52.2016.405
Revoca di un permesso di dimora UE/AELS
3 aprile 2018Italiano21 min
Source ti.ch
Incarto n.
52.2016.405
Lugano
3 aprile 2018
In nome
della Repubblica e Cantone
Ticino
Il Tribunale cantonale amministrativo
composto dei giudici:
Matteo
Cassina, vicepresidente,
Matea Pessina, Sarah Socchi
vicecancelliere:
Thierry
Romanzini
statuendo
sul ricorso 10 agosto 2016 di
RI
1
contro
la
risoluzione 22 giugno 2016 (n. 2839) del Consiglio di Stato, che respinge
l'impugnativa presentata dall'insorgente avverso la decisione 13 gennaio 2016
del Dipartimento delle istituzioni, Sezione della popolazione, in materia di
revoca di un permesso di dimora UE/AELS;
ritenuto, in
fatto
A. La cittadina italiana di
origini dominicane RI 1 (1956) è entrata in Svizzera il 1° febbraio 2012,
ottenendo dalle autorità competenti in materia di diritto degli stranieri del
Canton Vaud un permesso di dimora B UE/AELS valido fino al 31 gennaio 2017 per
svolgere un'attività lucrativa dipendente nel nostro Paese. Il 31 dicembre
2012, essa ha perso il proprio impiego di ricezionista a __________.
B. a. Il 31 marzo 2013 RI 1 si
è trasferita in Ticino e il 2 aprile successivo ha chiesto alla Sezione della
popolazione del Dipartimento delle istituzioni di essere autorizzata a cambiare
Cantone allo scopo di risiedervi.
b. Rimasta senza impiego, dal gennaio 2013 al luglio del medesimo
anno RI 1 ha percepito le indennità di disoccupazione, mentre nel maggio e
giugno 2013 ha beneficiato delle prestazioni di sostegno sociale che ottiene
nuovamente a partire dal febbraio 2015.
Il 20 novembre 2015, l'interessata ha infine sottoscritto un
contratto di lavoro come addetta alle pulizie con la __________ SA durante 4.5
ore settimanali.
c. Dopo averle dato la possibilità di esprimersi, il 13
gennaio 2016 la Sezione della popolazione ha respinto la domanda di RI 1 di
modifica dei dati relativi al cambiamento di Cantone e le ha revocato il
permesso di dimora UE/AELS, fissandole un termine fino al 13 marzo successivo
per lasciare il territorio svizzero.
L'autorità ha tenuto conto del fatto che l'interessata
svolgeva un'attività lucrativa marginale, di modo che non poteva essere
considerata una lavoratrice ai sensi dell'Accordo tra la Confederazione
Svizzera e la Comunità europea nonché i suoi Stati membri sulla libera
circolazione delle persone del 21 giugno 1999 (ALC; RS 0.142.112.681), e non
disponeva di entrate sufficienti per il proprio mantenimento al punto da essere
a carico della pubblica assistenza. La decisione è stata resa sulla base dell'art. 6
ALC e degli art. 2, 6 Allegato I ALC e
23 dell'ordinanza sull'introduzione
della libera circolazione delle persone
del 22 maggio 2002 (OLCP; RS 142.203).
C. Con giudizio 22 giugno 2016
il Consiglio di Stato ha confermato la suddetta risoluzione dipartimentale,
respingendo l'impugnativa contro di essa interposta da RI 1.
Pur tenendo conto del fatto che l'interessata aveva
incrementato di qualche ora la propria attività lucrativa, l'Esecutivo
cantonale ha ritenuto che essa adempisse sempre le condizioni per la revoca del
permesso di dimora UE/AELS in virtù dei motivi addotti dal Dipartimento, anche dal
profilo del diritto interno, considerando il provvedimento impugnato rispettoso
del principio della proporzionalità. Ha inoltre respinto la sua domanda di
ammissione all'assistenza giudiziaria e di gratuito patrocinio.
D. Contro la predetta pronunzia
governativa la soccombente si aggrava ora
davanti al Tribunale cantonale amministrativo, chiedendone
l'annullamento.
Sostiene in sostanza di poter prevalersi attualmente dell'ALC,
avendo esteso la propria attività lavorativa.
E. All'accoglimento
dell'impugnativa si oppongono sia il Dipartimento che il Consiglio di
Stato, senza formulare particolari osservazioni al riguardo.
