31.2020.27
Responsabilità dell'amministratore unico e di un membro del CdA per mancato pagamento dei contributi sociali da parte della SA. Respinte le eccezioni sollevate e in assenza di validi motivi di giustificazione o discolpa confermata la negligenza grave e la decisione
28 luglio 2021Italiano92 min
febbraio 2016 (cfr. “Contratto di assunzione” del 15 gennaio 2016, doc. 2/A), afferma
Source ti.ch
Raccomandata
Incarto
n.
31.2020.27-28
FC
Lugano
28 luglio 2021
In nome
della Repubblica e Cantone
Ticino
Il Tribunale cantonale delle assicurazioni
composto
dei giudici:
Daniele Cattaneo, presidente,
Raffaele Guffi, Ivano Ranzanici
redattrice:
Francesca Cassina-Barzaghini, vicecancelliera
segretaria:
Stefania Cagni
statuendo sui ricorsi del 17 novembre 2020 e 18 novembre
2020 di
1. RI
1
rappr. da: RA 1
2. RI
2
rappr. da: RA 2
contro
le decisioni su opposizione del 16 ottobre 2020 emanate da
CO 1
in materia di art. 52 LAVS
in relazione alla fallita: FA 1
chiamato in causa: TERZ 1
rappr. da: RA 3
ritenuto in fatto
1.1. La
FA 1, con sede prima a __________ e quindi a __________ è stata iscritta a
Registro di commercio il __________ (cfr. estratto RC informatizzato agli
atti).
RI
2 è stato amministratore unico della società dal 15 maggio 2013 al 22 giugno 2016,
data a partire dalla quale egli è stato presidente del consiglio di amministratore
sino al 9 febbraio 2018 (dimissioni del 31 gennaio 2018), con diritto di firma
individuale (date di pubblicazione nel FUSC).
RI
1 ha ricoperto la carica di membro del consiglio di amministrazione dal 7
febbraio 2017 al 5 febbraio 2018 (a seguito di dimissioni), con diritto di
firma individuale sino al 14 febbraio 2017 e in seguito collettiva a due (date
di pubblicazione nel FUSC).
1.2. Dal 1. giugno 2013 la società è
stata affiliata alla Cassa CO 1 (di seguito: Cassa) quale datrice di lavoro e
sin dall’agosto 2014 è entrata in mora col pagamento dei contributi per cui la
Cassa ha dovuto sistematicamente diffidarla e precettarla dal mese di luglio
2015, così come si evince dallo specchietto relativo all’evoluzione dei
pagamenti dei contributi AVS/AI/IPG/AD e AF per gli anni 2016-2017 (doc. 3, 7,
8; la documentazione citata, se non diversamente indicato, si riferisce
all’inc. 31.2020.27).
Con decreto del 15 maggio 2018 la
Pretura del Distretto di __________ ha dichiarato l’apertura del fallimento e ha
successivamente autorizzato la liquidazione del fallimento mediante la
procedura sommaria ai sensi dell’art. 231 LEF.
Con scritto del 3 ottobre 2019 la
Cassa ha insinuato all’Ufficio dei fallimenti (UF) del Distretto di __________
il proprio credito di fr. 223'177.80 per i contributi relativi agli anni 2016 e
2017 rimasti scoperti, di cui fr. 19'859.65 per contributi sule rivendicazioni
di salario fatte valere, dopo controllo del datore di lavoro (doc. 18).
Richiesto in merito dalla Cassa,
in data __________ l’UF ha comunicato che dalla procedura di liquidazione del
fallimento non vi era da attendere alcun dividendo (doc. 17).
1.3. Costatato
di avere subìto un danno, con una prima decisione del 15 luglio
2020, confermata con decisione su opposizione del 16 ottobre 2020, la Cassa ha
chiesto a RI 1 il risarcimento ex art. 52 LAVS di fr. 184'025.65 per i
contributi paritetici non versati dalla società negli anni 2016 e 2017, in via
solidale con TERZ 1, RI 2 e __________.RI 2
Con
un’altra decisione del 15 luglio 2020, confermata con decisione su opposizione
del 16 ottobre 2020, la Cassa ha chiesto a RI 2 il risarcimento
ex art. 52 LAVS di fr. 184'098.95 per gli oneri sociali del 2016 e 2017
rimasti insoluti, in via solidale con TERZ 1 e __________ per analogo importo e
periodo e con RI 1 limitatamente a fr. 184.65.
RI 1 1.4. Contro
la decisione su opposizione, il 17 novembre 2020 RI 1, rappresentata
dall’avv. RA 1, ha inoltrato il presente tempestivo ricorso.
Rimandando alla sua opposizione del
14 settembre 2020, ella contesta le conclusioni della Cassa esposte nella
decisione contestata. Fa tra l’altro valere di essersi dimessa dal Consiglio
d’amministrazione della società già a far tempo dal 28 luglio 2017, contesta
l’attribuzione di qualsivoglia intenzionalità o negligenza grave, così come la
presenza di un nesso di causalità tra il suo comportamento e il danno subito
dalla Cassa. Rileva di aver assunto la carica di membro del CdA solo ai fini
dell’adempimento dei requisiti della LIA, allora in vigore, sottolineando come
la gestione amministrativa della società fosse di esclusiva pertinenza di TERZ
1. Rilevando inoltre come la Cassa avesse attestato il 13 febbraio 2017 che la
società era in regola con i pagamenti, contesta ogni sua responsabilità e
chiede quindi l’annullamento della decisione.
1.5. Con la risposta di causa la Cassa
postula la reiezione del ricorso, confermando le argomentazioni esposte nella
decisione impugnata.
La ricorrente ha replicato il 22
gennaio 2021, producendo ulteriori documenti, sui quali si è espressa la Cassa
con scritto dell’11 febbraio 2021.
Delle rispettive argomentazioni
delle parti si dirà, nella misura del necessario, nel merito.
1.6. AncheRI 2, rappresentato dall’avv. RA
2il 18 novembre 2020 ha inoltrato tempestivo ricorso contro la decisione su
opposizione del 16 ottobre 2020, chiedendone l’annullamento. Egli ribadisce le
contestazioni già formulate in sede di opposizione alla decisione risarcitoria.
Contesta in particolare l’attribuzione di qualsivoglia intenzionalità o
negligenza grave, così come la presenza di un nesso di causalità tra il suo
comportamento e il danno subito dalla Cassa. Censura l’esistenza di un danno
per la Cassa, considerato come la procedura fallimentare non sarebbe ancora
conclusa. Solleva inoltre l’eccezione di prescrizione della pretesa della
Cassa, sottolineando anch’egli che la gestione amministrativa della società fosse
di esclusiva pertinenza di TERZ 1, mentre che il suo ruolo era del tutto
marginale (doc. I inc. 31.2020.28).
1.7. Con la risposta di causa del 4
dicembre 2020 la Cassa ha confermato l’ammontare del danno richiesto con la
decisione contestata e postulato la reiezione del ricorso, precisando di aver
avviato altre procedure di risarcimento danni anche nei confronti di TERZ 1 (la
cui decisione risarcitoria del 15 luglio 2020 è cresciuta in giudicato), __________
(la cui decisione risarcitoria sarebbe pure cresciuta in giudicato dopo il
ritiro del ricorso), e, appunto, RI 1 (doc. IV inc. 31.2020.28).
1.8. Con replica del 20 gennaio 2021 RI
2, tramite il suo legale, si è ribadito ulteriormente nelle sue argomentazioni,
così come ha fatto la Cassa con uno scritto dell’11 febbraio 2021 (doc. X inc.
31.2020.28). Delle relative considerazioni delle parti si dirà, ove necessario,
nel merito.
1.9. Con decreto 19 febbraio 2021 il
Vicepresidente del TCA ha chiamato in causa RI 2 (V), il quale ha fatto
pervenire uno scritto del 9 marzo 2021 con il quale ha affermato di trovarsi “in
una situazione di indigenza, in quanto attualmente sono senza un’occupazione.
Mi rimetto dunque alla decisione di questo Lodevole Tribunale, allineandomi a
quanto detto dalla Cassa cantonale di compensazione” (doc. XVII).
1.10. Con decreto 19 febbraio 2021 il
Vicepresidente del TCA ha congiunto le due procedure concernenti RI 1 e RI 2 (XI).
in diritto
2.1.
In virtù dell'art. 52 cpv. 1 LAVS il datore di lavoro deve risarcire il danno
che egli ha provocato violando, intenzionalmente o per negligenza grave, le
prescrizioni dell’assicurazione. I presupposti dell'obbligo di risarcimento
sono quindi l'esistenza di un danno, la violazione delle prescrizioni vigenti
in materia di contributi paritetici da parte del datore di lavoro,
l'intenzionalità o la negligenza grave ed un nesso di causalità adeguato fra la
colpa e la citata violazione delle prescrizioni legali.
La giurisprudenza (cfr. in particolare DTF 132 III 523 consid. 4.6 pag.
530 con riferimenti) e la dottrina ammettono in maniera generale (tacitamente: "stillschweigend",
cfr. Meyer, Die Rechtsprechung des Eidgenössischen Versicherungssgerichts zur
Arbeitgeberhaftung, in: Temi scelti di diritto delle assicurazioni sociali,
Basilea 2006, pag. 33 con riferimento) un nesso di causalità naturale e
adeguata tra il comportamento colpevole e il danno subito in seguito per
mancato pagamento dei contributi (STF 9C_ 238/2017 del 5 luglio 2017 consid.
5.3.2 e 9C_394/2016 del 21 novembre 2016 consid. 5).
Nell’ipotesi
in cui il datore di lavoro è una persona giuridica, che è stata sciolta
allorché la pretesa viene fatta valere, possono essere convenuti, in via
sussidiaria, i suoi organi responsabili (DTF 123 V 15 consid. 5b con
riferimenti; SVR 2001 AHV Nr. 6, pag. 20; tale estensione è stata tra l'altro
motivata con il riferimento al principio generale della responsabilità degli
organi di una società ai sensi dell'art. 55 cpv. 3 CC, statuito la prima volta
in DTF 96 V 125 e ribadito in DTF 114 V 221 consid. 3b). Sussidiarietà
significa che la cassa di compensazione deve innanzitutto rivolgersi al datore
di lavoro. Solo nel caso in cui il datore di lavoro non può far fronte al suo
obbligo contributivo la cassa di compensazione può agire sussidiariamente e
direttamente contro i suoi organi. Generalmente questo è il caso in cui la
cassa accusa un danno a seguito del fallimento della società datrice di lavoro.
In questo contesto si situa anche il rilascio di un attestato di carenza beni
definitivo in una procedura di esecuzione in via di pignoramento (Nussbaumer,
Die Haftung des Verwaltungsrates nach Art. 52 AHVG, in AJP 1996 pag. 107;
Frésard, Les développements récents de la jurisprudence du Tribunal fédéral des
assurances relative à la responsabilité de l’employeur selon l’art. 52 LAVS, in
RSA 1991, pag. 163; RCC 1988 pag. 137, 1991 pag. 135; DTF 129 V 11, 123 V 15;
SVR 2001 AHV Nr. 6).
Qualora
più datori di lavoro, come per esempio i membri di una società semplice, o più
organi di una persona giuridica, abbiano cagionato assieme un danno, essi ne
rispondono solidalmente (DTF 119 V 87 consid. 5a, 114 V 214 e sentenze ivi
citate). Va rilevato che il nuovo capoverso 2 dell’art. 52 LAVS, entrato in
vigore il 1° gennaio 2012, prevede che “se il datore di lavoro è una persona
giuridica, rispondono sussidiariamente i membri dell’amministrazione e tutte le
persone che si occupano della gestione o della liquidazione. Se più persone
sono responsabili dello stesso danno, esse rispondono solidalmente per l’intero
danno”.
Il
Tribunale federale ha riesaminato il problema della responsabilità sussidiaria
degli organi ed ha concluso che la prassi finora adottata a proposito dell'art.
52 LAVS deve essere mantenuta anche successivamente all’entrata in vigore – il
1° gennaio 2003 – del nuovo art. 52 LAVS (DTF 129 V 11 = Pratique VSI 2003 pag.
79 segg.).
Nel
caso concreto, come da giurisprudenza esposta, a seguito dell’avvio di numerose
procedure esecutive, prima, e della procedura di fallimento (in via sommaria) della
FA 1 poi, la Cassa ha rettamente chiesto (in via sussidiaria) dal 15 maggio
2013 al 22 giugno 2016 e in seguito presidente del consiglio di amministratore
fino al 9 febbraio 2018, e RI 1 membro del consiglio di amministrazione dal 7
febbraio 2017 al 5 febbraio 2018, in base alle iscrizioni sul FUSC; cfr. in
merito al consid. 2.7.1), il risarcimento danni ex art. 52 LAVS per il danno
derivato dal mancato versamento, da parte della società insolvente, di parte
dei contributi sociali dovuti.
In
particolare, la Cassa ha imputato loro i contributi AVS/AI/IPG/AD e AF non
versati dalla FA 1 relativi agli anni 2016 e 2017 per complessivi fr. 184'098.95
(RI 2) rispettivamente fr. 184'025.65 (RI 1) (cfr. doc. 1), comprensivi dei
costi e degli interessi (cfr. specchietti riassuntivi del debito contributivo,
doc. 1/A e B).
2.2. L’art. 52 cpv. 3 LAVS nella
versione in vigore fino al 31 dicembre 2019 stabilisce che il risarcimento del
danno si prescrive in due anni dal momento in cui la cassa ha avuto notizia del
danno, ma in ogni caso in cinque anni dall’insorgere del danno. Il termine di
cui all’art. 52 cpv. 3 LAVS, diversamente da quello previsto dall’art. 82 cpv. 1
v.OAVS (in vigore sino al 31 dicembre 2002), è un termine di prescrizione e non
di perenzione (SVR 2005 AHV n. 15; STF H 136/05 del 23 novembre 2006).
Dal 1. gennaio 2020 l’art. 52
cpv. 3 LAVS è stato modificato nel senso che “il diritto al risarcimento del
danno si prescrive secondo le disposizioni del Codice delle obbligazioni sugli
atti illeciti”, ciò che comporta quindi che dall’entrata in vigore di tale
modifica di legge il risarcimento del danno si prescrive in tre anni dal
momento in cui la Cassa ha avuto conoscenza del danno, ma in ogni caso in dieci
anni “dal giorno in cui il fatto dannoso è stato commesso o è cessato”
ai sensi dell’art. 60 cpv. 1 CO.
Al riguardo, nel Messaggio
concernente la modifica del Codice delle obbligazioni (Diritto in materia di
prescrizione) (FF 2014 211), circa l’art. 52 cpv. 3 LAVS, si legge che “(…)
con il rinvio alle disposizioni del CO sulla prescrizione di azioni risultanti
da atti illeciti, il termine di prescrizione relativo è prolungato da due a tre
anni e quello assoluto da cinque a dieci anni. È inoltre applicabile il termine
di prescrizione più lungo del diritto penale conformemente all’articolo 60
capoverso 2 D-CO. Nel contesto dell’articolo 52 capoverso 1 LAVS non sono
ipotizzabili danni alle persone, poiché si tratta di danni all’assicurazione e
non agli assicurati, e quindi non c’è spazio per l’applicazione dell’articolo
60 capoverso 1bis D-CO. Per l’inizio del termine di prescrizione assoluto non
sarà più determinante il momento dell’insorgenza del danno, bensì il giorno in
cui è avvenuto o ha avuto termine il comportamento dannoso (cfr. art. 60 cpv. 1
D-CO). Alle altre questioni inerenti alla prescrizione, in particolare ai
motivi d’impedimento e di sospensione nonché agli atti interruttivi, si applicano
gli articoli 130 e segg. CO. (…)” (FF 2014 250) (cfr. anche l’art. 49 del
Capo primo del Titolo finale del Codice civile svizzero che regola
l’applicazione del vecchio e del nuovo diritto).
