visto che è accertato che AP 1 non ha mai chiuso in casa la
moglie, non le ha mai davvero impedito di uscire e non le ha mai impedito di
lavorare in un esercizio pubblico - quand’anche ci fosse stata, la gelosia di AP
1.
non potrebbe essere qualificata di particolarmente pesante o preoccupante.
d. Relativamente alle botte e alle coazioni, in quel verbale, AP 1 ha
continuato a negare:
“
ribadisco che io non l’ho
mai picchiata, il sesso non consenziente sono cose ridicole. Dico che abbiamo
litigato, ci sono stati degli spintoni. Quando io ho picchiato lei, l’ultimo
giorno, anche lei ha picchiato me (…) nel senso che mi picchiava sul braccio,
mi dava degli spintoni. Due che litigano non stanno fermi” (MP AP 1 22.11.2013,
AI 23, pag. 10 e 13).
19.
a. Sentita dalla PP il 25 novembre 2013 a confronto con AP 1, la signora ZZ_1
ha ribadito che l’uomo non le è piaciuto già quando lo ha visto in foto (MP di
confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 4) e ha spiegato che, visto che
l’uomo era straniero e non aveva il permesso di soggiorno, aveva messo in
guardia l’amica (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 4).
Ha, pure,
ribadito che la sua dipendente le aveva, ad un certo punto, confidato che il marito
la picchiava (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 7-8) e che lo
aveva fatto attorno al 26 ottobre 2013:
“
guardando i miei sms posso
situare questo evento il 26.10.2013 dove lei mi diceva che non sarebbe venuta
perché stava male (…) Mi ricordo che il venerdì sera antecedente lei era stata
male (…) Una volta ripreso il lavoro, lei stava ancora male, mi aveva detto di
essere stata picchiata perché incinta e lui non voleva questo bambino. Io gli
avevo anche chiesto espressamente se fosse sicura che (n.d.r.: lui) sapesse che
era incinta, e lei mi disse “sì mi picchia perché non vuole questo bambino,
vuole che io abortisca”. (…) ACPR_1 era stata poi due giorni a casa, mi aveva
scritto alla sera dicendomi che l’aveva picchiata ma che non poteva andare in
Polizia perché lui aveva preso la macchina. Mi ha scritto il messaggio che
leggo alla verbalizzante il 7.11.2013 alle ore 10:00 del mattino: “mi ha
picchiata ancora ieri sera ma non posso andare in polizia” (MP di confronto ZZ_1/AP
1.
25.11.2013, AI 25, pag. 8).
b. Come visto sopra (consid. 12.n), nonostante dal verbale risulti che la
signora ha dato lettura del sms al verbalizzante che lo ha registrato
letteralmente, il messaggio realmente inviato da ACPR_1 all’amica è diverso.
Come visto,
la donna avrebbe avuto la possibilità di andare in polizia. Se non lo ha fatto,
questo deriva da una sua libera scelta e non da una pretesa impossibilità, come
la lettura di questo stralcio di verbale lascia intendere.
c. La signora ZZ_1, rispondendo alla patrocinatrice della signora ACPR_1,
ha aggiunto di avere visto spesso dei segni sul viso della dipendente:
“
ho anche visto che era
rossa in viso ed era stravolta e che aveva un segno alla bocca e le faceva male
alla testa. Era quel giorno in cui mi aveva detto che continuava a picchiarla.
ADR che più volte ho visto ZZ_1
nelle ultime due settimane, prima dell’arresto del marito, con il viso
arrossato ma io non le dicevo più niente perché lei mi aveva detto che lo amava
anche se non capivo il suo atteggiamento” (MP di confronto ZZ_1/AP 1
25.11
, AI 25, pag. 9).
d. Queste dichiarazioni non sono congruenti con quelle di ACPR_1 che ha
detto che nessuno si rendeva conto della sua situazione di donna picchiata
perché lei non aveva segni visibili: da un lato, perché il marito stava attento
a non lasciargliene di troppo evidenti, d’altro lato, perché lei, quando usciva
di casa per recarsi al lavoro, li nascondeva con il trucco (PS ACPR_1
8.11
, ore 14:05, pag. 2).
Evidentemente,
ZZ_1 - le cui dichiarazioni si sono già rivelate, su più punti, non
corrispondenti alla realtà - ha voluto dare un po’ di colore alle dichiarazioni
dell’amica.
e. La signora ZZ_1 ha, infine, detto che la dipendente non le aveva mai
parlato, se non dopo l’interrogatorio in polizia, di violenze di natura
sessuale:
“
la verbalizzante mi chiede
se io sapevo di violenze sessuali e rispondo che non mi ha mai detto ACPR_1 di
avere subito dei rapporti non consenzienti, me lo ha detto solo dopo il verbale
di polizia” (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 8).
f. Anche a confronto con la ZZ_1, AP 1 ha continuato a negare di avere
picchiato e violentato la moglie (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25,
pag. 8), precisando, ancora una volta, di ritenere che la moglie sostenesse il
contrario perché istigata in questo senso proprio dalla ZZ_1 e dall’amica __________:
“
Ribadisco che penso che la
storia dello stupro sia nata parlando con ZZ_1 e __________. Io penso che sia
l’istigazione di ZZ_1 che ACPR_1 mi vuole tenere lontano. Io ribadisco che non
riesco a capire come faccia mia moglie a dire di essere [stata] stuprata tre
volte e poi vada in polizia solo per due schiaffi motivo per cui ritengo che
sia stata istigata da ZZ_1 e __________ a dire queste cose. (…) gli è stato suggerito
da loro” (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 8-9).
20.
a. Risentita il 25 novembre 2013, ACPR_1 ha riconfermato che, dopo il
matrimonio, il marito ha cominciato a picchiarla per ogni nonnulla,
sostanzialmente a causa della sua gelosia, peggiorata dopo che lei iniziò a
lavorare:
“
la gelosia c’è sempre
stata, i veri problemi in maniera più marcata si sono evidenziati proprio
quando ho iniziato a lavorare (…). Come già detto iniziava ad arrabbiarsi per
le piccole cose” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 4);
b. Qui la donna ribadisce il cambiamento di versione registrato nel
verbale di confronto del 9 novembre 2013. Se all’inizio, aveva messo in
relazione il peggioramento del comportamento del marito con l’annuncio della
gravidanza (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 00:40, pag. 3 e 5; 8.11.2013, ore 14:05,
pag. 2, 3 e 4), da quel verbale in poi lo ha associato alla sua attività
professionale.
c. Sul perché e sul come venisse picchiata, in quest’occasione la donna
ha dichiarato quanto segue:
“
Quando lui si arrabbiava,
come già spiegato, mi picchiava e poi lui andava via di casa con la mia
macchina e mi diceva di rimanere in casa. Io in quei momenti non facevo niente,
non lo cercavo neanche perché sapevo che si sarebbe arrabbiato di più e quindi
rimanevo in stanza. Solitamente mi chiamava lui rimproverandomi per quello che
era successo e mi diceva “vedi cosa succede”. Quando rientrava, a dipendenza o
mi chiedeva scusa e magari per un'altra cosa si arrabbiava e mi tirava un'altra
sberla come ho già detto sul viso e sulla nuca. Mi diceva anche di lasciar giù
le mani intendendo di non proteggermi altrimenti mi avrebbe picchiata con i
pugni (…) i litigi (…) erano per ogni piccola cosa ma di fondo lui era geloso
se io salutavo le persone, non capiva che io avevo lavorato per tanto tempo in
un ristorante e quindi conoscevo tanta gente e non che se salutavo qualcuno era
perché ci ero andata a letto insieme. (…) lui voleva che cambiassi questo
lavoro. (…) Per me è difficile distinguere i vari episodi perché picchiava
sulla testa, mi insultava, mi dava della puttana, mi lasciava in camera e mi
diceva “guai se esci”. (…)
ADR che da quando avevo
iniziato a lavorare non c’è stata una settimana in cui lui non mi abbia
toccato, le modalità erano sempre viso, nuca e sulle braccia mi dava dei pugni.
A volte quando eravamo in macchina mi dava dei pugni sulle gambe perché si
arrabbiava” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 4 e 8);
Ancora una
volta, anche in questo verbale, la donna ha spiegato che il marito non le
lasciava segni visibili:
“
ADR che sul viso non mi
lasciava praticamente segni, avevo dei segni sulle braccia e sulle gambe. Una
volta sulla schiena” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 7).
d. Non si può non rilevare come il fatto che lui non le lasciasse segni
contrasta con la violenza che la donna descrive parlando di schiaffi forti al
punto da farla cadere - una volta per terra nel posteggio, un’altra sul letto,
un’altra vicino al lavandino e, poi, un’altra ancora sul divano - e dicendo che
il marito le si scagliava addosso come una furia e che la sua vita era
diventata un incubo (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 00:40, pag. 2 e 3; AI 32, pag.
12; MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 4 e 6).
Altrettanto
da rilevare è il fatto che, in quest’occasione, la donna dice per la prima
volta che il marito la picchiava anche sulla schiena.
La donna
cambia versione anche sull’intensità delle botte.
Qui sostiene
che, dopo il peggioramento, lui la picchiava con ritmo settimanale:
“
non c’è stata una
settimana in cui lui non mi abbia toccato”.
In
precedenza aveva, invece, detto che la frequenza delle botte era giornaliera e,
anche, più volte al giorno.
Da rilevare,
ancora, che qui la donna sostiene che, quando il marito la lasciava a casa dopo
averla picchiata, lei non usciva e non lo chiamava mai per paura che si
arrabbiasse di più. Forza è constatare che non è così che ha agito il 7
novembre 2013. E questo, nonostante abbia sostenuto che la sera prima lui
l’aveva picchiata pesantemente.
Infine, si annota che, qui e per l’unica volta, ACPR_1
sostiene che il marito le impediva di proteggersi il volto con le mani
minacciandola che, se l’avesse fatto, l’avrebbe colpita, non più soltanto con
le sberle, ma con i pugni:
“
si arrabbiava e mi tirava
un'altra sberla come ho già detto sul viso e sulla nuca. Mi diceva anche di
lasciar giù le mani intendendo di non proteggermi altrimenti mi avrebbe
picchiata con i pugni.
Tuttavia, in
un verbale precedente, lei aveva sostenuto che:
“
l’unica cosa che facevo
era quella di ripararmi il viso con le mani” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05,
pag. 2).
Unendo
queste due dichiarazioni, dovremmo concludere che il marito la picchiava con i
pugni anche sul viso.
Del resto, è
quanto sembra che lei abbia affermato anche in aula:
“
Mi picchiava sulla gamba, sulla
testa, sul viso, in faccia, sullo stomaco. Non mi picchiava in altre parti del
corpo. Mi picchiava con la mano. Mi dava dei pugni e, ogni tanto, con la
mano (sott. del red.)” (verb. dib. d’appello, pag. 5).
Ma ciò, non
soltanto è in contrasto con le altre dichiarazioni della donna (per esempio, PS
ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 2), ma è anche smentito dall’assenza di segni
di cui già s’è detto.
Forza è,
dunque, concludere che, nemmeno su questo punto, le dichiarazioni dell’ACPR_1
sono credibili.
e. Rispondendo alle domande dell’interrogante, l’ACPR_1 ha ribadito di
avere avuto con il marito, oltre ai tre episodi denunciati come coattivi, altri
rapporti anali che, tuttavia, lei non apprezzava:
“
io non ho mai avuto
piacere ad avere dei rapporti anali con mio marito, gli dicevo che mi faceva
male ma lui mi rispondeva che gli piaceva quando mi vedeva che avevo male” (MP ACPR_1
25.11
, AI 27, pag. 5).