F. In sede di replica l'insorgente ribadisce i propri argomenti, nella
duplica il Dipartimento si riconferma nelle proprie posizioni, mentre il
Governo è rimasto silente.
G. Degli accertamenti esperiti
in questa sede per aggiornare la situazione dal profilo lavorativo e
finanziario della ricorrente si riferirà nell'ambito dei considerandi di diritto.
Considerato, in
diritto
1. La competenza del Tribunale
cantonale amministrativo a statuire nel merito della presente vertenza è data
dall'art. 9 cpv. 2 della legge di applicazione alla legislazione federale in
materia di persone straniere dell'8 giugno 1998 (LALPS; RL 1.2.2.1). Il gravame
in oggetto, tempestivo giusta l'art. 68 cpv. 1 della legge sulla procedura
amministrativa del 24 settembre 2013 (LPAmm; RL 3.3.1.1) e presentato da una
persona senz'altro legittimata a ricorrere (art. 65 cpv. 1 LPAmm), è pertanto
ricevibile in ordine e può essere deciso sulla base degli atti, integrati dal complemento istruttorio
esperito dal giudice preposto alla causa (art.
25 cpv. 1 e 27 cpv. 1 LPAmm).
2. 2.1. L'ALC si rivolge ai
cittadini elvetici ed a quelli degli Stati facenti parte della Comunità (ora:
Unione) europea e disciplina il loro diritto di entrare, soggiornare, accedere
ad attività economiche e offrire la prestazione di servizi negli Stati contraenti
(art. 1 ALC), stabilendo norme che, in linea di principio, derogano alle disposizioni
di diritto interno. In concreto, in quanto cittadina italiana e titolare di un
documento di legittimazione valido, la ricorrente può prevalersi, in linea di
principio, del menzionato accordo bilaterale per esercitare un'attività
lucrativa, ricercare un lavoro o, a determinate condizioni, per risiedere senza
attività lucrativa (cfr. art. 2 paragrafo 1 e 2 Allegato I ALC; DTF 131 II 339,
consid. 2).
2.2. Giusta l'art. 33 della legge federale sugli stranieri
del 16 dicembre 2005 (LStr; RS 142.20), il permesso di dimora viene rilasciato
per un determinato scopo di soggiorno, ritenuto che può essere vincolato ad
ulteriori condizioni (cpv. 2). Tale autorizzazione è di durata limitata e può
essere prorogata se non vi sono motivi di revoca secondo l'art. 62 LStr (cpv.
3).
L'art. 62 lett. e LStr in vigore al momento della decisione
impugnata (ora: art. 62 cpv. 1 lett. e LStr) dispone che l'autorità competente
può revocare i permessi - eccetto quelli di domicilio - e le altre decisioni
giusta la medesima legge, se lo straniero o una persona a suo carico dipende
dall'aiuto sociale.
2.3. La legge federale sugli stranieri si applica ai
cittadini dell'Unione europea soltanto se il menzionato accordo bilaterale non contiene
disposizioni derogatorie o se la LStr prevede disposizioni più favorevoli (art.
2 cpv. 2 LStr; cfr. anche art. 2 e 12 ALC).
Dato che l'accordo in parola non può legittimare misure più
incisive di quelle previste dal diritto svizzero, occorre pertanto verificare
preliminarmente se la decisione impugnata si giustifichi dal profilo del menzionato
trattato bilaterale.
3. 3.1. Giusta l'art. 6 cpv. 1
Allegato I ALC, il lavoratore dipendente cittadino di una parte contraente che
occupa un impiego di durata uguale o superiore a un anno al servizio di un
datore di lavoro dello Stato ospitante riceve una carta di soggiorno della durata
di almeno 5 anni a decorrere dalla data del rilascio, automaticamente
rinnovabile per almeno 5 anni. In occasione del primo rinnovo, la validità
della carta di soggiorno può essere limitata, per un periodo non inferiore ad
un anno, qualora il possessore si trovi in una situazione di disoccupazione
involontaria da oltre 12 mesi.
Le ulteriori proroghe dell'autorizzazione di soggiorno sono
sottoposte alla condizione che l'interessato conservi lo statuto di lavoratore
(cfr. Astrid Epiney/Gaëtan
Blaser, in: Code annoté des droits des migrations, vol. III, Accord sur la libre circulation des personnes [ALCP], 2014, n.
