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Decisione

32.2011.229

Soppresione della rendita in via di riconsiderazione con effetto retroattivo. Restituzione di prestazioni

15 novembre 2012Italiano77 min

Source ti.ch

Fatti

I

principi relativi alla riconsiderazione e alla revisione processuale sviluppati

dalla giurisprudenza precedentemente alla LPGA, sono stati concretizzati

all'art. 53 LPGA (DTF 133 V 50, consid. 4.1, pag. 52; STFA K

147/03 del 12 marzo 2004, consid. 5.3 in fine; STFA U 149/03 del 22 marzo 2004, consid. 1.2.; STFA I 133/04 dell’8 febbraio 2005, consid. 1.2).

Conformemente

a un principio generale valido per il diritto delle assicurazioni sociali,

l'amministrazione può in ogni tempo riconsiderare una decisione cresciuta in

giudicato formale, che non è stata oggetto di un controllo giudiziario, nel caso

in cui è senza dubbio errata e la correzione ha un'importanza rilevante (STFA I

512/05 del 3 maggio 2006, consid. 3 e riferimenti confermata nella STF I 832/05

del 25 aprile 2007).

Questi

principi si applicano anche quando delle prestazioni sono state accordate senza

una decisione formale e che il loro versamento ha comunque acquisito forza di

cosa giudicata (STF C 128/06 del 10 maggio 2007, DTF 129 V 110 consid. 1.1).

Per

giudicare se è ammissibile riconsiderare una decisione per il motivo che essa è

manifestamente errata, ci si deve fondare sulla situazione giuridica esistente

al momento in cui questa decisione è stata emanata, tenuto conto della prassi

in vigore a quel momento (DTF 125 V 383 consid. 3 pag. 389 con riferimenti).

Mediante

la riconsiderazione, si corregge un’errata applicazione iniziale del diritto,

rispettivamente, un’errata constatazione derivante dall’apprezzamento dei fatti.

Un cambiamento di prassi oppure di giurisprudenza non giustifica di principio

una riconsiderazione (DTF 117 V 8 consid. 2c pag. 17; 115 V 308 consid. 4a/cc

pag. 314).

Una

decisione è manifestamente errata, non soltanto quando è stata presa sulla base

di norme giuridiche sbagliate o inappropriate, ma anche quando delle

disposizioni fondamentali non sono state applicate oppure lo sono state in modo

inappropriato (STF 9C_181/2010 del 12 agosto 2010, consid. 3 con riferimenti).

Per motivi legati alla sicurezza giuridica e per evitare che la

riconsiderazione diventi uno strumento che consenta di riesaminare liberamente

le condizioni poste a fondamento delle prestazioni di lunga durata,

l'irregolarità deve essere manifesta. In particolare, non si può parlare di

un'inesattezza manifesta se l'assegnazione della prestazione dipende dall'adempimento

di condizioni materiali il cui esame presuppone un certo margine di

apprezzamento riguardo a certi loro aspetti o elementi, e se la decisione

iniziale appare ammissibile alla luce della situazione di fatto e di diritto.

Se persistono ragionevoli dubbi sul carattere erroneo della decisione iniziale,

le condizioni per procedere a una riconsiderazione non sono date (STF 9C_961/2011 del 1. giugno 2012 consid. 3.2 con riferimenti, vedi inoltre STF 9C_ 457/2008 del 3 febbraio 2009, consid. 4.2.1

con riferimento alla STF 9C_439/2007 del 28 febbraio 2008, consid. 3.1).

2.6. Nel caso

concreto dagli atti risulta che – dopo aver emesso la “(…) Decisione

provvisionale con sospensione della rendita (artt. 55 cpv. 1 LPGA e 56 PA) (…)”

(doc. AI 262/1-3 inc. 32.2012.147) – l’Ufficio AI, con lettera 8 aprile 2011, ha comunicato all’assicurata la necessità di procedere ad un ulteriore accertamento medico

presso il CPAS (doc. AI 264/1-2 inc. 32.2012.147).

Il dr. __________,

direttore del CPAS e FMH in psichiatria e psicoterapia, nella perizia 29 agosto

2011 (doc. AI 332/1-27 inc. 32.2012.147) – dopo aver esposto nel

dettaglio l’anamnesi, proceduto ad una ricostruzione degli atti, assunto

informazioni da terzi e descritto i dati soggettivi nonché quelli oggettivi

corredati dai risultati dei test – ha posto la seguente diagnosi: “(…) 5.1

Diagnosi con ripercussioni sulla capacità di lavoro Nessuna. 5.2

Diagnosi senza ripercussioni sulla capacità di lavoro F 43.25:

sindrome da disadattamento con disturbo delle emozioni e della condotta – F

60.8: disturbo di personalità narcisistico (…)” (doc. AI 332/12 inc.

32.2012.147).

Il perito,

quali elementi sui quali ha fondato la convinzione clinica di un’attitudine

manipolatoria, ha indicato:

"

(…)

Un primo dato significativo si trova nelle

affermazioni della psichiatra curante, la quale mi ha confermato

telefonicamente di essersi confrontata anche con la psicologa dottoressa __________.

Entrambe, dopo aver visto che la loro paziente ha ripreso l'attività

professionale di infermiera, hanno concluso di essersi sentite

"usate" dalla Signora RI 1 per l'ottenimento dei suoi obiettivi. La

psichiatra trae questa sua conclusione dal fatto che, dal mese di aprile 2011,

la paziente non abbia più preso ulteriori appuntamenti, nonostante ella

dichiarasse ancora un forte turbamento emotivo. Ipotizza che la paziente abbia

interrotto la presa a carico perché è venuto meno il vantaggio che questa le

garantiva.

Altrettanto interessante è poi il profilo

psicologico che emerge dai due test effettuati dalla psicologa dottoressa __________,

che è ampiamente compatibile con un disturbo di personalità narcisistico.

Secondo il manuale diagnostico DSM-IV, queste personalità sono caratterizzate,

tra gli altri aspetti, dai seguenti tratti: (pt.5) "la sensazione che

tutto sia loro dovuto, cioè, la irragionevole aspettativa di trattamenti di

favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative" e (pt.6) lo

sfruttamento interpersonale, cioè, approfittarsi degli altri per i propri

scopi".

La modalità manipolatoria trova ulteriore

conferma nella spiegazione incredibile che la signora RI 1 adduce davanti al

perito, per cercare di giustificare tutti i documenti assicurativi che avrebbe

firmato di suo pugno, oltre ai presunti certificati falsi che le verrebbero

imputati. Con il perito dichiara di essere andata avanti a firmare, per molti

anni, dei documenti dei quali non avrebbe mai compreso la natura. In più

ammette che le arrivassero dei soldi sul conto, dei quali non avrebbe però mai

compreso la provenienza. Secondo la versione che continua a raccontarmi,

avrebbe fatto tutto questo essendo stata forzata, attraverso minacce di morte

per sé stessa e per le sue figlie, da un gruppo di malviventi-usurai __________.

Avrebbe firmato questi documenti solo per paura delle ripercussioni,

ignorandone totalmente il contenuto. Allo stesso modo avrebbe sempre prelevato

i soldi che giungevano sul suo conto senza fare domande e senza comprendere

quale fosse la loro provenienza, consegnandoli direttamente nelle mani dei

malviventi-usurai. Non avrebbe quindi mai beneficiato in alcun modo di tali

soldi, pur assumendosi in seguito la responsabilità del fatto. Mi racconta di

essersi assunta, in sede di indagine, tutte le responsabilità per quei

documenti, perché questo le sarebbe stato raccomandato dal suo avvocato, perché

si trovava sotto le "enormi" pressioni psicologiche esercitate dalle

autorità e "per poter tornare a casa e rivedere le mie figlie e non essere

trattenuta in stato di fermo" - dice.

Premesso che non ho assolutamente le competenze

per giudicare dove stia la verità in tutta questa storia che mi è stata

spontaneamente raccontata e considerato che sarà solo il dibattimento giudiziario

ad appurare la realtà dei fatti, tuttavia non posso esimermi da fare delle

osservazioni di ordine tecnico-psichiatrico, che sono fondamentali per il

nostro lavoro, in quanto vanno ad avvalorare l'ipotesi della elevata capacità

manipolatoria della signora RI 1.

La prima osservazione riguarda la mancanza di

congruenza psico-comportamentale tra la gravità dei fatti che la signora

racconta e la totale assenza di sue esternazioni, sia dentro al rapporto

psicoterapeutico, sia nel rapporto con le autorità. Nonostante tutte le

angherie che l'assicurata avrebbe subito per quasi 10 anni, ella non ha mai

cercato un aiuto discreto nelle autorità e nemmeno un conforto presso qualche

associazione per la lotta contro l'usura. Se pensiamo alla minaccia permanente

per la sua vita e per quella della sua intera famiglia, che la signora dice di

aver subito per diversi anni, stupisce ancor di più la totale assenza di prove

cliniche presso i curanti circa simili preoccupazioni. Lavorando in ambito

sanitario, l'assicurata sa bene che un medico è tenuto al segreto; quindi,

almeno con la psichiatra curante, avrebbe potuto sfogare liberamente tutte le

sue inquietudini, se queste vi fossero state. Invece durante tutto l'arco della

terapia psichiatrica e psicoterapica, la paziente non ha mai confidato

preoccupazioni di alcun tipo, circa minacce di malviventi, documenti che veniva

costretta a firmare e soldi di provenienza occulta. È evidente quindi la

sproporzione tra le minacce che dichiara di aver subito ed il fatto che ella

non ne abbia mai parlato, nemmeno una sola volta, con la psichiatra curante,

salvo aver poi tirato fuori anche con lei l'argomento degli usurai, in maniera

straordinariamente disinvolta, dopo essere stata messa sotto accusa per truffa.

Dal punto di vista psicologico non si capisce perché, all'epoca della firma dei

documenti assicurativi, l'assicurata non potesse parlare di nulla, nemmeno con

la sua psichiatra, temendo gravi vendette da parte dei malavitosi, mentre oggi

ella stia narrando ovunque e senza farsi grossi problemi questa storia, non

temendo più alcun tipo di vendetta contro di sé o contro le proprie figlie.

Appare inoltre oltremodo inverosimile che

l'assicurata non capisse da dove giungevano i soldi che andava prelevando e

consegnando ai presunti malviventi, visto che avrebbe potuto risalire alla

fonte del versamento tramite la lettura del semplice estratto conto. Avrebbe

così potuto intuire i rischi elevati che stava correndo con le assicurazioni

malattia, le quali stavano versando i soldi.