Ha, poi,
spiegato in che cosa questi atti che, pur senza piacere, lei accettava si
differenziavano dai tre episodi segnalati come imposti:
“
in quelle occasioni non mi
aveva picchiata in precedenza” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 5).
Ciò che,
invece, era avvenuto, secondo le dichiarazioni della donna, in quei tre episodi.
f. Come si vede, l’ACPR_1 distingue i rapporti anali forzati da quelli,
sempre anali, cui, invece, ha consentito, con il criterio delle botte: erano
forzati, quelli preceduti dalle botte, erano consenzienti quelli in cui le
botte non c’erano.
Ma questo
crea un problema macroscopico, ritenuto come nel primo verbale lei abbia detto
di essere stata picchiata solo nell’episodio di __________ (PS ACPR_1
8.11
, ore 00:40, pag. 5) e come al dibattimento d’appello lei abbia,
invece, detto di non ricordare se, in quell’occasione, il marito l’avesse
picchiata:
“
Abbiamo ancora litigato.
Non ricordo per cosa. C’era una materasso di gomma sul letto e lui mi ha preso
da dietro. Non ricordo se mio marito mi ha picchiata in quest’occasione” (verb.
dib. d’appello, pag. 11).
g. Con riferimento al primo episodio, in questo verbale ACPR_1 ha
raccontato:
“
mi ricordo che un
pomeriggio (quando avevo libero) io avevo preparato degli stuzzichini per il
maneggio de __________ e lui si era arrabbiato perché avrei dovuto preparare il
pranzo per lui e non gli stuzzichini per gli altri. Quando mi diceva queste
cose noi eravamo nella nostra camera ed io gli stuzzichini gli avevo già
portati fuori. Preciso che io li avevo preparati anche per lui e non solo per
le persone che venivano alla __________. Prima avevamo mangiato tutti assieme,
le persone presenti mi avevano fatto i complimenti e dopo pranzo AP 1 si era
arrabbiato, mi chiedeva perché facessi da mangiare per gli altri e non solo per
noi a pranzo. Mi rimproverava su cosa avrei fatto da mangiare, che nessuna
donna si siede con altri uomini. Queste cose me le aveva dette dopo pranzo
quando eravamo in stanza. Io avevo provato a chiedergli perché si arrabbiasse
ma lui si arrabbiava ancora di più. Poi iniziava a picchiarmi come al solito
sulla testa, sulla pancia e sulla faccia. Io in quel mentre sono caduta sul
letto a pancia in giù. Mi diceva che ero una puttana, mi ha girata, mi ha
aperto i pantaloni sul davanti e poi me li ha abbassati, non mi ricordo se me
li ha abbassati con una o con due mani, so che lui mi tratteneva. Mi ha poi
rigirata. Lui, subito dopo aver abbassato i miei, si è tolto i pantaloni e poi
mi è entrato dietro. Le sue braccia trattenevano le mie mani contro la mia
pancia e mi alzava il bacino per riuscire ad entrare. Io in quel momento
piangevo e lui mi diceva “sei una puttana, sei una merda”.
ADR che non potevo dire
niente, piangevo e basta.
ADR che non mi ricordo se
sia venuto dentro o meno.
ADR che quando ha finito mi
ricordo che mi ha di nuovo spinta sul letto quando io volevo andare in bagno a
lavarmi la faccia. Avrei dovuto uscire fuori sul corridoio e lui mi ha detto
che non potevo uscire e mi aveva spinto sul letto, mi disse di non dire niente
a nessuno e di non uscire dalla camera. Dopodiché lui è andato via, sarà
tornato forse dopo 4 o 5 ore, non mi ricordo se era già sera. Quel giorno io
non sono uscita, sono andata solo in bagno.
ADR che non ho chiamato
nessuno.
Quando era fuori AP 1 mi ha
chiamata 4/5 volte, io ho risposto perché se non lo avessi fatto, si sarebbe
arrabbiato ancora di più. Ancora quando mi chiamava, era arrabbiato, mi dava la
colpa di quello che era accaduto, perché non avevo fatto quello che voleva lui
e così almeno imparavo. Mi diceva che dovevo imparare e che lui era più forte
di me. Non mi ha subito chiesto scusa, lo ha chiesto il giorno dopo. Mi aveva
detto che gli dispiaceva. Io sbagliando ho pensato che lui potesse cambiare, io
credo alle persone e ho creduto che lui non lo avrebbe più fatto, cosa che lui
mi diceva” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 5-6).
h. Confrontando queste con le sue precedenti dichiarazioni, si ha che:
- per la
prima volta, la donna dice che l’uomo, oltre che darle della puttana, le aveva
detto che era “una merda”;
- vi è una
modifica del momento in cui viene situata questa coazione: in precedenza,
la donna sembrava situarla di notte (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 5), al suo
rientro dal lavoro (AI 32, pag. 11), mentre qui l’episodio è chiaramente
situato nel pomeriggio;
- vi è una
modifica delle dichiarazioni relative all’eiaculazione: all’inizio, la
donna aveva detto che il rapporto era “durato poco tempo” (PS ACPR_1
8.11
, ore 00:40, pag. 5), poi ha detto che, nonostante il dolore che le
procurava e i suoi pianti, “lui non smetteva fino a che non eiaculava”
(PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 3 e 4), ciò che sembra aver confermato
anche in seguito dicendo che, nonostante i suoi pianti, il marito “non si è
fermato” (AI 32, pag. 24), qui afferma invece di non ricordare se il marito “sia venuto dentro
o meno”;
- vi è
un’ulteriore modifica: in precedenza, la donna ha dichiarato che,
durante le penetrazioni, lei diceva al marito “mi stai facendo tanto male”
(AI 32, pag. 22), qui cambia versione affermando che
“non potevo dire niente, piangevo e basta”.
Confrontandole,
invece, con quelle rese al dibattimento, la situazione non migliora.
Vi è un macroscopico
cambiamento di versione relativo all’atto:
“
in nessuna delle tre
occasioni, mio marito non ha mai eiaculato. E’ stato sempre poco. Voglio dire
con questo che lui è stato dentro di me per poco tempo” (verb. dib. d’appello,
pag. 10).
Il cambiamento è, su
questo punto centrale, macroscopico poiché la donna ha iniziato con un
“rapporto doloroso anche se durato poco”, per poi passare a un rapporto che
“faceva molto male, il dolore era forte ma lui non smetteva fino a che non
eiaculava”, per poi affermare che “E niente l’ha messo dentro con forza, io
piangevo e non… non si è fermato”, quindi dire di non
ricordare se lui eiaculava dentro o fuori e, infine, concludere con un “mio
marito non ha mai eiaculato”.
Al
dibattimento d’appello, la PP ha avvertito l’importanza di questo cambiamento e
ha cercato di porvi rimedio sostenendo, in replica, che esso era forse da
addebitare al fatto che l’ACPR_1 non conosce il significato del termine
eiaculazione.
Non è così.
Non solo
perché in tedesco (Ejakulation) il termine eiaculazione è praticamente uguale
al termine in italiano.
Ma anche
perché l’ACPR_1 conosce l’italiano in modo più che sufficiente per esprimere
correttamente il suo pensiero (ciò che ha dimostrato al dibattimento
d’appello). Del resto, durante l’inchiesta non è mai stata sentita con
l’ausilio di un interprete.
Detto dei
cambiamenti di versione su questo tema, va detto anche che l’ultima versione
della donna - cioè, quella che vede il marito mettere il pene dentro di lei “per
poco tempo” e toglierlo praticamente subito (“è uscito subito”,
verb. dib. d’appello, pag. 11) senza mai eiaculare - contrasta in modo irrimediabile
con il racconto secondo cui AP 1 imponeva alla donna degli atti sessuali quale
concretizzazione della sua superiorità di maschio (“così impari”, “sono
più forte di te”,…).
In più, al
dibattimento d’appello, la descrizione di quel che è accaduto dopo gli atti
sessuali imposti cambia sensibilmente:
“
Dopo lui è andato via. Non
so dove. Io sono rimasta in camera a piangere. Sono rimasta in camera fino al
ritorno del mio ex marito. Non ricordo che ora fosse. Non sono uscita perché
lui mi ha detto di non uscire. Non mi ha chiusa a chiave in camera. Quando lui
è rientrato, mi ha detto soltanto “così impari, sono più forte di te”” (verb.
dib. d’appello, pag. 10).
Come si
vede, qui, durante la sua assenza, il marito l’aveva chiamata più volte per
darle la colpa di quanto accaduto e per marcare la sua autorità.
Al
dibattimento d’appello, invece, non ci sono più telefonate ed è solo al suo
rientro che il marito le dice “così impari, sono più forte di te”.
i. Poi, dopo aver spiegato che questo primo episodio era avvenuto quando
già lavorava ad __________, ACPR_1 ha raccontato il secondo episodio in cui -
sempre secondo le sue dichiarazioni - il marito l’aveva costretta a subire una
penetrazione anale:
“
il secondo episodio è
successo non tanto tempo dopo, era comunque prima del trasloco per __________
che è avvenuto circa nei primi di ottobre. Non so dire perché quella volta
abbiamo litigato. Io mi ricordo che volevo andare in bagno, lui mi ha seguita e
in bagno mi ha picchiata sulla testa ed io sono caduta vicino al lavandino. Io
poi sono scappata, andando verso la stanza e lui poi mi ha raggiunta. Aveva
preso un coltello nella sala dove si cucina, mi ha raggiunta in stanza, io in
quel momento mi trovavo sul letto, e mi ha detto che mi avrebbe ammazzata con
il coltello. Si è avvicinato, me lo ha messo vicino alla pancia e vicino al
collo. Non ha fatto niente, mi ha solo minacciata, poi lo ha buttato a terra.
Mi ha tolto il training, mi ha picchiata sulla testa e mi è entrato un poco di
dietro, facendomi male. Io ero su un fianco e lui mi tratteneva le mani sul
davanti. Anche in quell’occasione io piangevo, lui poi dopo se n’è andato via
come la prima volta.
ADR che anche in questa
occasione non ho detto niente, piangevo solamente” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI
27, pag. 6).
l. Confrontando queste con le altre dichiarazioni, si ha un nuovo
importante cambiamento di versione. In precedenza, la donna aveva detto che,
nei due episodi successivi, le cose si erano svolte “esattamente come la
prima volta” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 00:40, pag. 5). Quindi, stando a
quello che aveva raccontato l’8 novembre 2013 (ore 14:05, pag. 3 e 4), tutte e
tre le volte, il marito la penetrava sino ad eiaculazione. Qui, invece, dice
che, nel secondo episodio, il marito si è limitato ad “entrare un poco di
dietro”.
Inoltre,
l’apparizione del coltello in questo secondo episodio costituisce un’ulteriore
contraddizione rispetto alle versioni precedenti in cui, invece, aveva detto
che, in tutte e tre le occasioni, le cose si erano svolte nello stesso modo.
Rispetto a
questa dichiarazione, si registra, qui, un’ennesima modifica: qui, la seconda
coazione avviene mentre lei era coricata su un fianco mentre negli altri
episodi la donna si racconta come sdraiata bocconi.
Si registra,
poi, un altro importante cambiamento di versione. Nel verbale dell’8 novembre
2013.