Secondo la giurisprudenza
sviluppata in merito all’art. 82 cpv. 1 v.OAVS, applicabile all’art. 52 cpv. 3
LAVS (nella versione valida sino al 31 dicembre 2019), il credito risarcitorio
della cassa nasce il giorno in cui il danno è causato (insorgenza del
danno). Si ha un danno ai sensi dell'art. 52 LAVS ogniqualvolta dei contributi
paritetici legalmente dovuti all'AVS sfuggono a questa assicurazione. Il danno
subentra allorquando questi contributi non possono essere riscossi per motivi
di diritto o di fatto. Questo per intervenuta perenzione ai sensi dell’art. 16 cpv.
1 LAVS o per insolvenza del datore di lavoro (DTF 123 V 15, 98 V 26; STFA
H/136/04 del 18 agosto 2005). Una simile irrecuperabilità e, quindi,
l’insorgenza del danno è da ammettere quando la Cassa subisce una perdita
totale alla fine di una procedura esecutiva in via di pignoramento. L’attestato
carenza beni ai sensi dell’art. 115 in relazione con l’art. 149 LEF, che
definisce il danno nel suo principio e nella sua estensione, rende in altre
parole manifesto che il datore di lavoro non ha adempiuto al suo obbligo
contributivo e pertanto verosimilmente non potrà adempiere al suo obbligo
risarcitorio ex art. 52 cpv. 1 LAVS.
In caso di fallimento
invece la cassa conosce sufficientemente il suo pregiudizio, in via di massima,
quando è informata del suo collocamento nella liquidazione. La cassa ha, di
regola, conoscenza del danno subìto nel fallimento del datore di lavoro
soltanto al momento in cui è depositata la graduatoria, e questo anche se è
venuto meno il privilegio dei crediti contributivi nel fallimento (SVR 2002 AHV
Nr. 18; DTF 126 V 444). Tale conoscenza può, in presenza di particolari
circostanze, sussistere già prima del deposito dello stato di graduatoria
quando ad esempio la cassa è stata resa edotta dall’amministrazione del
fallimento, in seguito ad un’assemblea dei creditori, che nessun dividendo
verrà distribuito ai creditori della sua classe (DTF 118 V 196, 116 II 162; RCC
1992 p. 504; riguardo al riconoscimento del danno al momento della prima
assemblea dei creditori, Pratique VSI 1996 p. 167 = DTF 121 V 240; per quanto
riguarda il caso della sospensione della procedura di fallimento per mancanza
di attivo cfr. DTF 126 V 443, 128 V 11; cfr. STCA 31.2002.50 del 22 ottobre
2003).
Precedentemente al fallimento,
come detto, il momento della conoscenza del danno può
avvenire in caso di rilascio di un attestato di carenza beni durante
un’esecuzione in via di pignoramento (DTF 113 V 256 con riferimenti), oppure, a
determinate condizioni, durante una moratoria concordataria (DTF 121 V 241
consid. 3c/bb in fine, AHI Praxis 1995 pag. 164, consid. 4d).
Questi
principi si applicano anche al fallimento con procedura sommaria poiché la
decisione che dispone la liquidazione sommaria non consente ancora, da sola, di
conoscere il danno (DTF 129 V 193 consid.
2.3 pag. 195 con riferimenti).
Decisiva per la decorrenza
del termine di prescrizione di due (ora tre) anni non è la data d’insorgenza
del danno, ma quella in cui la cassa di compensazione ne viene effettivamente
a conoscenza (cfr. art. 60 cpv. 1 CO secondo il quale “l’azione di
risarcimento o di riparazione si prescrive in tre anni dal giorno in cui il
danneggiato ha avuto conoscenza del danno e della persona responsabile (…)”;
per quanto riguarda il vecchio termine di due anni ex art. 52 cpv. 3 LAVS in
vigore sino al 31 dicembre 2019 cfr. Nussbaumer, Das Schadenersatzverfahren
nach art. 52 AHVG, in: Aktuelle Fragen aus dem Beistragsrecht der AHV, 1998,
pag. 109).
La conoscenza del danno è data
nel momento in cui la cassa si rende conto – o dovrebbe rendersi conto facendo
prova dell’attenzione ragionevolmente esigibile – che le circostanze effettive
non permettono più di esigere il pagamento dei contributi, ma possono
giustificare l’obbligo di risarcire il danno (DTF 129 V 195, 128 V 17 consid.
2a, 126 V 444 consid. 3a e 452 consid. 2a, 119 V 92 consid. 3, 116 V 72 consid.
3b = RCC
1990 pag. 415 consid. 3b; STFA 23 luglio 2002 [H 170/ 01]
consid. 2.1). Secondo la giurisprudenza federale, se è opportuno dimostrarsi
severi nell'apprezzamento della responsabilità del datore di lavoro che cagiona
un danno violando intenzionalmente o per negligenza grave le prescrizioni
legali (DTF
114 V 219, consid. 4a = RCC
1989 pag. 116 consid.
4a), lo si deve essere altrettanto nei confronti dell'amministrazione per
quanto concerne il rispetto delle condizioni formali concernenti la procedura
di risarcimento.
Ora, l'art. 49 cpv. 1 del Capo
primo del Titolo finale del Codice civile svizzero (dell'entrata in vigore e
dell'applicazione del Codice civile), che regola l’applicazione del vecchio e
del nuovo diritto, stabilisce che “Se il nuovo diritto stabilisce un termine
più lungo rispetto al diritto anteriore, si applica il nuovo diritto, purché
secondo il diritto anteriore non sia ancora sopravvenuta la prescrizione”.
Nella fattispecie in esame, la
Cassa fa rettamente risalire la conoscenza del danno (e, quindi, la decorrenza
del termine di prescrizione) alla comunicazione del __________ in cui è stata informata
dall’Ufficio fallimenti che “allo stadio attuale non sono previsti dividendi”
(doc. 17; cfr. analogamente STCA 31.2020.31 del 24 marzo 2021 consid. 2.3).
Privo di pertinenza si rileva per contro l’assunto di RI 2 per il quale la
Cassa avrebbe preso conoscenza del danno già nel mese di agosto 2014, allorquando
erano stati riscontrati ritardi nei pagamenti dei contributi sfociati in
successive procedure esecutive. Come dianzi esposto, nel caso di fallimento la
cassa ha, di regola, conoscenza del danno subìto nel fallimento del datore di
lavoro soltanto al momento in cui è depositata la graduatoria (SVR 2002 AHV Nr.
18; DTF 126 V 444) rispettivamente già prima nel caso segnatamente sia stata
resa edotta dall’amministrazione del fallimento che nessun dividendo verrà
distribuito ai creditori della sua classe (DTF 126 V 443, 118 V 196, 116 II
162; RCC 1992 p. 504). Precedentemente al fallimento, come detto, il momento della conoscenza del danno può avvenire in caso di
rilascio di un attestato di carenza beni durante un’esecuzione in via di
pignoramento (DTF 113 V 256 con riferimenti), oppure, a determinate condizioni,
durante una moratoria concordataria (DTF 121 V 241 consid. 3c/bb in fine, AHI
Praxis 1995 pag. 164, consid. 4d), evenienze queste che nella fattispecie non
si verificano.
Ora, essendo dunque il momento
della conoscenza del danno da far coincidere con la citata comunicazione dell’UF
del __________
(doc. 17), in considerazione del fatto che l'art. 52 LAVS
(nella versione in vigore sino al 31 dicembre 2019) prevedeva un termine di
prescrizione più breve (2 anni) e che, vista la citata comunicazione dell’UF
del __________ (doc. 17), la prescrizione di
due anni secondo il diritto anteriore non era ovviamente ancora sopravvenuta al
momento in cui è entrato in vigore il nuovo tenore dell’art. 52 cpv. 3 LAVS (il
1. gennaio 2020), in applicazione dell’art. 49 cpv. 1 del Capo primo del Titolo
finale CCS, alla presente procedura è applicabile il nuovo diritto che ha
portato il termine relativo di prescrizione a tre anni.
Facendo risalire il momento della
conoscenza del danno al momento della succitata comunicazione dell’UF, è quindi
chiaro che, avendo intimato le decisioni di risarcimento il 15 luglio 2020, la
Cassa ha ampiamente rispettato detto termine di prescrizione di tre anni ex
art. 52 cpv. 3 LAVS (rispettivamente art. 60 cpv. 1 CO) e quindi il credito
risarcitorio nei confronti dei ricorrenti non è prescritto (in
argomento cfr. DTF 113 V 256 consid. 3c; RCC 1991 p. 132;
Nussbaumer, Les caisses de compensation en tant que parties à une procédure de
réparation d’un dommage selon l’art. 52 LAVS, in RCC 1991 p. 405). Contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, la
conoscenza nel 2014 dei ritardi nei pagamenti da parte della società non era
per contro, giusta la ricordata giurisprudenza, suscettibile di far decorrere
il termine di prescrizione di due (ora tre) anni non costituendo la conoscenza
del danno, nel senso della presa di coscienza dell’impossibilità di incassare i
contributi, ai sensi della giurisprudenza (cfr. DTF 129 V 195, 128 V 17 e
riferimenti).
RI 2 sostiene inoltre che la procedura ex art. 52 LAVS sarebbe in sostanza prematura
poiché non sarebbe ancora riconoscibile alla Cassa un danno, rispettivamente lo
stesso non sarebbe in ogni modo ancora esigibile, essendo ancora la procedura
di fallimento in corso e non potendosi quindi escludere che per la Cassa sia
previsto un dividendo, seppur esiguo, dal fallimento. A mente del ricorrente vi
sarebbero del resto concrete possibilità che la società incassi fr. 411'108.25
che coprirebbero in parte i contributi rimasti insoluti. Per questi motivi crede
che la decisione della Cassa “non abbia ragione d’essere” e debba quindi
essere annullata.
Tali censure sono infondate. In
effetti, va ricordato che, secondo la giurisprudenza la Cassa non è tenuta ad
agire nell'istante in cui il danno è sorto. Essa può tuttavia farlo
(preventivamente), anche se non dispone di tutti gli elementi da porre a
fondamento dell'azione, quindi prima della conoscenza precisa del danno
effettivo. In effetti, per la giurisprudenza federale, è sufficiente che la Cassa
subisca un danno parziale per legittimare l'inizio di una procedura ex art. 52
LAVS (DTF 121 V 243 consid. 4c). In caso di fallimento di una società datrice
di lavoro, la Cassa non può tenere in sospeso la procedura di risarcimento fino
al momento in cui conosce l’ammontare esatto del danno che viene determinato di
principio alla chiusura del fallimento e che, a determinate condizioni, la
decisione di risarcimento può essere stabilita in modo che gli autori del danno
siano chiamati a risarcire la totalità delle somme sottratte alla Cassa. In
compenso l'amministrazione cederà loro l’eventuale dividendo nel fallimento
(DTF 113 V 184 consid. 3b; STCA 20 ottobre 2000, inc.
31.1999.00026/31.1999.00036; STCA 18 marzo 2019, inc. 31.2015.15). Parimenti
dunque la Cassa può promuovere un'azione risarcitoria per l'intero credito,
anche qualora sia pendente la procedura fallimentare della società: il
versamento di un eventuale dividendo sarà computato, successivamente, in
riduzione del danno (DTF 116 V 76 consid. 3b). In caso di pagamento nell’ambito
del fallimento, l’amministrazione dovrà quindi cedere il relativo dividendo
(cfr. SVR 2000 AHV Nr. 23, pag. 74; DTF 113 V 180 consid. 3b = RCC 1987 pag.
607. consid. 3b).
Sia in merito ricordato che il
Tribunale federale, proprio riguardo ad una domanda di sospensione della
procedura risarcitoria in attesa dell’esito di trattative in ambito
fallimentare circa l’incasso di un credito della fallita, nella STF 9C_195/2009
del 2 febbraio 2010 l’aveva ritenuta manifestamente infondata rilevando
che “(…) in caso di incertezza sul dividendo della procedura di
fallimento, è la prassi in materia ad esigere, per ragioni legate
all'osservanza dei termini di prescrizione, che la decisione di risarcimento
venga formulata in modo tale che il responsabile sia tenuto al risarcimento
della totalità dell'importo sottratto alla cassa contro cessione di un
eventuale dividendo. Per il Tribunale federale (delle assicurazioni), del
resto, corrisponde meglio agli obiettivi del diritto risarcitorio e al senso di
equità fare sopportare all'autore del danno, anziché al danneggiato,
l'incertezza sul dividendo finale (DTF 113 V 180 consid. 3b pag. 184) (…)” (STF
9C_195/2009 del 2 febbraio 2010 consid. 5).
Per quanto precede, tenuto conto
della citata comunicazione dell’UF del __________, essendo dunque altamente improbabile che dal fallimento della società la Cassa potrà
ricevere un dividendo (e meno ancora un eventuale dividendo che permetta di
coprire l’intero credito contributivo), la Cassa era legittimata ad
avviare le presenti procedure ex art. 52 LAVS nei confronti dei ricorrenti per
l’intero credito contributivo insinuato. Nel caso di un eventuale dividendo da
fallimento, essa lo cederà agli insorgenti, ovviamente a condizione che gli
stessi abbiano liquidato l’eventuale danno ex art. 52 LAVS.
La richiesta
di sospensione della procedura sino al termine della procedura di fallimento
non può quindi essere accolta.
2.3. Costituiscono elementi del danno
risarcibile, tra l’altro, i contributi AVS/AI/IPG, sia per la parte del
salariato che quella del datore di lavoro (STFA H 166/02 del 28 ottobre 2002
consid. 4.1.; STCA del 10 giugno 2002 consid. 2.3 inc. 31.2002.10; Pratique VSI
1994 p. 104); i contributi della disoccupazione (STF H 346/01 del 4 ottobre
2002 consid. 4); i contributi dovuti all’assicurazione cantonale degli assegni
familiari, le spese di amministrazione; gli interessi moratori (art. 41bis
OAVS), le spese esecutive (cfr. la giurisprudenza citata in RDAT II 1995 pp.
369s e in RDAT II 2002 pp. 519s; STF H 113/00 del 24 ottobre 2 consid. 6). Non
sono invece computabili le multe inflitte dalla Cassa (STF H 142/03 del 19
agosto 2003, H 194/96 del 4 novembre 1996). Sono per contro elementi del danno
sia le tasse di diffida sia le spese di tassazione (STFA 26 luglio 1984 in re
E., consid. 3; STFA 3 dicembre 1993 in re R.M., consid. 2b). Sono parimenti
elementi del danno i contributi dovuti alla formazione professionale cantonale
(cfr. artt. 36a, 36e Lorform e 5 e 6del Regolamento del fondo cantonale per la
formazione professionale, del 13 ottobre 2009; STCA 18 marzo 2019, inc.
31.2018.15, consid. 2.8).
Il danno risarcibile ex art. 52
LAVS si compone quindi di tutti gli elementi contributivi fatturati al datore
di lavoro e rimasti impagati, dovuti secondo disposizioni sia federali sia
cantonali.
Secondo
costante giurisprudenza, spetta all’amministrazione documentare la propria
pretesa, mediante estratti, salari, fatture ecc. (RDAT II 1995 p. 396).
Tuttavia, in applicazione del principio dell’obbligo di collaborazione delle
parti, in caso di contestazione incombe alla controparte portare le prove che
l’importo del danno richiesto dalla cassa di compensazione non è corretto (RCC
1991 p. 133 consid. II/1b).
Nel
caso in disamina, il danno complessivo subito dalla Cassa è costituito - come
accennato - dal mancato pagamento da parte della FA 1 dei contributi AVS/AI/IPG/AD
e AF non soluti relativamente agli anni 2016 e 2017, per complessivi fr. 223'177.80,
comprensivi anche dei contributi sui salari non percepiti ma rivendicati
nell’ambito del fallimento, dopo verifica del datore di lavoro, per fr.
19'859.65 (cfr. notifica del credito all’UF del 3 ottobre 2019, doc. 18), di
cui la parte a carico dei qui ricorrenti di fr. 184'098.95 di RI 2 e fr. 184'025.65
di RI 1 (spese amministrative, esecutive e interessi di mora inclusi, già
dedotto il rimborso della tassa sul CO2).