Un ulteriore elemento psicologico degno di

interesse è il doppio registro comportamentale che l'assicurata assume,

adattandosi di volta in volta all'interlocutore che ella si trova davanti. Con

il collega Dr. __________ ella si è sempre mostrata collaborante, disponibile,

affermando sia con il collega, con il quale mi sono confrontato, che con il

sottoscritto, di essersi sentita accolta e compresa. Di segno completamente

opposto sono invece alcuni scritti indirizzati al Giudice, dove l'assicurata fa

affermazioni di sdegno, dicendo di essersi trovata male nel rapporto con il Dr.

__________, il quale le avrebbe fatto delle: "domande come un poliziotto,

su fatti e cose per i quali non aveva una risposta, anziché sul suo reale stato

di salute".

(…)" (doc. AI 332/13-14, inc. 32.2012.147)

In merito

alle diagnosi psichiatriche il perito si è così espresso:

"

(…)

Dagli atti e dall'anamnesi emerge una

problematica depressiva ricorrente, esordita per la prima volta nel 1988,

all'età di 19 anni, dopo la morte in culla del primo figlio, __________. La

vulnerabilità per la patologia depressiva trova conferma nella famigliarità per

malattie psichiatriche. Questo primo episodio depressivo si sarebbe comunque

risolto rapidamente, senza compromettere in alcun modo la crescita professionale

dell'assicurata. Segnali di ricadute depressive più importanti sono

individuabili invece nel periodo finale dell'attività lavorativa presso la

Clinica __________. Per tale problematica depressiva l'assicurata è stata

giudicata inabile al lavoro nella misura del 100% dall'inizio del 2002. Le

prime annotazioni psichiatriche su questo disturbo compaiono nel rapporto

dell'SPS di __________ del novembre 2003. Secondo l'opinione della curante

(Dr.ssa __________), si era confrontati con una sindrome depressiva ricorrente,

che avrebbe giustificato ben tre ricoveri successivi in ambito psichiatrico,

tra il 2004 ed il 2005, presso la clinica __________. Anche i medici della

clinica psichiatrica confermavano la diagnosi di sindrome depressiva

ricorrente, descrivendo episodi di gravità variabile. La diagnosi di

depressione maggiore ricorrente, con stato di salute stazionario, veniva ripresa

nuovamente dalla Dr.ssa __________ nel successivo rapporto di decorso per I'Al

del giugno 2007. Sulla base di questa patologia psichiatrica (depressione di

media gravità) l'Al aveva deciso, in assenza di una precedente perizia

psichiatrica, di riconoscere nel 2005 una rendita intera, a causa di una

completa incapacità lavorativa, con effetto dall'1.8.2003.

È in questo quadro generale che si inseriscono

dunque le perizie successive del CPAS, che viene chiamato in causa nell'ambito

di un'ulteriore revisione Al, con lo scopo di accertare lo status attuale e

quindi di pronunciarsi circa una corrispondente capacità lavorativa.

Prima di andare oltre con la nostra analisi,

giova sottolineare che una sindrome depressiva ricorrente, con episodi di media

gravità, può avere delle ripercussioni sulla capacità lavorativa molto

variabili tra l'uno e l'altro paziente, a seconda delle diverse funzioni

psichiche che sono state principalmente intaccate dalla malattia. Vi possono

essere casi in cui le funzioni compromesse rendono la persona totalmente

inabile per l'attività svolta, mentre si incontrano altri casi in cui il

soggetto, pur sperimentando un forte disagio soggettivo, ha ancora le risorse

psichiche per adempiere, pur con fatica, ai suoi impegni lavorativi. Per ciò

che concerne il periodo precedente alla nostra prima perizia psichiatrica nel

mese di novembre 2007, non abbiamo i dati oggettivi necessari per poter

decidere quale fosse il reale livello di compromissione della capacità

funzionale della signora RI 1. In assenza di un'osservazione diretta, oppure di

prove concrete che la signora abbia lavorato negli anni compresi tra il 2003 ed

il 2007, ci troviamo a dover considerare come attendibili i rapporti forniti

dall'SPS di __________. Certamente l'elevata capacità di manipolazione che si è

attualmente palesata, solleva dei sospetti più che legittimi anche su quegli

anni. Tuttavia mancano i dati clinici e le prove oggettive per potersi

discostare dall'opinione espressa dalla Dr.ssa __________ nel 2003 e ribadita

ancora dalla stessa dottoressa in giugno 2007.

Altro tipo di giudizio va invece riservato ai

periodi successivi al novembre 2007. All'epoca, effettuando la prima perizia

psichiatrica, il collega Dr. __________ veniva tirato in causa per analizzare

la situazione di una donna che era stata dichiarata inabile al lavoro

dall'inizio del 2002 ed era stata riconosciuta ufficialmente invalida al 100%

per motivi psichiatrici dall'agosto del 2003.

In questo caso si trattava, per il perito, di

accertare la stazionarietà o meno del quadro psicopatologico e quindi la

prosecuzione o meno della linea di pensiero che aveva giustificato il diritto

alla rendita. Il collega riscontrava uno status oggettivo compatibile con una

depressione di media gravità, quindi sostanzialmente analogo agli episodi avuti

in passato e che avevano giustificato la rendita piena.

Il collega stesso non mancava però di rilevare

degli elementi di miglioramento che sembravano delinearsi, sottolineando il

maggiore slancio vitale della signora, che si concretizzava, tra le altre cose,

nel suo occuparsi in maniera adeguata delle sue quattro figlie. Essendoci

alcuni indizi di miglioramento, ma in presenza (almeno in apparenza) di un

costante turbamento ansioso-depressivo, il perito aveva indicato la riduzione

del grado di inabilità lavorativa medico-teorica al 70% ed aveva previsto,

nell'arco di un anno, la possibilità di ripresa di un'attività lavorativa

almeno al 50%. La prudenza era allora raccomandata, in virtù della regola aurea

della medicina che impone "primum non nocere", temendo che una

proiezione brusca nel mondo del lavoro fosse dannosa e controproducente,

vanificando ogni progressione positiva. L'attività di infermiera veniva

sconsigliata per ragioni puramente teoriche, poiché avrebbe confrontato la

signora con il fenomeno "malattia", difficile da gestire da parte

degli individui depressi e perché la signora stessa si dichiarava incapace di

riprendere in questo ambito.

D'altra parte durante tale perizia non si poteva

immaginare, senza essere accusati di essere in cattiva fede, una simile

capacità di manipolazione/simulazione dell'assicurata, che si è dimostrata tale

da aver spiazzato persino i curanti, i quali hanno avuto un rapporto ben più

assiduo con la loro paziente.

Con le indagini assicurative avviate nel 2008 le

cose si sono complicate ulteriormente ed il perito è stato chiamato in causa

per una seconda valutazione, ma senza che gli siano state fornite delle prove

certe e ben circostanziate. Da un lato egli si è trovato confrontato con il

certificato della nuova psichiatra curante, datato febbraio 2009, che ribadiva

senza dubbi una condizione ansioso depressiva importante ed una completa

incapacità lavorativa. Dall'altro lato è stato messo a conoscenza di una lista

di assicurazioni, dalle quali si sospettava che l'assicurata avesse riscosso

ingiustamente delle IPG per malattia sin dal 2003.

In sede peritale lo specialista ha potuto

confermare una condizione ansioso depressiva, sempre di gravità media, ed ha

reso effettivo il miglioramento già previsto due anni prima, stabilendo

un'incapacità lavorativa del 50%, grado di inabilità normalmente presente in

una depressione di grado medio, con caratteristiche di cronicità. Il fatto che

la signora RI 1 sia un operatore sanitario, che quindi conosce molto bene la

presentazione sintomatologica dei quadri depressivi, avrebbe potuto far nascere

legittimamente qualche dubbio in più. Ma la segnalazione fatta dal SMR circa le

sospette truffe parlava di un evento cosi grosso da sembrare incompatibile con

i certificati e con le dichiarazioni rilasciate dai medici curanti, oltre che

con l'obiettività riscontrata in sede peritale. È vero però che l'assicurata

era sottoposta ormai da molti anni a degli stress elevati di tipo famigliare,

dovuti al rapporto problematico con il partner, ai quali si aggiungevano più

recentemente delle gravi preoccupazioni economiche legate all'incendio della sua

abitazione ed al sospetto di frode a danno delle assicurazioni malattia.

Purtroppo non era ancora sufficientemente evidente quello che adesso è invece

oltremodo palese: cioè che i sintomi ansioso-depressivi non erano parte di una

depressione ricorrente maggiore e limitante, ma esprimevano più verosimilmente

un turbamento affettivo del tutto reattivo agli stress sociali, che

riguardavano sia il contesto famigliare, nella relazione con il marito, sia i

problemi economici ed i sospetti di truffa che si cominciavano ad addensare

pesantemente, il tutto condito ed amplificato da abili capacità di

amplificazione e di dissimulazione della realtà.

Dopo l'ultima perizia redatta dal Dr. __________

gli eventi sono infine precipitati, smascherando i tentativi di dissimulazione

e consentendo di comprendere la reale natura delle alterazioni emotive che

venivano lamentate davanti al perito. I dati adesso parlano chiaro e non

lasciano spazio ad ulteriori dubbi. Dal mese di ottobre 2009 l'assicurata é stata assunta presso la ditta __________ come infermiera a domicilio, attività

per la quale si dichiarava invece totalmente inabile al lavoro davanti al

perito Dr. __________ appena due mesi prima, quando affermava di voler

riprendere un'attività come impiegata d'ufficio. Dal dicembre 2009 sono poi

presenti agli atti innumerevoli altre ricerche di lavoro, anche a tempo pieno.

Confrontata dal perito con tali dati che emergono dall'incarto, l'assicurata

sostiene di essere stata costretta a lavorare, sentendosi minacciata dall'Al, che

ipotizzava una soppressione cautelativa della sua rendita.

