31.2019.15
Responsabilità ex art. 52 LAVS dell'amministratore unico. Violato gravemente l'obbligo di diligenza. Non dati motivi di giustificazione e/o di discolpa
11 febbraio 2020Italiano28 min
ad un organo determinato, tenuto conto della situazione di diritto e di fatto di
Source ti.ch
Raccomandata
Incarto
n.
31.2019.15
FS
Lugano
11 febbraio 2020
In nome
della Repubblica e Cantone
Ticino
Il vicepresidente
del Tribunale cantonale delle assicurazioni
Giudice Raffaele Guffi
con redattore:
Francesco Storni, vicecancelliere
segretario:
Gianluca Menghetti
statuendo sul ricorso del 6 settembre 2019 di
RI 1
contro
la decisione su opposizione del 13 agosto 2019 emanata da
CO 1
in materia di art. 52 LAVS
in relazione alla fallita: FA 1
ritenuto in
fatto
1.1. FA
1, con sede a __________ (in precedenza a __________), è stata iscritta a
Registro di commercio il __________ 2012 (data di pubblicazione nel FUSC; cfr.
estratto RC informatizzato agli atti). Lo scopo sociale consisteva nell’esercizio
di un’impresa di costruzione e di un’impresa generale di costruzioni (cfr.
estratto RC informatizzato agli atti).
Negli
anni dal 2016 al 2018, il consiglio di amministrazione era così composto (date
di pubblicazione nel FUSC):
RI
1 dal __________.2014 amministratore unico
1.2. La
società è stata affiliata alla Cassa CO 1 (di seguito la Cassa) in qualità di
datrice di lavoro dal 1. aprile 2012 (doc. 1).
Nelle
date 10 luglio, 11 ottobre e 27 dicembre 2017 l’Ufficio di esecuzioni (UE) di __________
ha rilasciato degli attestati di carenza beni relativi ai contributi paritetici
AVS/AI/IPG/AD e AF non soluti dalla società per gli anni 2016 e 2017 (doc. 4/A-E).
Con
decreto del 18 aprile 2018 la Pretura del Distretto di __________ ha dichiarato,
a far tempo dal 19 aprile 2018, l’apertura del fallimento della società (FUSC __________
2018).
1.3. Costatato
di avere subìto un danno, con decisione del 12 aprile 2019 (doc. 1), confermata
con decisione su opposizione del 13 agosto 2019 (doc. 3), la
Cassa ha chiesto a RI 1 (quale amministratore unico) il risarcimento ex art. 52
LAVS di fr. 31'361.80 per contributi paritetici non soluti dalla società
per gli anni 2016 e 2017.
1.4. Con
il presente ricorso RI 1 ha impugnato la suddetta decisione su opposizione.
L’insorgente
– contestata una sua negligenza adducendo
che “(…) la mia negligenza consiste nel fatto di pensare che in uno stato di
diritto le fatture devono essere pagate. È per questo che ho procrastinato il
pagamento degli oneri, come pure di ritirare la mia paga, salvando per un paio
di anni un'attività basata sul lavoro di un'impresa a livello familiare,
famiglia di __________, sempre in attesa del pagamento della fattura
sopracitata di fr. 152'308.-. Faccio notare che a tutt'oggi il pagamento della
fattura è ancora pendente, ma convalidato dalla pretura di __________ almeno
per un importo fr. 77'122.- + interessi. La sentenza è esecutiva ed è
depositata presso l'ufficio fallimenti di __________. Il debitore è
perseguibile essendo proprietario di immobili. (…)” (I) – ha concluso che “(…) la mia presunta
negligenza non era pertanto a mio avviso così grave, visto che il credito della
FA 1 esiste realmente e potrà essere realizzato. Gli oneri verranno pagati
anche se in ritardo. Cade per me così il concetto di negligenza grave...
Personalmente, visionando la classifica creditori sono convinto che l'onere AVS
sarà compensato quasi totalmente. Vista anche la mia situazione economica
chiedo pertanto che l'azione nei miei confronti sia sospesa almeno fino a
quando non verrà definita dall'ufficio fallimenti la ripartizione dei fr.
77'122.- (ormai fr. 85'000.- con interessi, vedi all. D). (…)” (I).
1.5. Con
la risposta di causa – indicato di aver emanato solo una decisione
risarcitoria nei confronti del ricorrente – la Cassa ha postulato la
reiezione del ricorso.