(ore 14:05, pag. 3) aveva detto:
“
non ricordo se mi
minacciava in questi frangenti”.
Qui sostiene
espressamente il contrario parlando del coltello.
Sulla
questione del coltello occorre, ancora, sottolineare che l’ACPR_1, in un altro
verbale, ne aveva parlato come di un solo episodio ma senza riferirlo alle
coazioni sessuali (PS ACPR_1 8.11.2014, ore 14:05, pag. 3).
Ma,
soprattutto, occorre dire che, in aula, raccontando di questo secondo episodio,
l’ACPR_1 ha del tutto dimenticato il coltello. Soltanto dopo che la PP cercò di
farle ricordare la cosa, ACPR_1 si sovvenne faticosamente di un coltello ma non
riuscì a collegarlo all’episodio:
“
Alla PP che mi chiede se
ricordo che lui mi aveva mostrato qualcosa o se era successo qualcosa in bagno,
rispondo che una volta mi ha mostrato un coltello. Non mi ricordo però quando”
(verb. dib. d’appello, pag. 11).
La cosa è
particolarmente significativa ritenuto come, se davvero ci fosse stato,
l’utilizzo del coltello sarebbe stato il dettaglio più pregnante che sarebbe
rimasto impresso e avrebbe, con chiarezza, distinto quell’episodio dagli altri.
La non
credibilità delle dichiarazioni di ACPR_1 è, ormai, a questo punto, irrimediabile.
m. Quindi, l’ACPR_1 ha raccontato del terzo episodio:
“
il terzo episodio era
quando eravamo a __________, da poco tempo. Era il periodo in cui lui pitturava
la casa. Non so il motivo per cui avevamo litigato perché litigavamo spesso per
ogni cosa. Io stavo riordinando la casa, era verso l’orario di pranzo. (…) Quel
giorno abbiamo quindi litigato, mi ha picchiata, mi ha spinta contro il letto.
Preciso che non avevamo ancora il materasso ma un materasso ad aria che era
molto alto che avevamo messo sopra il letto che era stato comprato. Quando mi
ha spinta, mi sono ritrovata con il tronco sul materasso e le gambe verticali.
Preciso che il materasso mi arrivava all’altezza della vita. Lui mi ha tolto i
pantaloni da dietro e da dietro mi ha premuto contro questo materasso e poi mi
ha penetrata. Lui mi si è messo dietro contro, non riuscivo a muovermi e poi mi
ha penetrata da dietro, per poco, mi ha fatto male.
ADR che anche questa volta
piangevo.
ADR che in quell’occasione
lui non è andato via, è rimasto in casa e mentre io ancora piangevo sul letto
lui si è messo sul divano a guardare la televisione” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI
27, pag. 6).
n. Confrontando questa con le precedenti dichiarazioni, si notano altre
contraddizioni o cambiamenti di versione:
-
nel primo verbale ha detto di essere rimasta, sempre, dopo le tre coazioni, “sveglia
per tutta la notte” (PS ACPR_1 8.11.2013, ora 00.40, pag. 5). Qui,
smentisce tale dichiarazione situando la terza coazione “verso l’orario di
pranzo”;
-
inizialmente, ha detto che, dopo le forzate penetrazioni anali, il marito “si
metteva a dormire” (PS ACPR_1 8.11.2013, ora 00:40, pag. 5). Qui cambia
versione affermando che, dopo la terza coazione, il marito “si è messo sul
divano a guardare la televisione”;
-
conferma la modifica di versione già evidenziata sopra, affermando che il
marito, pur facendole male, l’ha penetrata “per poco” e non più sino ad
eiaculazione.
o. ACPR_1 ha spiegato che questa è stata l’ultima violenza sessuale
subita:
“
questa è l’ultima volta
che mi ha fatto una violenza sessuale, ha però continuato a picchiarmi come
descritto” (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 6).
p. Sempre in questo verbale, ACPR_1 ha, poi, raccontato di una volta in
cui il marito si era arrabbiato perché lei non gli aveva preparato un kebab
come da lui richiesto ed aveva rotto un bicchiere, mettendole il coccio di
vetro vicino al collo:
“
Lui si è arrabbiato perché
non avevo preparato un Kebab e lui voleva mangiarlo da qualche giorno (...) lui
spesso rompeva le cose, anche i regali che mi erano stati fatti, bicchieri o
altro. Quel giorno gli avevo detto di non rompere un bicchiere che mi piaceva
particolarmente. Quello per il latte macchiato l’ha rotto e ha preso un coccio
di bicchiere e me lo ha messo vicino al collo dicendomi “cosa tuo marito non
può bere e deve comprarsi un bicchiere”. Poi aveva rotto anche il piatto ma
prima aveva gettato il cibo che c’era dentro per terra e anche nei miei
capelli.
ADR che non si tratta
dell’episodio raccontato a confronto dove mi aveva messo la pizza nei capelli”
(MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 7).
q. Da segnalare una strana coincidenza: come già nel racconto della pizza
(vedi sopra consid. 14.r), anche qui il cibo che il marito butta per terra va,
in parte, a finire nei capelli della moglie.
La cosa - di
per sé difficile perché presuppone che la moglie sia seduta o accovacciata in
una posizione più bassa rispetto al tavolo o, comunque, al braccio del marito -
diventa inverosimile se riferita a due episodi.
Da riferire qui
che, in aula, l’ACPR_1 non ha più messo in relazione il kebab all’episodio del
bicchiere rotto - che è stato legato, invece, ad un cibo (verdura e carne) non
gradito dal marito - ma ne ha parlato nei seguenti termini:
“
Mi ricordo che una volta siamo andati
a prendere un kebab. Lì lui si è arrabbiato, non so per cosa, e se ne è andato
via con la macchina. Io l’ho chiamato per dirgli che ero lì e che lo aspettavo.
Lui è tornato e, in macchina, mi ha picchiato sulla gamba con la mano. Mi ha
dato dei pugni molto forti. Mi diceva che io non dovevo fare di testa mia ma
solo quello che voleva lui. Quel giorno mi ha picchiata perché io ero scesa
dalla macchina ed ero scesa perché avevo paura di lui. Avevo paura che, se
rientravo in macchina, mi picchiava di nuovo.
Non riesco a situare nel tempo
questo episodio. Ricordo che eravamo a __________, vicino alla stazione.
A domanda della presidente rispondo
che, nel viaggio verso il rivenditore di kebab, AP 1 non mi ha picchiato.
Ricordo che, quando l’ho chiamato
al telefono, gli ho detto che (recte: chiesto se) voleva che io tornassi a
piedi o se invece tornava a prendermi. Lui mi ha detto che sarebbe tornato a
prendermi.
In macchina mio marito si è fatto
consegnare il kebab che avevo comprato e l’ha buttato nei campi. Quando siamo
arrivati a casa lui mi ha chiesto dove fosse il kebab e poi ha preteso di
ritornare nei campi a cercarlo. Siamo usciti di nuovo. Lui ha visto il kebab ed
io ho dovuto andare a prenderlo.
Rientrati a casa, alla __________,
mi ha costretto a mangiare tutti e due i kebab. Mi ha costrette con le botte”
(verb. dib. d’appello, pag. 5 e 6).
Come si
vede, si tratta di un tutt’altro film.
A questo
racconto la Corte non ha creduto. Già solo per il fatto che, se davvero fosse
successo, vista la sua natura particolarmente umiliante e pesante (la donna è
stata costretta a mangiare ben due porzioni di kebab precedentemente buttate in
un campo), di esso la donna avrebbe certamente parlato agli inquirenti. A
maggior ragione, vista la loro insistenza nel chiederle di fare esempi concreti
delle liti con il marito.
r. Sempre nel verbale del 25 novembre 2013, l’ACPR_1 ha, inoltre, riferito
che il marito l’ha più volte minacciata col coltello:
“
è capitato più di una
volta che lui mi ha mostrato il coltello minacciandomi” (MP ACPR_1 25.11.2013,
AI 27, pag. 7).
s. Anche in questo breve stralcio di verbale si segnala un cambiamento di
versione.
In
precedenza, la donna ha parlato del coltello mettendolo in relazione ad un solo
episodio:
“
un’altra volta mi è venuto
incontro con un coltello” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 2, 3 e 4).
Qui descrive
minacce ripetute con il coltello.
21.
a. Il ginecologo dell’ACPR_1, dott. __________, interrogato il 25
novembre 2013, ha, in sostanza, detto che, nel corso della prima visita legata
al suo stato interessante (avvenuta il 30 ottobre 2013), ACPR_1 non gli disse
nulla che potesse metterlo in allarme:
“
ricordo però che lei mi
spiegò che vi erano delle difficoltà d’accettazione della gravidanza da parte
del di lei marito. Mi ricordo pure di avere discusso con lei delle possibili
difficoltà che un uomo incontra quando gli viene annunciato, per la prima
volta, che la moglie è incinta. Le avevo quindi consigliato di dargli del tempo
per abituarsi (…)
ho indicato una annotazione
in relazione a quanto sopra, fra le mie note personali. Sulle stesse ho
scritto: “marito : difficile ++”.
ADR che c’erano delle
difficoltà di relazione marito - moglie. Il “++” l’ho marcato perché avevo
percepito una difficoltà di coppia non banale, non il semplice litigio.
Altrimenti non avrei fatto un’annotazione del genere. (…) Non credo mi disse
nulla di rilevante per l’evoluzione della gravidanza, altrimenti avrei fatto
altre domande. (…) ACPR_1 non pianse (…) non avevo alcun elemento per temere
della salute della paziente e del feto” (MP __________ 25.11.2013, AI 26, pag.
3, 4 e 5).
b. Il fatto che, al suo ginecologo, nel segreto della consultazione (cui
il marito non partecipò), l’ACPR_1 nulla disse delle pesanti e quotidiane percosse
poi denunciate è un ulteriore indizio della non credibilità della donna.
Non ha,
infatti, da essere ulteriormente spiegato che la donna incinta che teme per la
vita del bimbo che porta in grembo non avrebbe esitato a confidarsi con il suo
medico.
22.
a. Il 27
novembre 2013, gli inquirenti hanno sentito __________ (detto __________) __________,
l’amico che AP 1 ha aiutato, il 7 novembre 2013, per il trasloco:
“
io conosco XY (…) e mi
succede di frequentare il suo bar, il bar __________ di Contone. (…) In quel
luogo ho conosciuto ACPR_1 (…) da lei ho saputo che aveva avuto delle attività
che erano andate male. Poi a maggio o giugno 2013 ho conosciuto AP 1 che era
giunto a trovare il fratello XY in corrispondenza con la nascita di un suo
figlio. (…) Quando AP 1 mi ha detto che si voleva sposare, gli ho detto di
pensarci bene, era troppo presto. Si parlava tra amici, anche il fratello
glielo diceva. Tutti gli dicevano di non correre. (…) lui rispondeva dicendo
che con ACPR_1 stava bene, era contentissimo e voleva sposarsi” (PS __________
27.11
, pag. 2 e 3).