È superfluo sottolineare che i gravi pazienti

psichiatrici, che a causa della loro malattia non sono in grado di lavorare,

non riescono certamente a riprendere il lavoro in modo impeccabile, soltanto

perché l'assicurazione invalidità ventila il rischio di soppressione di una

rendita. Il dato reale consente quindi di appurare che l'assicurata, a fronte

del rischio di perdere un vantaggio economico, ha messo mano alle sue risorse e

si è attivata per poter lavorare come infermiera, cosa che sapeva bene di poter

fare. L'attività è stata inoltre svolta riuscendo a gestire dei turni assai

irregolari, con talora carichi di ore importanti, variabili di mese in mese, e

trasferte con l'auto per centinaia di chilometri. A tal proposito l'assicurata

mi dà una conferma indiretta: dice infatti di essersi sentita sfruttata dalla

ditta __________, che spesso le imponeva fare turni irregolari e pesanti: a

giornate in cui vi era un sovraccarico di ore, si alternavano periodi in cui

veniva lasciata in disparte e questo le suscita molta rabbia.

La ricostruzione delle ore effettive lavorate

presso questa ditta corrisponde a mio avviso almeno ad un'attività del 70% per

alcuni mesi. D'altra parte la capacità dell'assicurata di sopportare giornate

con carichi di lavoro maggiori, centinaia di chilometri di trasferte e la sua

capacità di adattamento e flessibilità totale di fronte alle richiesta

dell'azienda fanno supporre che la capacità lavorativa medico teorica fosse

anche maggiore (almeno una capacità lavorativa dell'80-100%).

Per arrivare al periodo attuale, l'assicurata

conferma ancora di continuare a lavorare come infermiera a domicilio,

sostituendo la sorella che è infermiera indipendente. Non abbiamo dati concreti

sull'impegno reale profuso in questa attività, ma l'assicurata dice di riuscire

a svolgerla solo al 50%. Ovviamente, alla luce di tutti gli elementi sovra

esposti, questa affermazione non può essere considerata valida. La ragione

principale, anche lasciando da parte il discorso dei tentativi di manipolazione

per ottenere un vantaggio secondario, si può fondare già soltanto su elementi

clinici. Inutile dire che la signora appare energica e combattiva. Tutto il

disagio che emerge adesso è legato esclusivamente a dei fattori esterni, a

delle condizioni di stress importante per il processo, nelle quali qualunque

persona svilupperebbe delle normali difficoltà emotive. La polemica contro le

assicurazioni e le autorità non può essere paragonata ad una malattia perché,

pur creando disagio e preoccupazione, essa non è una malattia in senso stretto.

Per questo ho formulato la diagnosi di una sindrome da disadattamento, con

disturbo misto delle emozioni e della condotta. Ora che l'assicurata ha ripreso

il lavoro, non può più addurre i sintomi depressivi come ancora poteva fare nel

agosto 2009, ma sposta tutto il suo disagio sui problemi con le autorità, che

però non sono ovviamente dei fattori pertinenti per I'AI. Qualunque persona, in

una simile condizione, svilupperebbe delle difficoltà emozionali ed una quota

di tristezza depressiva, ma essa non giustificherebbe un'inabilità lavorativa

permanente, essendo transitoria e risolvibile una volta venuto meno l'evento

stressante.

Per avere un'ulteriore conferma sul piano diagnostico,

ho chiesto l'esecuzione di due test, che sono stati affidati alla psicologa

dottoressa __________. Essi hanno escluso categoricamente la presenza di una

sintomatologia depressiva maggiore, pur evidenziando una tendenza depressiva

legata ad un narcisismo fragile. L'analisi in chiave psicodinamica dell'assetto

mentale della signora RI 1, effettuata dalla psicologa, è sufficientemente

chiara e dettagliata e non viene ripresa in toto, ma viene allegata

integralmente alla presente perizia. Quello che invece occorre fare, è

inquadrare nel contesto generale alcuni aspetti emergenti dal test MMPI, che

vanno collocati nella prospettiva di un'analisi globale ed articolata. In prima

istanza questo test evidenzia la tendenza dell'assicurata ad entrare in conflitto

con figure rappresentanti l'autorità, ma non sistematicamente e solo nelle

situazioni in cui il soggetto si sente minacciato, criticato o punito

ingiustamente. Tale fattore, congiunto all'evidenza di tratti paranoidi,

caratterizzati da sfiducia verso gli altri e visione minacciosa del mondo, sono

spiegabili nell'ambito del processo giudiziario che l'assicurata sta

affrontando e delle pesanti accuse che le sono mosse. Manie di persecuzione in

senso stretto possono invece essere totalmente escluse attraverso l'esame

clinico, confermato dal buon funzionamento sul piano di realtà, dalla mancanza

di osservazione di simili sintomi psicotici da parte dei curanti e del

precedente perito e dalla terapia psicofarmacologica, che non prevede dei

farmaci antipsicotici.

Il tono dell'umore tendente verso il polo

depressivo è soltanto "potenzialmente indicativo" nell'MMPI. Questa

osservazione è compatibile con il disagio già riportato in sede clinica ed

oggettivato dal perito, ma si sottolinea che tale disagio risulta reattivo alle

attuali difficoltà sul piano sociale e famigliare e non raggiunge assolutamente

una soglia francamente patologica, ovvero non è compatibile con una depressione

maggiore. Come accade spesso per condizioni reattive e non gravi, la presenza

di sintomi depressivi non vuol dire immediatamente che si giustifichi

un'inabilità lavorativa. Essa dipenderà dalle funzioni psichiche che sono

eventualmente compromesse e da come esse si combinano con gli elementi della

personalità. Nel caso della signora RI 1 ella ha dimostrato che, pur essendoci

sintomi depressivi su base reattiva, le sue funzioni psichiche sono ancora

sufficienti per consentirle di attivarsi e riprendere a lavorare in modo

flessibile e con carichi variabili.

Per finire, dopo aver sviscerato le complessità

del caso, riassumo le conclusioni alle quali posso giungere con una

verosimiglianza preponderante.

Il tentativo manipolatorio che la signora RI 1 ha

messo in atto con quasi tutti gli attori coinvolti in questo caso, e che

all'ultima analisi peritale si è incagliato in una narrazione improbabile,

consente di comprendere meglio la personalità di base dell'assicurata, che in

precedenza non era stata indagata a sufficienza. I dati clinici, uniti alle

risultanze testistiche, consentono di formulare la diagnosi di un disturbo

narcisistico di personalità. In senso strutturale esso implica un'autostima

fondamentalmente fragile, perché legata ad un ideale dell'lo irraggiungibile,

che cerca di aggirare grandiosamente i limiti imposti dall'esistenza, fino alla

possibilità di spingersi a commettere azioni scorrette, in quanto all'individuo

tutto sembra dovuto. In questa visione delle cose le persone vengono ridotte a

oggetti da sfruttare esclusivamente per il raggiungimento dei propri scopi,

atteggiamento che non risparmia i curanti, né tanto meno gli altri medici

implicati.

La mancanza di empatia e l'atteggiamento

pretenzioso, per cui si ritiene che tutto sia dovuto, è il preambolo della

successiva rabbia narcisistica, che emerge con tutta la sua virulenza quando le

aspettative irrealistiche di riuscita vengono frustrate dall'ambiente

circostante, come é avvenuto nell'attuale caso. Questi individui sono spesso

molto sensibili alle critiche o alle frustrazioni ed ai fallimenti, ragion per

cui possono sviluppare, di fronte a simili eventi, sintomi depressivi ed

alterazioni della sfera emotiva conseguenti alla ferita all'autostima,

sentendosi umiliati, tendendo a ritirarsi oppure contrattaccando con sdegno,

rabbia ed insolenza.

Si ammette quindi in questo caso la presenza di

uno stato soggettivo di sofferenza a livello della personalità, che predispone

l'assicurata a reazioni depressive e ad altre generiche alterazioni emozionali

durante i periodi di maggiore stress. Questo tipo di patologia non è comunque

tale da inficiare permanentemente la capacità lavorativa, come i fatti hanno

chiaramente dimostrato. In una personalità narcisistica, scompensi transitori

durante le fasi di stress, sono generalmente seguiti da altri momenti di

recupero e di un buon funzionamento e non si può quindi sancire un'incapacità

lavorativa di lunga durata, pur ammettendo la possibilità di periodi critici di

scompenso. Ad ogni buon conto l'assicurata ha dimostrato di poter gestire

egregiamente anche lo stress giudiziario recente, riattivando le risorse

necessarie per andare a lavorare.

Gli elementi di manipolazione permettono di

intuire come, entrata in una condizione di beneficio assicurativo, l'assicurata

abbia cercato di sfruttarla a suo favore, stressando la persistenza dei sintomi

depressivi, che certamente ella ha conosciuto durante le fasi critiche

dell'esistenza che ha attraversato ed anche nel corso della formazione e

dell'attività come infermiera.

La difficoltà dei curanti ad individuare le

dinamiche manipolatorie è stata la stessa che ha incontrato il perito quando

gli é stata presentata una sintomatologia che era compatibile con una

depressione di media gravità. Il perito d'altra parte aveva constatato la

sproporzione tra il quadro depressivo di entità media, che tra l'altro pareva

in via di miglioramento ed il grado di incapacità lavorativa, ma di fronte

all'apparente permanenza del quadro clinico ed alle affermazioni della

psichiatra curante, era per lui arduo proporre un ridimensionamento repentino

della inabilità lavorativa accettata in passato per molti anni.

È doveroso dunque, sulla base dei nuovi elementi,

rivedere il giudizio peritale espresso sin dal 2007, con la prima perizia

effettuata dal Dr. __________. In via prudenziale il perito che, pur

evidenziava un "miglioramento dello slancio vitale, che si concretizza

nelle risorse che riesce ad investire per occuparsi dei figli", confermava

ancora un'inabilità lavorativa almeno del 70%. Alla luce dei nuovi fatti questa

prudenza non può più essere confermata. Il miglioramento intuito dal perito

andava quindi, già allora, ben oltre quello che l'assicurata lasciava

volontariamente trasparire in sede di perizia. D'altra parte, a conferma di

ciò, mentre in passato risultavano dei ricoveri psichiatrici, dal 2006 l'assicurata non è più stata ospedalizzata per il problema depressivo. A posteriori, visto e

ponderato tutto quello che è emerso, risulta quindi altamente verosimile che

fin dal novembre 2007 l'assicurata potesse già essere considerata teoricamente

abile al lavoro almeno all'80%, anche per l'attività di infermiera.