Osservato
come il ricorrente riprenda le argomentazioni già esposte in sede di
opposizione, la Cassa ha precisato che “(…) si ribadisce unicamente che la
società da anni si trovava in una situazione economica difficile, tant'è che è
stata destinataria di sette attestati di carenza beni (doc. 4A-G). Inoltre tale circostanza era ben nota al
ricorrente il quale durante i verbali di pignoramento effettuati nel corso del
2017 ha sempre dichiarato che la società non disponeva di beni di sorta (doc. 4A-G). (…)” (III) e si è opposta alla domanda
di sospensione della procedura.
considerato in
diritto
in ordine
2.1. La presente vertenza non pone
questioni giuridiche di principio e non è di rilevante importanza (ad esempio
per la difficoltà dell’istruttoria o della valutazione delle prove). Il TCA può
dunque decidere nella composizione di un Giudice unico ai sensi dell'articolo
49 cpv. 2 LOG (STF 9C_699/2014 del 31 agosto 2015; 8C_855/2010 dell’11 luglio
2011; 9C_211/2010 del 18 febbraio 2011).
nel
merito
2.2. In
virtù dell'art. 52 cpv. 1 LAVS il datore di lavoro deve risarcire il danno che
egli ha provocato violando, intenzionalmente o per negligenza grave, le
prescrizioni dell’assicurazione. I presupposti dell'obbligo di risarcimento
sono quindi l'esistenza di un danno, la violazione delle prescrizioni vigenti
in materia di contributi paritetici da parte del datore di lavoro, l'intenzionalità
o la negligenza grave ed un nesso di causalità adeguato fra la colpa e la
citata violazione delle prescrizioni legali.
La
giurisprudenza (cfr. in particolare DTF 132 III 523 consid. 4.6 pag. 530 con
riferimenti) e la dottrina ammettono in maniera generale (tacitamente: "stillschweigend",
cfr. Meyer, Die Rechtsprechung des Eidgenössischen Versicherungssgerichts zur
Arbeitgeberhaftung, in: Temi scelti di diritto delle assicurazioni sociali,
Basilea 2006, pag. 33 con riferimento) un nesso di causalità naturale e
adeguata tra il comportamento colpevole e il danno subito in seguito per
mancato pagamento dei contributi (STF 9C_ 238/2017 del 5 luglio 2017 consid.
5.3.2 e 9C_394/2016 del 21 novembre 2016 consid. 5).
Nell’ipotesi in cui il
datore di lavoro è una persona giuridica, che è stata sciolta allorché la
pretesa viene fatta valere, possono essere convenuti, in via sussidiaria, i
suoi organi responsabili (DTF 123 V 15 consid. 5b con riferimenti; SVR 2001 AHV
Nr. 6, pag. 20; tale estensione è stata tra l'altro motivata con il riferimento
al principio generale della responsabilità degli organi di una società ai sensi
dell'art. 55 cpv. 3 CC, statuito la prima volta in DTF 96 V 125 e ribadito in
DTF 114 V 221 consid. 3b). Sussidiarietà significa che la cassa di
compensazione deve innanzitutto rivolgersi al datore di lavoro. Solo nel caso
in cui il datore di lavoro non può far fronte al suo obbligo contributivo la
cassa di compensazione può agire sussidiariamente e direttamente contro i suoi
organi. Generalmente questo è il caso in cui la cassa accusa un danno a seguito
del fallimento della società datrice di lavoro. In questo contesto si situa
anche il rilascio di un attestato di carenza beni definitivo in una procedura
di esecuzione in via di pignoramento (Nussbaumer, Die Haftung des
Verwaltungsrates nach Art. 52 AHVG, in AJP 1996 pag. 107; Frésard, Les
développements récents de la jurisprudence du Tribunal fédéral des assurances
relative à la responsabilité de l’employeur selon l’art. 52 LAVS, in RSA 1991,
pag. 163; RCC 1988 pag. 137, 1991 pag. 135; DTF 129 V 11, 123 V 15; SVR 2001
AHV Nr. 6).
Qualora più datori di
lavoro, come per esempio i membri di una società semplice, o più organi di una
persona giuridica, abbiano cagionato assieme un danno, essi ne rispondono
solidalmente (DTF 119 V 87 consid. 5a, 114 V 214 e sentenze ivi citate). Va
rilevato che il nuovo capoverso 2 dell’art. 52 LAVS, entrato in vigore il 1°
gennaio 2012, prevede che “se il datore di lavoro è una persona giuridica,
rispondono sussidiariamente i membri dell’amministrazione e tutte le persone
che si occupano della gestione o della liquidazione. Se più persone sono
responsabili dello stesso danno, esse rispondono solidalmente per l’intero
danno”.
Il Tribunale federale delle
assicurazioni (TFA, dal 1° gennaio 2007 Tribunale federale, TF) ha riesaminato
il problema della responsabilità sussidiaria degli organi ed ha concluso che la
prassi finora adottata a proposito dell'art. 52 LAVS deve essere mantenuta
anche successivamente all’entrata in vigore – il 1° gennaio 2003 – del nuovo
art. 52 LAVS (DTF 129 V 11 = Pratique VSI 2003 pag. 79 segg.).
2.3. Nella
fattispecie in esame, come da giurisprudenza citata al considerando precedente,
a seguito del rilascio degli attestati di carenza beni del 10 luglio, 11
ottobre e 27 dicembre 2017 (cfr. consid. 1.2) – che segnano l’insorgenza
e la conoscenza del danno – la Cassa ha rettamente chiesto in via
sussidiaria a RI 1 il risarcimento ex art. 52 LAVS per i contributi paritetici
non versati dalla FA 1.