27 all'art. 4). Il capoverso 6 dell'art. 6 Allegato I ALC precisa poi
che la carta di soggiorno in corso di validità non può essere ritirata al
lavoratore per il solo fatto che non è più occupato, quando lo stato di
disoccupazione dipende da un'incapacità temporanea di lavoro dovuta a malattia
o a infortunio, oppure quando si tratti di disoccupazione involontaria
debitamente constatata dall'ufficio del lavoro competente.
L'art. 18 OLCP precisa dal canto suo che per
la ricerca di un impiego, i cittadini dell'UE e dell'AELS non necessitano di un
permesso se il soggiorno non supera tre mesi (cpv. 1). Se
il soggiorno per la ricerca di un impiego si protrae oltre i primi tre
mesi è rilasciato loro un permesso di soggiorno di breve durata UE/AELS della
validità di tre mesi per anno civile, purché dispongano dei mezzi finanziari necessari
al loro sostentamento (cpv. 2). Questo permesso può
essere prorogato fino a un anno purché i cittadini dell'UE e dell'AELS
dimostrino i loro sforzi di ricerca e sussista una prospettiva reale di impiego
(cpv. 3).
3.2. Il diritto di continuare a risiedere in
Svizzera non è riservato tuttavia alle sole persone che dispongono della
qualifica di lavoratori. L'art. 4 cpv. 1 Allegato I ALC prescrive infatti che i
cittadini di una parte contraente e i membri della loro famiglia hanno in linea
di principio il diritto di rimanere sul territorio di un'altra parte contraente
sancito all'art. 7 lett. c ALC anche dopo avere cessato la loro attività
economica (vedi anche art. 22 OLCP). A questo proposito fanno
stato, oltre alla prassi della Corte di giustizia delle Comunità europee (ora:
dell'Unione europea, CGUE) in materia, anche il regolamento CEE n. 1251/70
previsto per i lavoratori dipendenti, malgrado la sua abrogazione, in
seno all'Unione europea, avvenuta il 30 aprile 2006 (cfr. art. 4 cpv. 2
Allegato I ALC; STF 2C_417/08 del 18 giugno 2010, consid. 2.2).
Possono prevalersi di tale facoltà, al termine della loro
attività lucrativa, in particolare i cittadini comunitari che hanno maturato il
diritto alla pensione e quelli residenti senza interruzione nel territorio di
tale Stato da più di due anni, colpiti da inabilità permanente al lavoro (cfr.
art. 2 cpv. 1 lett. a e b del suddetto regolamento e della suddetta direttiva
CEE).
3.3. Gli art. 6 ALC e 24 cpv. 1 Allegato
Fatti
I ALC garantiscono ai cittadini di una parte contraente che non svolgono
un'attività economica il diritto di soggiornare nel territorio dell'altra parte
contraente, se dimostrano di disporre, per sé e per i membri della loro
famiglia, di mezzi finanziari sufficienti per non dover ricorrere all'assistenza
sociale durante il soggiorno e di un'assicurazione malattia che copra tutti i
rischi. Per il computo dei mezzi finanziari sufficienti nel
contesto di un soggiorno senza attività lucrativa, vanno incluse anche le
indennità giornaliere versate dall'assicurazione contro la disoccupazione (art.
24 cpv. 3 dell'Allegato I all'ALC).
Secondo l'art. 16 cpv. 1 OLCP, i mezzi finanziari di cui
dispongono un cittadino dell'UE o dell'AELS e i suoi familiari sono considerati
sufficienti se superiori alle prestazioni d'assistenza concesse a un
richiedente svizzero e se del caso ai suoi familiari, tenuto conto della loro
situazione personale conformemente alle direttive CSIAS sull'impostazione e sul
calcolo dell'aiuto sociale. I mezzi finanziari a disposizione invece di un
cittadino della UE o dell'AELS avente diritto a una rendita o dei suoi
familiari sono considerati sufficienti, precisa il capoverso 2 della medesima
norma, se superano l'importo che autorizzerebbe un richiedente svizzero e se
del caso i suoi familiari a percepire le prestazioni complementari giusta la
legge federale sulle prestazioni complementari all'assicurazione per la vecchiaia,
i superstiti e l'invalidità, del 6 ottobre 2006 (LPC; RS 831.30).
