Chiesa Marco · Nationalrat · 2019-03-13
Chiesa Marco · Nationalrat · Tessin · Fraktion der Schweizerischen Volkspartei · 2019-03-13
Wortprotokoll
Nel mio cantone, nel canton Ticino, alcune espressioni politicamente alla moda quali "roadmap" e "ristorni dei frontalieri" non tramontano mai. Alcuni ritengono maliziosamente che solo i populisti ne facciano un utilizzo, ma si sbagliano di grosso. Sono anni che la politica cantonale reclama un accordo congruo in sostituzione di quello del 1974, vetusto e superato dagli eventi, che prevede un ristorno del 38,8 per cento delle imposte alla fonte prelevato dai redditi dei frontalieri.
A titolo di paragone basta pensare che con l'entrata in vigore dell'Accordo sulla libera circolazione la Svizzera ha modificato l'accordo sui lavoratori frontalieri con l'Austria, stornando ora il 12,5 per cento delle imposte incassate alla fonte al governo austriaco. La Confederazione è senz'altro cosciente in quanto quest'accordo sui lavoratori frontalieri è ritenuto obsoleto. Dunque i ministri delle finanze hanno provveduto a parafare una nuova convenzione che prevede una tassazione del 70 per cento dell'imposta alla fonte dei frontalieri, eliminando ristorni e lasciando appunto una quindicina[NB]di[NB]milioni[NB]supplementari nelle casse cantonali del canton Ticino.
Questo atto formale sembrava mettere fine al teatrino e molti hanno pensato che il gatto fosse nel sacco - niente di più ingenuo e sbagliato! L'accordo sui lavoratori frontalieri del 22 dicembre 2015 è rimasto lettera morta, mentre gli obblighi della Svizzera e del canton Ticino negoziati nella roadmap sono invece già stati adempiuti da tempo - mi riferisco in particolare alla consegna di informazioni bancarie alle autorità finanziarie italiane.
È giusto che voi sappiate che in Ticino si è fatta larga l'impressione, suffragata da fatti concreti, che i nostri diplomatici si siano fatti fregare facilmente dalla controparte ossia che fossero ignari della loro furbizia e scaltrezza negoziale e forse anche un po' della lingua di Dante, sconosciuta ai negoziatori inviati ai tavoli tecnici.
Pur riconoscendo la buona fede di questi ambasciatori degli interessi svizzeri: in conclusione si sono sottoscritti obblighi chiari e precisi per il nostro paese a fronte di impegni futuri labili e fumosi per l'Italia.
Pensiamo anche all'accesso al mercato finanziario della Penisola - ancora oggi è una chimera che si sta trasformando in un incubo. Quest'accordo mai ufficializzato priva il Ticino di una maggior entrata di una quindicina di milioni e evidentemente di una migliore equità fiscale tra i lavoratori frontalieri che entrano sul nostro territorio. Questo si può tradurre anche con una specie di pressione sotto forma di dumping salariale.
Tutto questo accade senza che le autorità cantonali possano aprire bocca, in quanto tutte le relazioni internazionali sono appannaggio e di pertinenza della Confederazione - abbiamo il danno e la beffa! Una beffa mitigabile solo grazie a una sincera e umile presa di conoscenza e alla responsabilità da parte delle autorità federali e di noi deputati alle Camere.
Oggi possiamo dare un senso al motto che campeggia sulla cupola di Palazzo Federale: unus pro omnibus - omnes pro uno. È un motto che richiama la solidarietà confederale basata sull'articolo 44 capoverso 1 della Costituzione, che stabilisce che la Confederazione e i cantoni collaborano e si aiutano reciprocamente nell'adempimento dei loro compiti. Questa disposizione costituzionale costituisce la base giuridica per una compensazione finanziaria della Confederazione al canton Ticino per la mancata firma e la successiva entrata in vigore dell'accordo sui lavoratori frontalieri. Dopo 45 anni si ritiene sia venuto il tempo di fare i conti. Noi abbiamo dato molto al nostro paese; la Svizzera, tutta, potrebbe riconoscerlo e trovare una formula compensativa che permetterebbe di indennizzare in parte la difficile situazione socioeconomica del cantone più a sud delle Alpi.