Va ricordato che,
conformemente alla giurisprudenza del TF, in un’esecuzione per via di
pignoramento la conoscenza del danno coincide con la notifica di un
attestato di carenza beni o di un verbale di pignoramento a valere quale
attestato di carenza beni definitivo ai sensi degli articoli 115 cpv. 1 e 149
LEF – che determina parimenti l’insorgenza del danno e sancisce quindi
l’irrecuperabilità del credito contributivo – e questo anche
nell’ipotesi in cui il datore di lavoro è una persona giuridica non ancora
sciolta per fallimento; da quel momento decorre il termine di prescrizione di
due anni ex art. 52 cpv. 3 LAVS, rispettivamente decorreva il termine annuo di
perenzione ex art. 82 v.OAVS (STCA del 5 agosto 1996 inc. 31.1995.260; STFA H 188/04 del 28 novembre 2005, H 142/03 del 19 agosto 2003, H 268/01 e H 269/01
del 5 giugno 2003, H 265/00 del 20 marzo 2003, H 284/02 del 19
febbraio 2003; DTF 123 V 12, 113 V 256, 112 V 157; RCC 1991
pag. 132, 1990 pag. 304; Nussbaumer, Les caisses de
compensation en tant que parties à une procédure de réparation d’un dommage
selon l’art. 52 LAVS, in: RCC 1991 pag. 405). Con
l'attestato di carenza beni (definitivo) a seguito di pignoramento si anticipa
quello che è normalmente il momento della conoscenza del danno, ossia prima del
deposito della graduatoria nel fallimento o prima della sospensione del
fallimento per mancanza di attivi ai sensi dell'art. 230 LEF.
In
concreto dai verbali di pignoramento che hanno portato ai rispettivi attestati
di carenza beni risulta che “(…) l’ufficio [ndr.: si riferisce
all’Ufficio di esecuzione] non ha accertato presso il debitore la presenza
di beni pignorabili e non ha potuto procedere ad un pignoramento del
salario. Richiesto il Signor RI 1 in qualità di direttore, dichiara che la
società non possiede beni di sorta da sottoporre a pignoramento. (…)” (doc.
4/A-G).
2.4. Costituiscono
elementi del danno risarcibile, tra l’altro, i contributi AVS/AI/IPG, sia per
la parte del salariato che quella del datore di lavoro (STFA H 166/02 del 28
ottobre 2002 consid. 4.1; STCA del 10 giugno 2002 consid. 2.3 inc. 31.2002.10;
Pratique VSI 1994 pag. 104); i contributi della disoccupazione (STFA H 346/01
del 4 ottobre 2002 consid. 4); i contributi dovuti all’assicurazione cantonale
degli assegni familiari; le spese di amministrazione; gli interessi moratori
(art. 41bis OAVS); le spese esecutive (cfr. la giurisprudenza citata in RDAT II
1995 pagg. 369-370 confermata in RDAT II 2002 pag. 533; STFA H 113/00 del 24
ottobre 2000 consid. 6 e RtiD II 2006 pagg. 368-370). Non sono invece
computabili le multe inflitte dalla Cassa (STFA H 142/03 del 19 agosto 2003, H 194/96 del 4 novembre 1996).
Secondo
costante giurisprudenza, spetta all’amministrazione documentare la propria
pretesa, mediante estratti, salari, fatture ecc. (RDAT II 1995 pag. 396).
Tuttavia
va ricordato che, in applicazione del principio dell’obbligo di collaborazione
delle parti, in caso di contestazione incombe alla controparte portare le prove
che l’importo del danno richiesto dalla cassa di compensazione non è corretto
(RDAT II 1995 pag. 397 che rinvia alla RCC 1991 pag. 133 consid. II/1b).
2.5. Nella
presente fattispecie, come accennato (cfr. consid. 1.3), il danno è costituito
dal mancato versamento dei contributi AVS/AI/IPG/AD e AF per gli anni 2016 e
2017 così come risulta dai conteggi allestiti “secondo relativa
dichiarazione dei salari” (doc. 1/A-B) e dalle tabelle con relativi
specchietti dei rispettivi anni (doc. 5 e 6).
L’importo
complessivo di fr. 31'361.80, peraltro non validamente contestato, fatto valere
nei confronti di RI 1 è quindi da ritenere adeguatamente comprovato, ricordato
altresì come conformemente alla legge (art. 41bis OAVS) e alla succitata
giurisprudenza, le spese di amministrazione, gli interessi moratori e le spese
di diffida e esecutive costituiscono elementi del danno risarcibile unitamente
ai contributi paritetici rimasti scoperti.
Giova
qui ribadire che, avendo l’amministrazione debitamente documentato le proprie
pretese, in applicazione del principio dell’obbligo di collaborazione delle
parti, in caso di contestazione incombe alla controparte portare le prove che
l’importo del danno richiesto dalla cassa di compensazione non è corretto (RDAT
II 1995 pag. 397 che rinvia alla RCC 1991 pag. 133 consid. II/1b).