(…)" (doc. AI 332/14-19, inc. 32.2012.147)

Circa le

conseguenze sulla capacità lavorativa – dopo aver osservato che “(…)

attualmente non sussistono limitazioni della capacità lavorativa (…) ed

attestato che l’assicurata è “(…) abile al lavoro al 100% come infermiera

(…)” (doc. AI 332/19 inc. 32.2012.147) – il perito ha concluso che “(…)

non abbiamo dati oggettivi che ci permettono di giudicare il periodo tra il

2002 e il 2007, per cui non possiamo fare altro che confermare il precedente

giudizio della psichiatra curante Dr.ssa __________ per quegli anni. Resta

inteso che, se si dimostrasse che anche in quegli anni l’assicurata ha

lavorato, tale giudizio della psichiatra curante risulterebbe inattendibile.

Dal 2006 in avanti l’assenza di ulteriori ricoveri psichiatrici dimostra un

miglioramento rispetto al passato. Tale miglioramento veniva oggettivato per la

prima volta anche dal Dr. __________ nel 2007. Alla luce dei nuovi elementi

emersi, non me la sento però di confermare il nostro primo giudizio circa la

permanenza di una IL del 70%. Devo piuttosto ritenere, con alta

verosimiglianza, che tale miglioramento fosse ben più ampio di quello che il

perito da solo poteva ammettere, senza rischiare di venire accusato di arrecare

un danno all’assicurata o di non essere sufficientemente prudente ed equo nel

suo giudizio. Riconsiderando la faccenda, dal novembre 2007 in avanti, data di oggettivazione del primo miglioramento, l’assicurata va considerata abile al

lavoro almeno all’80% e da ottobre 2009 (inizio presso __________) è abile in

misura completa. (…)” (doc. AI 332/19 inc. 32.2012.147).

Circa la

capacità lavorativa quale casalinga il perito ha concluso per un’abilità del 100%

e, non ravvisando indicazioni per interventi di integrazione, ha inoltre attestato

un’abilità al lavoro del 100% anche per qualsiasi altra attività.

Le

conclusioni del dr. __________ sono state confermate anche dal dr. __________,

medico SMR e FMH in psichiatria e psicoterapia, che, nelle annotazioni 20

settembre 2011 (doc. AI 343/1-4 inc. 32.2012.147), ha concluso: “(…) non esistono

dati oggettivi che permettano di giudicare il periodo 2002-2007; si conferma

pertanto il giudizio della psichiatra curante di allora, dr.ssa __________. Dal

2006 via, l’assenza di altri ricoveri psichiatrici dimostra un miglioramento

rispetto al passato. Tale miglioramento era oggettivato dal perito dr. __________

nel 2007. Ora, una nuova perizia con riesame degli atti, tre visite

specialistiche dell’A.ta, colloquio con l’ultima psichiatra curante, dr.ssa __________,

valutazione testistica psicologica con approfondito studio della personalità

permette di stabilire, con verosimiglianza, che il miglioramento osservato nel

2007 era più ampio di quanto allora giustificato. Dall’ottobre 2009, inizio

presso __________, l’abilità lavorativa è completa: il dato reale permette di

valutare che l’A.ta ha da allora messo mano a tutte le sue risorse e si è

attivata per potere lavorare come infermiera, anche su turni lunghi e irregolari,

in modo impeccabile, secondo la documentazione in atti, fatto questo non

compatibile con una patologia maggiore. I tratti di personalità narcisistica

sono una caratteristica comportamentale presente in quest’A.ta senza influenza

sulla capacità lavorativa e sono emersi dalla testistica. Il disturbo da

disadattamento rappresenta un modo attuale di porsi nei confronti della realtà,

anch’esso senza un’influenza diretta sulla capacità lavorativa. Pertanto, la

perizia redatta dal dr. __________ e ricevuta all’UAI il 30.08.2011 è accurata

e esaustiva e ne confermo le conclusioni. (…)” (doc. AI 343/3 inc.

32.2012.147).

2.7. Quanto alla

valenza probante di un rapporto medico, determinante è che i punti litigiosi

importanti siano stati oggetto di uno studio approfondito, che il rapporto si

fondi su esami completi, che consideri parimenti le censure espresse dal paziente,

che sia stato approntato in piena conoscenza dell'incarto (anamnesi), che la

descrizione del contesto medico sia chiara e che le conclusioni del perito

siano ben motivate. Determinante quindi per stabilire se un rapporto medico ha

valore di prova non è né l'origine del mezzo di prova, né la denominazione, ad

esempio quale perizia o rapporto (STF 8C_828/2007 del 23 aprile 2008; STFA I

462/05 del 25 aprile 2007; STFA U 329/01 e U 330/01 del 25 febbraio 2003; DTF

125 V 352 consid. 3a, 122 V 160 consid. 1c; Meyer-Blaser, Die Rechtspflege in

der Sozialversicherung, BJM 1989 pag. 31; Pratique VSI 3/1997 pag. 123), bensì

il suo contenuto (DTF 122 V 160 in fine con rinvii).

Le perizie affidate dagli organi dell'AI o dagli

assicuratori privati, in sede di istruttoria amministrativa, a medici esterni o

a servizi specializzati indipendenti, i quali fondano le proprie conclusioni su

indagini approfondite e giungono a risultati concludenti, dispongono di forza

probatoria piena, a meno che non sussistano indizi concreti a mettere in causa

la loro credibilità (Pratique VSI 2001 pag. 109 consid. 3b/bb; STF 8C_535/2007

del 25 aprile 2008; STFA I 462/05 del 25 aprile 2007; DTF 123 V 176, 122 V

161, 104 V 212; SVR 1998 IV Nr. 1 pag. 2; SZS 1988 pagg. 329 e 332; ZAK 1986

pag. 189; Locher, Grundriss des Sozialversicherungsrechts, Berna 2003, pag.

453).

Nella DTF 125 V 351 (= SVR 2000 UV Nr. 10 pag. 33

segg.), la Corte federale ha ribadito che ai rapporti allestiti da medici alle

dipendenze di un'assicurazione deve essere riconosciuto pieno valore probante,

a condizione che essi si rivelino essere concludenti, compiutamente motivati,

di per sé scevri di contraddizioni e, infine, non devono sussistere degli

indizi che facciano dubitare della loro attendibilità. Il solo fatto che il

medico consultato si trovi in un rapporto di dipendenza con l'assicuratore non

permette già di metterne in dubbio l'oggettività e l'imparzialità. Devono

piuttosto esistere delle particolari circostanze che permettano di ritenere

come oggettivamente fondati i sospetti circa la parzialità dell'apprezzamento.

Lo stesso vale per le perizie fatte esperire da

medici esterni (DTF 104 V 31; RAMI 1993 pag. 95).

Va ancora rilevato che,

affinché un esame medico in ambito psichiatrico sia

ritenuto affidabile, esso deve adempiere diverse condizioni (D. Cattaneo, “La

promozione dell'autonomia del disabile: esempi scelti dalle assicurazioni

sociali”, in RDAT II-2003, pag. 571 seg., in particolare la nota 158, pag.

628-629, nella quale vengono citate alcune sentenze federali e cantonali, in

particolare la DTF 127 V 294; cfr. D. Cattaneo, “Le perizie nelle assicurazioni

sociali” in Le perizie giudiziarie Ed. CFPG, Lugano e Helbing &

Lichtenhahn, Basilea 2008 pag, 203 e segg. [249-254]).

In

quest’ultima sentenza l'Alta Corte ha fatto proprie le considerazioni di

Mosimann. In particolare, secondo questo autore (Somatoforme Störungen:

Gerichte und [psychiatrische] Gutachten, in: SZS 1999 pag. 105 ss), in ambito

psichiatrico l’esperto deve innanzitutto porre una diagnosi secondo una

classificazione riconosciuta e pronunciarsi sulla gravità dell'affezione.

Il

perito deve anche valutare l'esigibilità della ripresa di un'attività lucrativa

da parte dell'assicurato. Tale prognosi deve tener conto di diversi criteri,

quali il carattere premorboso, l'affezione psichica e quelle organiche

croniche, la perdita d'integrazione sociale, un eventuale profitto tratto dalla

malattia, il carattere cronico della malattia, la durata pluriennale della

stessa con sintomi stabili o in evoluzione e l'impossibilità di ricorrere a

trattamenti medici secondo la regola d'arte. La prognosi sfavorevole deve

essere fatta in base all’insieme dei succitati criteri.

Inoltre, l'esperto deve

esprimersi sull'aspetto psicosociale della persona esaminata.

Del resto, un rifiuto di

una rendita deve ugualmente basarsi su diversi criteri, tra i quali le

divergenze tra i dolori descritti e quelli osservati, le allegazioni

sull'intensità dei dolori la cui descrizione rimane sul vago, l'assenza di una

richiesta di cura, le evidenti divergenze tra le informazioni fornite dal paziente

e quelle risultanti dall'anamnesi, il fatto che le lamentele molto dimostrative

lascino l'esperto insensibile, come pure le allegazioni di grandi handicap

nonostante un ambiente psico-sociale intatto (STCA inedita 27 settembre 2001,

inc. 32.1999.124).

2.8. Nell’evenienza

concreta, richiamata la suesposta giurispru-denza in materia di valore

probatorio di rapporti medici, limitatamente alla conclusione che stabilisce

una capacità lavorativa nella sua attività abituale di infermiera dell’80% dal

novembre 2007 e del 100% dall’ottobre 2009 nonché una capacità totale tanto quale

casalinga quanto in un’altra attività, questo Tribunale non intravede ragioni

che gli impediscano di far proprie le conclusioni cui è giunto il dr. __________

nella perizia 29 agosto 2011 (cfr. consid. 2.6), il quale ha compiutamente

valutato le differenti affezioni di cui l’assicurata è portatrice, giungendo ad

una conclusione logica e priva di contraddizioni.

Come si

vedrà al prossimo considerando diverse sono invece le considerazioni che vanno

fatte in merito alla situazione valetudinaria nel periodo precedente al

novembre 2007.

Il dr. __________,

chiamato ad effettuare una rivalutazione della situazione valetudinaria

dell’insorgente avuto riguardo alla ripresa dell’attività lavorativa quale

infermiera (vedi in particolare sub doc. AI 223/1-15 inc. 32.2012.147 il

contratto di lavoro individuale con la __________, dal quale risulta

l’assunzione quale infermiera dal 23 ottobre 2009 nonché i certificati di

salario da ottobre 2009 a luglio 2010 dai quali emergono le ore e i chilometri

effettuati in quel periodo e sub doc. AI 275/22 inc. 32.2012.147 la

dichiarazione 30 dicembre 2010 del datore di lavoro stante la quale il rapporto

è durato dal 23 ottobre 2009 al 31 agosto 2010) e all’ipotesi di truffa a danno

di assicurazioni protratta nel tempo, ha innanzitutto esaurientemente con

riferimenti concreti e in maniera convincente esposto le ragioni in base alle

quali ha potuto concludere che l’assicurata presenta un’elevata capacità

manipolatoria che tende a strumentalizzare il rapporto con l’altro, con lo

scopo di ottenere dei vantaggi personali.