3.4. Bisogna anche considerare che il campo di applicazione
personale e temporale dell'ALC non dipende dal momento in cui il cittadino
comunitario è giunto in Svizzera, ma unicamente dall'esistenza di un diritto di
soggiorno garantito dall'accordo in parola al momento determinante, ossia
quando il diritto litigioso viene esercitato (DTF 134 II 10 , consid. 2; 130 II
1, consid. 3.4).
In questo senso, l'art. 23 cpv. 1 OLCP dispone che i permessi
di soggiorno di breve durata UE/AELS, i permessi di dimora UE/AELS e i permessi
per frontalieri UE/AELS possono comunque essere revocati o non essere prorogati
se non sono più adempite le condizioni per il loro rilascio.
4. 4.1. Come accennato in
narrativa, il 1° febbraio 2012 RI 1 ha ottenuto nel Canton Vaud un permesso di
dimora UE/AELS valido fino al 31 gennaio 2017 per svolgere un'attività
lucrativa dipendente nel nostro Paese. Essa ha lavorato quale ricezionista a __________
fino al suo licenziamento, avvenuto il 31 dicembre 2012. Dopodiché, dal gennaio
al luglio 2013, ha percepito le indennità di disoccupazione. Nel maggio e
giugno 2013 essa è caduta a carico dell'assistenza pubblica, presso cui si
trova nuovamente a partire dal mese di febbraio 2015, come è stato confermato
dall'istruttoria esperita in questa sede (prestazioni per complessivi fr.
62'849.84: estratto conto 12.02.18 Ufficio del sostegno sociale e
dell'inserimento, in seguito: USSI).
Il 20 novembre 2015, la ricorrente ha sottoscritto un
contratto di lavoro come addetta alle pulizie con la __________ SA durante 4.5
ore settimanali, attività che ha esteso a 7 ore settimanali dopo l'inoltro del
ricorso al Consiglio di Stato.
4.2. Da quanto precede si può senz'altro ritenere che al momento
della decisione dipartimentale di revoca del suo permesso di dimora UE/AELS emanata
il 13 gennaio 2016, come pure di
quella governativa che l'ha confermata il 22 giugno successivo, RI 1 non
godesse più dello statuto di lavoratrice ai sensi dell'ALC.
In effetti, essa non disponeva più di un impiego reale ed effettivo
dal 31 dicembre 2012 e quello svolto a partire dal 20 novembre 2015 era di
natura prettamente marginale, visto che non superava mediamente le 7 ore settimanali.
4.3. Pendente causa l'insorgente afferma di avere incrementato
le sue ore lavorative, di modo che dev'esserle nuovamente riconosciuto
lo statuto di "lavoratrice" ai sensi dell'ALC.
Ai fini del presente giudizio, bisogna pertanto
accertare se il suo impiego sia reale ed effettivo oppure se la sua attività
continua ad essere ridotta al punto da considerarla di natura meramente
marginale ed accessoria.
5. 5.1. L'accezione di "lavoratore"
costituisce una nozione autonoma del diritto europeo, che non dipende quindi da
considerazioni nazionali (DTF 131 II 339 consid. 3.1; cfr. anche DTF 140 II 112
consid. 3.2 pag. 117; sentenza della CGUE del 24 gennaio 1985 66/85 Deborah
Lawrie-Blum c. Land Baden-Württemberg, Racc. 1986 pag. 02121, punto 16; Silvia Gastaldi, L'accès à l'aide sociale
dans le cadre de l'ALCP, in: Personenfreizügigkeit und Zugang zu staatlichen Leistungen,
2015, pag. 141; Andreas Zünd/ Thomas Hugi
Yar, Staatliche Leistungen und Aufenthaltsbeendigung unter dem FZA, in:
Personenfreizügigkeit und Zugang zu staatlichen Leistungen, 2015, pag. 157
segg. e 187; Astrid Epi-ney/Gaëtan
Blaser, op. cit., n. 23 all'art. 4; Astrid Epiney/ Gaëtan Blaser, L'accord
sur la libre circulation des personnes et l'accès aux prestations étatiques: un
aperçu, in: Libre circulation des personnes et accès aux prestations étatiques,
2015, pag. 40).