2.6. Per
definizione, il danno considerato dall'art. 52 LAVS è quello derivante da un
atto o da un'omissione in relazione ai compiti che la legge attribuisce al
datore di lavoro, segnatamente in materia di versamento dei contributi
(Pratique VSI 1994 pag. 99, consid. 5a). Le prescrizioni cui fa riferimento
l'art. 52 LAVS sono innanzitutto quelle contenute nella LAVS medesima e nelle sue
disposizioni di esecuzione: in particolare le norme concernenti l'obbligo di
pagare i contributi, il calcolo degli stessi dovuti sul reddito di un'attività
salariata, il prelevamento dei contributi dei salariati, l'obbligo di allestire
Fatti
i relativi conteggi: sono queste le disposizioni in senso stretto (art. 14 cpv.
1 LAVS, artt. 34 segg. OAVS; RCC 1985 pag. 607 consid. 5a).
L’obbligo
di conteggiare e versare i contributi da parte del datore di lavoro è un
compito di diritto pubblico (Pratique VSI 1994 pag. 108 consid. 7a con
riferimenti) e il venire meno a questo compito costituisce una violazione di
prescrizioni ai sensi dell’art. 52 LAVS e comporta il risarcimento integrale
del danno (Pratique VSI 1993 pag. 84 consid. 2a; DTF 111 V 173 consid. 2, 108 V
186 consid. 1a, 192 consid. 2a; RCC 1985 pag. 646 consid. 3a, pag. 650 consid.
2).
Inoltre
– anche se ciò non è esplicitamente menzionato nella legge – il datore di
lavoro deve preoccuparsi dei contributi paritetici dei quali è tenuto ad
assumere il prelevamento e la trasmissione alla Cassa con tutta la necessaria
attenzione richiesta. Ne consegue che se è causa della propria insolvenza nei
confronti della Cassa, lo stesso può essere reso responsabile ai sensi
dell'art. 52 LAVS, anche se non ha violato una prescrizione specifica della
LAVS (RCC 1985 pag. 608 consid. 5b).
2.7. La
cassa di compensazione che constata di aver subìto un danno in seguito alla non
osservanza delle prescrizioni (ad es. dell'art. 14 LAVS, relativo all'obbligo
di dedurre da ogni paga i contributi e di versarli periodicamente alla cassa,
rispettivamente degli artt. 34 e segg. OAVS relativi ai modi di conteggio e di
pagamento dei contributi) può presumere che il datore di lavoro ha violato le
prescrizioni intenzionalmente o almeno per grave negligenza e quindi può
procedere contro di lui. Incombe allora al datore di lavoro di far valere e
provare validi motivi di giustificazione e di discolpa, idonei cioè ad
escludere una violazione intenzionale o per negligenza grave delle
prescrizioni, rispettivamente idonei a giustificarla in base a circostanze
speciali (DTF 108 V 187; SVR 1995 AHV Nr. 70 pag. 213). È quindi possibile che,
procrastinando il pagamento dei contributi, il datore di lavoro riesca a
salvaguardare l’esistenza della ditta, ad esempio nell’ipotesi di difficoltà
passeggere di liquidità. Affinché un simile comportamento non comporti
l’applicazione dell’art. 52 LAVS, occorre che il datore di lavoro, nell’istante
in cui decide, abbia seri e oggettivi motivi di ritenere che gli sarà possibile
solvere i contributi entro un termine ragionevole (DTF 108 V 188; Pratique VSI
1996 pag. 307; RCC 1992 pag. 261 consid. 4b, 1985 pag. 604 consid. 3a).
L’obbligo del datore di lavoro e dei suoi organi responsabili di risarcire il
danno alla Cassa sarà negato, e di conseguenza decadrà, se questi reca e prova
motivi di giustificazione, rispettivamente di discolpa (DTF 108 V 187 consid.
1b; Frésard, op. cit., RSA 1987 pag. 7).
2.8. Ai
sensi della giurisprudenza del TFA si deve ammettere una negligenza grave del
datore di lavoro quando questi abbia trascurato di fare quanto doveva apparire
importante a qualsiasi persona ragionevolmente posta nella stessa situazione.
La
misura della diligenza richiesta viene apprezzata secondo il dovere di
diligenza che si può e si deve generalmente esigere, in materia di gestione, da
un datore di lavoro della stessa categoria di quella a cui appartiene
l’interessato (RCC 1988 pag. 634 consid. 5a; DTF 112 V 159
consid. 4 con riferimenti; Knus, Die Schadenersatzpflicht des Arbeitgebers in
der AHV, 1989, pag. 53). I fatti di cui si è resa colpevole una ditta
non sono necessariamente imputabili a tutti gli organi della stessa. Si deve
infatti esaminare se e in quale misura questi fatti possano essere addebitati
ad un organo determinato, tenuto conto della situazione di diritto e di fatto di
quest’ultimo nella ditta medesima. Il tema di sapere se un organo ha agito in
modo colposo dipende dalle responsabilità e dalle competenze che gli sono state
attribuite dalla ditta (DTF 108 V 202 consid. 3a; RCC 1985
pag. 647 consid. 3b; Knus, op. cit., pag. 52; Dieterle/Kieser, Das
Schadenersatzprozess nach Art. 52 AHVG, in Der Schweizer Treuhänder, 1995, pag.