Nella
decisione contestata e con la documentazione prodotta, comprensiva dei conteggi
e dei solleciti inviati alla società, degli atti delle procedure esecutive
avviate nei confronti della società e della procedura fallimentare (cfr. doc. 18
con allegati), la Cassa ha compiutamente illustrato la composizione del danno
fatto valere, tenendo conto delle necessarie correzioni intervenute per gli
assegni famigliari e le rivendicazioni salariali. I conteggi prodotti dalla
Cassa risultano completi ed esaustivi, indicando i periodi di riferimento, la
base di calcolo utilizzata e la sua fonte, le percentuali relative, le singole
voci di calcolo e di addebito/accredito, provvisti inoltre anche della lista
delle diffide emesse, delle esecuzioni promosse nei confronti della società
debitrice e, quindi, anche la lista dettagliata dell’evoluzione dell’incasso
negli anni 2016 e 2017 (doc. 7-8).
Come meglio si illustrerà nel
prosieguo, prive di fondamento appaiono le contestazioni, peraltro
sostanzialmente generiche e non sorrette da materiale probatorio, dei
ricorrenti per i quali i conteggi e gli importi presentati non sarebbero
sufficientemente dettagliati e non supportati da giustificativi. Inoltre, in fase
di opposizione RI 2 ha pure affermato che i contributi "AFI, Lorform e
diffide" non costituirebbero elementi del danno.
Ora dalla documentazione emerge
che la Cassa ha calcolato i contributi dovuti sulla base dei salari annunciati
dalla società, con pure allegate le schede di salario (doc. 3/D) e non risulta del
resto che le fatture trasmesse all'indirizzo della società relative ai
conguagli degli anni 2016 e 2017, comprensive delle spese di diffida e delle
rettifiche sulla base degli importi relativi agli assegni familiari anticipati
(mancando la relativa decisione di diritto da parte della Cassa cantonale per
gli assegni familiari), siano state oggetto di qualsivoglia contestazione da
parte della società o dei ricorrenti.
RI 1 sostiene che non sono state
trasmesse diffide da parte della Cassa relativamente al saldo dei contributi
per il 2016. La ricorrente adduce inoltre che le rettifiche trasmesse alla società
dalla Cassa in seguito ai conteggi dei contributi confermerebbero l'erroneità
dei valori e del danno stesso.
Ora, per quanto concerne la
censura riguardo alla mancata diffida in relazione al conguaglio per l'anno
2016, a ragione la Cassa ha ricordato che conformemente all'art. 34b cpv. 3
OAVS la dilazione concessa decade automaticamente se non sono osservate le
condizioni di pagamento, rispettivamente la concessione della dilazione di
pagamento vale come diffida ai sensi dell'art. 34a OAVS, se quest'ultima non è
ancora stata emessa. Nel caso che ci occupa, il mancato rispetto della dilazione
concessa dalla Cassa con scritto del 1. marzo 2017 (doc. 2D) ha di conseguenza comportato
l'inoltro, il 26 giugno 2017, della relativa domanda di esecuzione e
all’intimazione del PE n. __________ notificato proprio a RI 1 (doc. 3/A).
Per quanto concerne poi i
conteggi e i conguagli, come detto, la Cassa ha fornito dei conteggi esaustivi unitamente
alle decisioni risarcitorie del 15 luglio 2020 e alle conseguenti decisioni su
opposizione, producendo inoltre in questa sede pure i dettagli sull'evoluzione dell'incasso
negli anni 2016 e 2017 (doc. 7-8).
Ora, a fronte di tale
documentazione - ricordato peraltro come per la giurisprudenza consolidata se
da un lato spetta all'amministrazione sostenere la propria pretesa mediante estratti,
salari, fatture, eco. (RDAT II 1995 pag. 396),
dall'altro, in caso di
contestazione, incombe alla controparte, in virtù dell'obbligo di
collaborazione delle parti, comprovare l'inesattezza dell'importo richiesto
dalla Cassa (RCC 1991, pag. 133; cfr. anche DTF 117 V 264 consid. 3b con
riferimenti) - il danno patito dalla Cassa risulta essere stato sufficientemente
e adeguatamente sostanziato. Né del resto i ricorrenti hanno fornito
documentazione o argomentazioni in grado di smentire la veridicità e la
completezza della documentazione prodotta dalla Cassa, ma si sono essenzialmente
limitati a formulare contestazioni generiche.
Quanto alla censura di RI 1 per
cui le fatture di rettifica della Cassa confermerebbero l’erroneità dei
medesimi, a questo proposito la Cassa ha osservato che tali modifiche erano in
gran parte relative a rettifiche del diritto agli assegni familiari che regolarmente
avvengono solo successivamente al primo conteggio di chiusura, in base a
controlli informatici incrociati. Per il 2016 vi era stata inoltre una
rettifica effettuata il 2 ottobre 2019 in seguito a una ripresa salariale per fr.
4'948.00, a seguito del controllo del Servizio Ispettorato susseguente alla
dichiarazione di fallimento.
In proposito la Cassa ha inoltre
pure precisato che di tali modifiche RI 1 non era comunque stata chiamata a rispondere,
considerato come dalla documentazione agli atti (doc. 7-8) era evincibile che il
saldo imputatole per il 2016 e il 2017 non teneva conto degli aggravi contributivi
successivi alle sue dimissioni. Quanto invece all'accredito conseguente la
modifica del diritto AF per l'anno 2016 effettuata il 15 febbraio 2018 (fr. 11'190.30),
dello stesso, benché successivo alle sue dimissioni, ne ha beneficiato anche la
ricorrente, considerato come tale importo fosse stato imputato a parziale
riduzione del saldo scoperto riguardante gli acconti rimasti insoluti per il 2017
(cfr. doc. IV pag. 7).
Da ultimo RI 1 contesta i calcoli
effettuati dalla Cassa sulla massa salariale, considerato come una parte degli
stipendi non sia stata effettivamente versata ai lavoratori.
Tale censura non merita di essere
accolta.
Preliminarmente
si osserva infatti che i contributi sono di principio determinati sulla base
delle distinte salariali. Secondo l’art. 14 cpv. 1 LAVS, i contributi del
reddito proveniente da un'attività lucrativa dipendente sono dedotti da ogni
paga e devono essere versati periodicamente dal datore di lavoro insieme al suo
contributo. Decisivo per l'insorgenza del debito contributivo e quindi per la
questione a sapere quando i contributi devono essere prelevati dal salario
determinante è il momento in cui il reddito da attività lavorativa si è
realizzato (DTF 111 V 166 consid. 4a; 110 V 227 consid. 3a). l contributi paritetici
devono essere riscossi, indipendentemente dal momento in cui il salario è
pagato, su tutte le retribuzioni dovute per il periodo di attività lucrativa
durante il quale il salariato era soggetto all'obbligo di contribuzione (DTF
110 V 225). Pertanto, secondo la giurisprudenza, i contributi sociali sono
dovuti dal momento in cui il lavoratore dipendente realizza il suo diritto al
salario (RCC 1976, pag. 87). Quindi, ai fini dell'art. 52 LAVS, non è
importante che il salario sia stato o potesse effettivamente essere versato,
bensì il fatto che il diritto a tale prestazione si sia, come nel caso
concreto, realizzato (fra le tante: DTF 111 V 166 consid. 4a; 110 V 227 consid.
3a), ritenuto che i contributi sono dovuti anche se il lavoratore rinuncia a
chiedere l'effettivo versamento del salario (STF H 71/02 del 5 marzo 2003
consid. 3.4). Diverso è il caso in cui si tratta di una mera aspettativa
salariale (STCA 31.2007.50 del 17 aprile 2008 consid. 2.2).
Per
la giurisprudenza infine in relazione ai salari impagati, decisivo è che gli
stessi risultano contabilizzati e accreditati ai lavoratori nella misura in cui
sono stati comunicati alla Cassa di compensazione dal datore di lavoro (STCA 31.2004.105
dell’8 agosto 2005).
Ora,
la Cassa ha ben illustrato che i dati ammessi per la definizione dei contributi
sono stati forniti dalla società debitrice e per essa dai suoi amministratori e
meglio con la produzione delle dichiarazioni dei salari 2016 e 2017 (doc. 3/D).
Oltre a ciò occorre anche sottolineare che già in occasione dell’opposizione
alla decisione del 15 luglio 2020 i ricorrenti non avevano fornito le
necessarie delucidazioni e chiarificazioni in merito ai salari contestati (doc.
9).
Laddove infine RI 1 e RI 2
contestano di essere incorsi in una violazione dell’art. 35 OAVS, in merito
verrà detto ai consid. 2.7.3 e 2.8.2 che seguono.
Tutto ben valutato, questa Corte
deve quindi aderire alle considerazioni della Cassa che hanno illustrato nel
dettaglio il credito fatto valere e risposto puntualmente alle eccezioni
sollevate dai ricorrenti.
Del resto riguardo alla -
generica - censura relativa alla documentazione del danno si ribadisce ancora che,
se da un lato spetta all'amministrazione sostenere la propria pretesa mediante
estratti, salari, fatture, ecc. (RDAT II 1995 pag. 396),
dall'altro, in caso di
contestazione, incombe alla controparte, in virtù dell'obbligo di
collaborazione delle parti, comprovare l'inesattezza dell'importo richiesto
dalla Cassa (RCC 1991, pag. 133). Infatti il dovere processuale di
collaborazione comprende in particolare per le parti di apportare, laddove
fosse ragionevolmente esigibile, le prove necessarie, avuto riguardo alla
natura della disputa e ai fatti invocati, ritenuto che altrimenti rischiano di
dover sopportare tè conseguenze della carenza di prove (DTF 117 V 264 consid.
3b con riferimenti).
La Cassa ha allegato alla
decisione risarcitoria dei conteggi che quantificano esattamente ogni elemento
del danno, nonché la relativa base di calcolo, la fonte della stessa, incluse le
dichiarazioni dei salari 2016 e 2017, le aliquote applicate e gli importi
accreditati (doc. 3/B, C, D; cfr. anche doc. 9).
Pertanto le generiche
contestazioni dell'ammontare del danno formulate dai ricorrenti sono
irricevibili, considerato in ogni modo che i ricorrenti non hanno prodotto,
nemmeno in questa sede, documentazione o fornito elementi che permettano a
questa Corte di dipartirsi dai conteggi effettuati dalla Cassa, basati, come
detto e documentato, su quanto prodotto e dichiarato dagli amministratori della
FA 1 (doc. 16), ove peraltro si rilevi che si tratta di circostanze verificatesi
a diversi anni di distanza non solo dall’allestimento dei conteggi, ma anche
dall’apertura della procedura fallimentare della società.
Con la risposta di causa la Cassa ha,
come detto, ulteriormente prodotto lo specchietto dell’evoluzione del debito
contributivo nei singoli anni dal quale si evince come la stessa abbia
sistematicamente diffidato e precettato la società per il pagamento dei
contributi. Sono pure state prodotte le fatture trimestrali d’acconto e gli
estratti conto inviati alla società debitrice, così come la formale notifica
del credito nei confronti della società del 3 ottobre 2019 nell’ambito della
procedura fallimentare (doc. 3/B e C; doc. 18).
Se ne deve quindi concludere
che la Cassa ha esaurientemente illustrato la composizione del danno fatto
valere.
Del
resto, sia nuovamente sottolineato che dalla documentazione agli atti risulta
che la società, per quanto riguarda i contributi dovuti negli anni oggetto
della presente procedura, non ha mai reagito o contestato le varie richieste di
acconto formulate con richiami e diffide, né del resto in occasione delle
svariate procedure esecutive culminate quindi con l’apertura del fallimento, ha
contestato il credito fatto valere dalla Cassa. Le censure
ricorsuali in merito ai salari posti alla base dei conteggi risultano pertanto
di gran lunga tardive.
Riassumendo,
la definizione del danno scoperto in relazione agli anni 2016 e 2017 - così
come dettagliatamente esposta negli estratti conto e nei riepiloghi prodotti
dalla Cassa, comprendenti la lista di tutte le diffide e
esecuzioni promosse contro la società, considerando pure le spese
amministrative, le spese di diffida e esecutive, gli interessi di mora e che
conclude per uno scoperto a carico dei qui ricorrenti, in quanto relativi al
periodo in cui erano in carica come amministratori, di fr. 184'098.95 (RI 2)
rispettivamente fr. 184'025.65 (RI 1) - appare ineccepibile (doc. 1/A, 1/B,
3/A, 3/B; cfr. anche doc. 18; per quanto riguarda i costi si ricordi
che conformemente all’art. 41bis OAVS e alla giurisprudenza, le spese di
amministrazione, gli interessi moratori e le spese di diffida e esecutive
costituiscono elementi del danno risarcibile unitamente ai contributi
paritetici rimasti scoperti; cfr. anche l’art. 69 cpv. 1 LAVS; la
giurisprudenza citata in RDAT II 1995 pp. 369s. e in RDAT II-2002 pp. 519s.;
STF H 113/00 del 24 ottobre 2 consid. 6).
Contrariamente
a quanto sostenuto nella sua opposizione alla decisione del 15 luglio 2020 da RI
2 - il quale per il resto non ha fornito alcun elemento concreto che possa in
qualche modo far apparire errata la composizione del danno così come allestita
dalla Cassa -, sono pure elementi del danno i contributi dovuti alla formazione
professionale cantonale (art. 36a e 36e della Lorform e Regolamento; cfr. anche
STCA 31.2028.15 del 18 marzo 2019), ragione per cui la richiesta di stralcio
dei relativi contributi va respinta.
In queste circostanze, tutto ben considerato, questo TCA ritiene che la
Cassa ha comprovato a sufficienza il danno subito di fr. 223'177.80, di cui fr.
184'098.95 a carico di RI 2 e fr. 184'025.65 di RI 1.
2.4. Per
definizione, il danno considerato dall'art. 52 LAVS è quello derivante da un
atto o da un'omissione in relazione ai compiti che la legge attribuisce al
datore di lavoro, segnatamente in materia di versamento dei contributi
(Pratique VSI 1994 p. 99, consid. 5a). Le prescrizioni cui fa riferimento
l'art. 52 LAVS sono innanzitutto quelle contenute nella LAVS medesima e nelle
sue disposizioni di esecuzione: in particolare le norme concernenti l'obbligo
di pagare i contributi, il calcolo degli stessi dovuti sul reddito di un'attività
salariata, il prelevamento dei contributi dei salariati, l'obbligo di allestire
Fatti
i relativi conteggi: sono queste le disposizioni in senso stretto (art. 14 cpv.
1 LAVS, artt. 34ss OAVS; RCC 1985 p. 607 consid. 5a).
L’obbligo
di conteggiare e versare i contributi da parte del datore di lavoro è un
compito di diritto pubblico (Pratique VSI 1994 p. 108 consid. 7a con
riferimenti) e il venire meno a questo compito costituisce una violazione di
prescrizioni ai sensi dell’art. 52 LAVS e comporta il risarcimento integrale
del danno (Pratique VSI 1993 p. 84 consid. 2a; DTF 111 V 173 consid. 2, 108 V
186 consid. 1a, 192 consid. 2a; RCC 1985 p. 646 e p. 650 consid. 2).
Inoltre
– anche se ciò non è esplicitamente menzionato nella legge – il datore di
lavoro deve preoccuparsi dei contributi dei quali è tenuto ad assumere il
prelevamento e la trasmissione alla Cassa con tutta la necessaria attenzione
richiesta. Ne consegue che se è causa della propria insolvenza nei confronti
della Cassa, lo stesso può essere reso responsabile ai sensi dell'art. 52 LAVS,
anche se non ha violato una prescrizione specifica della LAVS (RCC 1985 p. 608
consid. 5b).