Il perito

ha in particolare evidenziato di aver interpellato la dr.ssa __________, FMH in

psichiatria e psicoterapia nonché medico curante, la quale (dopo essersi

consultata anche con la psicologa dr.ssa __________ che pure si è occupata

dell’assicurata), vista la ripresa dell’attività lavorativa quale infermiera

dell’insorgente, gli ha comunicato di aver “(…) concluso di essersi sentite

“usate” dalla Signora __________ per l’ottenimento dei suoi obiettivi. La psichiatra

trae questa sua conclusione dal fatto che, dal mese di aprile 2011, la paziente

non abbia più preso ulteriori appuntamenti, nonostante ella dichiarasse ancora

un forte turbamento emotivo. Ipotizza che la paziente abbia interrotto la presa

a carico perché venuto meno il vantaggio che questa le garantiva. (…)” (doc.

AI 3232/13 inc. 32.2012.147).

Inoltre,

ancorché in modo credibile, ancora nell’agosto 2009 avesse dichiarato di essere

totalmente inabile quale infermiera e di voler riprendere un’attività come

impiegata d’ufficio (vedi la perizia del CPAS del 20 agosto 2009 sub doc. AI

169/1-9 inc. 32.2012.147), in realtà l’insorgente è stata in grado di

riprendere l’attività come infermiera sostenendo turni irregolari con carichi

di ore talora importanti e variabili di mese in mese, nonché con trasferte in

auto per centinaia di chilometri dal mese di ottobre 2009 a luglio 2010 (cfr. doc. AI 223/1-15 inc. 32.2012.147).

Del

resto, con delle osservazioni di ordine tecnico-psichiatrico, il perito ha ritenuto

incredibili le spiegazioni addotte dall’insorgente per giustificare tutti i

documenti assicurativi che avrebbe firmato di suo pugno, oltre ai presunti

certificati falsi che le verrebbero imputati.

Dopo aver

sottolineato che una sindrome depressiva ricorrente, con episodi di media

gravità, può avere delle ripercussioni sulla capacità lavorativa molto

variabili da paziente a paziente, a seconda delle diverse funzioni psichiche

che sono state intaccate dalla malattia, il dr. __________ ha dettagliato le

situazioni nelle quali il CPAS è stato chiamato a rendere le proprie

valutazioni, dapprima nel novembre 2007 ed in seguito nell’agosto 2009 (doc. AI

123/1-6 e 169/1-9 inc. 32.2012.147), motivando esaurientemente perché

attualmente ha posto le diverse diagnosi di sindrome da disadattamento con

disturbo misto delle emozioni e della condotta (ICD 10 F43.25) e disturbo di

personalità narcisistico ICD 10 F60.8).

Proprio

per avere un’ulteriore conferma sul piano diagnostico il perito ha predisposto

l’esecuzione di due test – va qui ricordato che test psicodiagnostici vengono

solitamente effettuati proprio per risolvere eventuali dubbi diagnostici – che

hanno escluso categoricamente la presenza di una sintomatologia depressiva

maggiore evidenziando una tendenza depressiva legata ad un narcisismo fragile

(vedi la valutazione testistica del 15 agosto 2011 sub doc. AI 332/21-27 inc.

32.2012.147 allegata alla perizia del CPAS del 29 agosto 2011).

Sempre il

dr. __________ ha inoltre giustamente evidenziato che i gravi pazienti

psichiatrici che non sono in grado di lavorare, non riescono a riprendere in

modo impeccabile la loro attività lavorativa per il solo fatto che

l’assicurazione invalidità abbia ventilato la possibilità di sopprimere la

rendita finora erogata.

Il perito

ha poi ancora osservato che l’insorgente attualmente appare energica e

combattiva, che nel test MMPI il tono dell’umore tendente verso il polo

depressivo è risultato soltanto “potenzialmente indicativo” e che la signora RI

1 ha dimostrato che pur essendoci sintomi depressivi su base reattiva, le sue

funzioni psichiche sono ancora sufficienti per consentire di attivarsi e

riprendere a lavorare in modo flessibile con carichi variabili.

Viste le

risultanze suesposte, questo Tribunale deve fare proprie le conclusioni cui è

giunto il dr. __________ nella perizia del 29 agosto 2011 in base alle quali – rivisto il giudizio peritale del novembre 2007 nel quale

(nonostante già si evidenziava un “(…) miglioramento per quanto riguarda lo

slancio vitale che si concretizza nelle risorse che riesce ad investire per

occuparsi in maniera adeguata dei 4 figli (…)” il dr. __________ aveva

ancora concluso per un’incapacità lavorativa del 70% in qualsiasi attività) e

considerato che dal 2006 non ha più subito ricoveri psichiatrici – ha ritenuto

la ricorrente abile al lavoro nella sua attività abituale di infermiera all’80%

dal novembre 2007 e al 100% dall’ottobre 2009 (sul tema della rivalutazione

retrospettiva di valutazioni psichiatrice cfr. STF 9C_343/2012 dell'11 ottobre

2012, consid. 4.3.2 e 4.3.3).

Questo vale

a maggiore ragione se si considera che le conclusioni del dr. __________ sono

state confermate anche dal medico SMR dr. __________ (vedi le annotazioni 20

settembre 2011 riprodotte in esteso al consid. 2.6 in fine).

Il TCA

rileva peraltro che l'amministrazione ha chiesto la restituzione delle

prestazioni già con decisione del 27 luglio 2011 (cfr. al riguardo la STF

9C_343/2012 dell'11 ottobre 2012, consid. 4.1.1 – 4.1.3).

In questo

senso, sia la domanda volta ad ordinare una perizia giudiziaria sia quella di

sentire l’attuale psichiatra curante, dr. __________ di __________ (I punto

6.2.1 inc. 32.2012.147) vanno respinte. In effetti, quando l'istruttoria da effettuare d'ufficio conduce l'amministrazione o

il giudice, in base ad un apprezzamento coscienzioso delle prove, alla

convinzione che la probabilità di determinati fatti deve essere considerata

predominante e che altri provvedimenti probatori non potrebbero più modificare

il risultato, si rinuncerà ad assumere altre prove (valutazione anticipata

delle prove; cfr. Kölz/Häner, Verwaltungsverfahren und Verwaltungsrechtspflege

des Bundes, pag. 47 n. 63, Gygi, Bundesverwaltungsrechtspflege, 2a ed., pag.

274, si veda pure DTF 122 II consid. 469 consid. 41, 122 III 223 consid. 3, 119

V 344 consid. 3c con riferimenti). Un tale modo di procedere non lede il

diritto di essere sentito conformemente all'art. 29 cpv. 2 Cost. (STF 9C_18/2010 del 7 ottobre

2010 consid. 5.4; DTF 124 V 94 consid. 4b, 122 V 162 consid. 1d, 119 V 344

consid. 3c con

riferimenti).

Va inoltre ricordato che se da una parte la procedura davanti al TCA è retta dal principio

inquisitorio, secondo cui i fatti rilevanti per il giudizio devono essere

accertati d'ufficio dal giudice, dall’altra si rileva che questo principio non

è però assoluto, atteso che la sua portata è limitata dal dovere delle parti di

collaborare all'istruzione della causa (DTF 122 V 158 consid. 1a, 121 V 210

consid. 6c con riferimenti). Il dovere processuale di collaborazione comprende

in particolare l'obbligo delle parti di apportare – ove ciò fosse

ragionevolmente esigibile – le prove necessarie, avuto riguardo alla natura

della disputa e ai fatti invocati, ritenuto che altrimenti rischiano di dover

sopportare le conseguenze della carenza di prove (DTF 117 V 264 consid. 3b con

riferimenti).

In

concreto, ritenuto che l’insorgente disponeva della perizia del CPAS del 29

agosto 2011, la stessa avrebbe potuto e dovuto produrre la certificazione

medica del suo asserito nuovo curante dr. __________ e non limitarsi a chiedere

l’audizione dello stesso oltre ad una nuova perizia giudiziaria.

Per

un caso in cui questo questo Tribunale, alla luce del

tempo trascorso nel frattempo e considerato il fatto che fosse lecito attendersi

che i documenti medici preannunciati venissero prodotti “entro un

termine ragionevole”, ha concluso che l'insorgente ha rinunciato alla

produzione di ulteriori atti medici vedi la STF 8C_45/2010 del

26 marzo 2010 con la quale il TF ha confermato la STCA 35.2009.86 del 10 dicembre 2009.

2.9. Quanto alla

situazione valetudinaria per il periodo precedente che va dall’agosto 2003

all’ottobre 2007 il TCA rileva quanto segue.

La dr.ssa

__________, allora capo clinica in formazione presso il Servizio psicosociale

del __________, nel rapporto medico 4 novembre 2003 ha attestato un’incapacità lavorativa totale quale infermiera con presumibile possibilità di

iniziare un’attività in ufficio, inizialmente in forma parziale (50%) dopo

qualche mese (doc. AI 32/1-7 inc. 32.2012.147). La stessa specialista, in

risposta ad una domanda di aggiornamento del dr. __________, con scritto 25

febbraio 2004 ha attestato una riacutizzazione della sintomatologia depressiva

tale da richiedere un’ospedalizzazione presso una clinica specializzata (doc.