658). La giurisprudenza ritiene che, di regola, la mancata deduzione e
relativo trasferimento alla Cassa dei contributi configura una grave negligenza
(DTF 108 V 186 segg. consid. 1b).
2.9. Costituisce
motivo di giustificazione il caso in cui un datore di lavoro, omettendo il
pagamento dei contributi per fare fronte a una mancanza (passeggera) di
liquidità, tenti in questo modo di salvare l'impresa che versa in una delicata
situazione finanziaria. Un simile comportamento sfugge a una responsabilità ai
sensi dell'art. 52 LAVS unicamente se in questo modo il datore di lavoro onora
altri crediti (segnatamente quelli dei lavoratori e dei fornitori) essenziali
per la sopravvivenza dell'azienda e al tempo stesso può oggettivamente ritenere
che i contributi dovuti verranno soluti entro un termine ragionevole. La
questione decisiva, in tale contesto, non è tanto se il datore di lavoro
all'epoca credeva realmente che l'azienda potesse essere salvata e che i
contributi sarebbero stati pagati in un futuro prossimo, bensì piuttosto se un
tale atteggiamento fosse allora oggettivamente sostenibile agli occhi di un
terzo responsabile (STF 9C_812/2007 del 12 dicembre 2008 consid. 3.2 con
riferimenti; cfr. in dettaglio Reichmuth, Die Haftung des Arbeitgebers und
seiner Organe nach Art. 52 AHVG, 2008, n. 668 seg. pag. 156 segg.; vedi anche
Meyer, Die Rechtsprechung des Eidgenössischen Versicherungsgerichts zur
Arbeitgeberhaftung; in: Temi scelti di diritto delle assicurazioni sociali,
2006, pag. 25 segg. e 35 segg.; cfr. anche STFA H 103/00 dell’11 gennaio 2002
consid. 4c e DTF 123 V 244 consid. 4b). In questo contesto, l’Alta Corte ha
precisato che la ditta che attraversa una fase difficile e fonda la sua
esistenza su equilibri delicati deve prendere delle misure drastiche e
immediate (STFA H 170/01 del 23 luglio 2002 consid. 4.6. con riferimenti e H 336/95 del 7 maggio 1997 consid. 3d). La giurisprudenza federale ha ribadito
che l’organo della società deve prestare particolare attenzione nell'ipotesi in
cui è a conoscenza del fatto che la ditta sta attraversando una crisi
finanziaria (STFA H 446/00 del 31 agosto 2001 consid. 4a).
Quindi
l’illiquidità della società non giustifica il procrastinare del pagamento dei
contributi se non sono realizzati i chiari criteri di discolpa posti dalla
citata giurisprudenza (STCA 31.2008.6 del 12 febbraio 2009).
Da
distinguere dal caso in cui il datore di lavoro non versa i contributi per
salvare l’azienda, la cui omissione può costituire motivo di giustificazione,
vi è quello in cui il mancato pagamento in occasione della cessazione
dell’attività può eventualmente rappresentare motivo di discolpa. Questa
seconda ipotesi può verificarsi segnatamente con riferimento a quelle aziende,
che dopo avere per lungo tempo e ineccepibilmente onorato, dal profilo delle
assicurazioni sociali, i propri obblighi di datori di lavoro, cadono in
difficoltà economiche, devono essere sciolte (normalmente per causa di
fallimento) e rimangono debitrici dei contributi sociali per gli ultimi mesi
della loro esistenza. In questi casi, la giurisprudenza circoscrive a due o tre
mesi la perdita contributiva tollerabile dal profilo dell'art. 52 LAVS (STF
9C_812/2007 del 12 dicembre 2008 consid. 3.3 con riferimenti; cfr. in dettaglio
Reichmuth, op. cit., n. 696 segg. pag. 163 segg.; cfr. anche Meyer, op. cit.,
pag. 36). Va poi ricordato che per giurisprudenza non può essere riconosciuto
alcun motivo di discolpa se il differimento dei pagamenti dei contributi
paritetici era cronico e i pagamenti venivano effettuati solo dopo che le
procedure esecutive, ripetute e numerose, giungevano a uno stadio avanzato
(STFA 27 giugno 1994 nella causa M.).
2.10. RI
1, come accennato (cfr. consid. 1.4), contesta una sua negligenza grave.
Nella
misura in cui – adducendo che “(…) dalla decisione su opposizione
risulta che non pagare le quote AVS, per qualsivoglia motivo, rappresenta una
"negligenza grave". (…)” (I) – volesse fare valere che
l’art. 52 LAVS non istituisce una responsabilità causale, va rilevato che “(…)
la realtà giudiziaria è però andata in sostanza nel senso di una responsabilità
causale con possibilità di giustificazione o di discolpa (…)” (Cometta, “Il
diritto societario in taluni suoi aspetti di diritto penale, assicurativo
sociale e contabile”, in: Temi scelti di diritto societario, collana rossa CFPG
n. 29, Lugano 2002, pag. 30 con riferimenti giurisprudenziali e dottrinali).
