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Decisione

31.2019.20

Confermata responsabilità di un socio gerente di una Sagl datrice di lavoro. Respinta l'eccezione di prescrizione del credito risarcitorio. Conferma dell'ammontare del danno subito dalla Cassa. Negati

7 maggio 2020Italiano36 min

Source ti.ch

Fatti

i salari, rispettivamente il ricorrente vi ha rinunciato, secondo la

giurisprudenza succitata, questo non è rilevante. Determinante è che dalle

circostanze suddette non si è trattato di mere aspettative salariali.

Non

vi è pertanto motivo per non confermare i conteggi allestiti dalla Cassa

relativi ai contributi dovuti nel periodo in esame.

La

Cassa ha inoltre prodotto delle tabelline dalle quali si evince l’evoluzione

del debito contributivo e dalle quali emerge che la società non ha versato

alcun onere sociale (doc. 6-8). Inoltre, come detto sopra, l’amministrazione ha

allegato i diversi attestati di carenza beni.

In

queste circostanze, l’ammontare del danno richiesto al ricorrente, oltre ad

essere corretto, è stato sufficientemente documentato e va quindi confermato.

In

sede di risposta di causa la Cassa ha pertinentemente fatto presente che,

tenuto conto dell’accredito per la ridistribuzione della tassa sul CO2 di fr.

112,70 nonché dei pagamenti nel frattempo effettuati da TERZ 1 per fr. 320.--,

l’ammontare del danno deve essere aggiornato e ridotto a fr. 36'838,40.

2.5. Per definizione, il danno

considerato dall'art. 52 LAVS è quello derivante da un atto o da un'omissione

in relazione ai compiti che la legge attribuisce al datore di lavoro, segnatamente

in materia di versamento dei contributi (Pratique VSI 1994 p. 99, consid. 5a).

Le prescrizioni cui fa riferimento l'art. 52 LAVS sono innanzitutto quelle

contenute nella LAVS medesima e nelle sue disposizioni di esecuzione: in

particolare le norme concernenti l'obbligo di pagare i contributi, il calcolo

degli stessi dovuti sul reddito di un'attività salariata, il prelevamento dei

contributi dei salariati, l'obbligo di allestire i relativi conteggi: sono

queste le disposizioni in senso stretto (art. 14 cpv. 1 LAVS, artt. 34ss OAVS;

RCC 1985 p. 607 consid. 5a).

L’obbligo di conteggiare e

versare i contributi da parte del datore di lavoro è un compito di diritto

pubblico (Pratique VSI 1994 p. 108 consid. 7a con riferimenti) e il venire meno

a questo compito costituisce una violazione di prescrizioni ai sensi dell’art.

52 LAVS e comporta il risarcimento integrale del danno (Pratique VSI 1993 p. 84

consid. 2a; DTF 111 V 173 consid. 2, 108 V 186 consid. 1a, 192 consid. 2a; RCC

1985 p. 646 consid. 3a, p. 650 consid. 2).

Inoltre – anche se ciò non è

esplicitamente menzionato nella legge – il datore di lavoro deve preoccuparsi

dei contributi paritetici dei quali è tenuto ad assumere il prelevamento e la

trasmissione alla Cassa con tutta la necessaria attenzione richiesta. Ne

consegue che se è causa della propria insolvenza nei confronti della Cassa, lo

stesso può essere reso responsabile ai sensi dell'art. 52 LAVS, anche se non ha

violato una prescrizione specifica della LAVS (RCC 1985 p. 608 consid. 5b).