Come già spiegato dal Tribunale federale (cfr., da ultima,
STF 2C_98/2015 del 3 giugno 2016, consid. 5), la nozione di lavoratore che
delimita il campo di applicazione del principio della libera circolazione dei
lavoratori dev'essere, conformemente alla prassi della Corte di giustizia, interpretata
in modo estensivo; di riflesso, le eccezioni e le deroghe a questa libertà
fondamentale vanno sottoposte ad un'interpretazione restrittiva. È quindi considerato
"lavoratore" colui che svolge, per una certa durata, a favore di
un'altra persona e sotto la sua direzione, delle prestazioni per le quali
percepisce una controprestazione (esistenza di una prestazione di lavoro, di un
legame di subordinazione e di una remunerazione). Ciò presuppone che l'attività
lavorativa sia reale ed effettiva, all'esclusione di attività così ridotte da
apparire meramente marginali e accessorie (cfr. sentenza della CGUE del 23
marzo 1982 53/83 D. M. Levin c. Secrétaire d'État à la Justice, Racc. 1982 pag.
01035, punto 17; DTF 141 II 1 consid.
2.2.4 e 3.3.2; STF 2C_412/2014 del 27 maggio 2014 consid. 3.3).
Non rientrano invece nella definizione di attività reali ed
effettive quelle che non appartengono al normale mercato dell'impiego, ma sono
volte a permettere la rieducazione o il reinserimento di persone con capacità
ridotte sul piano fisico o psichico. Va poi precisato che la natura giuridica
della relazione lavorativa dal profilo del diritto interno (ad esempio un
contratto di lavoro sui generis), la produttività più o meno elevata del
lavoratore, così come il suo grado di occupazione (ad esempio un lavoro su
chiamata) o l'ammontare della remunerazione (ad esempio uno stipendio inferiore
al minimo garantito) non rappresentano, di per sé, degli elementi decisivi per
valutare lo statuto di lavoratore ai sensi del diritto comunitario. Statuto
che, tra l'altro, non può automaticamente essere negato a chi esercita
un'attività lavorativa salariata reale ed effettiva per il semplice fatto che
cerca di completare la retribuzione ricevuta per tale attività, al di sotto del
minimo legale, con altri mezzi di sussistenza leciti. Da questo profilo è
irrilevante stabilire da quale fonte (pubblica o privata, propria o di terzi)
provengono i mezzi di sussistenza, a condizione che la concretezza e
l'effettività dell'attività lavorativa siano dimostrate (cfr. DTF 131 II 339 consid.
3.2 e 3.3 e le numerose sentenze della CGUE citate; STF 2C_390/2013 del 10
aprile 2014 consid. 3.1; Chantal
Delli, Verbotene Beschränkungen für Arbeitnehmende?, 2009, pag. 38; Marcel Dietrich, Die Freizügigkeit der Arbeitnehmer
in der Europäischen Union, 1995, pagg. 278 seg. e 286 seg.). Da quanto
precede discende che lo statuto di lavoratore ai sensi dell'ALC si applica anche
ai cosiddetti "working poor", ossia ai lavoratori che, anche se
svolgono un'attività lavorativa reale ed effettiva, percepiscono un reddito che
non è sufficiente per provvedere al loro sostentamento rispettivamente a quello
della loro famiglia nello Stato di residenza (cfr. sentenza della CGUE del 3
giugno 1986 139/85 R. H. Kempf c. Secrétaire d'Etat à la Justice, Racc. 1986
pag. 01741, punto 14; Silvia Gastaldi,
op. cit., pag. 133; Andreas Zünd/Thomas
Hugi Yar, op. cit., pagg. 162, 187 e 190).
La CGUE ha quindi precisato che un cittadino
comunitario va considerato "lavoratore dipendente" e può quindi
beneficiare di una carta di soggiorno a tale scopo se - come detto - la sua attività
è reale ed effettiva e se, in linea di principio, la durata della medesima
corrisponde ad almeno 12 ore settimanali (sentenza CGUE 53/81
del 23 marzo 1982 nella causa Levin, n. 16-18; sentenza CGCE 139/85 del 23 marzo 1982 nella causa Kempf, n. 16; v. anche Felix Klaus, Ausländische Personen als
Arbeitnehmende, in: Peter Uebersax/Beat Rudin/Thomas Hugi Yar/Thomas Geiser,
Ausländerrecht, 2 ed., Basilea 2009, n. 17.88, pag. 847-848).
5.2. Tornando al caso in esame, occorre quindi verificare se
le prestazioni attualmente svolte dalla ricorrente siano fornite regolarmente e
per una durata indeterminata, come prevede la prassi in materia.