Il signor __________
ha poi raccontato che, per quanto lui sapeva, il matrimonio fra i due andava
bene:
“
mai ho sentito una
lamentela o che le cose tra AP 1 e ACPR_1 non andassero bene. AP 1 si lamentava
del fatto che non aveva il permesso perché questo gli impediva di lavorare e
quindi non aveva una stabilità. Lui aveva progetti, voleva lavorare. (…) posso
dire di non aver mai visto loro due avere dei problemi. Li vedevo entrambi al __________
di __________ dove facevano colazione. (…) Non ho mai visto problemi” (PS __________
27.11
, pag. 2 e 4).
b. Le dichiarazioni di __________ sconfessano - insieme a quelle, che
vedremo, di altri - il racconto dell’ACPR_1 secondo cui il suo matrimonio era “un
incubo” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 00:40, pag. 3).
23.
a. Sempre
il 27 novembre 2013 gli inquirenti hanno sentito __________, che divideva con i
coniugi AP 1 l’appartamento alla __________. Il teste ha raccontato di avere,
sì, sentito i due coniugi qualche volta alzare la voce, ma di non avere mai
avuto l’impressione che si trattasse di liti violente. Al contrario, egli ha
raccontato di avere visto più volte i due in atteggiamenti affettuosi e intimi:
“
lavoro alla scuderia __________
da circa 10 anni. (…) ho una camera a me assegnata. (…) stimo di dormire in
questo luogo circa due volte alla settimana. (…) ho conosciuto entrambi
(n.d.r.: i coniugi AP 1) (…) loro abitavano assieme. (…) avevano la loro camera
ma il bagno, la doccia come pure l’angolo cottura erano in comune. (…) mi è
successo di sentirli parlare forte, discutere in modo animato ma non ho
compreso le parole. Non so dire che cosa si dicessero. A precisa domanda
rispondo che non ho mai sentito dei colpi che mi lasciassero credere stessero
litigando, come pure non li ho mai visti mettersi le mani addosso. (…) li
vedevo spesso abbracciati, in intimità” (PS __________ 27.11.2013, pag. 2, 3 e
4).
b. Anche __________, proprietario del bar __________ di __________ che è
stato sentito dagli inquirenti il 27 novembre 2013, ha precisato di non avere
mai visto i due coniugi litigare:
“
erano come una normale
coppia, per intenderci non li ho sentiti o visti litigare” (PS Vita 27.11.2013,
pag. 6).
c. Pure __________ - proprietario della Scuderia __________ a __________ -
ha dichiarato, non soltanto di avere avuto la percezione che i due fossero
davvero innamorati, ma anche che i due dicevano esplicitamente di esserlo:
“
loro dicevano di essere
innamorati. Io ho avuto anche la percezione che potessero esserlo” (MP __________
28.11
, AI 30, pag. 3).
__________
ha, poi, precisato di averli sentiti litigare, ma normalmente e che, per quanto
gli fosse possibile dirlo visto che non era sempre presente, i litigi non erano
particolarmente frequenti:
“
mi capitava di sentirli
litigare, ma erano discussioni “normali” (…) si trattava di battibecchi che
succedono fra le coppie, cose del tipo “mi porti tu la spesa” o simili. Non
potrei nemmeno dire che fossero dei veri e propri litigi. Non li sentivo litigare
spesso (…) ADR che non li ho mai sentiti litigare in maniera “forte” e/o
violenta. ADR che io rammenti non ho nemmeno mai visto uno dei due piangere per
un litigio o simili” (MP __________ 28.11.2014, AI 30, pag. 3 e 4).
d. Ancora una volta, va sottolineato che le persone che hanno potuto
constatare de visu quali fossero i rapporti fra i due coniugi, danno di essi
una descrizione in aperto contrasto con quella data dall’ACPR_1.
24.
a. Nel
suo interrogatorio, il proprietario del bar Ideal ha anche raccontato agli
inquirenti che una sera - si trattava, secondo le dichiarazioni dell’imputato,
della sera del 7 novembre 2013 -AP 1 arrivò nel suo locale scuro in volto e,
alle sue domande, rispose di avere litigato con la moglie:
“
Io ero dietro al bancone e
lui si è confidato con me dicendomi che aveva avuto un litigio con la moglie
(…) AP 1 si è seduto al bancone, ha preso una birra. (…) l’ho visto per i
cavoli suoi e scuro in volto tanto che poi gli ho chiesto che cosa avesse e lui
mi ha risposto che aveva avuto dei problemi con la moglie. (…) quella sera è
stato per tanto tempo al bar (…) ha bevuto della birra (…) Certamente più di
quattro o cinque. (…) A precisa domanda rispondo che è stata la prima volta che
si è confidato con me, prima non abbiamo mai fatto grandi chiacchiere. Non è un
tipo che parla tanto. (…) mi ha detto che lei era incinta e che lui non voleva
il bambino. Poi ha detto altre cose che non so ora precisare perché è passato
del tempo e perché non ho dato particolarmente peso a quanto raccontava” (PS __________
27.11
, pag. 2, 3, 4 e 5).
b. Al
dibattimento d’appello, la PP ha contestato a AP 1 le dichiarazioni appena
citate di __________ sostenendo, in sostanza, che esse contraddicessero le sue
in relazione all’accettazione della gravidanza:
“
La PP mi contesta il verbale di __________
27.11
, pag. 5, riga 26.
La sera del 7.11.2013, dopo che mia
moglie se n’era andata, sono andato al bar che è vicino a casa nostra. Sono
rimasto fin dopo l’ora di chiusura. Io e il proprietario del bar abbiamo bevuto
parecchio. Eravamo tutti e due ubriachi. Abbiamo parlato in generale dei nostri
problemi. Io gli ho certamente detto che non avevo lavoro e che mia moglie era
incinta. Ma certamente non gli ho detto che il mio problema era la gravidanza.
Il discorso era “siamo senza soldi, senza lavoro e adesso arriva il bambino…”
(verb. dib. d’appello, pag. 14).
c. La spiegazione di AP
1.
è parsa, alla Corte, molto coerente con le sue precedenti dichiarazioni e con
le risultanze oggettive dell’incarto.
25.
Il 28 novembre 2013 gli inquirenti hanno sentito __________, il
cameriere che lavorava con l’ACPR_1. Delle sue dichiarazioni, l’unica rilevante
è la seguente:
“
posso dire che ZZ_1 mi
disse che ACPR_1 era stata picchiata dal compagno. (…) non vi erano ematomi
visibili” (MP __________ 28.11.2013, AI 29, pag. 3).
26.
a. Il 5
dicembre 2013 gli inquirenti hanno nuovamente sentito AP 1 che, ancora una
volta sollecitato dalla PP sugli stessi argomenti (gelosia, vita sessuale,
litigi e gravidanza), ha ribadito le sue precedenti dichiarazioni.
Qui ci si
limita a riprendere il seguente stralcio di verbale:
“
ADR che ero (n.d.r.:
geloso) nei limiti normali. La gelosia d’altronde è indizio di quanto si tiene
ad una persona.
Mi viene chiesto se allora
è per questo motivo che io il 24.09.2013 scriva a mia moglie chiedendole se “ti
scopi con Umberto” che altri non è che il proprietario de __________ (…).
R. non ricordo questo
messaggio e quindi non posso rispondere nel merito. Però magari era uno scherzo
nel senso perché __________ più volte mi diceva che se non l’avessi sposata io
l’avrebbe sposata lui. Comunque quello che diceva __________ io non facevo
molto caso perché lui è un ubriacone e io non avevo una grande opinione di
quello che mi diceva (…) La verbalizzante mi dice che ho uno humour un po’
strano e mi ricorda che in quel periodo già picchiavo e rispondo che “certo la
picchiavo perché pensavo che andasse a letto con __________”… questo lo dico
con ironia.
La verbalizzante mi dice
che mia moglie mi ha risposto rassicurandomi (…) “ti amo anche io sto facendo
la lettera per la disoccupazione”.
R. Non è vero, la sua
risposta dimostra come lei l’abbia interpretato come uno scherzo” (MP AP 1
5.12
, AI 40, pag. 2 e 3).
b. Questa Corte rileva la ragionevolezza dell’interpretazione data da AP 1
al suo sms che la PP ha interpretato come un indizio di particolare gelosia. Se
davvero così fosse stato, cioè se l’sms fosse stato serio, la moglie non gli
avrebbe certamente risposto nei termini che ha usato.
27.
a. Sentita
dalla PP il 7 dicembre 2013, __________, l’amica dell’ACPR_1 che vive in
Germania, ha raccontato che, in un sms inviatole alle 15:43 del 7 novembre
2013, ACPR_1 le scrisse che si sarebbe separata dal marito:
“
hallo süsse wie gehts
dir schon lange nichts mehr gehort bin schwanger werd mich aber von meinem mann
trennen un casino meld dich mal wenn du magst heute habe ich frei bussi micki”
(AI 42, pag. 5).
b. Questo sms conferma che non fu il
colloquio telefonico con l’amica tedesca a dare all’ACPR_1 la forza di reagire
al marito e dimostra - ancora una volta - che ACPR_1 era ben decisa, non solo
ad andare in polizia, ma a rompere con AP 1 ancor prima dell’ultimo litigio.
Si conferma,
dunque, anche la conclusione secondo cui, su questo punto, ACPR_1 ha, sin
dall’inizio, mentito agli inquirenti.
Ancora una
volta, sorprende il tono quasi spensierato (“hallo süsse wie gehts dir schon
lange nichts mehr gehort (…) bussi”) del messaggio (che ricorda quello
spedito quella mattina alla ZZ_1).
c. Poi, su quanto ACPR_1 le disse nella telefonata che lei le fece quella
sera, __________ ha detto quanto segue:
“
dopo le 20:00 l’ho poi
richiamata. (…) Io le chiesi per quale motivo voleva divorziare e lei mi disse
che non ci stava più bene e che veniva picchiata regolarmente da suo marito.
(…) io ci sono rimasta malissimo per quello che lei mi diceva. Io le risposi
che doveva prendere chiavi e borsa e uscire subito di casa e di recarsi a fare
denuncia nel primo posto di Polizia. Mi disse che suo marito non voleva il
bambino e che se lei non avesse fatto un appuntamento per fare un aborto
avrebbe ammazzato lei e il bambino. (…)
ADR che sono rimasta a
lungo al telefono, fino a quando non ho sentito che lei era in auto. Sono
rimasta al telefono con lei in quanto temevo che succedesse qualcosa a lei e
che lui le impedisse di andarsene, che non potesse uscire fuori di casa.
ADR (…) Non mi disse che
quella sera lei era stata picchiata (…)
ADR che ACPR_1 piangeva nel
mentre eravamo al telefono. Lei era ansiosa e angosciata” (MP __________
7.12
, AI 42, pag. 6 e 7).
d. Si rileva che, in quella telefonata, all’amica ACPR_1 non raccontò
di essere stata picchiata quella sera. Ciò appare molto strano e incongruente
con la versione dell’ACPR_1 secondo cui, poche ore prima, il marito l’aveva
pesantemente aggredita verbalmente e picchiata.
e. La signora __________ ha, poi, spiegato che l’amica non le aveva detto
nulla riguardo ad atti sessuali a lei imposti dal marito:
“
non mi ha mai detto di
aver subito delle violenze di natura sessuale. (…) sono scioccata che sia
successa anche la coazione sessuale. Sono scioccata che lei non me l’abbia
detto. (…) io a questo punto non so cosa dire. Forse lei si è vergognata nel
dirmelo o in realtà non è successo. Io credo che per lei sia già stato
abbastanza difficile “abbassare la testa” nel riferire le lesioni subite e
quindi la vergogna era troppa per riferirmi altro. (…)
ADR che nemmeno in passato
abbiamo parlato di quanto sopra. Quello che si fa con il partner è personale. (…)
Forse lei non mi ha detto nulla anche perché è molto religiosa” (MP __________
7.12
, AI 42, pag. 7 e 8).
f. Significativo è il fatto che - nella lunga telefonata che ebbe con
l’amica - l’ACPR_1 nulla le abbia detto delle, poi, pretese coazioni sessuali:
“
non mi ha mai detto di
aver subito delle violenze di natura sessuale”.