Nella
fattispecie, accettando la carica di organo formale della FA 1 (membro
del CdA dal 13 aprile 2012 al 15 maggio 2014 ed in seguito amministratore
unico; cfr. estratto RC informatizzato agli atti), l’insorgente ha
assunto tutti gli oneri che da tale funzione derivano
Quale
organo formale, l'opponente doveva quindi adempiere agli obblighi inalienabili
stabiliti dall'art. 716a cpv. 1 CO con la massima vigilanza, che va oltre
all'usuale prudenza da osservare nei propri affari, pena la responsabilità per
il danno subito dalla Cassa. In tale contesto, l'Alta Corte ha in particolare rilevato
che "(…) scopo della norma (art. 716a cpv. 1 CO, ndr) è di
evidenziare che il mandato quale consigliere di amministrazione non può essere
inteso unicamente quale sinecura, ossia quale incombenza scarsamente impegnativa
e di poca responsabilità (…)" (STFA H 160/99 dell'8 novembre 1999,
consid. 4b).
In
concreto, nella decisione impugnata, rettamente la Cassa ha (incontestatamente)
rilevato che “(…) lo scoperto contributivo è di un anno e mezzo circa e che,
a seguito dell’entrata in mora della società con il pagamento dei contributi,
la Cassa procedeva dal mese di aprile 2013 all'invio di diffide di pagamento e,
dal mese di giugno 2013, all'avvio di procedure esecutive. Come stabilito dalla
giurisprudenza federale, nell'ambito dell'accertamento del mancato pagamento
dei contributi non riconducibile a una situazione di momentanea illiquidità la
sospensione del pagamento dei contributi è inammissibile e costituisce una
negligenza grave dell'amministratore (STFA 12 dicembre 2002, H 279/01). (…)”
(doc. 3, punto 6.1).
Va
qui inoltre ricordato che secondo costante giurisprudenza (STCA
31.2018.12 e 31.2018.22 del 2 dicembre 2019, consid. 2.9 con riferimenti)
la responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell'art. 52 LAVS non è in
relazione alla gestione della società per sé stessa, né a eventuali cause di un
fallimento. In questo contesto, l’argomentazione secondo la quale è per
l’esistenza di un credito di fr. 152'308 vantato nei confronti di un
committente (vedi l’opposizione del 26 aprile 2019 sub doc. 2 a cui il ricorso
rinvia) che “(…) ho procrastinato il pagamento degli oneri, come pure di
ritirare la mia paga, salvando per un paio di anni un'attività basata sul
lavoro di un'impresa a livello familiare, famiglia di __________, sempre in
attesa del pagamento della fattura sopracitata di fr. 152'308.- (…)” (I),
non costituisce di per sé motivo di giustificazione o di discolpa per il
mancato versamento degli oneri sociali.
Infatti,
ritenuto che il mancato pagamento dei contributi (aven-do la Cassa,
incontestatamente, dovuto procedere a sistematiche diffide e esecuzioni)
non è riconducibile a una situazione di momentanea illiquidità, non è rilevante
che i problemi di liquidità fossero dovuti al mancato incasso di fatture o che
il datore di lavoro soggettivamente sperasse in un salvataggio aziendale e di
conseguenza confidasse nel pagamento dei contributi scaduti.
Rilevato
che dagli atti risulta inoltre che la Cassa, a seguito dell’entrata in mora
della società con il pagamento dei contributi, ha proceduto dal mese di maggio
2016 all'invio di diffide di pagamento e, dal mese di giugno 2016, all'avvio di
procedure esecutive (cfr. doc. 5 e 6) – ciò che denota una difficoltà a
far fronte al proprio obbligo contributivo –, l’insorgente doveva
attivarsi per garantire il pagamento dei contributi.
Va
qui ricordato che il fatto che la società abbia costantemente procrastinato e
differito il pagamento dei contributi è già di per sé un segno di negligenza
grave del datore di lavoro che fa sorgere la responsabilità degli organi, ai
quali incombe per legge, come suesposto, la massima vigilanza nella conduzione
e nel controllo della società (STFA 27 giugno 1994 nella causa M. e STCA 31.2006.5-6
del 13 settembre 2006).
Il
ricorrente, vista la carica assunta in seno alla società, non poteva dunque
accontentarsi di un ruolo passivo. Questo vale a maggiore ragione se si
considera che il TF ha avuto modo di sottolineare che gli obblighi di vigilanza
e di diligenza di un amministratore unico, come nella fattispecie, sono da
connotare con particolare rigore e risultano essere accresciuti (STF H 10/7 del
7 marzo 2008, consid. 6.3; H 279/01 del 12 dicembre 2002, consid. 3.2 e DTF 102
V 1, consid. I 2b, pag. 3).