2.6. La cassa di compensazione che

constata di aver subito un danno in seguito alla non osservanza delle

prescrizioni (ad es. dell'art. 14 LAVS, relativo all'obbligo di dedurre da ogni

paga i contributi e di versarli periodicamente alla cassa, rispettivamente

degli artt. 34 e ss. OAVS relativi ai modi di conteggio e di pagamento dei

contributi) può presumere che il datore di lavoro ha violato le prescrizioni

intenzionalmente o almeno per grave negligenza e quindi può procedere contro di

lui. Incombe allora al datore di lavoro di far valere e provare validi motivi

di giustificazione e di discolpa, idonei cioè ad escludere una violazione

intenzionale o per negligenza grave delle prescrizioni, rispettivamente idonei

a giustificarla in base a circostanze speciali (DTF 108 V 187; SVR 1995 AHV Nr.

70 p. 213). È quindi possibile che, procrastinando il pagamento dei contributi,

il datore di lavoro riesca a salvaguardare l’esistenza della ditta, ad esempio

nell’ipotesi di difficoltà passeggere di liquidità. Affinché un simile

comportamento non comporti l’applicazione dell’art. 52 LAVS, occorre che il

datore di lavoro, nell’istante in cui decide, abbia seri e oggettivi motivi di

ritenere che gli sarà possibile solvere i contributi entro un termine

ragionevole (DTF 108 V 188; Pratique VSI 1996 p. 307; RCC 1992 p. 261 consid.

4b, 1985 p. 604 consid. 3a). L’obbligo del datore di lavoro e dei suoi organi

responsabili di risarcire il danno alla Cassa sarà negato, e di conseguenza

decadrà, se questi reca e prova motivi di giustificazione, rispettivamente di

discolpa (DTF 108 V 187 consid. 1b; Frésard, cit., in RSA 1987 p. 7).

2.7. Ai

sensi della giurisprudenza del TFA si deve ammettere una negligenza grave del

datore di lavoro quando questi abbia trascurato di fare quanto doveva apparire

importante a qualsiasi persona ragionevolmente posta nella stessa situazione.

La

misura della diligenza richiesta viene apprezzata secondo il dovere di

diligenza che si può e si deve generalmente esigere, in materia di gestione, da

un datore di lavoro della stessa categoria di quella a cui appartiene

l’interessato (RCC 1988 p. 634 consid. 5a; DTF 112 V 159 consid. 4 con

riferimenti; Knus, Die Schadenersatzpflicht des Arbeitgebers in der AHV, 1989,

p. 53). I fatti di cui si è resa colpevole una ditta non sono necessariamente

imputabili a tutti gli organi della stessa. Si deve infatti esaminare se e in

quale misura questi fatti possano essere addebitati ad un organo determinato,

tenuto conto della situazione di diritto e di fatto di quest’ultimo nella ditta

medesima. Il tema di sapere se un organo ha agito in modo colposo dipende dalle

responsabilità e dalle competenze che gli sono state attribuite dalla ditta

(DTF 108 V 202 consid. 3a; RCC 1985 p. 647 consid. 3b; Knus, cit., p. 52;

Dieterle/Kieser, Das Schadenersatzprozess nach Art. 52 AHVG, in Der Schweizer

Treuhänder, 1995, p. 658). Nel caso di una società anonima si debbono porre

esigenze molto severe per quanto concerne l’attenzione da prestare alle

prescrizioni AVS (DTF 108 V 203 con riferimenti). La giurisprudenza ritiene

che, di regola, la mancata deduzione e relativo trasferimento alla Cassa dei

contributi configura una grave negligenza. (DTF 108 V 186ss. consid. 1b).

La

diligenza richiesta risulta accresciuta quando si tratta di un amministratore

unico; egli deve dare prova di tutta la diligenza necessaria alla corretta

gestione degli affari sociali non essendo sufficiente l'ossequio della

diligentia quam in suis (DTF 112 V 3 consid. 2b; cfr. anche DTF 122 III 198

consid. 3a). Egli deve conservare un assoluto controllo sugli affari importanti

della ditta, essendo segnatamente suo preciso dovere vigilare affinché i

contributi vengano regolarmente versati (sull’esame circa la sussistenza di

speciali circostanze che legittimavano il datore di lavoro a non versare i

contributi o potevano scusarlo dal provvedervi cfr. al consid. 2.7.; cfr. DTF

121 V 244 consid. 4b)

2.8. Nella

fattispecie concreta, il ricorrente sostiene di essere stato socio nonché

effettivo gerente dal mese di marzo 2017, più precisamente dal 6 marzo 2017,

giorno in cui egli ha stipulato con TERZ 1, socio e presidente della gerenza

della società dal 3 agosto 2015 al 28 marzo 2017, il contratto di cessione

delle quote detenute da quest’ultimo (doc. 3/A e 3/B).