Altrettanto
significativo è che l’amica abbia - non appena venne informata ad opera della
PP - subito ipotizzato come ragione del silenzio, in alternativa alla
“vergogna”, l’inesistenza di tali violenze:
“
Forse lei si è vergognata
nel dirmelo o in realtà non è successo”.
E’ vero che,
poi, la donna ha cercato di dare più consistenza all’ipotesi del tacere per
vergogna. Tuttavia, questa specie di virata è sembrata alla Corte un tentativo
di riaggiustare la rotta per non danneggiare l’amica. Questo a maggior ragione
se si considera che, appena saputo di essere stata tenuta all’oscuro di tali
dettagli, la donna aveva reagito nel seguente modo:
“
sono scioccata che lei non
me l’abbia detto. (…) io a questo punto non so cosa dire”.
g. Dell’amica, __________ ha descritto le seguenti caratteristiche:
“
se devo descriverne il
carattere posso dire che lei è una persona alla quale si può dare fiducia,
questo sia lavorativamente parlando che per le questioni personali. Inoltre
trovo che sia una persona solare (…)
ADR che non ritengo che sia
una persona “furba” nel senso di manipolatrice. (…)
ADR che è una persona un
po’ ingenua, nel senso che lei crede normalmente a quello che le viene detto.
Questo avviene normalmente dopo che c’è la conoscenza fra lei e il suo
interlocutore. In questo senso posso dire che è troppo buona. Lei è
“gutgläubig”. E’ una persona che pensa prima agli altri che a se stessa” (MP __________
7.12
, AI 42, pag. 3).
La signora __________
ha, poi, aggiunto che ACPR_1 non è solita mentire:
“
a mio modo di vedere, ACPR_1
non mentirebbe. Nemmeno potrei immaginarmi per quale motivo dovrebbe farlo.
ADR che a me ACPR_1 non ha
mai mentito” (MP __________ 7.12.2013, AI 42, pag. 8).
h. A quest’ultimo proposito, non si può non rilevare che il giudizio
dell’amica lascia il tempo che trova. Non ha da essere spiegato, infatti, che è
ben possibile che il destinatario di una menzogna non si accorga di essere
stato ingannato.
i. Il 7 gennaio 2014 è stata sentita la madre di ACPR_1 che ha descritto
la figlia come una persona di buon carattere, “docile”, “tranquilla”
e “gioviale”, che non le ha mai causato problemi, fin troppo disponibile
(“hilfsbereit”) verso gli altri e fin troppo fiduciosa nella bontà
dell’animo umano (“gutgläubig”) (MP M. L. Letigeb 7.1.2014, AI 70, pag.
2).
La madre le
ha negato doti di manipolatrice o di calcolatrice ed ha affermato che:
“
in nessun caso mia figlia
potrebbe denunciare qualcuno al solo scopo di allontanare questa persona e
tenere il bambino, anzi tutto è più difficile e questo ACPR_1 lo sa benissimo.
Questo non è sicuramente il modo in cui avrebbe desiderato avere un figlio” (MP
M. L. ACPR_1 7.1.2014, AI 70, pag. 4).
l. L’immagine di donna aperta, ingenua e incapace di mentire per secondi
fini è stata sgretolata dall’accertamento secondo cui l’ACPR_1 ha nascosto il
suo matrimonio a tutti nelle modalità di cui già s’è detto.
Anche il
fatto che l’ACPR_1 abbia nascosto, non solo il matrimonio, ma anche l’esistenza
del suo rapporto con AP 1 ai familiari (“ACPR_1 non mi ha raccontato pressoché
nulla di AP 1, aveva accennato di aver conosciuto qualcuno solo alla sorella ma
questo poco prima che succedessero i fatti”, MP ACPR_1 7.1.2014, AI 70, pag. 3) depone contro
l’immagine di donna aperta e ingenua che si è voluto dare di lei.
Inoltre
contribuisce a sgretolare tale immagine l’accertamento secondo cui la donna ha
mentito sull’inizio della sua attività lavorativa presso il bar __________.
Sappiamo che
l’ACPR_1 - prima dell’inizio del procedimento e, poi, per tutta la sua durata
fino al dibattimento di secondo grado - ha sostenuto di avere iniziato a
lavorare per la ZZ_1 il 15 settembre 2013 (verb. dib. d’appello, pag. 7).
In realtà,
come emerge con chiarezza dagli sms che seguono, l’inizio di tale attività
risale - così come, peraltro, dichiarato da AP 1 (verb. dib. d’appello, pag. 3)
- ad un momento ben precedente:
- sms del 3.8.2013, ore 21:59:
“ Wie kann ich dich erreichen?”
“
Bin bei der Arbeit,
meld mich morgen hab dich lieb”
- sms
del 10.8.2013, ore 14:59:
“
Hab interne bei der
Arbeit”
-
sms del 17.8.2013 di ACPR_1 a ZZ_1 (in cui la prima dice alla seconda che le
ha comperato le caraffe per il vino visto che quelle nel bar erano quasi tutte
rotte, cfr. verb. dib. d’appello, pag. 8):
“
Ciao ZZ_1 di preso gli caraffe
tutto posto ai sentito qualcosa per il appartamento? Ai preso la menta ciao a
dopo ti voglio bene”
- sms del 19.8.2013 di ACPR_1
a ZZ_1:
“
ACPR_1 4.9.1976”
- sms del 19.8.2013 di ACPR_1
a ZZ_1:
“
Ciao ZZ_1 di devo lasciare gli
soldi dentro cassetto non mi ai dato la chiave buona notte bacio”
- sms del
31.8
, ore 9:44:
“
Hallo süsse! Wie Du
arbeitest wieder? Wo denn? Geht’s dir gut? Kannst Du das Geld denn schon
zurückzahlen. Ich will nicht dass Du in Bedrängnis kommst”
- 3.9.2013,
ore 10:24 di ACPR_1 alla sorella:
“
Hallo kleine Mauss,
arbeite jetzt in ____ bei ZZ_1. Ist viel Arbeit aber macht Spass. Hab dich
lieb…”
- sms del
3.9
, ore 10:25:
“
Ah ok. Bist grad beim
arbeiten”
- sms del
3.9
, ore 10:26:
“
Nein, arbeite um 17.00.
Bin einen Kaffe trinken”
-
sms del 12.9.2013, ore 8:11 della ZZ_1 a ACPR_1:
“
ACPR_1 che fai? Vieni a lavorare?
Fammi sapere”
- sms del 12.9.2013, ore
8:12 della ZZ_1 a ACPR_1:
“
Mi sento proprio presa in giro.
Visto e considerato che non ti interessa di farmi sapere nulla domani mattina
chiamo la disoccupazione e metto accorrente di tutta la situazione e in più
avviso l’autorità”.
Da questi
sms risulta con evidenza che l’ACPR_1 ha iniziato a lavorare per la ZZ_1 al più
tardi ad inizio agosto 2013 e che si è trattato di un’attività regolare e non
di alcune ore di prova - o, come poi ha preteso, di ore prestate gratuitamente
per aiutare l’amica messa in difficoltà da una cameriera che l’aveva lasciata -
come la donna ha cercato, ancora in aula (verb. dib d’appello, pag. 9), di far
credere.
Del resto,
la donna ha anche mentito alla Corte quando ha sostenuto di avere annunciato
all’assicurazione disoccupazione quelle (poche) ore fatte (verb. dib.
d’appello, pag. 9). In effetti, nessun annuncio di questo genere è contenuto
nell’incarto dell’assicurazione disoccupazione che questa Corte ha richiamato.
Non si può,
a questo proposito, non annotare che, al dibattimento d’appello, la stessa ACPR_1,
evidentemente in un momento di disattenzione, ha ammesso di avere iniziato a
lavorare dopo il matrimonio per poi immediatamente correggersi:
“
Dopo il matrimonio io
lavoravo al ristorante __________ di __________. O meglio, dopo il matrimonio
ero in disoccupazione. Ho iniziato a lavorare soltanto il 15 settembre” (verb.
dib. d’appello, pag. 5).
Che il
lavoro prestato da ACPR_1 prima del 15 settembre 2013 non fosse una semplice
prova risulta, anche, dal commento che la stessa ACPR_1 ha fatto ad un sms del
12.
settembre 2013:
“
ACPR_1 che fai? Vieni a lavorare?
Fammi sapere.”
Sì, sono stata malata. Avevo la
nausea fortissima e quindi non potevo andare a lavorare.
A domanda dell’avv. DI 1 rispondo
che effettivamente io avevo avvisato già in precedenza ZZ_1 che non sarei
andata a lavorare perché stavo male. Quello era il mio giorno libero
(sott. del red.). A domanda dell’avv. DI 1 preciso che io avevo avvisato ZZ_1
con un colloquio telefonico” (verb. dib. d’appello, pag. 8).
E’ evidente,
infatti, che chi presta alcune ore di lavoro come prova non beneficia di giorni
liberi.
Va, qui,
sottolineato che l’ACPR_1 ha mentito alla Corte anche sostenendo che lei,
comunque, aveva già avvisato in precedenza la datrice di lavoro della sua
assenza. Ciò risulta, infatti, con evidenza da quanto la ZZ_1 le scrisse nei
due sms inviati sempre quella mattina a distanza di un minuto l’uno dall’altro:
- sms del 12.9.2013, ore
8:11 della ZZ_1 A ACPR_1:
“
ACPR_1 che fai? Vieni a lavorare?
Fammi sapere”
- sms del 12.9.2013, ore
8:12 della ZZ_1 A ACPR_1:
“
Mi sento proprio presa in giro.
Visto e considerato che non ti interessa di farmi sapere nulla (sott. del red.) domani mattina chiamo la
disoccupazione e metto accorrente di tutta la situazione e in più avviso
l’autorità”.
Non ha da essere precisato
che le menzogne precedenti l’inizio del procedimento penale non potevano che
essere finalizzate all’ottenimento di prestazioni indebite.
Nemmeno ha da essere
spiegato che la capacità di ACPR_1 di mentire e, soprattutto, di mantenere nel
tempo tali menzogne distrugge quell’immagine di donna ingenua e incapace di
ingannare che di lei hanno dato l’amica e la madre.
Infine, sempre in questo
capitolo, la Corte ritiene di dover annotare che l’ACPR_1 - nella sua audizione
- ha dato prova di una certa scaltrezza quando - messa in difficoltà dal
patrocinatore dell’appellante che le chiedeva conto della sua attività
lavorativa - ha cercato di sviare l’attenzione da tale argomento raccontando -
quasi fuori contesto - di una frase (mai riferita prima) particolarmente
crudele che il marito le avrebbe detto:
“
Voglio precisare che, quando io
avevo la nausea, mio marito mi diceva “speriamo che hai buttato fuori il
bambino”” (verb. dib. d’appello, pag. 9).
28.