2.5. La
cassa di compensazione che constata di aver subito un danno in seguito alla non
osservanza delle prescrizioni (ad es. dell'art. 14 LAVS, relativo all'obbligo
di dedurre da ogni paga i contributi e di versarli periodicamente alla cassa,
rispettivamente degli artt. 34 e ss. OAVS relativi ai modi di conteggio e di
pagamento dei contributi) può presumere che il datore di lavoro ha violato le
prescrizioni intenzionalmente o almeno per grave negligenza e quindi può
procedere contro di lui. Incombe allora al datore di lavoro di far valere e
provare validi motivi di giustificazione e di discolpa, idonei cioè ad
escludere una violazione intenzionale o per negligenza grave delle
prescrizioni, rispettivamente idonei a giustificarla in base a circostanze
speciali (DTF 108 V 187; SVR 1995 AHV Nr. 70 p. 213). È quindi possibile che,
procrastinando il pagamento dei contributi, il datore di lavoro riesca a
salvaguardare l’esistenza della ditta, ad esempio nell’ipotesi di difficoltà
passeggere di liquidità. Affinché un simile comportamento non comporti
l’applicazione dell’art. 52 LAVS, occorre che il datore di lavoro, nell’istante
in cui decide, abbia seri e oggettivi motivi di ritenere che gli sarà possibile
solvere i contributi entro un termine ragionevole (DTF 108 V 188; Pratique VSI
1996 p. 307; RCC 1992 p. 261 consid. 4b, 1985 p. 604 consid. 3a). L’obbligo del
datore di lavoro e dei suoi organi responsabili di risarcire il danno alla
Cassa sarà negato, e di conseguenza decadrà, se questi reca e prova motivi di
giustificazione, rispettivamente di discolpa (DTF 108 V 187 consid. 1b; cfr.
infra consid. 2.9).
2.6. Ai sensi della giurisprudenza del
TF si deve ammettere una negligenza grave del datore di lavoro quando questi
abbia trascurato di fare quanto doveva apparire importante a qualsiasi persona
ragionevolmente posta nella stessa situazione.
La
misura della diligenza richiesta viene apprezzata secondo il dovere di
diligenza che si può e si deve generalmente esigere, in materia di gestione, da
un datore di lavoro della stessa categoria di quella a cui appartiene
l’interessato (RCC 1988 p. 634 consid. 5a; DTF 112 V 159
consid. 4 con riferimenti; Knus, Die Schadenersatzpflicht des Arbeitgebers in
der AHV, 1989, p. 53). I fatti di cui si è resa colpevole una ditta non
sono necessariamente imputabili a tutti gli organi della stessa. Si deve
infatti esaminare se e in quale misura questi fatti possano essere addebitati
ad un organo determinato, tenuto conto della situazione di diritto e di fatto
di quest’ultimo nella ditta medesima. Il tema di sapere se un organo ha agito
in modo colposo dipende dalle responsabilità e dalle competenze che gli sono
state attribuite dalla ditta (DTF 108 V 202 consid. 3a; RCC
1985 p. 647 consid. 3b; Knus, cit., p. 52; Dieterle/Kieser, Das
Schadenersatzprozess nach Art. 52 AHVG, in Der Schweizer Treuhänder, 1995, p.
658). Nel caso di una società anonima si debbono porre esigenze molto
severe per quanto concerne l’attenzione da prestare alle prescrizioni AVS (DTF
108 V 203 con riferimenti). La giurisprudenza ritiene che, di regola, la
mancata deduzione e relativo trasferimento alla Cassa dei contributi configura
una grave negligenza. (DTF 108 V 186ss. consid. 1b).
Occorre
però esaminare se speciali circostanze legittimavano il datore di lavoro a non
versare i contributi o potevano scusarlo dal provvedervi (DTF 121 V 244 consid.
4b, 108 V 193).
D’altra
parte, la diligenza richiesta risulta accresciuta quando si tratta di un
amministratore unico; egli deve dare prova di tutta la diligenza necessaria
alla corretta gestione degli affari sociali non essendo sufficiente l'ossequio
della diligentia quam in suis (DTF 112 V 3 consid. 2b; cfr. anche DTF 122 III
198 consid. 3a). Egli deve conservare un assoluto controllo sugli affari
importanti della ditta, essendo segnatamente suo preciso dovere vigilare
affinché i contributi vengano regolarmente versati (sull’esame circa la
sussistenza di speciali circostanze che legittimavano il datore di lavoro a non
versare i contributi o potevano scusarlo dal provvedervi cfr. al consid. 2.9.;
cfr. DTF 121 V 244 consid. 4b)
Occorre
ora esaminare la responsabilità ex art. 52 LAVS dei ricorrenti.
2.7. Ricorso del 17 novembre 2020 di RI
2(inc. 31.2020.27)
2.7.1. In
base alle pubblicazioni nel FUSC la ricorrente risulta essere stata membro del
Consiglio di amministratore dal 7 febbraio 2017 al 5 febbraio 2018. La Cassa le
ha chiesto il risarcimento di fr. 184'025.65 per i contributi paritetici non
versati dalla società nel 2016 e 2017.
Innanzitutto
RI 1, la quale era stata assunta dalla FA 1 come architetto con effetto dal 1.
febbraio 2016 (cfr. “Contratto di assunzione” del 15 gennaio 2016, doc. 2/A), afferma
che si sarebbe dimessa dal CdA già a far tempo dal 29 settembre 2017 per
effetto delle dimissioni rassegnate con scritto del 28 luglio 2017(doc. A/5). Con
tale scritto, indirizzato alla FA 1 (all’attenzione di TERZ 1) e sottoscritto
per accettazione dalla società, l’assicurata affermava quanto segue:
" Io
sottoscritta RI 1, nata a __________ il __________ e dimorante a __________,
occupata presso codesta azienda, in qualità di architetto dal gennaio 2016,
rassegno in data odierna le mie dimissioni.
Preciso altresì che effettuerò il dovuto preavviso come da
normativa vigente, terminando il mio rapporto lavorativo il 29 settembre 2017.”
(doc. A/5)
Agli
atti figura inoltre un ulteriore scritto indirizzato alla società sei mesi
dopo, l’11 gennaio 2018, con il quale la ricorrente affermava che “con la
presente dichiaro di inoltrare le mie dimissioni con effetto immediato dalla
carica di membro del consiglio di amministrazione della vostra società”
(doc. 2/F). Quest’ultimo scritto è pure stato allegato in copia ad una lettera
della ricorrente, sempre dell’11 gennaio 2018, indirizzata all’Ufficio del
Registro di commercio di __________, portante la menzione “Dimissioni dalla
carica di membro del CdA”, con la quale la quale l’insorgente affermava:
" Egregi
signori, come evidenziato dall’allegata comunicazione trasmessa per
raccomandata in data odierna alla società, la sottoscritta ha presentato le proprie
dimissioni con effetto immediato dalla carica di membro del consiglio di amministrazione
della società. Vi prego quindi di voler procedere alla cancellazione della sottoscritta
quale membro del CdA della FA 1, __________, ritenuto che anche il mio diritto
di firma collettiva a due venga contestualmente estinto. (...)” (doc. A/7)
La
relativa cancellazione è stata pubblicata il __________ (estratto FUSC).
Come
anticipato, l’interessata sostiene che le dimissioni rassegnate il 28 luglio 2017
nell’ambito del contratto di lavoro come architetto dipendente della FA 1
comportavano contemporaneamente anche le dimissioni dalla carica nel CdA.
Tale assunto non può essere
condiviso e meglio per le motivazioni che seguono.
Deve
essere premesso che secondo la giurisprudenza del TFA, un amministratore è da
ritenersi liberato dalla responsabilità ex art. 52 LAVS dalla data in cui egli
ha dimissionato quale organo della società: a partire da questa data (e non
dalla radiazione del Registro di Commercio) egli non ha infatti più alcuna
facoltà di controllo sull’attività della medesima (SVR 2000 AHV Nr. 24 = DTF
126 V 61 consid. 4a e 4b = Pratique VSI 2000, p. 293; STFA H 282/01 del 27
febbraio 2002 consid. 3a; DTF 112 V 1 consid. 3c e 3b; cfr.
anche Forstmoser/Meier-Hyoz/Noberl, Schweizerisches Aktienrecht, Berna 1996 §
27 n. 54, STFA H 201 + 207/98 del 25 novembre 1999).
Determinante
ai fini dell'accertamento della durata della responsabilità dell'amministratore
è il momento dell'estinzione effettiva del mandato (DTF 126 V 61; cfr. STFA H 153/00 del 24 aprile 2002 consid. 9; H 282/01 del 27 febbraio 2002 consid. 3a).
Detto momento è decisivo pure qualora si sia omesso di procedere alla
cancellazione dell'iscrizione nel registro di commercio. Il diritto alla tutela
della buona fede relativa all’iscrizione al Registro di Commercio non può
essere fatto valere in tale circostanza (DTF 126 V 61 consid. 4a e 4b).
Se un
amministratore è, di fatto, escluso dalla gestione, il suo statuto di organo
della società resta intatto fino alla revoca formale delle sue funzioni da
parte dell’assemblea generale (RCC 1989 p. 114 consid. 4).
Anche
se in linea di principio le dimissioni vanno indirizzate all’assemblea
generale, giurisprudenza e dottrina ne consentono l’invio al presidente del
consiglio d’amministrazione o all’amministratore unico, ritenuto che le stesse
non sono legate a prescrizioni di forma e non necessitano di accettazione (STFA
25 novembre 1999 nella causa S.C. e. G. consid. 4 e ivi riferimenti
dottrinali;
STCA 31.1999.4 del 7 agosto 2000; STCA 31.2000.30/32 del 14
ottobre 2002).
Sia
in caso di dimissioni che di revoca delle funzioni, la responsabilità non è
impegnata per i contributi scaduti al momento dell’uscita dal CdA, ma pagabili
dopo questa data (RCC 1983 pag. 472 consid. 6).
Da
rilevare, infine, che spetta all’organo interessato provare le effettive
dimissioni, rispettivamente la revoca delle funzioni di amministratore (STCA
non pubblicata del 13 febbraio 1995 nella causa W. e STCA 31.2007.21 del 29
agosto 2008).
Se
dopo le dimissioni, rispettivamente di revoca l’amministratore permane di fatto
nella sue funzioni (ad es. partecipando alle sedute del CdA ed adottando
decisioni per la società), egli dovrà essere tenuto responsabile del danno
cagionato alla Cassa anche in seguito (STCA non pubblicata del 13 febbraio 1995
nella causa W. e del 22 marzo 1994 nella causa E. S.; cfr. DTF 126 V 61, 112 V
1 e la giurisprudenza citata da Marco Reichmuth, in “Die Haftung des
Arbeitgebers und seiner Organe nach Art. 52 AHVG, Zurigo 2008, pag. 60, nota
nr. 244).
D’altra parte, a ragione la Cassa
ha ricordato che lo statuto di dipendente di una società, ai sensi dell'art. 5
cpv. 2 LAVS, va distinto in maniera netta da quello di membro del CdA. Infatti
è quest'ultimo, in qualità di organo formale della società, che viene chiamato
a rispondere di una responsabilità ex art. 52 LAVS.
Nella fattispecie, occorre prima
di tutto evidenziare che la conclusione, il 15 gennaio 2016, del contratto di
lavoro tra la società FA 1 e la ricorrente, assunta come detto quale architetto
alle dipendenze della società con effetto dal 1. febbraio 2016, non ha comportato
anche la sua entrata in carica quale organo ammnistrativo formale. Il tenore
del contratto medesimo non lascia spazio a diversa conclusione (doc. 2/A).
Parimenti, come a ragione sottolineato
dalla Cassa, dalle dimissioni quale dipendente e architetto della società
rassegnate in data 28 luglio 2017 “non si può desumere alcuna implicita
dimissione dalla carica di membro del CdA della FA 1”. Il tenore dello
scritto di dimissioni del 28 luglio 2017 è chiaro e non soggetto ad
interpretazione alcuna: la ricorrente afferma precisamente di voler porre fine
alla sua occupazione presso l’azienda “in qualità di architetto dal
gennaio 2016”, dando peraltro “il dovuto preavviso come da normativa
vigente, terminando il mio rapporto lavorativo il 29 settembre 2017” (doc.
A/5). Nella lettera di dimissioni non vi è peraltro alcun riferimento alla
volontà di dimettersi anche dalla carica di membro del CdA.
Del resto, a ragione la Cassa
sottolinea pure che il fatto di essere stata assunta quale dipendente per un
nuovo datore di lavoro con effetto dal 1. ottobre 2017, come l’interessata
adduce comprovando pure il relativo nuovo contratto di lavoro sottoscritto con
l’AIL il 2 agosto 2017 (doc. A/20), non ha alcuna rilevanza in questo contesto,
la questione riguardando soltanto l’aspetto strettamente professionale e non
quello relativo al ruolo da lei svolto come amministratrice della società.
A ragione del resto la Cassa
sostiene che la ricorrente non poteva misconoscere il fatto che per porre termine
al periodo di carica quale membro del CdA necessitassero delle modalità diverse
dalla semplice disdetta del contratto di lavoro quale dipendente.
Prova ne è del resto il fatto
innanzitutto che la medesima, in occasione della sua nomina quale membro del
CdA, aveva dovuto sottoscrivere, il 22 dicembre 2016, la relativa istanza di
iscrizione a RC quale membro del CdA della FA 1. E questo, va sottolineato, in
un momento in cui la medesima già era, da quasi un anno, alle dipendenze della
stessa società quale architetto (cfr.doc. A/4). Inoltre ulteriore dimostrazione
sta nel fatto che nel momento in cui, nel gennaio 2018, la ricorrente ha deciso
di dimissionare dalla carica di amministratrice, ha proceduto non solo
all’invio di una lettera alla società, in cui ha espressamente dichiarato di “inoltrare
le mie dimissioni con effetto immediato dalla carica di membro del consiglio di
amministrazione della vostra società” (doc. 2/F), ma ha pure correttamente inviato
tale scritto al competente ufficio RC precisando di aver quel medesimo giorno
(“in data odierna”), presentato le dimissioni con effetto immediato dalla
carica di membro del consiglio di amministrazione e chiedendo di conseguenza di
procedere alla cancellazione quale membro del CdA della FA 1 (doc. A/7). Il
fatto che a dettare tale agire sia stato l’intervento dell’avv. __________ non
muta evidentemente alla sostanza delle cose (doc. A/18).
Né del resto risultano
rilevanti le dichiarazioni prodotte dall’assicurata sottoscritte da __________,
__________ e __________ (doc. A/19) in quanto relative non tanto alla funzione
di amministratrice quanto piuttosto ai suoi rapporti professionali quale
architetto.
Ad ulteriore comprova del fatto
che le dimissioni del 28 luglio 2017 avevano valenza unicamente per il
contratto di lavoro in essere con la FA 1, va detto che la ricorrente ha
indicato nelle proprie dimissioni di rispettare il preavviso legale (cui
rimandava peraltro il contratto sottoscritto il 15 gennaio 2016, doc. A/4), la
disdetta divenendo quindi effettiva alla fine di settembre 2017 (doc. A/5). E
questo mentre che le dimissioni da una carica formale come quella di amministratore
di una SA non sottostanno, come dianzi esposto, né ad approvazione né ad alcun
vincolo legale e/o contrattuale per poter essere efficaci, come del resto doveva
essere noto alla ricorrente visto che nel momento in cui, nel gennaio 2018, ha
ritenuto di dimissionare anche dalla carica di amministratrice, vi ha proceduto
dimettendosi "con effetto immediato". Sia pure osservato che in tale
scritto dell’11 gennaio 2018 la ricorrente non fa alcuna menzione a precedenti
dimissioni. Né del resto, come ricordato dalla Cassa, nemmeno nello scritto
all’Ufficio RC dell’11 gennaio 2018 la ricorrente fa riferimento alla necessità
di procedere personalmente alla propria cancellazione da RC in conformità a
quanto previsto dagli art.938b cpv. 2 CO e 17 cpv. 2 lett. a ORC, in
considerazione del fatto che gli amministratori non avrebbero notificato le sue
"precedenti" dimissioni (cfr. doc. A/7).
Da quanto precede, si deve
concludere che a ragione la Cassa ha concluso che la ricorrente non ha reso
verosimile di aver validamente dimissionato dalla carica di membro del CdA
della FA 1 in un momento precedente alle formali dimissioni inoltrate alla
società l’11 gennaio 2018 (doc. 5).