Ai fini della responsabilità ex art. 52 LAVS determinante è

invece che, come risulta dall’estratto RC informatizzato agli atti, egli ha

assunto la carica di socio e gerente (con diritto di firma individuale) della FA

1 il 3 agosto 2015 (cfr. il relativo verbale assembleare del 28 luglio 2015 in

doc. 9) e che dall’11 luglio 2017 è divenuto socio e liquidatore (cfr. il

relativo rogito del 3 luglio 2017 in doc. 3/C; va qui ricordato che il

liquidatore di una società è considerato organo formale della stessa: cfr. Reichmuth,

Die Haftung des Arbeitgebers und seiner Organe nach Art. 52 AHVG, 2008, §4 nr. 207,

pag. 51), entrambe le cariche con diritto di firma individuale. Per questo

motivo la Cassa gli ha correttamente imputato quale danno i contributi sociali dovuti

e non soluti dalla società dal 2016 a giugno 2018 anche se, come asserito, egli

“è rimasto praticamente solo tre mesi fino alla messa in liquidazione della

società” (cfr. ricorso punto no. 2.3). Egli è rimasto in carica

quale organo formale più a lungo di TERZ 1 (cfr. consid. 1.1), motivo per cui a

quest’ultimo la Cassa gli ha imputato “solo” fr. 13'533,30 di danno, in via

solidale con il ricorrente.

Quanto

ai suoi obblighi di socio gerente, va ricordato al ricorrente che, conformemente

alla giurisprudenza federale i soci gerenti e i gerenti di una Sagl rispondono dei

danni causati dal non pagamento dei contributi sociali come gli organi di una

società anonima. Pertanto nell'ambito della responsabilità ex art. 52 LAVS, il

socio gerente e il gerente di una Sagl devono essere parificati ad un

amministratore di una società anonima (DTF 126 V 238 = Pratique VSI 2000, pagg.

226-229; cfr. anche Pratique VSI 2002 pagg. 177seg; STFA H 20/01 del 21 giugno

2001). Il suo comportamento nell’ambito della gestione va quindi valutato

secondo gli stessi criteri applicati agli amministratori di questa società (STF

9C_788/ 2007 del 29 ottobre 2008; STFA H 95/04 dell’8 marzo 2005, STFA H 337/01

del 23 gennaio 2003; STCA 31. 2011.6 dell’11 ottobre 2011 con riferimenti).

A

tal riguardo ai sensi dell’art. 716a cpv. 1 cifra 5 CO ad ogni amministratore

(e di conseguenza anche al gerente/socio gerente di una Sagl) spetta l’alta

vigilanza sulle persone incaricate della gestione, in particolare per quanto

concerne l’osservanza della legge, dello statuto, dei regolamenti e delle

istruzioni.