Non
avendo adempiuto agli obblighi che la carica di organo formale gli imponeva e
ritenuto che nemmeno, nel senso della succitata giurisprudenza (cfr. consid.
2.9), sono stati invocati validamente motivi di giustificazione e/o di
discolpa, RI 1 deve essere ritenuto responsabile ex art. 52 LAVS del danno
subìto dalla Cassa.
In
questo senso, quanto all’asserita rinuncia a percepire il proprio stipendio dal
2015 –
“(…) io non ho ritirato il mio stipendio di direttore tecnico
e amministratore unico dal 2015 (…)” (doc. 2) –, a ragione la Cassa
ha rilevato che “(…) giova rammentare che le misure attuate, benché volte a
risanare la situazione della società, non costituiscono motivo di
giustificazione e di discolpa allorquando, come nel presente caso, venga
appurata una responsabilità secondo l'art. 52 LAVS (STFA 29 febbraio 1992 nella
causa V. J., W. e T.). (…)” (doc. 3, punto 6.2, pag. 7).
2.11. Nella
misura in cui l’insorgente –
rinviando alla decisione del 12 dicembre 2017 con la quale il Pretore del
Distretto di __________ ha accolto l’istanza del 21 settembre 2017 della
società e respinto in via provvisoria per fr. 77'122.-- l’opposizione
interposta al relativo precetto esecutivo notificato il 26 maggio 2017 per il
pagamento di fr. 152'308.-- (cfr. doc. 2/A) e adducendo che “(…) visionando
la classifica creditori sono convinto che l’onere AVS sarà compensato quasi
totalmente. (…)” (I) –
pretende che la Cassa abbia agito prematuramente, questo Tribunale rileva
quanto segue.
Secondo
la giurisprudenza federale, è sufficiente che la Cassa subisca un danno
parziale per legittimare l'inizio di una procedura ex. art. 52 LAVS (DTF 121 V
240, consid. 3c, pag. 243).
In
concreto, come accennato (cfr. consid. 1.2), il 10 luglio, l’11 ottobre e il 27
dicembre 2017 l’Ufficio di esecuzioni (UE) di __________ ha rilasciato degli
attestati di carenza beni relativi ai contributi paritetici AVS/AI/IPG/AD e AF
non soluti dalla società per gli anni 2016 e 2017 e nell’e-mail del 22 luglio
2019 lo stesso ufficio ha dichiarato che “(…) allo stadio attuale, se
riusciamo ad incassare i crediti sarà previsto un dividendo per i creditori di
IIa. Classe. (…)” (doc. 3/A).
In
simili circostanze un danno (per lo meno parziale) risulta essere accertato e
pertanto la Cassa poteva intentare l’azione di risarcimento danni che,
conformemente alla succitata giurisprudenza, non è quindi prematura.
Quanto
alla domanda di sospensione –
“(…) vista anche la mia situazione
economica chiedo pertanto che l'azione nei miei confronti sia sospesa almeno
fino a quando non verrà definita dall'ufficio fallimenti la ripartizione dei
fr. 77'122.- (ormai fr. 85'000.- con interessi, vedi all. D). (…)” (I) –,
alla quale la Cassa si è opposta (cfr. consid. 1.5), questo Tribunale rileva
che l’Alta Corte, proprio avuto riguardo ad una domanda di
sospensione della procedura risarcitoria in attesa di conoscere l’esito delle
trattative in corso, nella STF 9C_195/2009 del 2 febbraio 2010 l’ha ritenuta
manifestamente infondata rilevando che “(…) in caso di incertezza sul
dividendo della procedura di fallimento, è la prassi in materia ad esigere, per
ragioni legate all'osservanza dei termini di prescrizione, che la decisione di
risarcimento venga formulata in modo tale che il responsabile sia tenuto al
risarcimento della totalità dell'importo sottratto alla cassa contro cessione
di un eventuale dividendo. Per il Tribunale federale (delle assicurazioni), del
resto, corrisponde meglio agli obiettivi del diritto risarcitorio e al senso di
equità fare sopportare all'autore del danno, anziché al danneggiato,
l'incertezza sul dividendo finale (DTF 113 V 180 consid. 3b pag. 184). (…)”
(STF 9C_195/2009 del 2 febbraio 2010, consid. 5).
Avuto
riguardo infine alla sua situazione economica – nell’opposizione del 26
aprile 2019 l’insorgente ha evidenziato che “(…) io personalmente sono già
in carenza beni (vedi allegato) e la AVS trattiene già fr. 150 mensili dalla
mia rendita di vecchiaia. (…)” (doc. 2) –, va osservato quanto
segue.