AI 37/1-2 e lettera d’uscita del 7 maggio 2004 della Clinica __________

concernente il primo ricovero dal 15 marzo al 7 aprile 2004 sub doc. AI 51/2-4,

inc. 32.2012.147). Sulla base di queste risultanze, interpellato quale specialista

(doc. AI 63/1 inc. 32.2012.147), il medico SMR dr. __________, nelle

annotazioni 16 febbraio 2005, ha concluso che “(…) d’accordo con la

valutazione del collega SMR dr. __________ circa la completa IL nell’attività

di infermiera. Rispetto alla possibilità di attivazione in altre occupazioni,

dopo un colloquio telefonico con la psichiatra curante dell’SPS di __________,

dr.ssa __________, emerge la persistenza di una importante compromissione

depressiva per la quale l’Ata durante lo scorso mese di dicembre 2004 avrebbe

necessitato di un ulteriore trattamento stazionario presso la Clinica __________

per la comparsa di ideazione suicidale. La psicoterapeuta pertanto non

considera, allo stato attuale, proponibile alcun tipo attivazione anche in

occupazioni differenti da quella precedentemente esercitata (…)” (doc. AI

65/1 inc. 32,.2012.147). Sempre l’SPS di __________, nel rapporto di decorso 27

giugno 2007 vistato dal medico capo servizio dr. __________, FMH in psichiatria

e psicoterapia, e dalla dr.ssa __________, medico psichiatra aggiunto, ha

attestato uno stato di salute stazionario, rilevando che la paziente nel

settembre-ottobre 2005 è stata ricoverata per la terza volta presso la Clinica __________

per una riacutizzazione della nota patologia psichiatrica concludendo per una

prognosi incerta e la non necessità di accertamenti medici supplementari (doc.

AI 111/1-2 inc. 32.2012.147).

Ora –

nonostante le risultanze mediche su enunciate e pur considerando la difficoltà

ad effettuare valutazioni psichiatriche in modo retrospettivo (cfr. STF

9C_343/2012 dell'11 ottobre 2012, consid. 4.3.2) – questo Tribunale, evidenziato

come la perizia 29 agosto 2011 (doc. AI 332/1-27 inc. 32.2012.147) abbia

permesso di concludere per un’attitudine manipolatoria dell’insorgene (cfr.

consid. 2.6), ritiene che, senza interpellare i medici che si sono occupati

dell’interessata, non è ancora possibile concludere per un’inabilità al lavoro durevole

(cfr. art. 8 cpv. 1 LPGA) del 100% in qualsiasi attività dall’agosto 2003

all’ottobre 2007 (cfr. STF 9C_49/2012 del 12 luglio 2012 "Indes sind für die invalidenversicherungsrechtliche Beurteilung

nicht die genaue Diagnose, sondern deren Auswirkungen auf die Arbeits- und

Leistungsfähigkeit entscheidend (BGE 136 V 279 E. 3.2.1

S. 281 mit Hinweis auf BGE 127 V 294 E. 4c

und 5a S. 298 f.;")).

Questo

vale a maggiore ragione visto che lo stesso dr. __________, nella perizia del

29 agosto 2011, ha rilevato in particolare che “(…) certamente l’elevata

capacità di manipolazione che si è attualmente palesata, solleva dei sospetti

più che legittimi anche su quegli anni [ndr.: si riferisce agli anni

precedenti alla prima perizia del CPAS del 15 novembre 2007 sub. doc. AI

123/1-6 inc. 32.2012.147] (…)” (doc. AI 332/15 inc. 32.2012.147), che “(…)

durante tale perizia [ndr.: si riferisce alla perizia del CPAS del 15

novembre 2007 sub. doc. AI 123/1-6 inc. 32.2012.147] non si poteva

immaginare, senza essere accusati di essere in cattiva fede, una simile

capacità di manipolazione/simulazione dell’assicurata, che si è dimostrata tale

da aver spiazzato persino i curanti, i quali hanno avuto un rapporto ben più

assiduo con la loro paziente. (…)” (doc. AI 332/16 inc. 32.2012.147), che “(…)

purtroppo non era ancora sufficientemente evidente quello che adesso è invece

oltremodo palese: cioè che i sintomi ansioso-depressivi non erano parte di una

depressione ricorrente maggiore e limitante, ma esprimevano più verosimilmente

un turbamento affettivo del tutto reattivo agli stress sociali che riguardavano

sia il contesto famigliare, nella relazione con il marito, sia i problemi

economici ed i sospetti di truffa che si cominciavano ad addensare

pesantemente, il tutto condito ed amplificato da abili capacità di

amplificazione e di dissimulazione della realtà. (…)” (doc. AI 332/16 inc.

32.2012.147) e che “(…) il tentativo manipolatorio che la signora RI 1 ha

messo in atto con quasi tutti gli attori coinvolti in questo caso, e che

all’ultima analisi peritale si è incagliato in una narrazione improbabile,

consente di comprendere meglio la personalità di base dell’assicurata, che in

precedenza non era stata indagata a sufficienza. (…)” (doc. AI 332/18 inc.

32.2012.147).

Parimenti,

senza questi accertamenti medici, nemmeno può essere confermata la conclusione

del dr. __________ secondo la quale “(…) non esistono dati oggettivi che

permettano di giudicare il periodo 2002-2007; si conferma pertanto il giudizio

della psichiatra curante di allora, dr.ssa __________. (…)” (doc. AI 343/3

inc. 32.2012.147).

Del resto

nella decisione del 12 aprile 2012 l'amministrazione ha ricordato che la

promozione dell'accusa nei confronti della signora RI 1 riguarda vari reati tra

cui quello di truffa aggravata per i fatti seguenti: "per avere,

a __________, __________ e __________, nel periodo aprile 2003 – luglio 2010

per procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, ingannato con astuzia i

funzionari dell'Ufficio assicurazione invalidità nonché i funzionari della

Cassa di compensazione AVS, mediante false indicazioni supportate da falsi

certificati medici da lei allestiti, rispettivamente sottacendo loro di

svolgere attività lucrativa dipendente ed indipendente, inducendoli in tal modo

ad erogarle una rendita d'invalidità intera e prestazioni complementari, a cui

non avrebbe avuto diritto, segnatamente, per avere presentato, in data 4 aprile

2003, una richiesta di prestazioni d'invalidità, indicando falsamente di essere

totalmente incapace al lavoro a partire dal febbraio 2011 a causa di malattia, nonché rappresentando in modo difforme alla verità, di essere in cura

presso il ginecologo __________ con minaccia di aborto, rispettivamente presso

l'inesistente dottoressa psicoterapeuta __________ sin dal 2001, autorizzando

con la sottoscrizione del formulario di richiesta, a norma di legge l'Ufficio

invalidità a richiedere informazioni a medici, case di cura, casse malati ecc

cosicché i funzionari preposti hanno acquisito agli atti dalla Cassa malati __________

(indicata dall'imputata sul formulario di richiesta) falsi certificati medici

da lei allestiti datati 11 settembre 2002 e 3 ottobre 2002 nonché il falso

rapporto medico 5/14 ottobre 2002 dell'inesistente dott. Psicologo __________

(che sarebbe stata attiva presso l'Unità sociosanitaria __________),

rispettivamente il falso rapporto medico datato 21 gennaio 2003/6 febbraio 2003

del ginecologo Dottor __________ (medico esistente ma da cui non era mai stata

in cura), nonché, al momento della presentazione della richiesta d'invalidità e

durante l'intero periodo, dissimulato ai funzionari preposti di svolgere

attività lucrativa dipendente ed indipendente. Inducendoli in tal modo, nel

periodo 1° agosto 2003 – 31 luglio 2010, ad erogarle rendite d'invalidità per

complessivi CHF 314'284 (…), a cui non avrebbe avuto diritto (…)".

Se da

tali accertamenti dovesse emergere che l'assicurata era in realtà totalmente

abile la lavoro anche durante quegli anni (o non era inabile in modo durevole,

cfr. art. 8 cpv. 1 LPGA) le rendite di invalidità andrebbero restituite già per

il solo fatto che non esisteva nessuna incapacità lavorativa di lunga durata.

Se

invece, dal profilo medico, fosse confermata la totale inabiltià lavorativa

fino al mese di ottobre 2007, andrebbero ancora approfonditi gli aspetti

economici.

Dal

profilo economico l’Ufficio AI, sulla sola base degli atti di causa, ha

concluso che l’insorgente avrebbe “(…) dimostrato di poter svolgere

l’attività abituale di infermiera e anche di gerente di esercizi pubblici in

maniera continua senza effettive limitazioni funzionali per il periodo durante

il quale è stata valutata una inabilità lavorativa totale. (…)” (doc. A

punto 7 inc. 32.2012.147).

Questo

Tribunale, senza gli ulteriori necessari accertamenti e per le seguenti

ragioni, non può confermare nemmeno questa conclusione dell’amministrazione.

Dal

fascicolo risulta quanto segue:

- l’assicurata,

iscritta al collocamento il 16 dicembre 2002 alla ricerca di un’occupazione a

tempo pieno, si é dichiarata abile al lavoro al 100% e ha beneficiato delle

indennità di disoccupazione dal 16 dicembre 2002 al 28 febbraio 2004 (cfr.

incarto disoccupazione in inc. 32.2012.147);

- dal

20 gennaio 2003 al 31 gennaio 2004 l’assicurata è stata alle dipendenze della __________

quale infermiera CRS occupata in base agli incarichi ricevuti e conseguendo nel

2003 un guadagno annuo complessivo di fr. 4'187.-- per 153 ore lavorative e nel

2004 di fr. 189.-- per 6 ore lavorative (doc. AI 309/1-13);

- l’assicurata

ha assunto la carica di gestore del __________ il 28 marzo 2002 e del Ristorante

__________ il 18 luglio 2003; quella di gerente del Ristorante __________ il 27

aprile 2007, della __________ il 27 febbraio 2006 fino all’8 giugno 2006, del

Ristorante __________ il 24 settembre 2003 e del Ristorante __________ il 17

aprile 2003. Detti esercizi pubblici hanno poi cessato la loro attività: il __________

il 31 ottobre 2002, il Ristorante __________ il 24 luglio 2003, il Ristorante __________

la prima volta il 31 dicembre 2005 e la seconda l’8 giugno 2006 e il Ristorante

__________ il 20 dicembre 2007 (doc. AI 270/3-12, 276/1, 277/1-2 e 289/1 inc.

32.2012.147).

È vero

che l'assicurata si è dichiarata abile al lavoro al 100% ed ha beneficiato

delle indennità di disoccupazione dal 16 dicembre 2002 al 28 febbraio 2004 (sul

presupposto dell'idoneità al collocamento, cfr. l'art. 15 LADI in relazione con

l'art. 8 cpv. 1 lett. f LADI) e che la ricorrente ha omesso di segnalare che

percepiva indennità di disoccupazione nel formulario di richiesta di

prestazioni AI dal 4 aprile 2003.

È

altrettanto vero che l'assicurata è stata ritenuta dalla dr.ssa __________, dal

dr. __________ e dal dr. __________ inabile al lavoro (cfr. doc. AI 32/1-7,

37/1-2, 65/1 e 111/1-2 tutti dell’inc. 32.2012.147).