L’amministratore

(e nel caso della Sagl il gerente) deve, di principio, informarsi

periodicamente dell’andamento dell’azienda ed in particolare sugli affari

principali, richiedendo rapporti dettagliati, studiandoli attentamente,

cercando di chiarire errori ed agendo per correggere irregolarità. Se, dalle

informazioni raccolte, sorge il sospetto di una gestione scorretta o negligente

da parte di chi ha ottenuto la delega gestionale, l’organo deve intervenire

affinché le prescrizioni siano rispettate (STFA H 282/01 del 27 febbraio 2002 e

del 25 luglio 1991 nella causa V.E.; DTF 114 V 219 = RCC 1989 pag. 116; cfr.

anche STFA 29 agosto 1997 nella causa M.). Segnatamente è suo preciso dovere

vigilare affinché i contributi vengano regolarmente versati, peraltro già

prelevati dai salari dei dipendenti in conformità all'art. 51 LAVS (STFA H

171/02 del 2 dicembre 2003, STFA H 310/02 dell’11 novembre 2003, STFA H 33/03

dell’8 ottobre 2003 e STFA H 208/00 + H 209/00 del 28 aprile 2003; DTF 108 V

202; Frésard, cit., RSA 1991, pag. 165). In caso contrario si finirebbe per

legittimare la figura "dell'uomo di paglia" (STFA 365/01 del

15 aprile 2002 consid. 5, H 234/00 del 27 aprile 2001 consid. 5d). In tale

contesto, nella sentenza inedita dell'8 novembre 1999 (H 160/99), il TFA ha

rilevato in particolare che "scopo della norma (art. 716a cpv. 1

CO, ndr) è di evidenziare che il mandato quale consigliere d'amministrazione

non può essere inteso unicamente quale sinecura, ossia quale incombenza

scarsamente impegnativa e di poca responsabilità.". Secondo la nostra

Massima istanza, i membri del CdA devono rassegnare le proprie dimissioni se,

nonostante le sollecitazioni, i contributi paritetici rimangono impagati (STFA

H 38/01 del 17 gennaio 2002, 21 dicembre 1993 nella causa M.T.S. e 15 dicembre

1993 nella causa N., tutte citate nella STCA del 18 novembre 2009 [31.2009.1,

consid. 2.8, pag. 14] confermata dal TF con la STF 9C_29/2010 del 28 ottobre

2010).

Per

giurisprudenza un amministratore diligente non può estraniarsi dai problemi

della società evidenziando che altri si occupavano della gestione della stessa

(RCC 1989 pag. 114 seg.; STFA 17 ottobre 1996 nella causa M.G.; STCA

Considerandi

31.1997

-14 del 30 settembre 1998).

Addirittura

è da ritenere una negligenza grave anche la passività di amministratori di

fatto esclusi dalla gestione della società, i quali sono tenuti ad un costante

controllo della gestione. In tale contesto, anche il fatto che un

amministratore non abbia competenza alcuna per quanto riguarda i pagamenti

(STFA H 210/99 del 5 ottobre 2000; cfr. anche STCA 28 gennaio 2004 nella causa

A.F., inc. 31.2003.18, consid. 2.10.2 e ivi riferimenti) o che non benefici di

alcun diritto di firma (STFA 17 ottobre 1996 nella causa M.G.), non

costituiscono in sé motivi liberatori o di discolpa. Nella STFA H 13/03 del 21

maggio 2003 l’Alta Corte ha ribadito che un amministratore non può liberarsi

dalla propria responsabilità limitandosi a sostenere che non avrebbe mai

partecipato alla gestione dell’impresa, che la sua partecipazione alla costituzione

non era che di natura fiduciaria e che non avrebbe percepito alcuna

remunerazione e rivestito un ruolo subalterno, un tale agire configurando già

di per sé una grave negligenza. Del resto il fatto che altre persone abbiano

esercitato il potere effettivo nell'ambito della società quali organi di fatto

non scarica l'amministratore formale dalle sue responsabilità (STFA H 195/92

del 30 marzo 1993 e STCA 31.94.4 del 7 agosto 1996, consid. 2.9).

La

passività a dispetto della conoscenza (eventuale) di mancati pagamenti di

contributi deve essere considerata un’inosservanza per negligenza grave delle

prescrizioni (RCC 1989 pag. 115).

In

concreto, vista la succitata giurisprudenza, il fatto, addotto dal ricorrente,

che la società fosse effettivamente gestita da TERZ 1 sino a tre mesi prima

della liquidazione della stessa non lo libera da una sua responsabilità ex art.