Il 18 dicembre 2013 AP 1 e la moglie sono stati nuovamente sentiti a
confronto.
a. In relazione al primo episodio, la donna ha raccontato che, un giorno
di agosto o settembre del 2013 (AI 53, pag. 3), quando erano alla __________,
lei aveva:
“
fatto gli stuzzichini per
della gente, sono clienti che abitano alla __________. Si è arrabbiato di
qualcosa non lo so perché ho fatto gli stuzzichini, ha detto: “pensa a far da
mangiare per me il pranzo”, e dopo ero in camera, ero caduta sul letto e mi ha
preso da dietro. E dopo non mi ha lasciato uscire dalla camera, ha detto: “sei
una puttana non vali niente” è andato via (…) piangevo.
P: Lei piangeva e lui le
diceva qualcosa?
V: “Sei una puttana”. Poi
diceva sempre: “sono più forte di te, così impari”” (AI 53, pag. 2 e 3).
In seguito -
sempre secondo il racconto della donna - AP 1 se ne andò via per quattro o
cinque ore. Durante l’assenza del marito, lei uscì dalla camera soltanto per
andare in bagno per mettersi dell’acqua in faccia (AI 53, pag. 3).
b. Su quel che ha fatto il marito dopo questa prima coazione, le
dichiarazioni della donna sono le seguenti:
- nel primo
verbale, non dice nulla di specifico ma si limita a dire che, dopo i
rapporti, il marito si metteva a dormire (PS ACPR_1 8.11.2013 ore 00:40 pag.
5);
- nel primo
confronto, non ci sono dichiarazioni specificamente attinenti al primo
episodio ritenuto che l’ACPR_1 si è limitata a dire che “lui la lasciava lì
e lei non poteva uscire dalla camera” (AI 32, pag. 21);
- il 25
novembre 2013, invece, parlando proprio del primo episodio, dice già
che, dopo, il marito se ne andò e rimase fuori alcune ore e che,
durante la sua assenza, lei lasciò la camera
solo per andare in bagno, ma aggiunge che:
“
Quando era fuori, AP 1 mi
ha chiamata 4/5 volte, io ho risposto perché se non lo avessi fatto, si sarebbe
arrabbiato ancora di più. Ancora quando mi chiamava, era arrabbiato, mi dava la
colpa di quello che era accaduto, perché non avevo fatto quello che voleva lui
e così almeno imparavo. Mi diceva che dovevo imparare e che lui era più forte
di me. Non mi ha subito chiesto scusa, lo ha chiesto il giorno dopo. Mi aveva
detto che gli dispiaceva” (AI 27, pag. 5 e 6).
Di tali
numerose telefonate, come si è visto, non c’è più traccia nelle dichiarazioni
rese durante il confronto.
Di esse non
v’è traccia nemmeno nelle dichiarazioni dell’ACPR_1 al dibattimento d’appello
(verb. dib. d’appello, pag. 10) dove, peraltro, ha detto che il marito le disse
“così impari, sono più forte di te” solo una volta rientrato a casa.
Ancora una
volta, dunque, le dichiarazioni di ACPR_1 sono tutt’altro che costanti.
c. AP 1 ha ribadito le sue precedenti dichiarazioni (AI 53, pag. 3, 4 e 5) ed
ha aggiunto:
“
sarebbe ridicolo che mi arrabbio per questo (…)
sarebbe ridicolo se fossi geloso per le cose così piccole come i stuzzichini”
(AI 53, pag. 4 e 5).
d. Inutile sottolineare, non solo la costanza delle dichiarazioni di AP 1,
ma anche la ragionevolezza della sua risposta alla contestazione secondo cui
egli si sarebbe arrabbiato con la moglie - e, perciò, le avrebbe imposto, quale
lezione, una penetrazione anale - per degli stuzzichini.
e. Quanto al secondo episodio, ACPR_1 ha raccontato quanto segue:
“
Non mi ricordo perché si è
arrabbiato (…) picchiato, però ero in camera è venuto con un coltello vicino,
io ero già sul letto, volevo dormire, perché mi ha fatto troppo male in faccia
e sulla testa. E’ arrivato con un coltello e ha detto: “ti ammazzo”. E lì ha
sempre fermato perché ha detto: “ti voglio bene” e dopo è caduto il coltello. E
prima è venuto col coltello vicino allo stomaco e mi ha… minacciato. E dopo mi
ha preso da dietro, mi ha tolto i pantaloni, era … molto aggressivo, io
piangevo (…)
P: (…) si ricorda prima che
lui arrivasse con questo coltello nella stanza, lei dov’era?
V: In bagno, penso, non
ricordo.
(…) E’ andato via… è
rimasto… non mi ricordo più” (AI 53, pag. 5).
f. Riprese le considerazioni già fatte per le dichiarazioni rese in PS ACPR_1
8.11
, ore 00:40, pag. 5 e in AI 32, pag. 21, va rilevata, rispetto alle
dichiarazioni rese il 25 novembre 2013, l’incertezza riguardo al bagno (là - AI
27, pag. 6 - ricordava perfettamente, qui non sa più dire).
Al
dibattimento, la donna ha - stranamente - ritrovato la memoria relativamente al
bagno:
“
Eravamo nel locale
bagno/doccia. Lì mi ha picchiato. Volevo mettere dell’acqua sulla faccia perché
mi bruciava dove mi aveva picchiato con una sberla. Ma lui me lo ha impedito.
Dopo sono andata in camera e lui mi ha seguito. Mi ha tirato giù i pantaloni. Mi
ha buttato sul letto. Mi ha preso da dietro” (verb. dib. d’appello, pag. 11).
Oltre
all’incostanza delle dichiarazioni dell’ACPR_1, non può non essere sottolineato
che stupisce che, colei che il 18 dicembre 2013 non ricordava praticamente
nulla del bagno, ritrovi la memoria a quasi un anno di distanza.
A maggior
ragione se si pensa che - come già sottolineato (cfr. consid. 20.l) - del
coltello di cui il marito si sarebbe servito per minacciarla prima della
penetrazione al dibattimento d’appello nulla ricordava.
g. AP 1 ha continuato a negare che l’episodio descritto dalla moglie sia
avvenuto (AI 53, pag. 5 e 6).
h. Con riferimento al terzo episodio, l’ACPR_1 ha raccontato che è
avvenuto nel corso del mese di ottobre (ma prima che seppe di essere incinta,
quindi, prima della metà del mese), quando già abitavano a __________:
“
In ottobre a __________.
(…) si arrabbiava sempre, cioè non facevo mai giusto niente (…) Non abbiamo
comprato ancora il materasso perché costa troppo il materasso, allora abbiamo
preso un letto di aria, ero sul letto. Ero … su questo letto quasi in piedi e
mi ha preso da dietro. (…)
P. (…) poi lui cosa ha
fatto (…)?
V. E’ rimasto lì (…) ha
bevuto (…) penso ha bevuto qualcosa, non ricordo” (AI 53, pag. 6).
i. Rispetto alle dichiarazioni del 25 novembre 2013, la donna cambia
versione su quello che il marito avrebbe fatto dopo: qui si mette a bere, là,
invece, guarda la televisione (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 6).
Inoltre, va
ricordato che, al dibattimento d’appello, raccontando di questo terzo episodio,
la donna ha detto di non ricordare se, prima, il marito l’avesse picchiata. Per
i commenti su questa modifica, si rinvia al consid. 20.f..
l. Continuando, la donna ha detto che il marito non si scusò mai dopo
questi tre episodi (AI 53, pag. 7).
m. Si registra, qui, un cambiamento di versione rispetto alle
dichiarazioni rese il 25 novembre 2013. Infatti, in quell’interrogatorio, la
donna aveva detto che, dopo il primo episodio, il marito si era scusato:
“
Non mi ha subito chiesto
scusa, lo ha chiesto il giorno dopo. Mi aveva detto che gli dispiaceva” (AI 27,
pag. 6).
Cambiamenti
di versione, su questo punto, si registrano anche con il primo confronto del 9
novembre 2013 dove ha detto che il marito “ogni tanto” si scusava (AI
32, pag. 22).
n. AP 1 ha ancora una volta negato di avere costretto la moglie a pratiche
sessuali da lei non volute e ha precisato, peraltro, che, da quando si erano
trasferiti a __________, non avevano più avuto rapporti anali (AI 53, pag. 7).
o. Sempre durante questo secondo confronto, l’ACPR_1 ha parlato di altri
rapporti anali che lei non ha gradito:
“
mi ha fatto altre volte e
io ho detto sempre: “non mi piace”” (AI 53, pag. 6; cfr., pure, pag. 12 e 13),
al ché
l’uomo le avrebbe detto “mi piace tutto quello che non piace a te” (AI
53, pag. 12), rispettivamente, come risulta dalla videoregistrazione, “mi
piace tutto quello che ti fa male”.
AP 1 ha
negato che la moglie gli abbia mai detto che quello che facevano nella loro
intimità non le piaceva (AI 53, pag. 7, 8 e 9).
p. A AP 1 - che continuava a negare gli addebiti - la PP ha chiesto di
spiegare perché la moglie avrebbe dovuto raccontare cose mai realmente
accadute.
AP 1 ha
risposto:
“
le sue ragioni le conosce solo lei” (AI 53, pag.
8),
tornando,
per il resto, a dire che, se davvero quanto raccontato da lei corrispondesse
alla verità, la donna si sarebbe dovuta rivolgere alla polizia dopo essere
stata stuprata e non solo dopo avere ricevuto le due sberle il 7 novembre 2013
(AI 53, pag. 8).
29.
a. Il 23 dicembre 2013 la PP ha proceduto all’interrogatorio finale in cui
AP 1 ha nuovamente ribadito le sue dichiarazioni (MP AP 1 23.12.2013, AI 59).
Davanti al
GPC, che l’ha sentito il 7 gennaio 2014, AP 1 ha nuovamente ribadito la sua
versione dei fatti (GPC AP 1 7.1.2014, AI 72).
Cosa che ha
fatto anche al dibattimento di primo grado (all. 1 al verb. dib. TPC, pag. 3) e
al dibattimento d’appello alla cui conclusione egli ha dichiarato:
“
Alla presidente che mi chiede cosa
provo oggi per la mia ex moglie rispondo che certamente non la amo più ma non
so dire esattamente cosa provo. Sono certamente arrabbiato per tutto questo.
Non so. Provo dei sentimenti contrastanti” (verb. dib. d’appello, pag. 16).
b. Rilevata la congruenza
dell’ultima dichiarazione di AP 1 con la situazione da lui vissuta, la Corte
l’ha ritenuta un ulteriore indizio di credibilità.
Altrettanto sincera è
apparsa alla Corte l’ultima dichiarazione di AP 1:
“
L’imputato, su domanda della
presidente, dichiara di sapere di avere sbagliato molte cose. Probabilmente di
avere sbagliato già sposandosi così presto. Sa di non essere stato un santo e
di non essersi sempre comportato benissimo durante la convivenza tanto che alla
fine ha anche picchiato ACPR_1 nei termini di cui ha detto durante il
dibattimento. Tuttavia lui non ha fatto nulla di quanto gli viene addebitato.