Va peraltro

sottolineato che i criteri per poter beneficiare delle indennità giornaliere di

disoccupazione e quelli per essere posto al beneficio di una rendita sono

differenti (in certi casi si può aver diritto sia alle prestazioni LADI che

alla rendita AI; in argomento vedi la STF 8C_43/2012 del 7 settembre 2012

consid. 4.1 che rinvia alla DLA 2002 n. 33 pag. 238).

Viste le

poche ore di lavoro svolte quale infermiera nel 2003 e nel gennaio 2004 nemmeno

è possibile concludere con la sufficiente tranquillità per una capacità totale

e continuativa in detta attività. Quanto alle autorizzazioni alla gestione di

esercizi pubblici – a prescindere dal fatto che il __________ e il Ristorante __________

hanno cessato la loro attività prima dell’agosto 2003 e che per il Ristorante __________

l’interessata ha assunto la carica di gerente il 27 aprile 2007 e che

l’esercizio pubblico ha cessato la propria attività il 20 dicembre 2007 – dalle

medesime non è direttamente desumibile una capacità lavorativa totale e

continuativa quale gerente/gestore di esercizi pubblici. Nemmeno è possibile

concludere differentemente anche avuto riguardo ai contratti di lavoro

sottoscritti con il Ristorante __________ il 26 marzo 2003, il Ristorante __________

il 20 settembre 2003 e la Locanda __________ il 4 febbraio 2006 (doc. AI 289/6,

289/2 e 289/3-5 inc. 32.2012.147).

Questo

vale a maggiore ragione se si considera che l’insorgente sostiene che “(…)

per tutti gli esercizi citati nella decisione ora impugnata, la qui ricorrente

non ha mai svolto alcuna attività effettiva, come è emerso anche nell’ambito

del procedimento penale. (…)” (I punto 6.1.1 inc. 32.2012.147).

D’altra

parte non risulta che l’amministrazione abbia proceduto ad interpellare le

casse di compensazione dei sopra citati esercizi pubblici e/o a richiamare

puntualmente tutta la documentazione fiscale e i conti individuali

dell’assicurata relativi a quegli anni. Documentazione, questa, dalla quale si

sarebbe potuto evincere se per le attività quale gerente/gestore degli indicati

esercizi pubblici l’insorgente abbia o meno percepito un salario (nella sola

dichiarazione d’imposta delle persone fisiche 2005 sub doc. AI 108/3-5 inc.

32.2012.147 l’assicurata non ha dichiarato alcun reddito da attività lavorativa).

Neppure l’Ufficio AI sembra aver interpellato direttamente i datori di lavoro

che avrebbero potuto esprimersi circa l’effettivo esercizio di dette attività.

Per una

diversa fattispecie nella quale il TF ha confermato il giudizio di questo Tribunale

che aveva concluso per una effettiva capacità lavorativa nell’attività abituale

ritenuta anche l’appurata cifra d’affari conseguita dall’assicurato vedi la STF

9C_469/2011 del 18 giugno 2012.

Per un

caso in cui l’Alta Corte – pur evidenziando che il neurologo non aveva concluso per una

capacità lavorativa solo per il fatto che l’assicurato era stato controllato su

un cantiere –, vista la necessità di effettuare ulteriori accertamenti medici, ha

rinviato gli atti all’amministrazione ritenendo non necessario pronunciarsi

sull’apprezzamento dell’autorità giudiziaria circa la presenza dell’assicurato

su un cantiere, vedi invece la STF 9C_215/2012 del 21 agosto 2012.

Stante

quanto precede, per il periodo antecedente il mese di novembre 2007, gli atti

vanno dunque rinviati all’amministrazione affinché, esperiti i necessari

accertamenti medici e quelli atti a pronunciarsi circa l’esistenza e la misura

di un’attività lavorativa provata concretamente, si pronunci nuovamente, se del

caso dopo avere preso atto dell'esito della vertenza penale (cfr. STCA

35.2008.6 del 14 settembre 2009), sul diritto alle prestazioni erogate

dall’agosto 2003 all’ottobre 2007.

2.10. Alla luce delle

considerazioni sviluppate al precedente considerando, la decisione 13 maggio 2005,

con la quale l’Ufficio AI ha riconosciuto il diritto ad una rendita intera

(grado d’invalidità 100%) a far tempo dal 1. agosto 2003 nonché alle rispettive

rendite completive per figli (cfr. consid. 1.1), senza l’esperimento degli

ulteriori accertamenti sopra evidenziati, non può dunque essere sottoposta a

revisione.

Per

contro, conformemente alla giurisprudenza e viste le circostanze sopra

descritte (cfr. consid. 2.5, 2.6, 2.7, 2.8 e 2.9), la comunicazione 19 novembre

2007, che ha confermato il diritto ad una rendita intera (cfr. consid. 1.3), va

riesaminata visto che dal novembre 2007 vi è una capacità lavorativa quale

infermiera dell’80% e dall’ottobre 2009 del 100% ed in base ad un confronto

percentuale dei redditi non si arriva ad un grado d’invalidità pensionabile ai

sensi dell’art. 28 cpv. 2 LAI.

2.11. Occorre ora

esaminare se rettamente l’Ufficio AI ha

soppresso retroattivamente la rendita ai sensi dell’art. 88bis cpv. 2 lett. b OAI. In altre parole dev’essere verificato se la ricorrente ha violato

l’obbligo di informare ai sensi dell’art. 77 OAI.

Secondo

l’art. 88bis cpv. 2 lett. a OAI infatti la riduzione o la soppressione della

rendita o dell’assegno per grandi invalidi è messa in atto il più presto, il

primo giorno del secondo mese che segue la notifica della decisione. L’art.

88bis cpv. 2 lett. b OAI prevede che la riduzione o la soppressione della

rendita o dell’assegno per grandi invalidi è messa in atto retroattivamente

dalla data in cui avvenne la modificazione determinante se l’erogazione

illecita è causa dell’ottenimento indebito di una prestazione per l’assicurato o

se quest’ultimo ha violato l’obbligo di informare, impostogli ragionevolmente

dall’articolo 77 OAI.

Dagli

atti risulta incontestatamente che nel mese di agosto 2010 l’amministrazione è

venuta a conoscenza del fatto che l’insorgente volontariamente ha omesso di

comunicarle di aver ripreso a lavorare quale infermiera dall’ottobre 2009.

Non

notificando, quale beneficiaria del diritto ad una rendita intera, all’amministrazione

la ripresa dell’attività lavorativa quale infermiera, l’insorgente ha

contravvenuto al suo obbligo d’informazione sancito dall’art. 31 LPGA.

Non si

può infatti legittimamente ammettere che una persona, anche non cognita in

materia di assicurazioni sociali, che percepisce una rendita, non avverta che

la ripresa della sua abituale attività lavorativa è suscettibile di influenzare

il diritto ad una tale prestazione. Non va infatti dimenticato

che nella decisione di attribuzione della rendita, quale esempio di modifica

delle condizioni personali ed economiche obbligatoriamente da notificare, risulta

espressamente menzionato il “cambiamento delle entrate o delle condizioni

patrimoniali, p. es. inizio o cessazione di un’attività lucrativa” (doc. AI

73/2 inc. 32.2012.147).

Avendo l’assicurata violato l’obbligo

d’informazione, rettamente l’amministrazione ha soppresso la rendita con

effetto retroattivo.

2.12. Ritenuto che

la decisione 13 maggio 2005, con la quale l’Ufficio AI ha riconosciuto il

diritto ad una rendita intera (grado d’invalidità 100%) a far tempo dal 1.

agosto 2003, non può ancora sulla sola base degli atti di causa essere

riconsiderata (cfr. consid. 2.10), la decisione di soppressione della rendita

con effetto retroattivo del 12 aprile 2012 va comunque annullata per quanto

riguarda al periodo dal 1. agosto 2003 al 30 ottobre 2007 e gli atti rinviati

all’amministrazione perché, effettuati i necessari accertamenti e se necessario

atteso l’esito della vertenza penale (cfr. consid. 2.9), si pronunci

nuovamente.

Quanto

alla censura che nell’emanare la decisione di soppressione l’Ufficio AI non ha

tenuto conto dell’art. 7 cpv. 3 LAI – nel ricorso l’insorgente

ha infatti sostenuto che “(…) l’Ufficio AI nell’emanare la decisione

impugnata non ha infatti tenuto conto, in violazione dell’art. 7b cpv. 3 LAI,

delle circostanze del caso concreto, con particolare riferimento alla

situazione personale e familiare della qui ricorrente. (…)” (I, punto 9

inc. 32.2012.147) – questo Tribunale si limita qui a rilevare che detta norma regola le

fattispecie aventi per oggetto una sanzione e non la soppressione in via di

riconsiderazione come nel presente caso.

2.13. Rimane da

esaminare l’ordine di restituzione del 27 luglio 2011 con il quale l’Ufficio AI

ha chiesto all’assicurata la restituzione di fr. 314'284.-- per prestazioni

ricevute indebitamente durante il periodo dal 1° agosto 2003 al 31 luglio 2010

(cfr. consid. 1.4).

Secondo

l’art. 25 LPGA, le prestazioni indebitamente riscosse devono essere restituite.

La restituzione non deve essere chiesta se l’interessato era in buona fede e

verrebbe a trovarsi in gravi difficoltà (cpv. 1; cfr. art. 4 OPGA). Il capoverso

Considerandi

2.

prevede che il diritto di esigere la restituzione si estingue dopo un anno a

decorrere dal momento in cui l’istituto d’assicurazione ha avuto conoscenza del

fatto, ma al più tardi cinque anni dopo il versamento della prestazione. Se il

credito deriva da un atto punibile per il quale il diritto penale prevede un

termine di prescrizione più lungo, quest’ultimo è determinante. I principi

applicabili alla restituzione secondo la LPGA sono dedotti dalla legislazione e

dalla giurisprudenza anteriore che conserva pertanto la sua validità (DTF 130 V

318).