52.

LAVS avendo egli comunque un obbligo di vigilanza e di diligenza in merito

al versamento degli oneri sociali.

Occorre

poi rilevare che, come si evince dai menzionati specchietti relativi all’evoluzione

del debito contributivo, già dal mese di marzo 2016 la Cassa ha iniziato a

diffidare regolarmente la società affinché liquidasse il dovuto e a precettarla

dal giugno 2016 non riuscendo ad incassare alcunché. Oltretutto la società non

ha riversato alla Cassa l’intera quota trattenuta mensilmente dal salario dei

dipendenti, ciò che costituisce una violazione delle prescrizioni (artt. 14

cpv. 1 e 87 cpv. 3 LAVS).

Della

cronica morosità della società per quel che concerne il versamento dei

contributi il ricorrente, facendo uso del suo obbligo di vigilanza, avrebbe

dovuto rendersene conto e sollecitarne il pagamento e, in caso di mancato

riscontro, avrebbe dovuto inoltrare le proprie dimissioni.

In

sede di opposizione RI 1 ha sostenuto che una volta visionata la contabilità si

sarebbe reso conto della grave situazione debitoria mettendo la società in

liquidazione dopo 2 mesi. Ribadito il più volte citato obbligo di controllo e

di diligenza, sin dall’inizio del suo mandato il ricorrente avrebbe dovuto

visionare la contabilità, in particolare per quel che concerne i pagamenti

degli oneri sociali. Del resto egli non ha asserito di esserne stato impedito.

In queste circostanze, la (tardiva) liquidazione della società non può giovare

all’insorgente.

Non

va poi dimenticato che, quale socio liquidatore, non ha dato seguito, malgrado

la diffida del Servizio ispettorato della Cassa, al suo obbligo di compilazione

delle dichiarazioni dei salari degli anni 2017 e 2018 (doc. 3/D), ciò che

costituisce una violazione delle prescrizioni.

2.9

L’insorgente sostiene che il mancato pagamento dei contributi è stato

effettuato nell’intento di salvare la società a seguito della mancanza di

liquidità, rinunciando allo stipendio.

Occorre

piuttosto esaminare l’esistenza di speciali circostanze che avrebbero potuto

legittimare il datore di lavoro a non versare i contributi o avrebbero potuto

scusarlo dal provvedervi (DTF 121 V 244 consid. 4b, 108 V consid. 1b e 193

consid. 2b).

Trattasi

da un lato di eventuali motivi di giustificazione, che si realizzano

allorquando vi è omissione del pagamento per fare fronte a una mancanza

passeggera di liquidità in una delicata situazione finanziaria e nella misura

in cui in questo modo il datore di lavoro onora altri crediti (segnatamente

quelli dei lavoratori e dei fornitori) essenziali per la sopravvivenza

dell'azienda e al tempo stesso può oggettivamente ritenere che i contributi

dovuti verranno soluti entro un termine ragionevole (STF 9C_812/2007 del 12

dicembre 2008 consid. 3.2 con riferimenti; cfr. in dettaglio Reichmuth, Die

Haftung des Arbeitgebers und seiner Organe nach art. 52 AHVG, 2008, n.

668s pp. 156ss; vedi anche Meyer, Die Rechtsprechung des Eidgenössischen

Versicherungsgerichts zur Arbeitgeberhaftung; in: Temi scelti di diritto delle assicurazioni

sociali, 2006, pp. 25ss e 35s; cfr. anche STFA H 103/00 dell’11 gennaio 2002

consid. 4c e DTF 123 V 244 consid. 4b).