Ricorda che ieri ACPR_1 ha detto che lui le avrebbe detto che “così io non ho
il permesso ma tu non hai il bambino” facendo intendere così che fra di loro
c’era una specie di patto finalizzato all’ottenimento da parte sua del permesso
di vivere in Svizzera. Vuole precisare che così non è mai stato. Lui non aveva
nessun interesse di questo tipo. L’unica sua idea era ACPR_1, non la residenza
in Svizzera. Tanto è vero che più volte con la moglie hanno progettato di
trasferirsi o in Germania, o in Austria o in Serbia. Dichiara di essersi reso
conto che tutto può essere girato e interpretato in diversi modi. Lui non
chiede della bambina e allora si disinteressa. Lui chiede e allora disturba ACPR_1
di cui non rispetta le sensibilità. Così è per tutto quanto successo. Ribadisce
di non aver mai costretto la moglie ad atti sessuali non voluti. Riguardo la
gravidanza ribadisce di non esserne stato contento visto che arrivava in
un momento inopportuno avuto riguardo in
particolare alla loro situazione economico-lavorativa. Si rende conto di essere
stato probabilmente immaturo chiedendo alla moglie di abortire. Tuttavia
precisa di non averle mai fatto violenza affinché lei accettasse questa sua
richiesta. Si è trattato di discussioni tra lui e la moglie alla fine delle
quali lui ha sposato il desiderio della moglie e accettato la gravidanza
nonostante continuasse a pensare che arrivava in un momento inopportuno.
Dichiara di non avere compreso il rifiuto di ACPR_1 di indicarlo come padre
alle autorità tedesche e di soffrire per questo ma precisa di essere comunque
intenzionato ad assumersi fino in fondo le sue responsabilità e a contribuire,
per quanto possibile, al mantenimento della bambina che è sua figlia. Per
questo, precisa, dovrà comunque avere rapporti con ACPR_1 e si augura che
questi rapporti siano possibili” (verb. dib. d’appello, pag. 17).
30.
A questo punto non
occorre più spendere molte parole per spiegare i motivi per cui la Corte non ha
ritenuto credibili le dichiarazioni dell’ACPR_1: emerge, infatti, con chiarezza
da quanto sin qui evidenziato che esse non sono né lineari né costanti, che, in
molte parti, mancano di verosimiglianza intrinseca e, infine, che esse sono, in
buona parte, smentite dagli elementi oggettivi in atti così come dalle
dichiarazioni della maggior parte dei testi.
L’ACPR_1 ha, in estrema
sintesi, raccontato che la sua vita coniugale era stata un incubo,
caratterizzato da botte continue e serie minacce di morte che lei aveva
sopportato nella speranza di un cambiamento del marito che amava.
E ha aggiunto che fu
soltanto la telefonata dell’amica tedesca che, la sera del 7 novembre 2013, le
diede la forza di rivolgersi alla polizia perché le fece capire che, con il suo
comportamento, il marito metteva in pericolo anche la vita del figlio che lei
portava in grembo.
Tuttavia gli elementi
oggettivi in atti danno un’immagine diversa.
Prima di tutto, come
visto, non fu la telefonata dell’amica a darle la forza di rivolgersi
alla polizia.
Ma non solo.
Dagli atti emerge
un’immagine dell’ACPR_1 ben diversa da quella della donna terrorizzata dal
marito e che teme per la vita del figlio che lei ha voluto dare agli
inquirenti.
Da un lato, perché una
donna simile non rimanda al giorno successivo il ricorso alla polizia. Ci va
immediatamente. Proprio approfittando dell’assenza di quel marito violento e
che, sempre a suo dire, non la lascia mai uscire da sola.
Invece l’ACPR_1, che è a
casa da sola, nicchia.
Dice di no alla ZZ_1 che
le propone di andarci subito, spiegando che ci andrà solo l’indomani perché
quel giorno lei non aveva la macchina.
Ma quel motivo è risibile.
__________ non è fuori dal
mondo e ACPR_1 avrebbe avuto mille modi per contattare la polizia. Avrebbe
potuto telefonare. Oppure avrebbe potuto andare al posto di polizia di __________
dove, effettivamente, si recò quella stessa mattina per bere un caffè.
È proprio la risibilità
della motivazione che l’ACPR_1 dà all’amica per giustificare il rinvio al
giorno successivo che dimostra come la situazione che ella viveva non era
quella - di terrore per la vita sua e del bambino - che poi ha descritto agli
inquirenti.
Inoltre, se così fosse
stato, nemmeno la donna avrebbe, quello stesso giorno, contattato più volte il
marito per chiedergli di tornare presto, perché lei era a __________ senza
macchina.
La donna terrorizzata dal
marito manesco non ne sollecita in modo pressante il rientro a casa. È ben
contenta, invece, della sua assenza che le dà qualche ora di respiro.
A questo quadro negativo
si aggiunge, poi, che un’altra pesante ipoteca sulla credibilità dell’ACPR_1 è
stata posta dall’accertamento che lei ha mentito sull’effettivo inizio della
sua attività lavorativa. Su questa questione ha mentito all’assicurazione
disoccupazione ed ha mentito ancora in aula alla Corte.
Più credibili - perché più
lineari e più congruenti con gli elementi oggettivi in atti e con la situazione
descritta - sono, invece, risultate essere le dichiarazioni dell’appellante.
In queste condizioni,
dunque, obbligato è l’accoglimento dell’appello principale con il
proscioglimento di AP 1 dai reati di ripetuta coazione sessuale e ripetuta
minaccia nonché la reiezione di quello incidentale della PP che chiedeva la sua
condanna per il reato di lesioni semplici per il periodo da luglio al 6
novembre 2013 e un inasprimento della pena.
Soltanto per una questione
procedurale (STF 6B_1145/2013 del 3 giugno 2014 consid. 2.1), la Corte non ha
potuto, in applicazione dell’art. 404 cpv. 2 CPP, prosciogliere AP 1
dall’imputazione di ripetute vie di fatto di cui al dispositivo 1.3 della
sentenza impugnata (dispositivo non contestato).
31.
Sempre in accoglimento
dell’appello principale, per le sberle che AP 1 ha ammesso di aver dato alla
moglie la sera del 7 novembre 2013, in applicazione dei principi
giurisprudenziali indicati, in particolare, in DTF 134 IV 189
consid. 1.3, DTF 119 IV 25 consid. 2a e STF 6B_378/2010
del 15 luglio 2010 consid. 1.2, egli è stato ritenuto autore colpevole
di vie di fatto e non di lesioni semplici, vista la banalità dei segni
riscontrati e la totale assenza di sofferenza (al PS, non è stato somministrato
alcun antidolorifico né ne sono stati prescritti in riserva).
Per questo reato e per le
vie di fatto di cui è stato riconosciuto autore colpevole in primo grado egli è
condannato alla multa di fr. 300.-.
Per il reato d’ingiuria
ripetuta egli è, invece, stato condannato alla pena pecuniaria di 20 aliquote
di fr. 30.- l’una, pena sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2
anni.
32.
In applicazione del
principio di cui alla sentenza OG ZH 7.5.2012 (SB120074-O/U/jv) e in
applicazione per analogia dell’art. 429 cpv. 1 lett. a CPP, ritenuto come AP 1
sia stato assolto dalle imputazioni più gravi (quelle, cioè, che hanno imposto
l’assistenza di un legale), questa Corte ha stabilito che, anche in caso di
ritorno a miglior fortuna, egli non dovrà rimborsare allo Stato l’importo
riconosciuto dai primi giudici a favore del patrocinatore d’ufficio che lo ha
assistito in primo grado (art. 135 cpv. 4 lett. a e 5 CPP).
Del resto, come si vedrà,
non essendo AP 1 stato condannato a pagare le spese procedurali, l’art. 135
cpv. 4 CPP non trova, comunque sia, applicazione.
Di conseguenza, è stato
annullato il dispositivo della sentenza impugnata che obbligava il condannato
al rimborso (punto n. 8.2).
33.
A fronte del
proscioglimento dell’imputato dai reati più gravi, l’istanza di indennizzo
presentata da ACPR_1 (doc. dib. d’appello 2) è respinta.
Non potendosi pretendere
che le ingiurie e le vie di fatto per cui AP 1 è stato condannato abbiano
causato nella vittima una significativa sofferenza, non può essere riconosciuto
alcun torto morale.
34.
Le spese per il
gratuito patrocinio dell’ACPR_1 sono assunte dallo Stato.
La nota professionale
7.10.2014
dell’avv. __________ (doc. dib. d’appello 3), patrocinatrice dell’ACPR_1,
è stata approvata soltanto in parte.
Non sono state
riconosciute le prestazioni (onorario e spese) correlate con i contatti avuti
con il dott. __________. Tali contatti erano, infatti, finalizzati a fondare la
richiesta di risarcimento del torto morale avanzata dall’ACPR_1 al dibattimento
d’appello e quantificata, così come in prima sede, in fr. 30'000.-.
Ritenuto come l’ACPR_1 non
abbia impugnato il dispositivo n. 4 della sentenza della Corte delle assise
criminali che le riconosceva un’indennità per torto morale di fr. 15'000.-, l’ACPR_1
non era legittimata a tornare a chiedere, al dibattimento di appello, un
risarcimento per il torto morale maggiore di quello riconosciuto in primo
grado.
Di conseguenza, le spese
sostenute in vista di una tale (irrita) richiesta non possono essere
riconosciute (./. fr. 105.- di onorario e fr. 14.- di spese).
Per le stesse ragioni, e
meglio poiché l’ACPR_1 non era legittimata ad avanzare pretese diverse da
quelle riconosciute a suo favore dalla Corte delle assise criminali, sono state
stralciate le prestazioni legate alla presentazione dell’istanza di
risarcimento in sede di appello (./. fr. 180.- di onorario e fr. 91.- di
spese).
Anche le prestazioni
relative alla presenza al dibattimento di appello devono essere ridotte e
adeguate alla durata effettiva delle singole udienze, con conseguente
riconoscimento di 10 ore di onorario in luogo delle 16 ore esposte (./. 6 ore
pari a fr. 1'080.- di onorario). Un’ulteriore ora (indennizzata alla tariffa di
fr. 180.-/ora) è stata riconosciuta per la presenza dell’avvocato alla
comunicazione orale del dispositivo della sentenza nel tardo pomeriggio dell’8
ottobre 2014.
È, infine, stato
stralciato l’importo di fr. 50.- esposto per le spese legate all’apertura
dell’incarto ritenuto che l’avvocato - che ha patrocinato l’AP fin dall’inizio
dell’inchiesta - aveva aperto l’incarto ben prima che fosse adita questa Corte
(./. fr. 50.-).
Ne discende una
decurtazione complessiva della nota professionale di fr. 1'520.- (fr. 1'365.-
per l’onorario e fr. 155.- per le spese).
Inoltre, ritenuto come l’ACPR_1
sia domiciliata in Germania, le prestazioni a lei fornite sono esenti da IVA
(cfr. art. 8 cpv. 1 LIVA; cfr., pure, sentenza CRP 60.2011.204 del 5 luglio
2011.
consid. 3.5).
La nota dell’avv. __________
è, pertanto, stata approvata limitatamente a complessivi fr. 3'160.40
(corrispondenti a fr. 3’015.- di onorario e fr. 145.40 di spese).
Indennizzo dell’imputato
35.
Secondo l’art. 436
cpv. 1 CPP, le pretese di indennizzo e di riparazione del torto morale
nell’ambito della procedura di ricorso sono rette dagli art. 429 - 434 CPP.