Il fatto, richiamato dalla
ricorrente, di essere poco “istruita in materia”, essendo cittadina italiana,
non è rilevante, non potendo l’ignoranza notoriamente essere assunta quale
motivo di giustificazione.
Se ne deve concludere che RI 1
è da considerare amministratrice della società quantomeno sino alle sue
dimissioni inoltrate con scritto 11 gennaio 2018 (radiazione da RC il __________).
2.7.2. RI 2 contesta in ogni caso una
violazione per negligenza grave delle prescrizioni AVS.
Adduce innanzitutto di aver
assunto la carica di membro del CdA unicamente ai fini dell’ossequio dell'allora
vigente LIA, svolgendo per la società solo mansioni tecniche e senza mai
percepire alcuna indennità o gettone di presenza. Sottolinea che infatti la LIA
non imponeva alcun requisito di natura amministrativa o dirigenziale. Rileva
inoltre che la gestione amministrativa era sempre operata da TERZ 1 coadiuvato
dalla __________ in qualità di fiduciari.
A suo dire in sostanza il nesso
di causalità tra l’eventuale negligenza e il danno contributivo sarebbe
interrotto dal grave comportamento degli altri amministratori.
Per le ragioni che seguono,
quanto affermato dall’insorgente non la libera dalla sua responsabilità ex art.
52 LAVS.
In
particolare, non è esimente da responsabilità che la ricorrente abbia
evidenziato di aver assunto la carica di amministratrice della società a motivo
delle sue competenze tecniche (architetto), unicamente per adempiere alle
prescrizioni vigenti in applicazione dell’allora vigente LIA, la legge
cantonale sulle imprese artigianali entrata in vigore il 1. febbraio 2016 e
abrogata a fine 2018, senza percepire alcun compenso e senza aver avuto alcun
potere decisionale. Conformemente alla suevocata giurisprudenza, alla medesima,
nella sua qualità di amministratrice della società, incombevano infatti (almeno)
gli obblighi di vigilanza.
In effetti, le argomentazioni
relative ai motivi che hanno indotto la ricorrente ad assumere la carica di
membro del CdA sono, in relazione alla responsabilità attribuita nell'ambito della
procedura ex art. 52 LAVS, irrilevanti, poiché l'accettazione della carica di
organo formale di una società comporta l'assunzione di precisi obblighi,
indipendentemente dai motivi per i quali una persona abbia optato per l’accettazione
della carica (STF 29 ottobre 2008, 9C_788/07; STFA 2 dicembre 2003, H 171/02).
Del resto, a ragione la Cassa sottolinea come i suoi obblighi derivavano dalle disposizioni
federali del CO e non dalle prescrizioni cantonali dell'allora in vigore LIA. A
titolo abbondanziale la Cassa ha con pertinenza in ogni modo ricordato che la
LIA non imponeva un'iscrizione quale organo formale della società per svolgere
la funzione di architetto, rispettivamente se ciò fosse stato necessario per
garantire l'ossequio dei requisiti professionali di iscrizione della società a tale
albo, l'art. 5 cpv. 2 RLIA prevedeva comunque l'obbligo, per chi era ritenuto
titolare o membro dirigente, di garantire il rispetto degli obblighi previsti dalle
varie istituzioni sociali come indicato art. 9 left. e LIA. La passività
dimostrata dall'insorgente è quindi in relazione di causalità naturale e
adeguata con il danno subito dalla Cassa (STFA H 13/03 del 21 maggio 2003 e H 38/01 del 17 gennaio 2002, H 65/01 del 13 maggio 2002).
Per
quanto riguarda le altre argomentazioni sollevate dalla ricorrente,
segnatamente in relazione ai compiti da lei svolti e al fatto di essere stata
retribuita solamente per le mansioni da dipendente, si osserva che in relazione
alla responsabilità attribuita nell'ambito della procedura ex art. 52 LAVS, anche
tali circostanze sono irrilevanti. Infatti, accettando il mandato di
amministratrice di una società anonima RI 1 ha assunto tutti gli oneri che da
tale funzione derivano (STF 9C_788/2007 del 29 ottobre 2008; STFA
H 171/02 del 2 dicembre 2003, H 5/02 del 31 gennaio 2003).
Giova
infatti ricordare come ai sensi dell’art. 716a cpv. 1 cifra 5 CO ad ogni
amministratore spetta l’alta vigilanza sulle persone incaricate della gestione,
in particolare per quanto concerne l’osservanza della legge, dello statuto, dei
regolamenti e delle istruzioni. L’amministratore deve di principio informarsi
periodicamente dell’andamento dell’azienda ed in particolare sugli affari
principali, richiedendo rapporti dettagliati, studiandoli attentamente,
cercando di chiarire errori ed agendo per correggere irregolarità. Se, dalle
informazioni raccolte, sorge il sospetto di una gestione scorretta o negligente
da parte di chi ha ottenuto la delega gestionale, l’organo deve intervenire
affinché le prescrizioni siano rispettate (STF H 282/01 del 27 febbraio 2002 e
del 25 luglio 1991 nella causa V.E.; DTF
114 V 219 = RCC
1989
pag. 116; cfr. anche
STF 29 agosto 1997 nella causa M.). Segnatamente è
suo preciso dovere vigilare affinché i contributi vengano regolarmente versati,
peraltro già prelevati dai salari dei dipendenti in conformità all'art. 51 LAVS
(STF H 171/02 del 2 dicembre 2003, STF H 310/02 del 11 novembre 2003, STF H 33/03 del 8 ottobre 2003 e STF H 208/00, H 209/00 del 28 aprile 2003; DTF
108
V 202; Frésard, op. cit., pag. 165). In caso contrario si finirebbe per
legittimare la figura dell'uomo di paglia (STF 365/01 del 15 aprile 2002
consid. 5, STF H 234/00 del 27 aprile 2001 consid. 5d). In tale contesto, nella
STF H 160/99 dell'8 novembre 1999, il TF ha rilevato in particolare che "scopo
della norma (art. 716a cpv. 1 CO, n.d.r.) è di evidenziare che il
mandato quale consigliere d'amministrazione non può essere inteso unicamente
quale sinecura, ossia quale incombenza scarsamente impegnativa e di poca
responsabilità". Secondo la nostra Massima istanza, i membri del CdA
devono rassegnare le proprie dimissioni se, nonostante le sollecitazioni, i
contributi paritetici rimangono impagati (STF H 38/01 del 17 gennaio 2002, 21
dicembre 1993 nella causa M.T.S. e 15 dicembre 1993 nella causa N., tutte
citate nella STCA del 18 novembre 2009 [31.2009.1, consid. 2.8, pag. 14]
confermata dal TF con la STF 9C_29/2010 del 28 ottobre 2010).
Alla ricorrente incombeva
quindi, fra l’altro, l’obbligo di controllare che il pagamento dei contributi
venisse effettuato. La giurisprudenza reputa che di regola la mancata deduzione
e relativo trasferimento alla Cassa dei contributi configura una grave
negligenza (DTF 108 V 186 consid. 1b).
D’altra parte, contrariamente a
quanto sostenuto nel ricorso, la ricorrente non poteva, nella sua veste di membro
del CdA, accontentarsi di svolgere un ruolo passivo. Al riguardo, la passività
a dispetto della conoscenza (eventuale) di mancati pagamenti di contributi deve
essere considerata un’inosservanza per negligenza grave delle prescrizioni (RCC
1989 pag. 115).
All’insorgente, che non adduce e
tantomeno documenta di essersi debitamente attivata nella sua veste di organo
formale della società affinché i contributi paritetici venissero regolarmente
versati, non può quindi che essere imputata una negligenza grave.
Per
quanto riguarda la responsabilità della ricorrente per i contributi già scaduti
prima della sua entrata in carica, la Cassa a ragione ha rilevato che ella, prima
di assumere la carica, avrebbe dovuto appurare che gli oneri sociali scaduti ed
esigibili fossero già stati pagati e nel caso in cui non le fosse stata data la
possibilità di verificare la contabilità, avrebbe dovuto rifiutare di accettare
il mandato o avrebbe perlomeno dovuto esigere immediatamente il pagamento
dell’arretrato contributivo (cfr. la STCA 21.2014.1 del 10 ottobre 2014).
In
effetti, per la giurisprudenza il nuovo amministratore risponde non soltanto dei contributi paritetici
correnti, ma pure degli oneri sociali scaduti nel corso del periodo precedente
alla sua entrata in funzione. Infatti, egli deve vegliare affinché vengano
versati i contributi correnti e quelli scaduti e dovuti quando egli non era
ancora in carica, in quanto vi è rapporto di causa effetto tra l'inazione
dell'organo e il mancato pagamento dei contributi (DTF 119 V 407 consid. 4c;
RCC 1992 pag. 269 consid. 7b).
Incorrono in un agire
approssimativo i nuovi amministratori che prima di assumere la carica non
verificano nel dettaglio ogni aspetto economico, soprattutto per quanto attiene
il pagamento dei contributi sociali. Un organo entrato in carica alla fine
dell'anno può ad esempio essere ritenuto responsabile del danno contributivo
causato dal mancato pagamento del saldo
dei contributi esigibile per
tutto l'anno. Se invece, al momento di assumere il mandato di amministratore,
non viene data allo stesso la possibilità di verificare la contabilità e la
situazione contributiva, esso non dovrebbe accettare tale mandato o perlomeno
esigere immediatamente il pagamento
dell'arretrato contributivo (STCA
dell'8 novembre 2004 in re F.S. e A.D.; STCA del 17 giugno 2003 in re. R.V.,
A.P., F.C.: in casu l'organo era un fiduciario; RCC 1992, pag. 262, consid. 5 =
ZAK 1992, pag. 249, consid. 5; STCA del 29 agosto 2006 in re C.G. c. Cassa
professionale; STCA del 14 aprile 2004 in re
E.S. c. Cassa professionale).
Nessuna responsabilità del nuovo amministratore secondo
l'art. 52 LAVS è data per contro per il danno causato alla cassa di
compensazione prima della sua entrata nel consiglio di amministrazione, nel
caso in cui egli nulla poteva modificare, e meglio poiché la società era già
insolvente (DTF 119 V 401) rispettivamente indebitata al punto che i contributi
risultavano irrecuperabili per motivi giuridici o di fatto (SVR 2002 AHV Nr. 10
pag. 24 consid. 4c/aa; Nussbaumer, op.cit., pag. 1076). In tale ipotesi
l'amministratore risponde unicamente per l’aggravamento del danno, ossia per
ulteriori debiti contributivi (Reichmuth, op.cit., n. 277 pag. 68 con
riferimenti di giurisprudenza; cfr. anche STF 9C_841/2010 del 22 settembre 2011
consid. 4.3 e STFA H 156/05 del 16 gennaio 2007 consid. 7.2), circostanza queste
che non sono state evocate dalla ricorrente e che del resto non sono desumibili
dagli atti.
Come
correttamente rilevato nella decisione contestata (cfr. consid. 8.1. pag. 10),
al momento dell’entrata in carica di RI 1, il 7 febbraio 2017, quale membro del
CdA della FA 1, la situazione debitoria della società nei confronti della Cassa
non era scevra di problemi, avendo essa già in precedenza fatto registrare
difficoltà nel versare regolarmente i contributi, come ben si evince dalla
lunga serie di diffide di pagamento a far tempo dal mese di agosto 2014 e di domande
esecutive dal luglio 2015 (doc. 3/B).
Per
quanto poi riguarda l'anno 2016, la dichiarazione del 13 febbraio 2017 (peraltro
comunque successiva alla sua entrata in carica) cui si appella la ricorrente - con
la quale la Cassa affermava che la FA 1 aveva versato i contributi fino al 31
dicembre 2016, specificando “acconti” (doc. 12) - attesta unicamente che le
fatture emesse sino al 31 dicembre 2016, e quindi anche quelle per il pagamento
degli acconti 2016, erano state onorate. Tuttavia, da tale dichiarazione l’interessata
non poteva desumere, peraltro senza aver effettuato alcuna verifica, che anche
il conguaglio per l'anno 2016 fosse già stato pagato. Un agire prudente e
consono alla carica che aveva appena assunto le avrebbe imposto un’accurata
verifica ancor prima di entrare in carica ed esigere che ciò avvenisse prima di
divenire membro del CdA. Inoltre, a prescindere da ciò, va detto che in ogni
caso la fattura di conguaglio per tale anno è stata emessa, diffidata e
precettata durante il periodo in cui ella era in carica e in quanto tale era
comunque obbligata ad ossequiarne il pagamento.
Per
contro, durante il periodo in cui la ricorrente era in carica, la società ha pagato
unicamente quattro rate della dilazione concessa il 1. marzo 2017 (doc. 2/D),
dopo che con conteggio del 17 febbraio 2017 era stata inviata dalla Cassa la
fattura di chiusura con richiesta di pagamento del conguaglio (doc. 2/D).
A
seguito di tale inadempienza la Cassa è difatti stata costretta a procedere in
via di esecuzione forzata. Il conseguente precetto esecutivo n. __________ è
stato ritirato proprio da RI 1 il 4 luglio 2017 (doc. 3/A). Il fatto, addotto
dalla ricorrente, che sia proprio questo atto esecutivo ad averla motivata alle
dimissioni, peraltro presentate, come visto, soltanto nel gennaio seguente, non
modifica le conseguenze che un simile agire passivo comportano.
Così
stante le cose, non si può misconoscere che l’interessata doveva essere
cosciente del fatto che la società aveva delle difficoltà nel pagamento degli
oneri sociali, ciò che avrebbe dovuto indurla a prendere immediatamente misure
drastiche per risanare la società e far fronte agli scoperti con la Cassa o in
alternativa, qualora le sollecitazioni a liquidare il pagamento dei contributi
non avessero sortito l’effetto sperato avrebbe potuto uscire dalla società per
tempo presentando senza indugio le sue dimissioni e non attendere sino al
gennaio 2018. In tal modo avrebbe evitato di trovarsi nella situazione di
corresponsabile ex art. 52 LAVS (STFA H 405/00 del 23 agosto 2002).
Come
ben illustrato dalla Cassa e come si evince dalla documentazione agli atti, a
seguito dell'entrata in mora della società con il pagamento dei contributi, la
Cassa ha proceduto dal mese di agosto 2014 e successivamente in modo sempre più
sistematico all'invio di diffide di pagamento e, dal mese di luglio 2015 all’avvio
di procedure esecutive, che hanno portato all'irrecuperabilità dei contributi.
Ora, il fatto che la società abbia costantemente procrastinato e differito il pagamento
dei contributi è già di per sé segno di negligenza grave del datore di lavoro
che fa sorgere la responsabilità degli organi, ai quali incombe per legge, come
suesposto, la massima vigilanza nella conduzione e nel controllo della società
(STFA 27 giugno 2004 nella causa M.; STCA 13 settembre 2006, inc. 31.2006.5-6).
Va poi ricordato che in caso di
inadempimento degli obblighi con la dovuta diligenza che, secondo la
giurisprudenza, va oltre la prudenza che è d’uso osservare nei propri affari
(STFA del 29 maggio 1995 nella causa A. C. p. 6; DTF 99 II 179; STFA del 19
maggio 1995 nella causa M. D), il membro del Consiglio di amministrazione o
l'amministratore unico sarà ritenuto responsabile del danno.
Infine, il richiamato conteggio
di rettifica del 15 febbraio 2018 relativo al 2016 indica semplicemente una
riduzione pari a fr. 11'190.30 dell'importo dovuto. Come illustrato dalla
Cassa, la ricorrente ha omesso di considerare che tra le varie voci componenti
tale fattura vi era quella rappresentante gli importi già in esecuzione pari a
fr. 54'475.45 (doc. 2/E). Ne discendeva che da tale conteggio (e nemmeno dagli
ulteriori successivi conteggi di rettifica relativi al 2016 e al 2017, doc.
14-16) non era possibile dedurre né l’avvenuto completo pagamento di premi né
un calcolo sbagliato degli stessi. Anzi, come evidenziato dall’amministrazione,
entrambi i qui ricorrenti avrebbero dovuto agire immediatamente per verificare
personalmente presso la Cassa la situazione debitoria della società e sanare il
più presto possibile la situazione.