La

questione decisiva, in tale contesto, non è tanto se il datore di lavoro

all'epoca credeva realmente che l'azienda potesse essere salvata e che i

contributi sarebbero stati pagati in un futuro prossimo, bensì piuttosto se un

tale atteggiamento fosse allora oggettivamente sostenibile agli occhi di un

terzo responsabile (STF 9C_812/2007 del 12 dicembre 2008 consid. 3.2 con riferimenti;

cfr. in dettaglio Reichmuth, Die Haftung des Arbeitgebers und seiner Organe

nach Art. 52 AHVG, 2008, n. 668 seg. pag. 156 segg.; vedi anche Meyer, Die

Rechtsprechung des Eidgenössischen Versicherungsgerichts zur

Arbeitgeberhaftung; in: Temi scelti di diritto delle assicurazioni sociali,

2006, pag. 25 segg. e 35 segg.; cfr. anche STFA H 103/00 dell’11 gennaio 2002

consid. 4c e DTF 123 V 244 consid. 4b). In questo contesto, l’Alta Corte ha

precisato che la ditta che attraversa una fase difficile e fonda la sua

esistenza su equilibri delicati deve prendere delle misure drastiche e

immediate (STFA H 170/01 del 23 luglio 2002 consid. 4.6. con riferimenti e H

336/95 del 7 maggio 1997 consid. 3d). La giurisprudenza federale ha ribadito

che l’organo della società deve prestare particolare attenzione nell'ipotesi in

cui è a conoscenza del fatto che la ditta sta attraversando una crisi

finanziaria (STFA H 446/00 del 31 agosto 2001 consid. 4a).

Quindi

l’illiquidità della società non giustifica il procrastinare del pagamento dei

contributi se non sono realizzati i chiari criteri di discolpa posti dalla

citata giurisprudenza (STCA 31.2008.6 del 12 febbraio 2009).

D’altro

lato possono essere dati motivi di discolpa per quelle aziende, che dopo

avere per lungo tempo e ineccepibilmente onorato, dal profilo delle

assicurazioni sociali, i propri obblighi di datori di lavoro, cadono in

difficoltà economiche, devono essere sciolte (normalmente per causa di

fallimento) e rimangono debitrici dei contributi sociali per gli ultimi mesi

della loro esistenza. In questi casi, la giurisprudenza circoscrive a due o tre

mesi la perdita contributiva tollerabile dal profilo dell'art. 52 LAVS (STF

9C_812/2007 del 12 dicembre 2008 consid. 3.3 con riferimenti; cfr. in dettaglio

Reichmuth, op. cit., n. 696 ss pp. 163ss; cfr. anche Meyer, op. cit., p. 36). Va

poi ricordato che per giurisprudenza non può essere riconosciuto alcun motivo

di discolpa se il differimento dei pagamenti dei contributi paritetici era

cronico e i pagamenti venivano effettuati solo dopo che le procedure esecutive,

ripetute e numerose, giungevano a uno stadio avanzato (STFA 27 giugno 1994

nella causa M.).

Ora,

non misconoscendo la rinuncia salariale operata dal ricorrente, non va tuttavia

dimenticato che la società, dopo svariate diffide e precetti, non ha versato

alcun contributo (cfr. specchietti riassuntivi del debito contributivo, doc.

6-8). Infatti dal marzo 2016 la società è entrata in mora col pagamento dei

contributi per cui la Cassa ha dovuto sistematicamente diffidarla ed anche

precettarla dal giugno 2016 (cfr. specchietti dell’evoluzione dei pagamenti dei

contributi 2016- 2018 in doc. 6-8). In queste condizioni si può affermare che i

problemi di liquidità della società erano ormai cronici, rimanendo scoperti

contributi dal 2016 sino al mese di giugno 2018. Trattandosi di un lasso di

tempo non trascurabile, la negligenza grave deve essere riconosciuta.

