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Marchesi Piero · Nationalrat · 2026-06-09

Marchesi Piero · Nationalrat · Tessin · Fraktion der Schweizerischen Volkspartei · 2026-06-09

Wortprotokoll

I nodi vengono al pettine. Nel 2017, con la strategia energetica 2050, la Svizzera ha deciso l'uscita graduale dal nucleare. È stato introdotto il divieto di costruire nuove centrali. Ci fu detto che era una scelta moderna, prudente, inevitabile. Evidentemente non lo era. Fu una scelta presa sotto la pressione dell'emozione generata da Fukushima, una decisione comprensibile forse sul piano emotivo ma evidentemente sbagliata sul piano strategico. Perché la politica energetica di un Paese non si costruisce sulla paura, si costruisce sulla sicurezza, sulla razionalità, sull'interesse nazionale.

Si dirà, il popolo ha votato. Certo! Ma quella decisione fu sostenuta da una maggioranza granitica, tutta la sinistra, tutto il centro, incluso il PLR. Una maggioranza che promise al Paese una transizione facile: meno nucleare, più rinnovabili, stessa sicurezza, prezzi stabili. Oggi ne vediamo i risultati. Abbiamo iniziato a parlare di penuria, di blackout, di razionamenti, di riserve d'emergenza, di instabilità della rete. Termini che nella Svizzera dell'affidabilità energetica fino a pochi anni fa erano praticamente sconosciuti. E nel frattempo il conto arriva. Arriva alle famiglie, arriva alle PMI, arriva all'industria. L'adeguamento della rete alle nuove fonti di produzione costa miliardi di franchi, l'energia elettrica costa di più e la sicurezza diminuisce.

Qualcuno dirà, anche senza l'uscita dal nucleare avremmo avuto delle difficoltà. Forse! Ma andiamo a guardare i nostri vicini. La Germania ha scelto l'uscita dal nucleare e ha puntato tutto sulla transizione verde. La Francia ha mantenuto una forte produzione nucleare. Secondo i dati più recenti disponibili, nel secondo semestre del 2025 il prezzo domestico dell'elettricità era di 43,83 centesimi per chilowattora in Germania e di 30,44 centesimi in Francia, tasse incluse, il 30 per cento in meno. Non è un dettaglio tecnico, è la bolletta delle famiglie, è il costo della vita, è la competitività delle imprese. La verità è che abbiamo perso più di dieci anni, anni nei quali la Svizzera avrebbe potuto mantenere e sviluppare competenze nel settore nucleare, competenze che avevamo, competenze che erano un atout. Invece abbiamo chiuso porte, spento ambizioni, impedito perfino di pianificare impianti di nuova generazione, più sicuri, più efficienti e più rispettosi del clima.

Oggi possiamo almeno correggere la rotta. Infatti, l'iniziativa popolare "Stop al Blackout" ha il merito di riportare al centro la questione essenziale. La Svizzera deve avere elettricità in ogni momento a prezzi accessibili. Non solo quando splende il sole, non solo quando soffia il vento, non solo quando il mercato estero è favorevole - sempre!

Il controprogetto indiretto va proprio nella direzione giusta. Non costruisce una nuova centrale domattina, non la costruisce nemmeno tra due anni. Non impone nulla a nessuno. Fa però una cosa semplice, ma decisiva: elimina un divieto tecnologico assurdo. Una politica seria non vieta una tecnologia per ideologia. La valuta, la confronta, guarda ai costi, alla sicurezza, alla stabilità della rete, all'indipendenza del Paese. Se il nucleare di nuova generazione sarà competitivo, sicuro e utile alla Svizzera, potrà allora imporsi. Se non lo sarà, non verrà preso in considerazione - è semplice.

Oggi non possiamo permetterci di vietare persino la possibilità di scegliere. Perché questo divieto ha già prodotto abbastanza danni, ha indebolito la nostra libertà tecnologica, ha aumentato la dipendenza dall'estero, ha contribuito all'instabilità della rete e ha persino reso più care le bollette ai cittadini e alle imprese. E nessuno si è sinora preso la responsabilità politica di questo disastro. Se non produciamo abbastanza energia in Svizzera, ne importeremo dall'estero. Importeremo proprio ciò che qui facciamo finta di non volere nucleare francese, gas tedesco, energia prodotta altrove, con regole che non controlliamo, a prezzi che definiscono gli altri. Questa non è virtù, è dipendenza.

Per questo sostengo sia l'iniziativa che il controprogetto.