Il

termine relativo di un anno ex art. 25 cpv. 2 LPGA, secondo la giurisprudenza e

contrariamente al tenore letterale della norma, costituisce un termine di

perenzione (DTF 124 V 380, 122 V 274, 119 V 431 consid. 3a) e comincia a decorrere nel momento in cui l'amministrazione, usando

l'attenzione da essa ragionevolmente esigibile avuto riguardo alle circostanze,

avrebbe dovuto rendersi conto dei fatti giustificanti la restituzione (STF

8C_64/2011 del 7 novembre 2011 consid. 2.1 e 2.2,9C_795/2009 del 21 giugno

2010.

consid. 3.1 e 3.2; DTF 133 V 579 consid. 4, 124 V 380, 119 V 433, 112 V

180.

con riferimento al termine giusta l'art. 95 cpv. 4 LADI, che si richiama ai

principi fissati dall'art. 47 cpv. 2 vLAVS al quale corrisponde in sostanza

l’art. 25 LPGA; Kieser, ATSG-Kommentar, all’art. 25 n. 38).

I termini

di perenzione non possono essere né interrotti né sospesi e devono essere

applicati d’ufficio (DTF 111 V 135 consid. 3b; Locher,

Grundriss des Sozialversicherungsrechts, 3.a edizione, Berna 2003, n. 12, pag.

280).

Per poter esaminare i presupposti della restituzione, l'amministrazione

deve poter disporre di tutti i fatti rilevanti, da cui emerga sia il principio

che la misura del diritto alla medesima. Per determinare la pretesa non è

quindi sufficiente che l’assicuratore venga a conoscenza di circostanze che

forse potrebbero condurre a ammetterla oppure che permettono di stabilirne il

principio ma non la misura (DTF 112 V 180 consid. 4a; STFA C 317/01 del 29

aprile 2003; C 11/00 del 10 ottobre 2001). Qualora l’autorità amministrativa

disponga di sufficienti indizi circa una possibile pretesa di restituzione, ma

la documentazione è ancora incompleta, essa è tenuta a compiere gli accertamenti

ancora necessari entro un termine adeguato. In caso di ritardo, il termine di

perenzione inizia a decorrere dal momento in cui l’amministrazione, dando prova

di ragionevole impegno, avrebbe colmato le proprie conoscenze in modo tale da

poter esercitare la pretesa di restituzione. Per quanto riguarda il tempo

ragionevolmente necessario per procedervi a partire dal momento in cui essa è

venuta a conoscenza di indizi atti a fondare la pretesa di restituzione, il TFA

ha indicato una durata sino a quattro mesi (DLA 2004 pag. 285ss. citata

anche al consid. 2.2 della STF 8C_64/2011 del 7 novembre 2011; SVR 2001 IV Nr.

30.

pag. 93 consid. 2e). Il termine di perenzione di un anno inizia a decorrere,

in ogni caso, se e non appena dagli atti emerge già il carattere illecito della

corresponsione della prestazione (STF K 70/06 del 30 giugno 2007 consid. 5.1 e

riferimenti, non pubblicato in DTF 133 V 579, ma in SVR 2008 KV 4 p. 11; cfr.

anche STCA 42.2009.5 del 5 maggio 2010).

Venuta a

conoscenza, nel maggio 2009 (cfr. doc. AI 157/1 inc. 32.2012.147), del fatto che

nei confronti dell’insorgente erano stati aperti dei procedimenti penali e

nell’agosto 2010 della ripresa da parte dell’assicurata dell’attività

lavorativa quale infermiera, l’amministrazione si è tempestivamente mossa

procedendo, in un primo tempo, ad accertare l’esistenza o meno della psicologa

di nome __________ (che avrebbe attestato, su certificato prodotto

dall’assicurata, che “(…) la Signora RI 1, dopo aver partorito il giorno

30/07/2002 (post termine), ha presentato una depressione acuta post parto,

aggravata dalla morte del neonato. (…)”; doc. AI 221/21 inc. 32.2012.147)

rispettivamente se, come risulterebbe dallo stesso certificato, vi è stato un

parto il 30 luglio 2002 (il neonato sarebbe in seguito morto) (vedi

l’annotazione del medico 31 agosto 2009 sub doc. AI 171/1 e i doc. 172/1,

177/1, 181/1, 183/1, 185/1, 187/1, 189/1, 191/1, 193/1, 206/1, 211/1-3, 212/1-6,

215/1-2 e 216/1 tutti dell’ inc. 32.2012.147) e, in un secondo tempo, ad

accertamenti circa la ripresa dell’attività quale infermiera nell’ottobre 2009

rispettivamente ad altre attività lavorative svolte sia durante che dopo

l’interruzione dell’erogazione della rendita nell’agosto 2010 (doc. AI

223/1-15, 249/1-2, 263/1, 265/1, 270/1-12, 273/1, 276/1, 277/1-285/1, 289/1-6,

290/1-4, 293/1, 294/1-2, 296/1-4, 309/1-13, 310/1-3, 312/1-22, 313/1, 314/1, 316/1-2,

318/1, 319/1, 322/10 e 323/1-10 tutti dell’inc. 32.2012.147).

L’amministrazione

ha pure ordinato una terza perizia a cura del CPAS che ha reso il suo referto

il 29 agosto 2011.

Di conseguenza,

in simili circostanze e ritenuto che, per il momento sulla sola base

degli atti di causa, la restituzione può estendersi unicamente alle prestazioni

erogate dal mese di novembre 2007 a luglio 2010, l’ordine di restituzione del

27.

luglio 2011 appare corretto e rispettoso dell’art. 25 cpv. 2 LPGA.

Infatti, dall’agosto

2010, mese in cui per la prima volta l’Ufficio AI è venuto a conoscenza della

circostanza decisiva stante la quale l’assicurata ha ripreso l’attività

lavorativa a tempo pieno quale infermiera dall’ottobre 2009, all’emanazione

della decisione di restituzione il 27 luglio 2011, non è passato un anno.

Dunque l’amministrazione ha rispettato il termine relativo di perenzione di un

anno ex art. 25 cpv. 2 LPGA e, appurata la lesione dell’obbligo d’informare ex

art. 31 LPGA (cfr. consid. 2.11), la restituzione che si estende fino al mese

di novembre 2007 è pure rispettosa del termine assoluto di 5 anni.

Non

essendo per contro appurato se la restituzione possa o meno estendersi, come

sostenuto dall’Ufficio AI, fino al 1° agosto 2003, non è qui necessario

stabilire se nella fattispecie trova o meno applicazione la prescrizione penale

più lunga come addotto in sede di risposta (cfr. IV punto 11 inc. 32.2012.147).

Ribadito

che, per il momento e sulla base dei soli atti di causa, possono essere chieste

in restituzione solo le prestazioni erogate dal novembre 2007 al luglio 2011,

la decisione del 27 luglio 2011 va quindi confermata limitatamente alla

restituzione della somma di fr. 119'291.-- pari alle prestazioni percepite

indebitamente dal mese di novembre 2007 a luglio 2010 (2 mesi nel 2007 a fr. 3'931.--, 12 mesi nel 2008 a fr. 3'524.-- e 19 mesi da gennaio 2009 a luglio 2010 a fr. 3'639.-- vedi il doc. A inc. 32.2011.229).

2.14

In simili

circostanze, visto tutto quanto precede, i ricorsi interposti contro le

decisioni del 27 luglio 2011 e del 12 aprile 2012 vanno accolti ai sensi dei

considerandi e gli atti rinviati all’amministrazione affinché proceda nelle

proprie incombenze.

Alla

ricorrente, patrocinata da un legale, vanno riconosciute le ripetibili (art. 61

cpv. 1 lett. g LPGA) che nella fattispecie – tenuto conto in

particolare del grado di difficoltà delle cause in oggetto, del fatto che le

tesi e le argomentazioni addotte e sviluppate dall’insorgente in relazione alle

due (congiunte) procedure sono in parte le medesime – appare giustificato

quantificare, spese comprese, in complessivi fr. 2'000.-- (IVA inclusa).

Le

domande di assistenza giudiziaria per le procedure ricorsuali diventano

pertanto prive di oggetto (DTF 124 V 309, consid. 6 e, tra le tante, STF

9C_335/2011 del 14 marzo 2012 consid. 5, STF 9C_206/2011 del 16 agosto 2011 consid.

5).

2.15

Secondo

l’art. 69 cpv. 1bis LAI, in vigore dal 1° luglio 2006, la procedura di ricorso

in caso di controversie relative all’asse-gnazione o al rifiuto di prestazioni

AI dinanzi al tribunale cantonale delle assicurazioni è soggetta a spese.

L’entità delle spese è determinata fra 200.-- e 1’000.-- franchi in funzione

delle spese di procedura e senza riguardo al valore litigioso.

Visto

l’esito delle procedure, le spese per complessivi fr. 1’000.-- sono poste a carico

dell’Ufficio AI.

Dispositivo

Per questi motivi

dichiara e pronuncia

1. I ricorsi

sono accolti ai sensi dei considerandi.

§ La

decisione di soppressione della rendita con effetto retroattivo del 12 maggio

2012 è annullata e gli atti rinviati all’amministrazione affinché proceda

conformemente ai considerandi e si pronunci nuovamente sul diritto alla rendita

della ricorrente dal 1° agosto 2003 al 31 ottobre 2007, fermo restando che la

rendita va soppressa dal 1° novembre 2007 in avanti.

§§ La

decisione di restituzione del 27 luglio 2011 va confermata per quanto riguarda

la restituzione della somma di fr. 119'291.-- pari alle prestazioni percepite

indebitamente dal mese di novembre 2007 a luglio 2010. Per il resto gli atti vanno rinviati all’Ufficio AI affinché, in base alle risultanze degli

accertamenti indicati nei considerandi, si pronunci nuovamente circa la

restituzione delle prestazioni erogate dal 1° agosto 2003 al 30 ottobre 2007.

2. Le spese,

per complessivi fr. 1’000.--, sono poste a carico dell’Ufficio AI, il quale

verserà alla ricorrente fr. 2’000.-- a titolo di ripetibili (IVA inclusa), ciò

che rende priva di oggetto le domande di assistenza giudiziaria.

3. Comunicazione

agli interessati i quali possono impugnare il presente giudizio con ricorso in

materia di diritto pubblico al Tribunale

federale, Schweizerhofquai 6, 6004 Lucerna, entro 30

giorni dalla comunicazione.

L'atto di

ricorso, in 3 esemplari, deve indicare quale decisione è chiesta invece di

quella impugnata, contenere una breve motivazione, e recare la firma del

ricorrente o del suo rappresentante.

Al ricorso

dovrà essere allegata la decisione impugnata e la busta in cui il ricorrente

l'ha ricevuta.

Per il Tribunale

cantonale delle assicurazioni

Il presidente Il

segretario

Daniele Cattaneo Fabio

Zocchetti

Ultimo aggiornamento: 09.05.2026

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