In

queste circostanze, le difficoltà di pagamento dei contributi, nonché il

mancato pagamento degli stessi non possono dirsi dovuti a una momentanea crisi

finanziaria della società o ad una passeggera situazione di illiquidità (STCA

del 28 maggio 2002 nella causa B., inc. 31.2001.36, consid. 2.8.1). Non si è

dunque in presenza di un valido motivo di giustificazione previsto

eccezionalmente dalla giurisprudenza del TFA (DTF 123 V 244, 121 V 243,

principi ancora confermati recentemente in STFA del 30 gennaio 2003 nella causa

W. e P., H 134/02, consid. 3.1. e 3.2.; STFA del 27 gennaio 2003 nella causa

D.C., A. P. e M.P., H93/01 + H 169/01, consid. 3.4.3). Il TFA ha considerato

cronico il mancato pagamento dei contributi durante numerosi mesi (STFA del 7

maggio 1997 nella causa G; cfr. anche STFA del 7 maggio 1997 nella causa V., in

cui il mancato pagamento è durato all’incirca dieci mesi). L'Alta Corte ha per

contro ritenuto giustificato il mancato versamento della durata di tre mesi se

tuttavia precedentemente i contributi erano stati versati regolarmente (cfr.

DTF 121 V 243; STFA del 30 gennaio 2003 nella causa W. e P., H 134/02, consid.

3.1

e 3.2.; STFA del 20 agosto 2002 nella causa A. e B., H 295/01, consid. 5;

STFA del 29 aprile 2002 nella causa H., M. e S., H 209/01, consid. 4b). Secondo

la giurisprudenza del TFA, non può essere riconosciuto alcun motivo di

giustificazione se il differimento dei pagamenti dei contributi paritetici era

cronico, e i pagamenti venivano effettuati solo dopo che le procedure

esecutive, ripetute e numerose, giungevano a uno stadio avanzato (STFA del 27

giugno 1994 in re M.). Il TFA, in una decisione del 16 maggio 2002 nella causa

A. e B., H 61/01, consid. 3b, parzialmente pubblicata in SVR 2002 AHV Nr. 18,

ha sentenziato che se, per diversi anni, non sono stati fatti versamenti,

decade la possibilità di discolparsi. Inoltre, secondo l'Alta Corte, nemmeno

l’illiquidità della società giustifica il procrastinare del pagamento dei

contributi se non sono realizzati i chiari criteri di discolpa posti dalla

giurisprudenza federale (STCA del 4 maggio 1995 nelle cause M. J., M. M., B. N.

e P. L.).

A

titolo di raffronto è utile precisare che nella già citata sentenza del TFA

(cfr. DTF 121 V 243), in cui è stato riconosciuto un motivo di giustificazione,

la ditta, oltre a non versare i contributi per soli tre mesi, aveva cessato

immediatamente la propria attività senza tentare la via del concordato, dando

prova della volontà di limitare al massimo i danni causati alla Cassa.

In

questo senso, secondo l'Alta Corte, nemmeno l’illiquidità della società

giustifica il procrastinare del pagamento dei contributi se non sono realizzati

i chiari criteri di discolpa posti dalla giurisprudenza federale (STCA del 4

maggio 1995 nelle cause M.J., M.M., B.N. e P. L.), motivi di discolpa in casu

non realizzati.

Ora,

in concreto l'avere procrastinato il pagamento dei contributi paritetici e

lasciato scoperti gli oneri sociali sull’arco di oltre due anni, è segno di una

negligenza non indifferente del datore di lavoro e fa sorgere la responsabilità

del socio gerente cui incombe per legge la massima vigilanza nella conduzione e

nel controllo della società. Questa omissione costituisce una grave violazione

del dovere di diligenza (cfr. RCC 1992 p. 269).

2.10

Visto

tutto quanto precede, tenuto conto della riduzione del danno (cfr. consid. 2.4),

RI 1 è condannato a risarcire alla Cassa di fr. 36'838,40.