Dando seguito alla richiesta del giudice delegato di documentare
l'attività lavorativa svolta a partire dal mese di settembre 2016 quale addetta
alle pulizie presso __________ SA, corredata dai relativi conteggi dello
stipendio, RI 1 ha versato agli atti le buste paga fino al mese di gennaio 2018,
da cui risulta che è stata impiegata per un numero variabile di ore:
mese n. ore mensili fr.
netti
settembre 16: 32 fr.
479.40
ottobre 16: 94 fr.
1'252.70
novembre 16: 60.50 fr.
803.55
dicembre 16: 50 fr.
1'653.45
gennaio 17: 59.50 fr.
808.10
febbraio 17: 55 fr.
764.50
marzo 17: 67.25 fr.
914.35
aprile 17: 39 fr.
716.85
maggio 17: 61.25 fr.
823.45
giugno 17: 52.75 fr.
734.30
luglio 17: 69 fr.
1'009.80
agosto 17: 66.25 fr.
1'066.50
settembre 17: 42.25 fr.
836.–
ottobre 17: 85.50 fr.
1'157.65
novembre 17: 54.75 fr.
736.–
dicembre 17: 38.25 fr.
1'635.15
gennaio 18: 57.25 fr.
801.35
Sull'arco di tale periodo, la ricorrente è quindi stata
impiegata con una frequenza irregolare. In media, essa ha lavorato durante poco
più di 14 ore settimanali, percependo mensilmente un importo di circa fr. 952.–.
Da quanto precede bisogna ritenere che, malgrado l'incremento
delle ore lavorate - avvenuto del resto soltanto dopo l'inoltro del suo ricorso
al Tribunale -, il suo impiego non può essere considerato ancora come reale ed
effettivo. Certo, essa raggiunge attualmente - anche seppur di poco - le 12 ore
settimanali richieste dalla prassi. D'altra parte, però, tale limite di ore va
relativizzato nel caso concreto. Secondo la prassi, infatti, per determinare se
l'attività lavorativa svolta sia reale ed effettiva bisogna tener conto
dell'eventuale carattere irregolare delle prestazioni fornite, della loro
durata limitata e dell'esigua remunerazione che procurano. Giova ricordare che la
libera circolazione dei lavoratori presuppone, in linea di principio, che colui
che se ne prevalga fruisca dei mezzi per provvedere al proprio sostentamento,
soprattutto nella fase iniziale della sua installazione nello Stato ospitante o
quando è alla ricerca di un impiego. Motivo per cui se una persona svolge un numero ridotto di ore lavorative -
nell'ambito, ad esempio, di un rapporto di lavoro basato su un contratto a
chiamata - o se percepisce solo redditi esigui, ciò può essere idoneo a
dimostrare che l'attività effettuata è solo marginale ed accessoria (DTF 131 II 339 consid.
3.4). A titolo di esempio, il Tribunale federale ha recentemente indicato che
un lavoro all'80% pagato con fr. 2'532.65 mensili non può essere considerato un
impiego marginale ed accessorio, mentre un'attività parziale che permette di
ottenere un salario mensile tra i fr. 600.– e i fr. 800.– va considerata talmente
ridotta e poco remunerativa da non poter rientrare nel campo di applicazione
dell'art. 6 Allegato I ALC (STF 2C_897/2017, del 31 gennaio 2018, consid. 4.2.2
con la giurisprudenza ivi citata).
Ora, tenuto conto del carattere irregolare delle prestazioni
fornite da RI 1 dopo quasi tre anni di inattività, del numero ridotto di ore che
continua a svolgere come addetta alle pulizie, come pure della scarsa
remunerazione sulla quale può contare che non le permette di affrancarsi
dall'assistenza pubblica da cui dipende ormai dal febbraio 2015 (per il mese di
gennaio 2018 l'USSI le ha ancora versato fr. 442.– di prestazione ordinaria e
fr. 205.– per il premio cassa malati), tutto questo indica come il suo impiego
continui ad essere di natura meramente marginale e accessorio. Tanto più che
l'insorgente non ha mai dimostrato di essere in grado di intraprendere
un'attività a tempo pieno o quanto meno più remunerativa che le permetta di
evitare di far capo all'aiuto sociale in futuro.
5.3. In siffatte circostanze, la ricorrente non può pertanto essere
considerata attualmente una "lavoratrice" ai sensi dell'ALC.