Questo Tribunale deve pertanto
concludere che l’insorgente avrebbe dovuto vigilare con particolare rigore
sull’evoluzione del pagamento dei contributi. Ella non poteva, nella veste di
membro del CdA, accontentarsi di svolgere un ruolo passivo nella società, ma
avrebbe dovuto verificare puntualmente e personalmente che i contributi
paritetici venissero effettivamente versati alla Cassa, se del caso
interpellando direttamente quest’ultima (cfr. STFA H 265/02 del 3 luglio 2003 e
H 38/01 del 17 gennaio 2002). Ella ha quindi omesso di compiere quanto doveva
apparire importante a qualsiasi persona ragionevole nell'ambito delle
incombenze riconducibili alla funzione di amministratrice di una SA, ritenuto
che il dovere di diligenza e vigilanza andando oltre la prudenza che è d’uso
osservare nei propri affari, i suoi obblighi essendo quindi da connotare con
particolare rigore (DTF 112 V 3; STFA H 79/05 del 14 febbraio 2006; cfr. anche STFA
H 265/00 del 20 marzo 2003 consid. 4.3; H 349/01 dell'11 settembre 2002 consid.
2.5; H 194/01 del 4 febbraio 2002 consid. 4c).
Non soccorre quindi
all’insorgente l’asserita circostanza che fossero di fatto altre persone,
segnatamente TERZ 1, ad occuparsi della gestione amministrativa dell’azienda e
quindi anche delle questioni contributive, ossia il fatto - peraltro non
minimamente comprovato - che all'interno della società fossero state definite
delle competenze. Tali circostanze non sono rilevanti per la responsabilità ex
art. 52 LAVS, il fatto che altre persone abbiano esercitato il potere effettivo
nell'ambito della società non scaricando l'amministratore formale dalle sue
responsabilità (STFA H 195/92 del 30 marzo 1993 e STCA 31.94.4 del 7 agosto
1996, consid. 2.9). In effetti, per la giurisprudenza un amministratore
diligente non si può estraniare dai problemi della società evidenziando che
altri si occupavano della gestione (STCA 31.2016.16 del 27 aprile 2017 consid.
2.8. e riferimenti). Addirittura è da ritenere una negligenza grave anche la
passività di amministratori, di fatto esclusi dalla gestione della società, í
quali sono tenuti ad un costante controllo della gestione. Nella STF H 13/03
del 21 maggio 2003 l’Alta Corte ha nuovamente ribadito che un amministratore
non può liberarsi dalla propria responsabilità sostenendo che non avrebbe mai
partecipato alla gestione dell’impresa, che la sua partecipazione alla
costituzione non era che di natura fiduciaria e che non avrebbe percepito
alcuna remunerazione e rivestito un ruolo subalterno, un tale agire
configurando già di per sé una grave negligenza.
Il mancato uso del potere decisionale
che il mandato conferiva non scagiona quindi la ricorrente dalla propria
responsabilità ex art. 52 LAVS, considerato che la violazione delle norme
legali è possibile anche per omissione. Il suo comportamento è quindi in relazione
di causalità naturale ed adeguata con il danno subito dalla Cassa (STFA H 13/03
del 21 maggio 2003; STFA H 65/01 del 13 maggio 2002).
Sia peraltro ancora osservato che
l’insorgente non ha nemmeno addotto e tantomeno provato di essere stata impedita
nell’esercizio della sua carica di gerente, o di essere stata ingannata
mediante raggiri di rilevanza penale da chi aveva di fatto l’incarico di
versare i contributi paritetici e che a causa degli stessi non può esserle
imputata una negligenza grave (in argomento cfr. la STFA H 152/05 del 7
febbraio 2006).
Infine,
occorre ribadire ancora che gli amministratori devono rassegnare
tempestivamente le proprie dimissioni se, nonostante le sollecitazioni, i
contributi paritetici rimangono impagati (STFA H 38/01 del 17 gennaio 2002, 21
dicembre 1993 nella causa M.T.S. e 15 dicembre 1993 nella causa N., tutte
citate nella STCA del 18 novembre 2009 [31.2009.1, consid. 2.8, pag. 14]
confermata dal TF con la STF 9C_29/2010 del 28 ottobre 2010). Nell’ipotesi in cui un organo societario non sia in grado di
sottrarsi all’influsso di terzi, ne dovrà trarre la sola conclusione possibile
ossia, come accennato, inoltrare immediatamente le sue dimissioni (STFA
H/268/01 e H/269/01 del 5 giugno 2003).
Né infine la circostanza che la
ricorrente fosse di professione architetto e quindi sprovvista delle competenze
necessarie alle questioni amministrative di una società, permette di sgravarla
dalla sua responsabilità. Il fatto che un amministratore non abbia competenza
alcuna per quanto riguarda i pagamenti o non benefici di alcun diritto di firma
(STF 17 ottobre 1996 nella causa M.G) non costituisce infatti motivo
liberatorio o di discolpa (STFA H 210/99 del 5 ottobre 2000, e STCA 31.2003.18
del 28 gennaio 2004). Anzi, il fatto di aver assunto l'incarico di membro del
consiglio di amministrazione di una SA allorquando non sarebbe stata in grado
di occuparsi della gestione amministrativa di una società è segno di ulteriore
grave negligenza (STCA 31.2017.4 del 18 settembre 2017 consid. 2.8).
In simili circostanze questo
Tribunale deve concludere che non avendo adempiuto agli obblighi che la carica
di membro del consiglio di amministrazione le imponeva, la ricorrente deve
essere ritenuta responsabile ex art. 52 LAVS del danno subìto dalla Cassa. Né
del resto la ricorrente ha comprovato di aver adottato misure o comportamenti
idonei nell’ottica di limitari i danni.
Va
infine fatto presente che, nella misura in cui la ricorrente intende far valere
un’esclusiva gestione della società da parte di terzi (in particolare da parte
di TERZ 1), va ricordato che, secondo la giurisprudenza federale,
l'art. 759 cpv. 1 CO non è applicabile nel presente ambito per
giustificare una riduzione del risarcimento in relazione alla gravità
dell'errore commesso dai presunti responsabili (in argomento STF 9C_675/2009
del 3 maggio 2010, consid. 6.5 e la giurisprudenza e dottrina ivi citata; STFA
13 novembre 2000 nella causa S, H 238/98, consid. 4b; Pratique VSI 1996 pag.
306).
Determinante
è che le circostanze addotte dall’insorgente, come visto, non costituiscono
motivi sufficienti per esonerarla dalla sua responsabilità e per escludere
quindi una sua negligenza grave.
Pur trattandosi, dal profilo
dogmatico, di una responsabilità fondata sulla colpa, per giurisprudenza
invalsa la responsabilità giusta l’art. 52 LAVS viene riconosciuta come
responsabilità causale (cd “faktische Kausalhaftung”, cfr. Nussbaumer in AJP
9/1996, p. 1080) con possibilità di giustificazione o di discolpa (DTF 108 V 183; STF 9C_369/2012 del 2
novembre 2012; Cometta, Il diritto societario in taluni suoi aspetti di diritto
penale, assicurativo sociale e contabile, in: Temi scelti di diritto
societario, CFPG n. 29, 2002, p. 30). Nel caso in cui viene stabilita una
illiceità (violazione delle prescrizioni del diritto delle assicurazioni
sociali) la colpa è pertanto di regola presunta (STF 9C_599/2017 del 26 giugno
2018; Frey/Mosimann/Bollinger, AHG/IVG Kommentar, 2018, ad art. 52 n. 12;
Bärtschi/Stohwasser. Organhaftung im Sozialversicherungsrecht, in GesKR 2018 p.
7).
2.7.3. La
ricorrente contesta inoltre di essere incorsa in una violazione dell’art. 35
cpv. 2 OAVS.
Va qui ricordato che secondo la
giurisprudenza, l'organo dimissionario non risponde del conguaglio relativo a
un periodo contributivo durante il quale era in carica, ma emesso
successivamente alla sua uscita dalla società (STCA del 7 febbraio 2001 in re
A.P.), tranne nel caso in cui è data una negligenza pregressa riferita alla
violazione degli obblighi di comunicazione previsti dall'art. 35 cpv.2 OAVS
(STF 9C_355/2010 del 17 agosto 2010).
L’art. 35
cpv. 2
OAVS stabilisce infatti che i datori di lavoro devono comunicare
alla cassa di compensazione i mutamenti importanti riguardanti la somma dei
salari durante l’anno corrente. Tale dovere del datore di lavoro è importante
in quanto consente alla Cassa di adeguare rispettivamente attualizzare gli
acconti (art. 35 cpv. 2 OAVS) ed evitare in tal modo conguagli troppo elevati
(STCA 31. 2001.18 del 18 febbraio 2002).
Secondo la cifra 2048
delle Direttive sulla riscossione dei contributi nell’AVS/AI e nelle IPG “è
ritenuto mutamento importante una differenza della somma dei salari annua di
almeno il 10 per cento rispetto all’originaria somma dei salari presumibile. Le
differenze inferiori a 20 000 franchi non devono essere comunicate dai datori
di lavoro.”
Secondo la giurisprudenza
federale l’obbligo di comunicare alla cassa di compensazione i mutamenti
importanti riguardanti la somma dei salari durante l’anno corrente ex art. 35
cpv. 2 OAVS vale indipendentemente dalla conoscenza o meno della cassa di
compensazione di una notevole discrepanza tra gli acconti versati e quelli
effettivamente dovuti, rispettivamente tra l’annunciata presumibile massa
salariale e quella effettiva. In questo senso agisce in modo non conforme alla
legge e colpevolmente ai sensi dell’art. 52 cpv. 1 LAVS il datore di lavoro
che, in violazione di quanto disposto dall’art. 35 cpv. 2 OAVS e avuto riguardo
alla possibile evoluzione economica, versa acconti troppo bassi senza
assicurarsi (ad esempio attraverso la costituzione di
riserve) che sufficienti mezzi per tacitare in tempi utili il rispettivo
conteggio finale siano presenti (cfr. STF 9C_247/2016 del 10 agosto 2016, consid. 5.1.1 e
giurisprudenza citata). Nella STF
9C_247/2016 del 10 agosto 2016 il TF ha sviluppato la seguente considerazione: “(…)
Im Rahmen der auf diesen Zeitpunkt in Kraft getretenen
Verordnungsänderung vom 1. März 2000 (AS 2000 1441 ff.) wurde neu das System
der Akontobeiträge als das ordentliche Beitragsbezugsverfahren eingeführt.
Zudem wurde im geänderten Art. 35 Abs. 2 AHVV die Meldepflicht des Arbeitgebers
bei wesentlichen Änderungen der Lohnsumme während des laufenden Jahres
positivrechtlich verankert. Gemäss Rz. 2048 der Wegleitung über den Bezug der
Beiträge in der AHV, IV und EO (WBB) gilt eine Abweichung der jährlichen
Lohnsumme um mindestens 10 Prozent von der ursprünglichen voraussichtlichen
Lohnsumme als wesentlich im Sinne dieser Bestimmung. Die Meldepflicht nach Art.
35 Abs. 2 AHVV gilt grundsätzlich ungeachtet einer allfälligen Kenntnis der
Ausgleichskasse von einer wesentlichen Diskrepanz zwischen den geleisteten
Akontobeiträgen und den tatsächlich geschuldeten Beiträgen bzw. zwischen der
ursprünglich gemeldeten voraussichtlichen und der effektiven Lohnsumme (in diesem
Sinne schon Urteil des Eidg. Versicherungsgerichts H 204/01 vom 12. Juli 2002
E. 7a). Wie das Bundesgericht in dem von der Vorinstanz erwähnten Urteil
9C_355/2010 vom 17. August 2010 E. 5.2.1 erkannt hat, verhält sich mithin ein
Arbeitgeber widerrechtlich und schuldhaft im Sinne von Art. 52 Abs. 1 AHVG, der
in Verletzung der Meldepflicht nach Art. 35 Abs. 2 AHVV zu tiefe Akontobeiträge
leistet ohne sicherzustellen, etwa durch Bildung von Rückstellungen, dass unter
Berücksichtigung der zu erwartenden wirtschaftlichen Entwicklung genügend
Mittel für die Begleichung der entsprechend höheren Schlussabrechnung innert
nützlicher Frist zur Verfügung stehen (vgl. auch Urteil 9C_369/2012 vom 2. November
2012 E. 7.3.3.2). (…)” (STF 9C_247/2016 del 10 agosto 2016, consid. 5.1.1).
Nel
caso in esame, la Cassa ha ammesso una violazione grave dell'obbligo di
comunicare, previsto dall'art. 35 cpv. 2 OAVS, ciò che ha avuto come
conseguenza per la società di pagare acconti mensili manifestamente inferiori
al dovuto.
In effetti, non può essere
negato che, con riferimento a quanto dianzi esposto, la FA 1, versando acconti
troppo bassi senza assicurarsi sufficienti mezzi per tacitare il conteggio
finale in tempi utili, ha agito in modo non conforme alla legge e colpevolmente
ai sensi dell'art. 52 cpv. 1 LAVS, in violazione di quanto disposto dall'art.
35 cpv. 2 OAVS. Pagando per lungo tempo acconti manifestamente bassi (cfr. in
merito la tabella riassuntiva al doc. 9), si è finanziata ponendo il rischio
imprenditoriale sulle assicurazioni sociali, ciò che costituisce negligenza
grave secondo la giurisprudenza, considerato come il pagamento degli oneri
sociali deve avere la stessa priorità del pagamento dei salari (STF 9C-701/2018
del 27 novembre 2018 e 9C 436/2016 del 26 giugno 2017).
Di
tale negligenza grave devono rispondere i qui ricorrenti, visti gli obblighi
derivanti loro dalla funzione assunta quale amministratori di una SA (cfr.
consid. 1.1).
La
Cassa ha in particolare ben illustrato che la violazione consisterebbe nel
fatto che “per il 2017 è stata riscontrata la seguente differenza: anno
2017: acconti fatturati in base ad una somma annua dei salari di CHF 750'024.00
a fronte di salari effettivi pari a CHF 1'556'110.00. Ciò che comporta una
differenza in più del 107,47%” (decisione contestata, pag. 12, doc. 3).
Questo
Tribunale non può che aderire all’assunto della Cassa, dalla documentazione
agli atti essendo evidente che la società in oggetto non ha ottemperato agli
obblighi di cui all'art, 35 cpv. 2 OAVS, non avendo comunicato alla Cassa le
necessarie informazioni per una corretta valutazione di congrui acconti.
Del
resto il fatto che l’aumento della massa salariale a fr. 1'556'110.- sia
avvenuta il 28 febbraio 2018 (doc. D), e quindi successivamente alle dimissioni
della ricorrente, non modifica la circostanza che, in violazione dell’art. 35
cpv. 2
OAVS, la società avesse preventivamente annunciato alla Cassa
salari troppo esigui rispettivamente non avesse tempestivamente comunicato i
mutamenti importanti riguardanti la somma dei salari durante l’anno corrente,
impedendo un adeguamento degli acconti (art. 35 cpv. 2 OAVS).
Quanto all’allegazione della
ricorrente, per la quale con comunicazione del 28 febbraio 2017 la società avrebbe
chiesto l’aumento degli acconti annunciando “correttamente” una massa salariale
annua di fr. 852'000.- (“…cogliamo l’occasione anche per chiedervi di
aggiornare le fatture 2017 sulla base di una massa salariale annuale AVS di fr.
852'000.-“, doc. 10), ciò che escluderebbe quindi una violazione dell’art. 35
cpv. 2 OAVS, considerato come la maggior parte dei dipendenti ha cominciato
l'attività lavorativa dopo il mese di aprile 2017, la Cassa ha fatto rilevare
che tale richiesta di modifica è risultata comunque nettamente insufficiente e
in quanto tale, secondo giurisprudenza, non può assurgere a motivo di liberazione.