In

tal seno il ricorso va accolto parzialmente. Considerato che la riduzione del

danno a seguito della ridistribuzione a favore del ricorrente della tassa CO2

(fr. 112,70) è minima rispetto all’ammontare del danno subito dalla Cassa, che

i versamenti effettuati da TERZ 1 non incidono sulla responsabilità ex art. 52

LAVS dell’insorgente – le cui censure ricorsuali si sono rilevate infondate – non

si assegnano ripetibili parziali.

2.11

In

DTF 137 V 51, chiamato a pronunciarsi in merito all’ammissibilità del ricorso

in materia di diritto pubblico in un caso concernente la responsabilità del

datore di lavoro per il danno risultante dalla violazione delle prescrizioni in

materia di AVS, il TF ha stabilito che il ricorso in materia di diritto

pubblico interposto contro un giudizio sulla responsabilità ex art. 52 cpv. 1

LAVS è ammissibile solo qualora il valore litigioso raggiunga il limite di fr.

30'000.-- o in presenza di una questione di diritto di importanza fondamentale

(circa l’interpretazione in un senso largo della nozione di “responsabilità

dello Stato” ai sensi dell’art. 85 cpv. 1 lett. a LTF vedi Moser-Szless, Le

recours en matière de droit pubblic au Tribunal fédéral dans le domaine des

assurances sociales – aspects choisis, in HAVE 2010 p. 342; Fretz, La

responsabilité selon l’art. 52 LAVS: une comparaison avec les art. 78 LPGA e 52

LPP, in HAVE 2009 p. 249; cfr. inoltre anche la DTF 135 V 98 nella quale il TF

si è pronunciato circa l’ammissibilità del ricorso in un caso concernente la

responsabilità del titolare di una cassa di disoccupazione nei confronti della

Confederazione per il danno derivante dal pagamento di prestazioni indebite e

la DTF 134 V 138 nella quale l’Alta Corte si è pronunciata circa l’ammissibilità

di un ricorso in tema di responsabilità dell’Ufficio AI per i danni cagionati a

un terzo evidenziando, in particolare, che l’eventuale presupposto della “questione

di diritto di importanza fondamentale” –

presupposto questo che, secondo l’art. 85 cpv. 2 LTF, renderebbe

ammissibile il ricorso in materia di diritto pubblico anche se il valore

litigioso non raggiunge i fr. 30'000.-- –

deve essere dimostrata dal ricorrente).

Dispositivo

Per questi motivi

dichiara e pronuncia

1. Il ricorso è parzialmente

accolto.

§ RI 1 è

condannato a versare alla CO 1 la somma di fr. 36'838,40.

2. Non si percepisce tassa di

giustizia, mentre le spese sono poste a carico dello Stato. Non si assegnano

ripetibili.

3. Comunicazione agli interessati.

Contro la presente decisione

è dato ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale federale,

Schweizerhofquai 6, 6004 Lucerna, entro 30 giorni dalla comunicazione.

In materia patrimoniale il

ricorso di diritto pubblico è inammissibile nel campo della responsabilità

dello Stato se il valore litigioso è inferiore ai fr. 30'000.-- (art. 85 cpv. 1

lett. a LTF). Se il valore litigioso non raggiunge i fr. 30'000.-- il ricorso è

nondimeno ammissibile se si pone una questione di diritto di importanza

fondamentale (art. 85 cpv. 2 LTF).

Qualora non sia dato il

ricorso in materia di diritto pubblico è possibile proporre negli stessi

termini ricorso sussidiario in materia costituzionale (art. 113 LTF) per i

motivi previsti dall’art. 116 LTF.

L'atto di ricorso, in 3

esemplari, deve indicare quale decisione è chiesta invece di quella impugnata,

contenere una breve motivazione, e recare la firma del ricorrente o del suo

rappresentante. Al ricorso dovrà essere allegata la decisione impugnata e la busta

in cui il ricorrente l'ha ricevuta.

Per il

Tribunale cantonale delle assicurazioni

Il

vicepresidente Il segretario

di Camera

giudice Raffaele

Guffi Gianluca Menghetti