35.1
a. Giusta l’art. 429
cpv. 1 CPP, se è pienamente o parzialmente assolto o se il procedimento nei
suoi confronti è abbandonato, l’imputato ha diritto a un’indennità per le spese
sostenute ai fini di un adeguato esercizio dei suoi diritti procedurali (lett.
a) e per il danno economico risultante dalla partecipazione necessaria al
procedimento penale (lett. b). Inoltre, per la lett. c di detto articolo,
l’imputato assolto o nei cui confronti il procedimento è stato abbandonato ha
diritto ad una riparazione del torto morale per lesioni particolarmente gravi
dei suoi interessi personali, segnatamente in caso di privazione della libertà.
a.1. Ha diritto
all’indennità l’accusato che è stato totalmente o parzialmente prosciolto.
Secondo quanto si legge
nel Messaggio, in caso di proscioglimento parziale o di abbandono parziale del
procedimento, per il calcolo del danno patito, le spese non possono essere
semplicemente suddivise proporzionalmente: occorre, invece, verificare se
l’imputato ha diritto ad un’indennità e ad una riparazione del torto morale per
i reati per i quali è stato assolto o per cui il procedimento è stato
abbandonato (Messaggio del 21 dicembre 2005 concernente l’unificazione del
diritto processuale penale, pag. 1231). Se è ammessa una riparazione per
proscioglimento parziale, la stessa può essere compensata con le spese
procedurali a carico dell’imputato e conseguenti alla parziale condanna, come
peraltro espressamente previsto dall’art. 442 cpv. 4 CPP (Messaggio del 21
dicembre 2005 concernente l’unificazione del diritto processuale penale, pag.
1231; Mini, op. cit., ad art. 429, n. 3, pag. 793-794).
a.2. Per l’art. 429 cpv. 2
CPP, l’autorità penale esamina d’ufficio le pretese di indennizzo dell’imputato
e può invitarlo a quantificarle e a comprovarle.
35.2
Così richiesto dalla
presidente della Corte al termine dell’ultima giornata dibattimentale, l’avv. DI
1.
ha prodotto la sua nota professionale in data 8 ottobre 2014 (doc. dib.
d’appello 4).
Quanto all’onorario, il
tempo esposto è apparso adeguato, fatta eccezione:
-
per il tempo dedicato ai contatti avuti con il prof. __________ e volti alla
presentazione della perizia sulla credibilità della presunta vittima (./. 20
minuti corrispondenti, alla tariffa di fr. 300.-/ora, a fr. 100.- di onorario)
che non è stato riconosciuto in quanto tale prova non è stata ritenuta
necessaria;
-
il tempo dedicato ai colloqui con il fratello dell’imputato che è stato
ridotto da 60 a 30 minuti (./. 30 minuti corrispondenti a fr. 150.- di
onorario).
Ne discende una
decurtazione di fr. 250.- dell’onorario esposto nella nota professionale, con
conseguente riconoscimento di un onorario di fr. 17’350.- (anziché fr.
17'600.-).
Le spese - che sono
apparse adeguate - sono state ammesse così come esposte (fr. 495.-).
L’IVA ammonta a fr.
1'427.60.
A titolo di risarcimento
delle spese di patrocinio relative al procedimento di appello (art. 429 cpv. 1
lett. a CPP in combinazione con l’art. 436 cpv. 1 CPP), lo Stato è stato,
quindi, condannato a rifondere a AP 1 l’importo complessivo di fr. 19'272.60.
35.2.1
Ritenuto come il
Tribunale federale abbia avuto modo di precisare che l’indennità prevista
dall’art. 429 cpv. 1 lett. a CPP concerne soltanto i costi assunti
dall'imputato per un avvocato di fiducia (DTF 138 IV 205 consid. 1), a AP 1
nulla è dovuto a titolo di risarcimento delle spese di patrocinio relative
all’inchiesta e al dibattimento di primo grado durante i quali egli era posto
al beneficio dell’assistenza giudiziaria. Non avendo dovuto sostenere i costi
relativi alla difesa d'ufficio, egli non ha diritto ad alcuna indennità per le
spese di patrocinio esposte dall’avv. __________.
Resta riservata la facoltà
dello Stato di intentare azione di regresso nei confronti dell’ACPR_1 (art. 420
lett. a CPP).
35.3
Quanto al torto morale
subito dall’imputato che, dall’8 novembre 2013 all’8 ottobre 2014, è rimasto
ingiustamente in carcere, lo stesso va quantificato - in base alla
giurisprudenza del TF che, come già quella della CRP in precedenza (cfr.
sentenze CRP 60.2010.29 del 7 ottobre 2010; 60.2008.396 del 24 aprile 2009;
60.2008.15
del 6 ottobre 2008 che citano Hutte/Ducksch/Gross, Le tort moral,
Zurigo 1996, I/105 segg.; Munch, Bemessung der Genugtuung für
ungerechtfertigten Freiheitsentzug, in: ZBJV 1998, pag. 237 segg.), in assenza
di circostanze straordinarie, riconosce un’indennità di fr. 200.- per ogni
giorno di detenzione (cfr. STF 6B_111/2012 del 15 maggio 2012 consid. 4.2;
nello stesso senso anche Mizel/Rétornaz, in op. cit., ad art. 429, n. 48) - in
fr. 67'000.-.
In concreto, infatti,
conformemente alla prassi della CRP secondo cui il primo e l’ultimo giorno di
carcerazione sono interamente computati (cfr. sentenze CRP del 15 dicembre
2010, inc. 60.2010.200; del 20 marzo 2009, inc. 60.2008.351; del 6 ottobre
2008, inc. 60.2008.154; del 3 ottobre 2007, inc. 60.2007.134; nello stesso
senso anche Mizel/Rétornaz, in op. cit., ad art. 429 n. 48), AP 1 ha subito 335
giorni di carcerazione preventiva, rispettivamente di sicurezza (dall’8
novembre 2013 all’8 ottobre 2014, cfr. rapporto di arresto provvisorio, AI 1, e
Dispositivo
dispositivo n. 1.5 della presente sentenza).
Considerata un’indennità
giornaliera di fr. 200.- al giorno, l’indennità per la riparazione del torto
morale patito da AP 1 deve, pertanto, essere fissata nel summenzionato importo.
35.4. Complessivamente, a titolo
di indennità giusta gli art. 429 e segg. CPP, lo Stato è, dunque, condannato a
rifondere a AP 1 - assolto dalle imputazioni di ripetuta coazione sessuale,
ripetute lesioni semplici e ripetuta minaccia - l’importo di fr. 86'272.60
corrispondenti a fr. 19'272.60 a titolo d’indennità per spese di patrocinio e
fr. 67'000.- a titolo di indennità per la riparazione del torto morale.
Per questi motivi,
visti gli
art. 6, 10, 76 e segg., 80 e segg.,
84, 122 e segg., 135, 139, 233, 339, 348 e segg., 379 e segg.,
398 e segg., 429 e segg. e 436 CPP;
34, 42, 44, 47, 49, 50,
51, 123, 126, 177, 180 e 189 CP;
32 cpv. 1 Cost., 6 par. 2 CEDU
e 14 cpv. 2 patto ONU II;
41 e segg. CO;
nonché, sulle spese, l’art. 428
CPP e la LTG e, sulle ripetibili, gli art. 428 cpv. 3, 429 e 436
CPP rispettivamente il Regolamento sulla tariffa per i casi di patrocinio
d’ufficio e di assistenza giudiziaria per la fissazione delle ripetibili,
dichiara
e pronuncia:
1. L’appello
presentato da AP 1 è accolto, mentre l’appello incidentale presentato dal
procuratore pubblico è respinto.
Di conseguenza,
ricordato che, in assenza di
impugnazione, i dispositivi n. 1.3, 1.4, 5, 5.1, 5.2 e 6 della sentenza 4 marzo
2014 della Corte delle assise criminali sono passati in giudicato:
1.1. La
questione pregiudiziale è accolta. Di conseguenza, il decreto d’accusa emesso
nei confronti di XY è estromesso dall’incarto.
1.2. AP
1, oltre che di ripetuta ingiuria (per il periodo 8.8.2013/7.11.2013) e di
ripetute vie di fatto (per il periodo luglio 2013/6.11.2013), è dichiarato
autore colpevole di:
1.2.1. vie
di fatto, per avere, a __________, il 7.11.2013, colpito la moglie ACPR_1
con due schiaffi al volto mentre le teneva una mano sul collo;
1.3. AP
1 è prosciolto dalle imputazioni di ripetuta coazione sessuale, di lesioni
semplici e di ripetuta minaccia.
1.4. AP
1 è condannato:
1.4.1. alla
pena pecuniaria di 20 (venti) aliquote giornaliere da fr. 30.- (trenta)
cadauna, per un totale di fr. 600.- (seicento), da dedursi il carcere
preventivo sofferto;
1.4.2. al
pagamento di una multa di fr. 300.- (trecento), con l’avvertenza che, in caso
di mancato pagamento, la stessa sarà sostituita con una pena detentiva di 10
giorni.
1.4.1.1.
L’esecuzione della pena pecuniaria è sospesa condizionalmente per un periodo
di prova di 2 (due) anni.
1.5. AP
1 è immediatamente scarcerato.
1.6. L’istanza
di indennizzo presentata da ACPR_1 è respinta.
1.7. Visto
il suo proscioglimento dai reati che hanno imposto l’assistenza di un legale,
il dispositivo n. 8.2 della sentenza 4 marzo 2014 della Corte delle assise
criminali è annullato.
2. La
tassa di giustizia e i disborsi relativi al procedimento di primo grado sono
posti a carico dello Stato.
3. L’istanza
di indennizzo presentata da AP 1 è parzialmente accolta. Di conseguenza, lo
Stato della Repubblica e del Cantone Ticino rifonderà a AP 1, a
titolo di indennità giusta gli art. 429 e segg. CPP:
3.1. l’importo
di fr. 19'272.60 a titolo di risarcimento delle spese di patrocinio relative al
procedimento di appello;
3.2. l’importo
di fr. 67'000.- a titolo di riparazione del torto morale patito.
4. Gli
oneri processuali d’appello, consistenti in:
- tassa di giustizia fr. 6'000.-
- altri disborsi fr. 500.-
fr. 6'500.-
sono posti a carico dello
Stato.
5. Le
spese di patrocinio dell’ACPR_1 sono sostenute dallo Stato.
5.1. La
nota professionale 7.10.2014 dell’avv. è approvata per:
onorario fr. 3'015.--
spese fr. 145.40
totale fr. 3'160.45
6. Intimazione
a:
7. Comunicazione
a:
- Corte
delle assise criminali, 6901 Lugano
- Comando
della Polizia cantonale, SG/SC (Servizi centrali),
Via S.
Franscini 3, 6500 Bellinzona
- Ministero
Pubblico, SERCO, 6501 Bellinzona
- Ufficio
del Giudice dei provvedimenti coercitivi, Via Bossi 3, 6900 Lugano
- Dipartimento delle istituzioni, Sezione
della popolazione,
Ufficio della migrazione, Ufficio
contenzioso, 6501 Bellinzona
- Direzione
del carcere penale La Stampa, CP 6277, 6901 Lugano
Per la Corte di appello e di revisione penale
La presidente La
segretaria
Rimedi
giuridici
Contro
decisioni finali, contro decisioni parziali, contro decisioni pregiudiziali e
incidentali sulla competenza e la ricusazione e contro altre decisioni
pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla
notificazione del testo integrale della decisione (art. 100 cpv. 1 LTF), il
ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, per i motivi
previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è
disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non sia ammissibile il ricorso in
materia penale è dato, entro lo stesso termine, il ricorso sussidiario in
materia costituzionale al Tribunale federale per i motivi previsti dall’art.
116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata in tal
caso dall’art.115 LTF.