In effetti, come ben illustrato
dalla Cassa, l'adeguamento degli acconti ha avuto effetto solo a partire dalla
mensilità di marzo 2017. Inoltre, richiamata la giurisprudenza per la quale è
comunque data una violazione dell'obbligo di comunicare se, malgrado la comunicazione
di un aumento della massa salariale, lo scarto finale, tra acconti e conguaglio
risulta essere superiore al 10%, nel caso in esame, come emerge dalla tabella prodotta
in causa (doc. 9), anche volendo considerare il volume annuo dei salari al mese
di febbraio 2017 (quando la società ha richiesto l'aumento degli acconti su una
base di fr. 852'000.-) oppure al mese di settembre, al momento dell'asserita
fine del periodo di carica quale membro del CdA della ricorrente risulta in
ogni caso una chiara violazione dell'art. 35 cpv. 2 OAVS.
La Cassa ha in effetti ben
illustrato che per non incorrere in una simile violazione la somma definitiva
dei salari per l'anno 2017 avrebbe dovuto essere al massimo di fr. 937'200.-
(ossia fr. 852'000/100) x 110], ragione per cui “questo importo esclude
qualsivoglia contestazione inerente la presunta mancata violazione dell'obbligo
di comunicare, ritenuto uno scarto di CHF 618'910.00 tra cifra limite
sopraindicata e l'importo comunicato dalla società quale base di calcolo del
conguaglio 2017 (CHF 1'556'110.00, dichiarazione dei safari 2017 agli atti)”
(risposta, pag. 9).
Ad ulteriore conferma dell’avvenuta
violazione dell’art. 35 cpv. 2 OAVS, la Cassa ha osservato che “Giova anche
rammentare che il saldo finale dell'anno 2017 è così elevato (CHF 148'446.20,
di cui imputati alla ricorrente "soli" CHF 132'819.00 in ragione
delle dimissioni del 12 gennaio 2018) per il fatto che la società ha pagato
acconti solo fino a giugno e per un importo notevolmente inferiore al dovuto.
In tal modo la società, e quindi i suoi organi, ha fatto in modo di trasferire
il rischio imprenditoriale sulle assicurazioni sociali, ciò che la
giurisprudenza federale identifica come comportamento gravemente negligente
(STF 27 novembre 2018, 9C_701/2018)” (risposta di causa, pag. 9, doc. II).
A
tali argomentazioni questa Corte deve aderire, rilevato altresì nuovamente che la
giurisprudenza prevede che, in ossequio al principio dell'obbligo di
collaborazione delle parti, in caso di contestazione incombe alla controparte
portare le prove che l'importo del danno richiesto dalla Cassa di compensazione
non sia corretto (RCC 1991 pag. 133 consid. 11/1b).
Del resto, dalla documentazione
agli atti emerge chiaramente che al momento della richiesta di acconto gli
amministratori della società, fra i quali anche la ricorrente, avevano
sufficienti elementi per valutare se una simile richiesta fosse adeguata
rispettivamente per rilevare che gli acconti erano notevolmente inferiori
all’incremento dei salari versati durante il periodo in oggetto.
Ne consegue che, tenuto conto del
periodo in cui era in carica, ossia dal 7 febbraio 2017 sino alle dimissioni
dell’11 gennaio 2018, e della giurisprudenza citata, RI 1 deve assumersi le
conseguenze del mancato pagamento dei contributi definitivi per gli anni 2016 e
2017.
2.8. Ricorso del 17 novembre 2020 di RI
Considerandi
2.
(inc. 31.2020.28)
RI
2.
è stato amministratore unico della FA 1 dal 15 maggio 2013 al 22 giugno 2016
e in seguito presidente del CdA fino alle dimissioni presentate il 31 gennaio
2018.
Anche nei suoi confronti la Cassa ha chiesto il risarcimento ex art. 52
LAVS di fr. 184'098.95 per contributi paritetici non versati dalla società nel
2016.
e 2017 e, quindi, contributi non soluti e scaduti nel periodo in cui egli
era amministratore della società.
Il
ricorrente censura nondimeno una sua intenzionalità o negligenza grave in
relazione al danno imputategli affermando che il signor __________ della __________
lo rassicurava sull'andamento della società. A suo dire l’unico vero
amministratore della società era TERZ 1, colui che prendeva le decisioni per
l’azienda ed era sempre lui che si occupava dell’amministrazione e dei contatti
con la fiduciaria”, lui era chi firmava i bilanci della ditta (ricorso pag.
5). Solo in seguito al fallimento della società egli era del resto venuto a
conoscenza del bilancio e del conto economico 2016 sottoscritto dal signor TERZ
1.
Non sarebbe peraltro mai venuto a conoscenza di diffide o procedure
esecutive relative all'incasso dei contributi. Egli non aveva peraltro alcun
potere decisionale all’interno della società e non era messo al corrente della
gestione e dell’andamento della stessa. Il suo ruolo era insomma del tutto
marginale. L’unica leggerezza che gli sarebbe imputabile sarebbe insomma quella
di aver accettato di ricoprire “dei ruoli di rappresentanza di una ditta,
quando in realtà non aveva intenzione di sobbarcarsi le incombenze derivanti da
un’esecuzione conforme del ruolo per il quale era iscritto a RC” (doc. I
pag. 5).
2.8.1
Quanto
sostenuto dal ricorrente non è sufficiente per esonerarlo da una sua
responsabilità ex art. 52 LAVS.
Richiamato
integralmente quanto dianzi esposto in merito alle – parzialmente analoghe –
contestazioni formulate dal RI 1, e in particolare al consid. 2.7.2 circa i
compiti che pertoccano giusta l’art. 716a cpv. 1 cifra 5 CO ad ogni amministratore,
nella fattispecie, ricordato come l'accettazione della carica di organo formale
di una società comporta l'assunzione di precisi obblighi, quanto addotto da RI
2.
non è esimente da responsabilità.
Come ha ben esposto la Cassa
nella decisione contestata, il ricorrente, nella sua funzione di amministratore
unico dapprima e presidente del CdA poi, e quindi quale organo formale, doveva
adempiere agli obblighi inalienabili stabiliti dall’art. 716a cpv. 1 CO con la
massima vigilanza, che va oltre all'usuale prudenza da osservare nei propri
affari, pena la responsabilità per il danno subito dalla Cassa. Si ricorda
nuovamente che l'Alta Corte ha in particolare rilevato che "scopo della
norma (art. 716a cpv. 1 CO) e di evidenziare che il mandato quale consigliere
di amministrazione non può essere inteso unicamente quale sinecura, ossia quale
incombenza scarsamente impegnativa e di poca responsabilità" (cfr. STFA H 160/99 dell'8 novembre 1999).
All'organo formale spetta
quindi di vigilare puntualmente, adoperando la diligenza necessaria alla
corretta gestione degli affari sociali, affinché i contributi, prelevati dai salari
dei dipendenti giusta l'art. 51 LAVS, siano regolarmente versati ed esaminare
tutte le poste utili e necessarie per una corretta tenuta delta contabilità
aziendale (STFA H 265/02 del 3 luglio 2003, consid. 3.1; STFA H 208 + 209/00
del 28 aprile 2003, consid. 7.2.1). Questi obblighi gli incombono indipendentemente
dalle eventuali rassicurazioni di terzi sulla posizione debitoria della
società. Se così non fosse, si finirebbe per legittimare la figura
dell'"uomo di paglia" (STFA H 365/01 del 15 aprile 2002; H 225/00 del
13.
febbraio 2001; cfr. anche STCA 31.2002.21 del 16 aprile 2003).
Del resto deve essere nuovamente
ribadito quanto già dianzi sottolineato e meglio che per la giurisprudenza un
organo formale non può liberarsi dalla propria responsabilità limitandosi a
sostenere che non si era occupato della gestione della società poiché essa non
rientrava nella sua funzione oppure di non aver avuto potere decisionale,
pretendendo quindi di avere avuto un ruolo subalterno, poiché tale agire
configura già di per sé una grave negligenza (STFA H 13/03 del 21 maggio 2003,
STCA 31.2011.9 del 20 marzo 2012).
In applicazione di questa
giurisprudenza, il ricorrente non poteva quindi, nella sua veste di
amministratore, con diritto di firma individuale, accontentarsi di un ruolo
passivo (STCA 31.2012.3 del 19 ottobre 2012). Proprio la passività da lui dimostrata
e che egli medesimo sottolinea, ammettendo che “non supervisionava il
versamento degli stupendi né tantomeno aveva un potere di disposizione sul
versamento dei contributi paritetici”, essendo a suo dire di fatto “emarginato”
dalla società, ove peraltro ammette di essersi accontentato di ricevere
sommarie rassicurazioni da parte della società fiduciaria (doc. I pag. 9), integra
una grave violazione degli obblighi che discendevano dal ruolo di amministratore
unico prima e presidente del CdA dopo.
Del resto sia nuovamente sottolineato
che l'essersi fidato delle rassicurazioni di terzi, senza una verifica accurata
della situazione debitoria, è pure un segno di grave negligenza (STCA
31.2018.23
del 17 ottobre 2019 consid. 2.6), considerato peraltro che la giurisprudenza
ha ripetutamente sottolineato che la passività a dispetto della conoscenza
(anche eventuale) di mancati pagamenti di contributi deve essere considerata
un'inosservanza per negligenza grave delle prescrizioni (RCC 1989, pag.115).
A ragione la Cassa fa del resto
rilevare che nella misura in cui il ricorrente ammette di fatto la propria
inattività amministrativa affermando di essere venuto a conoscenza della
situazione debitoria della società solo al momento del fallimento della stessa,
“dimostra in sostanza di fatto il disinteresse mostrato nei confronti della
sua carica di amministratore, che si è semplicemente accontentato di rivestire
un ruolo di secondo piano nella gestione della società, costituendo inequivocabilmente
una negligenza grave ai fini del riconoscimento della sua responsabilità per il
danno subito dalla Cassa” (STFA H 445/00 del 28 maggio 2002; STCA 31.2002.43
del 30 gennaio 2003 e 31.2015.11 del 3 febbraio 2016).
La Cassa ha del resto non da
ultimo ricordato che il fatto che il ricorrente abbia ritirato, il 23 ottobre
2017, il precetto esecutivo relativo al mancato pagamento dell'acconto di
luglio 2017 pari a fr. 8'662.65 (e quindi precedentemente al fallimento
decretato il 15 maggio 2018) dimostra che egli dovesse essere cosciente del
fatto che la società aveva delle difficoltà nel pagamento degli oneri sociali.
Tale consapevolezza avrebbe dovuto indurlo innanzitutto a informarsi presso la
Cassa, quindi a prendere immediatamente misure drastiche per risanare la società
e far fronte agli scoperti con la Cassa o in alternativa a dimettersi dalla carica
di presidente del CdA, e non attendere a fare questo passo sino al 31 gennaio
2018.
La passività dimostrata dall'insorgente è quindi in relazione di
causalità naturale e adeguata con il danno subito dalla Cassa (STFA H 13/03 del
21.
maggio 2003; H 65/01 del 13 maggio 2002).
Come già concluso sopra con
riferimento a RI 1, il ricorrente non può dunque sottrarsi alla sua
responsabilità riferendosi al comportamento di terze persone occupate nella
gestione della società, se il suo comportamento costituisce ugualmente una
grave violazione dei doveri che incombono ad un organo formale di una società
(STF 9C_195/2009 del 2 febbraio 2010; STCA 31.2011.3 del 26 settembre 20113).
Sia peraltro nuovamente ribadito
che relativamente alla possibile responsabilità di terzi nella gestione della
società, l'art. 759 CO non trova applicazione nell'ambito della responsabilità
ex art. 52 LAVS per giustificare una riduzione del danno risarcitorio in
relazione alla gravita dell'errore commesso dai responsabili (Pratique VSI
1996, pag. 306; STFA H 238/98 del 13 novembre 2000).
2.8.2
RI 2 pretende di potersi discolpare adducendo
di aver ritenuto come sanata la violazione ex art. 35 cpv. 2 OAVS in seguito
alla comunicazione della Cassa del 13 febbraio 2017 (doc. L inc. 31.2020.28).
Rileva inoltre che a suo dire i conteggi di rettifica del 15 febbraio 2018 e
del 27 giugno 2018, riguardanti rispettivamente il 2016 e 2017, esponevano
addirittura un saldo a favore della società (doc. N inc. 31.2020.28).
Come dianzi anticipato (cfr.
consid. 2.7.3), la giurisprudenza in merito agli obblighi di comunicazione
previsti dall'art. 35 cpv. 2 OAVS, sottolinea che tra i doveri del datore di
lavoro vi è anche quello di comunicare ogni cambiamento in relazione alla massa
salariale, così da consentire alla Cassa di adeguare rispettivamente
attualizzare gli acconti (cfr. art. 35 cpv. 2 OAVS) ed evitare conguagli troppo
elevati (cfr. STCA 31.2001.18 del 18 febbraio 2002 consid. 2.9; STCA 31.2000.14/16
del 25 giugno 2001 consid. 2.12), ritenuto come un mutamento importante sia da
considerare una differenza della somma dei salari annua di almeno il 10%
rispetto all'originaria somma dei safari presumibile (STF del 10 agosto 2016,
9C_247/2016; STCA del 5 ottobre 2016, inc. 31.2016.6). La giurisprudenza
federale sottolinea inoltre che è data una violazione dell'obbligo di informare
la Cassa anche qualora la società abbia sì comunicato un aumento della massa
salariale, ma ciò non ha comunque evitato un conguaglio con una variazione
superiore al 10% (STF 9C_355/2010 del 17 agosto 2010).
Come già esposto al cosid. 2.7.3,
cui si rinvia, nel caso in esame la Cassa ha potuto rilevare da parte della
società una violazione grave dell'obbligo di comunicare previsto dall'art. 35
cpv. 2 OAVS, non avendo comunicato all’amministrazione le informazioni utili ad
una corretta valutazione di congrui acconti, con la conseguenza che la società ha
pagato acconti mensili manifestamente inferiori al dovuto. In particolare la
Cassa ha descritto come segue le differenze riscontrate:
" anno 2016:
acconti fatturati in base ad una somma annua dei salari di CHF 240'000.00 a
fronte di salari effettivi pari a CHF 856-977.00. Ciò che comporta una differenza
in più del 257,07%;
anno 2017: acconti fatturati in base ad una somma annua dei salari
di CHF 750'024.00 a fronte di salari effettivi pari a CHF 556'110.00. Ciò che comporta
una differenza in più del 107,47%.”
La conclusione della Cassa va condivisa,
ritenuto anche che, come già dianzi esposto (consid. 2.7.3), la Cassa ha
precisato che la richiesta di modifica del 28 febbraio 2017 è risultata
nettamente insufficiente e in quanto tale secondo la giurisprudenza non può
assurgere a motivo di liberazione.
Per quanto concerne la
dichiarazione del 13 febbraio 2017 (doc. 16), richiamata dal ricorrente in sede
di opposizione alla decisione del 15 luglio 2020, come con pertinenza osservato
dalla Cassa, la stessa si limitava ad attestare che le fatture emesse sino al
31.
dicembre 2016, e quindi anche quelle per il pagamento degli acconti 2016, erano
state onorate. Tuttavia, non essendo indicata la base di calcolo il ricorrente
non poteva desumere alcunché in relazione alla violazione dell'art. 35 cpv. 2 OAVS.