Essa non adempie più le condizioni per le quali aveva
ottenuto un permesso di dimora nel nostro Paese. In effetti il 31 gennaio 2017,
alla scadenza del proprio permesso di dimora UE/AELS, essa non lavorava più da
4 anni e la sua autorizzazione poteva pertanto essere rinnovata soltanto per un
anno, fino a fine gennaio 2018. Dato che a tale scadenza la sua situazione non
si è modificata, neppure un'ulteriore proroga potrebbe entrare in linea di
considerazione.
6. RI 1 non può invocare
neppure il diritto di rimanere sancito dall'art. 4 cpv. 1 Allegato I ALC,
ritenuto che non ha maturato il diritto alla pensione e non risulta sia stata
colpita da inabilità permanente al lavoro.
Inoltre l'insorgente non dispone manifestamente di mezzi finanziari
sufficienti per poter pretendere di ottenere un permesso di soggiorno quale
persona senza attività, essendo da oltre tre anni ormai costantemente a carico
dell'assistenza pubblica.
7. In siffatte circostanze, la
posizione della ricorrente deve dunque essere esaminata dal profilo del diritto
interno.
7.1. L'art. 33 cpv. 3 LStr dispone che il permesso di dimora
è di durata limitata e può essere prorogato se non vi sono motivi di revoca
secondo l'articolo 62.
Giusta l'art. 62 cpv. 1 lett. e LStr, tale permesso può
essere revocato se lo straniero o una persona
a suo carico dipende dall'aiuto sociale.
7.2. Nel caso di specie,
RI 1 adempie senza dubbio questo motivo di
revoca in quanto, come detto, è al beneficio di prestazioni assistenziali dal
mese di febbraio 2015 ed ha accumulato
un debito nei confronti dello Stato che, al momento del presente giudizio, ammonta complessivamente a
fr. 62'849.85. Del resto, neppure in questa sede la ricorrente fornisce
elementi concreti che lascino anche solo intravvedere la possibilità di non più
dipendere a breve o medio termine dall'aiuto sociale.
8. A questo punto occorre
verificare la proporzionalità della misura pronunciata dalla Sezione della popolazione
(art. 96 LStr).
RI 1 risiede stabilmente in Svizzera dal 1° febbraio 2012. Di
conseguenza, la sua presenza nel nostro Paese non può ancora essere considerata
di lunga durata, ritenuto pure che dal 13 gennaio
2016, giorno in cui l'autorità
dipartimentale ha pronunciato il provvedimento impugnato, la sua presenza è
soltanto tollerata in attesa di una decisione definitiva riguardo alla
procedura di ricorso. Bisogna anche
tener conto che essa non dispone più di un impiego reale ed effettivo ormai
dalla fine di dicembre 2012 e che dal febbraio
2015 è costantemente a carico
dell'assistenza pubblica. Non si può
pertanto ritenere che la sua integrazione nel nostro Paese sia stata coronata da successo. Inoltre la ricorrente, di origini dominicane, ha acquisito
la cittadinanza italiana nel 2007 e nella vicina Penisola possiede i suoi
principali legami sociali e famigliari, visto che ci vivono suo marito e i due figli
(certificato di famiglia 24.06.13 rilasciato dal comune di __________, prov. di
Vercelli), con i quali ha mantenuto strette e regolari relazioni (scritto
26.06.13 di RI 1 all'USSI). Il suo
rientro in Italia è quindi perfettamente esigibile.
Si deve pertanto concludere che il provvedimento litigioso risulta senz'altro rispettoso del principio
di proporzionalità.
9. In esito alle
considerazioni che precedono, il ricorso deve dunque essere respinto.
La tassa di giudizio è posta a carico della
ricorrente, in quanto parte soccombente, conformemente all'art. 47 cpv. 1 LPAmm.
Si tiene comunque conto della sua situazione finanziaria.
Per
questi motivi,
dichiara e pronuncia:
1. Il ricorso è respinto.
Considerandi
2.
Spese e tassa di giustizia,
per complessivi fr. 800.–, sono poste a carico della ricorrente.
3.
Contro la
presente decisione è dato ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale
federale a Losanna entro il termine di 30 giorni dalla sua notificazione (art.
82.
segg. legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005; LTF; RS 173.110).
4.
Intimazione
a:
Per
il Tribunale cantonale amministrativo
Il
vicepresidente Il vicecancelliere