La
situazione economica del ricorrente non è rilevante ai fini del presente
giudizio. Nella procedura di risarcimento ex art. 52 LAVS non è infatti
contemplato l’istituto del condono (che presuppone i presupposti della buona
fede e dell’onere gravoso, cfr. art. 25 LPGA). Secondo la giurisprudenza, non
può essere riconosciuta la buona fede, condizione essenziale per ottenere il
condono, nel caso in cui il richiedente ha agito intenzionalmente o per grave
negligenza (RCC 1986 pag. 664). Se il datore di lavoro, o l’organo della
persona giuridica, viene riconosciuto responsabile, questo significa che egli
ha appunto agito intenzionalmente o per grave negligenza, per cui il condono è
a priori escluso (STCA 31.2016.10 del 6 aprile 2017 consid. 2.9 e 31.2009.4 del
20 gennaio 2010 consid. 2.9). Inoltre, essendo la responsabilità ex art. 52
LAVS basata su un agire intenzionale o gravemente negligente e non essendo la
pretesa risarcitoria identica a quella contributiva, una riduzione o un condono
per applicazione analogica dell’art. 11 LAVS non entra in considerazione
(Reichmuth, op. cit., n. 1259, pag. 297). Spetta comunque alla Cassa valutare,
nell’ambito dell’esecuzione del presente giudizio, le reali possibilità d’incasso
(ZAK 1986 pag. 448).
Inoltre,
nella decisione impugnata, la Cassa ha rilevato che “(…) vi è la possibilità
di concordare un pagamento rateale dell'importo chiesto in restituzione. Una
domanda in tal senso deve essere formulata per iscritto al competente Servizio
incassi della Cassa cantonale di compensazione AVS/Al/IPG una volta passata in
giudicato la presente decisione. (…)” (doc. 3, punto 8, pag. 9).
2.12. Visto
tutto quanto precede, il ricorso va dunque respinto e la decisione impugnata
confermata.
2.13. Il TF, nella DTF 137 V 51,
chiamato a pronunciarsi in merito all’ammissibilità del ricorso in materia di
diritto pubblico in un caso concernente la responsabilità del datore di lavoro
per il danno risultante dalla violazione delle prescrizioni in materia di AVS,
ha stabilito che il ricorso in materia di diritto pubblico interposto contro un
giudizio sulla responsabilità del datore di lavoro nei confronti di una cassa
di compensazione fondata sull’art. 52 cpv. 1 LAVS è ammissibile solo qualora il
valore litigioso raggiunga il limite di fr. 30'000.-- o in presenza di una
questione di diritto di importanza fondamentale (circa l’interpretazione in un
senso largo della nozione di “responsabilità dello Stato” ai sensi dell’art. 85
cpv. 1 lett. a LTF vedi Margit Moser-Szless, Le recours en matière de droit
public au Tribunal fédéral dans le domaine des assurances sociales – aspects
choisis, in HAVE 2010 pag. 342; Mélanie Fretz, La responsabilité selon l’art.
52 LAVS: une comparaison avec les art. 78 LPGA e 52 LPP, in HAVE 2009 pag. 249;
cfr. inoltre anche DTF 135 V 98 nella quale il TF si è pronunciato circa
l’ammissibilità del ricorso in un caso concernente la responsabilità del
titolare di una cassa di disoccupazione nei confronti della Confederazione per
il danno derivante dal pagamento di prestazioni indebite e DTF 134 V 138 nella
quale l’Alta Corte si è pronunciata circa l’ammissibilità di un ricorso in tema
di responsabilità dell’Ufficio AI per i danni cagionati a un terzo
evidenziando, in particolare, che l’eventuale presupposto della “questione di
diritto di importanza fondamentale” – presupposto questo che, secondo l’art. 85
cpv. 2 LTF, renderebbe ammissibile il ricorso in materia di diritto pubblico
anche se il valore litigioso non raggiunge i fr. 30'000.-- – deve essere
dimostrata dal ricorrente).
Per questi
motivi
dichiara e
pronuncia
1. Il ricorso è respinto.
Considerandi
2.
Non si percepisce tassa di
giustizia, mentre le spese sono poste a carico dello Stato.
3.
Comunicazione agli
interessati.
Contro la presente decisione
è dato ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale
federale, Schweizerhofquai 6, 6004 Lucerna, entro 30 giorni dalla
comunicazione.
In materia patrimoniale il
ricorso di diritto pubblico è inammissibile nel campo della responsabilità
dello Stato se il valore litigioso è inferiore ai fr. 30'000.-- (art. 85 cpv. 1
lett. a LTF). Se il valore litigioso non raggiunge i fr. 30'000.-- il ricorso è
nondimeno ammissibile se si pone una questione di diritto di importanza
fondamentale (art. 85 cpv. 2 LTF).
Qualora non sia dato il
ricorso in materia di diritto pubblico è possibile proporre negli stessi
termini ricorso sussidiario in materia costituzionale (art. 113 LTF) per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF.
L'atto di ricorso, in 3
esemplari, deve indicare quale decisione è chiesta invece di quella impugnata,
contenere una breve motivazione, e recare la firma del ricorrente o del suo
rappresentante. Al ricorso dovrà essere allegata la decisione impugnata e la
busta in cui il ricorrente l'ha ricevuta.
Per il Tribunale cantonale delle
assicurazioni
Il vicepresidente Il
segretario di Camera
giudice Raffaele Guffi Gianluca
Menghetti