Nella decisione contestata la
Cassa ha ulteriormente osservato che il ricorrente semmai “avrebbe dovuto verificare
già nel corso del 2016 la relativa base di calcolo e comunicare alla Cassa una
congrua somma annua salariale, dovendosi peraltro attendere di dover ricevere
successivamente una consistente fattura di conguaglio per l'anno 2016 (saldo
finale 2016 insinuato nel fallimento: CHF 54'871.95). Inoltre il fatto che
affermi che "era convinto che a seguito della comunicazione del
13.02.2017, i contributi AVS per il 2016 fossero stati regolarmente
pagati" evidenzia che l'opponente fosse a quel tempo cosciente - quindi
ben prima del fallimento - che la società avesse pagato contributi
manifestamente inferiori al dovuto, finanziando così indirettamente la società
e trasferendo di conseguenza il rischio imprenditoriale sulle assicurazioni
sociali, ciò che la giurisprudenza federale identifica come comportamento
gravemente negligente (STF 27 novembre 2018, 9C_701/2018). Per quanto attiene
al conteggio di rettifica del 15 febbraio 2018 relativo al 2016 esso indica
semplicemente una riduzione pari a CHF 11'190.30 dell'importo dovuto. Infatti
l'opponente ignora che tra le varie voci componenti tale fattura vi era quella
rappresentante gli importi già in esecuzione per tale anno pari a CHF
54'475.45. Quindi, anche da tale documento, il signor RI 2 non avrebbe mai
potuto desumere che non vi fossero pendenze aperte per il 2016, anzi, esattamente
il contrario, visto quanto indicato avrebbe dovuto agire immediatamente per
verificare personalmente con la Cassa la complessiva situazione debitoria della
società e sanare il più presto possibile la situazione. Le stesse valutazioni
valgono anche per il conteggio di rettifica del 27 giugno 2018 riguardante il
2017.” (doc. 3 pag. 15).
A tali considerazioni, che
peraltro in sede di ricorso sono rimaste sostanzialmente incontestate, questa
Corte deve aderire e di conseguenza ammettere che la società in oggetto non ha
ottemperato agli obblighi di cui all’art. 35 OAVS.
Ne
discende che il ricorrente, in applicazione analogica di quanto esposto al
consid. 2.7.3 che precede, va ritenuto responsabile ex art. 52 LAVS del mancato
pagamento di fr. 184'098.95 di contributi paritetici dovuti dalla FA 1 in via
solidale con RI 1.
2.9
2.9.1
Gli insorgenti non hanno fatto
valere né tanto meno reso verosimile l’esistenza di speciali circostanze – le
quali neppure emergono dalle tavole processuali – che, seppur appurata
l’esistenza di una negligenza grave, avrebbero potuto legittimare il datore di
lavoro a non versare i contributi o avrebbero potuto scusarlo dal provvedervi
(DTF 121 V 244 consid. 4b, 108 V consid. 1b e 193 consid. 2b).
Conformemente
la giurisprudenza costituisce motivo di giustificazione il caso in cui
un datore di lavoro, omettendo il pagamento dei contributi per fare fronte a
una mancanza (passeggera) di liquidità, tenti in questo modo di salvare
l'impresa che versa in una delicata situazione finanziaria. Un simile
comportamento sfugge a una responsabilità ai sensi dell'art. 52 LAVS unicamente
se in questo modo il datore di lavoro onora altri crediti (segnatamente quelli
dei lavoratori e dei fornitori) essenziali per la sopravvivenza dell'azienda e
al tempo stesso può oggettivamente ritenere che i contributi dovuti verranno
soluti entro un termine ragionevole. La questione decisiva, in tale contesto,
non è tanto se il datore di lavoro all'epoca credeva realmente che l'azienda
potesse essere salvata e che i contributi sarebbero stati pagati in un futuro
prossimo, bensì piuttosto se un tale atteggiamento fosse allora oggettivamente
sostenibile agli occhi di un terzo responsabile (STF 9C-812/2007 del 12
dicembre 2008 consid. 3.2 con riferimenti; cfr. in dettaglio Reichmuth, op.
cit., n. 668s, pagg. 156ss; vedi anche Meyer, Die Rechtsprechung des
Eidgenössischen Versicherungsgerichts zur Arbeitgeberhaftung; in: Temi scelti
di diritto delle assicurazioni sociali, 2006, pagg. 25ss e 35s; cfr. anche STFA
H 103/00 dell’11 gennaio 2002 consid. 4c e DTF 123 V 244 consid.
4b). In questo contesto, l’Alta Corte ha precisato che la ditta che
attraversa una fase difficile e fonda la sua esistenza su equilibri delicati
deve prendere delle misure drastiche e immediate (STFA H 170/01 del 23 luglio
2002.
consid. 4.6. con riferimenti e H 336/95 del 7 maggio 1997 consid. 3d). La
giurisprudenza federale ha ribadito che l’organo della società deve prestare
particolare attenzione nell'ipotesi in cui è a conoscenza del fatto che la
ditta sta attraversando una crisi finanziaria (STFA H 446/00 del 31 agosto 2001
consid. 4a).
Quindi
l’illiquidità della società non giustifica il procrastinare del pagamento dei
contributi se non sono realizzati i chiari criteri di discolpa posti dalla
citata giurisprudenza (STCA 31.2008.6 del 12 febbraio 2009).
Da
distinguere dal caso in cui il datore di lavoro non versa i contributi per
salvare l’azienda, la cui omissione può costituire motivo di giustificazione,
vi è quello in cui il mancato pagamento in occasione della cessazione
dell’attività può eventualmente rappresentare motivo di discolpa. Questa
seconda ipotesi può verificarsi segnatamente con riferimento a quelle aziende,
che dopo avere per lungo tempo e ineccepibilmente onorato, dal profilo delle
assicurazioni sociali, i propri obblighi di datori di lavoro, cadono in
difficoltà economiche, devono essere sciolte (normalmente per causa di
fallimento) e rimangono debitrici dei contributi sociali per gli ultimi mesi
della loro esistenza. In questi casi, la giurisprudenza circoscrive a due o tre
mesi la perdita contributiva tollerabile dal profilo dell'art. 52 LAVS (STF
9C_812/2007 del 12 dicembre 2008 consid. 3.3 con riferimenti; cfr. in dettaglio
Reichmuth, op. cit., n. 696 ss, pagg. 163 ss; cfr. anche Meyer, cit., pag. 36).
Va poi ricordato che per giurisprudenza non può essere riconosciuto alcun
motivo di discolpa se il differimento dei pagamenti dei contributi paritetici
era cronico e i pagamenti venivano effettuati solo dopo che le procedure
esecutive, ripetute e numerose, giungevano a uno stadio avanzato (STFA 27
giugno 1994 nella causa M.).
2.9.2
Nel caso in esame, come detto, non sono
stati invocati motivi di giustificazione rispettivamente di discolpa nel senso
della succitata giurisprudenza.
In particolare, nemmeno è
stato addotto, né quindi comprovato, che la società si trovasse confrontata con
una mancanza di liquidità passeggera e che l’omesso pagamento dei contributi
fosse da considerare giustificato da prospettive allora esistenti per il salvataggio
dell’azienda (in argomento cfr. DTF 123 V 244, 121 V 243, 108 V 188; STF H 134/02 del 30 gennaio 2003, H 297/03 del 4 novembre 2004).
Del
resto, come visto al consid. 2.8, la società non ha provveduto
certo in modo eccepibile al pagamento degli oneri sociali, essendo stata
oggetto di sistematiche diffide di pagamento dal mese di agosto 2014 e
procedure esecutive con precetti esecutivi dal luglio 2015 (cfr. doc. 3B, 7, 8).
Inoltre, sono rimasti scoperti buona parte degli acconti oltre al conguaglio di
fine anno per il 2016 e 2017.
Non è quindi affatto
accertato, con l'alto grado di verosimiglianza richiesto dalla giurisprudenza,
che la scelta di non versare integralmente i contributi paritetici fosse,
secondo una valutazione ragionevole, obiettivamente indispensabile per tentare,
di fronte comunque ad una cronica mancanza di liquidità, il salvataggio della
società; nemmeno è assodato che il datore di lavoro potesse oggettivamente
presumere di soddisfare entro breve termine la Cassa di compensazione riguardo
ad ogni suo credito (STFA H 279/01 del 12 dicembre 2002 consid. 3.2; STFA H 103/01 dell'11 gennaio 2002 consid. 4c; DTF 123 V 244 consid. 4b; DTF 108 V
188). Viste le circostanze rilevate era pensabile il contrario.
In
queste condizioni si può affermare che i problemi di liquidità della società
erano cronici, rimanendo scoperti contributi dovuti sull’arco di un lungo
periodo. Trattandosi di un lungo lasso di tempo, la negligenza grave deve
essere riconosciuta.
In
queste circostanze non risultano dati gli estremi - che peraltro gli insorgenti
nemmeno fanno valere - per ammettere che il differimento dei pagamenti fosse
riconducibile ad una momentanea crisi finanziaria della società o ad una
passeggera situazione di illiquidità (in argomento DTF 123 V 244, 121 V 243,
108.
V 188; STF H 134/02 del 30 gennaio 2003, H 297/03 del 4 novembre 2004, H 277/01 del 29 agosto 2002).
Come
detto, il TF ha circoscritto a due o tre mesi la perdita contributiva
tollerabile dal profilo dell'art. 52 LAVS, a condizione che il datore di lavoro
abbia regolarmente versato i precedenti contributi, ciò che non corrisponde al
caso in esame.
In
questo senso, secondo l'Alta Corte, nemmeno l’illiquidità della società
giustifica il procrastinare del pagamento dei contributi se, come in concreto, non
sono realizzati i chiari criteri di discolpa posti dalla giurisprudenza
federale (STCA del 4 maggio 1995 nelle cause M.J., M.M., B.N. e P. L).
2.10
RI 1 ha chiesto l’edizione dall’UF di __________gli atti relativi
alla società (doc. I pag. 8).
Occorre innanzitutto ricordare che
per costante giurisprudenza, dal diritto di essere sentito ai sensi
dell'art. 29 cpv. 2 Cost. deve, tra l'altro, essere dedotto il diritto per
l'interessato di fornire prove circa i fatti suscettibili di influire sul
provvedimento, quello di poter prendere visione dell'incarto, di partecipare
all'assunzione delle prove, di prenderne conoscenza e di determinarsi al
riguardo (DTF 127 I 56, 126 I 16, 124 V 181, 375). Sono in ogni caso ammesse
soltanto le prove giuridicamente determinanti ai fini del giudizio; possono
inoltre essere respinti i mezzi di prova atti a provare una circostanza già
chiara, i mezzi di prova che non porterebbero alcun chiarimento alla
fattispecie o, ancora, che sono noti all’autorità per sua conoscenza diretta o
indiretta (DTF 120 V 360). Quindi, se gli accertamenti svolti d'ufficio
permettono all'amministrazione o al giudice, che si sono fondati su un
apprezzamento diligente delle prove, di giungere alla convinzione che certi
fatti presentino una verosimiglianza preponderante, e che ulteriori misure
probatorie non potrebbero modificare questo apprezzamento, è superfluo assumere
altre prove (apprezzamento anticipato delle prove; Dieterle/ Kieser, op. cit.,
pag. 212; Kölz/Häner, Verwaltungsverfahren und Verwaltungsrechtspflege des
Bundes, 1998, pag. 39 no. 111 e pag. 117 no. 320; DTF 122 II 469, 122 III 223).
In tal caso non sussiste una violazione del diritto di essere sentito
conformemente all'art. 29 cpv. 2 Cost. (SVR 2001 IV N. 10 pag.
28; DTF 124 V 94).
Nel caso in esame, la documentazione
agli atti è sufficiente per statuire nella presente vertenza. Va del resto
rilevato che la Cassa ha prodotto ampia e dettagliata documentazione, inclusa
quella servita per fissare le rivendicazioni salariali, tra cui gli atti
dall’Ufficio fallimenti, e che alle parti è stata regolarmente data la possibilità
di visionarla (cfr. consid. 1.8).
2.11
In conclusione, visto quanto
sopra, essendo venuti meno agli obblighi di membro del CdA (RI 1)
rispettivamente di amministratore unico e presidente del CdA (RI 2), e non
sussistendo validi motivi di discolpa e/o di giustificazione per il mancato
versamento degli oneri sociali, gli insorgenti vanno ritenuti responsabili ex
art. 52 LAVS del danno derivante dal mancato pagamento di fr. 184'025.65
rispettivamente fr. 184'098.95 per i contributi partiteci dovuti per gli anni
2016.
e 2017 dalla FA 1.
Le querelate decisioni vanno quindi
confermate, mentre i ricorsi vanno respinti. Essendo la procedura gratuita, non
si prelevano spese di procedura. Sia in proposito precisato che essendo i
ricorsi stati presentati il 17 e 18 novembre 2020, in applicazione dell’art. 82a
Disposizione transitoria LPGA, alla presente procedura non si applicano né il
nuovo art. 61 lett. a LPGA (che non prevede più la gratuità della procedura) né
il nuovo art. 61 lett. fbis LPGA (che
prevede che in caso di controversie relative a prestazioni, la procedura è
soggetta a spese se la singola legge interessata lo prevede rispettivamente in
caso di comportamento temerario o sconsiderato), entrambi in vigore dal 1.
gennaio 2021.
2.12
Il TF, nella DTF 137 V 51, chiamato
a pronunciarsi in merito all’ammissibilità del ricorso in materia di diritto
pubblico in un caso concernente la responsabilità del datore di lavoro per il
danno risultante dalla violazione delle prescrizioni in materia di AVS, ha
stabilito che il ricorso in materia di diritto pubblico interposto contro un
giudizio sulla responsabilità del datore di lavoro nei confronti di una cassa
di compensazione fondata sull’art. 52 cpv. 1 LAVS è ammissibile solo qualora il
valore litigioso raggiunga il limite di fr. 30'000.-- o in presenza di una
questione di diritto di importanza fondamentale (circa l’interpretazione in un
senso largo della nozione di “responsabilità dello Stato” ai sensi dell’art. 85
cpv. 1 lett. a LTF vedi Margit Moser-Szeless, Le recours en matière de droit
public au Tribunal fédéral dans le domaine des assurances sociales – aspects
choisis, in HAVE 2010 pag. 342; Mélanie Fretz, La responsabilité selon l’art.
52.
LAVS: une comparaison avec les art. 78 LPGA e 52 LPP, in HAVE 2009 pag. 249;
cfr. inoltre anche DTF 135 V 98 nella quale il TF si è pronunciato circa
l’ammissibilità del ricorso in un caso concernente la responsabilità del
titolare di una cassa di disoccupazione nei confronti della Confederazione per
il danno derivante dal pagamento di prestazioni indebite e DTF 134 V 138 nella
quale l’Alta Corte si è pronunciata circa l’ammissibilità di un ricorso in tema
di responsabilità dell’Ufficio AI per i danni cagionati a un terzo
evidenziando, in particolare, che l’eventuale presupposto della “questione di
diritto di importanza fondamentale” – presupposto questo che, secondo l’art. 85
cpv. 2 LTF, renderebbe ammissibile il ricorso in materia di diritto pubblico
anche se il valore litigioso non raggiunge i fr. 30'000.-- – deve essere
dimostrata dal ricorrente).
Dispositivo
Per questi motivi
dichiara e pronuncia
1. I ricorsi sono respinti.
2. Non si percepisce tassa di
giustizia, mentre le spese sono poste a carico dello Stato.
3. Comunicazione
agli interessati.
Contro
la presente decisione è dato ricorso in materia di diritto pubblico al
Tribunale federale, Schweizerhofquai 6, 6004 Lucerna, entro 30 giorni dalla
comunicazione.
In
materia patrimoniale il ricorso di diritto pubblico è inammissibile nel campo
della responsabilità dello Stato se il valore litigioso è inferiore ai fr.
30'000.-- (art. 85 cpv. 1 lett. a LTF). Se il valore litigioso non raggiunge i
fr. 30'000.-- il ricorso è nondimeno ammissibile se si pone una questione di
diritto di importanza fondamentale (art. 85 cpv. 2 LTF).
Qualora
non sia dato il ricorso in materia di diritto pubblico è possibile proporre negli
stessi termini ricorso sussidiario in materia costituzionale (art. 113 LTF) per
i motivi previsti dall’art. 116 LTF.
L'atto
di ricorso, in 3 esemplari, deve indicare quale decisione è chiesta invece di
quella impugnata, contenere una breve motivazione, e recare la firma del
ricorrente o del suo rappresentante. Al ricorso dovrà essere allegata la
decisione impugnata e la busta in cui il ricorrente l'ha ricevuta.
Per il Tribunale cantonale delle
assicurazioni
Il presidente La
segretaria
Daniele Cattaneo Stefania
Cagni