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Pelli Fulvio · Nationalrat · 2000-06-07

Pelli Fulvio · Nationalrat · Tessin · Freisinnig-demokratische Fraktion · 2000-06-07

Wortprotokoll

È un po' peccato che questo dibattito non riesca a porre in discussione il vero quesito che noi svizzeri dovremmo porci, dopo aver assistito all'evoluzione incredibile che il nostro importante vicino, l'Unione europea, ha fatto negli ultimi decenni. Il vero quesito è infatti se noi in futuro riusciremo a meglio difendere i nostri interessi di svizzeri stando fuori oppure entrando nell'Unione europea.

Oggi si è discusso e si sta discutendo assai più di strategie di voto che dell'integrazione della Svizzera in Europa. Non si affrontano gli ostacoli istituzionali e politici che una adesione porrebbe, che non sono indifferenti, e si minimizzano i rischi del cosiddetto "Alleingang", a sostegno del quale sono utilizzati concetti dalla forte apparenza, in realtà però legati ad una storia che non è più la nostra di svizzeri dell'anno 2000 né quella dei nostri figli, ma quella delle guerre e degli orrori che i nostri nonni e padri hanno dovuto sopportare: concetti come neutralità, indipendenza, patria, frontiera e così via. Se questo è quello che sta succedendo, in realtà è perché né il mondo politico né il popolo svizzero sono realmente pronti al dibattito sui problemi che l'integrazione europea ci pone. L'iniziativa "Sì all'Europa!" arriva troppo presto, ignora le regole in base alle quali funziona la nostra democrazia, prima fra tutte quella che dice che il popolo svizzero non deve mai essere messo sotto pressione, perché nessuno, quando è sotto pressione, riesce a decidere lucidamente.

In fondo, se questa iniziativa ha il pregio di cercare di porre un quesito importantissimo per il nostro futuro, ha anche il difetto di non riuscirci, perché il quesito che pone rimane ideologico e teorico. Senza dimenticare che dopo l'importante dibattito sugli accordi settoriali, la popolazione non ha grande desiderio di ricominciare subito a discutere d'Europa.

Giustamente il nostro sistema politico prevede che il popolo si esprima per ultimo e su quesiti concreti. È l'unico modo ragionevole di rispettare le competenze di politici e popolazione, ed anche l'unico modo efficace per permettere una preparazione del dibattito politico. Nel caso si dovesse votare sull'iniziativa, anche a livello popolare si incontrerebbero le medesime difficoltà che oggi abbiamo noi, noi politici. Nessuno avrebbe chiaramente davanti agli occhi le conseguenze reali e concrete dell'adesione, positive o negative che esse siano, e nessuno potrebbe sapere esattamente quale tipo di modifiche legislative l'adesione comporterebbe, ad esempio quale nuovo riordino della nostra democrazia diretta dovremmo prevedere, e quale nuovo sistema fiscale dovremmo impostare. Ognuno di noi sarebbe quindi costretto a votare in base ad un presupposto di fede, fidandosi dell'una o dell'altra previsione che politici e altri interessati venderebbero per buona. Non è così che funziona la nostra democrazia diretta; così funzionerebbe male.

Prima di votare su di un tema difficile, bisogna mettere in condizione tutti di capire di che cosa si tratta. Il gioco politico che pretende la presentazione di proposte concrete e le fa passare attraverso il filtro dell'esame dapprima del Governo e poi del Parlamento, serve proprio a questo. Votare a livello popolare sull'iniziativa non sarebbe nell'interesse del sistema. È compito di chi l'ha lanciata capirlo e quindi ritirarla - non tanto perché sarebbe respinta, ma perché molto difficilmente porterebbe ad un vero dibattito sul quesito dell'integrazione europea del nostro paese.

Ma anche chi vuole forzare il voto sull'iniziativa, sperando in un massiccio "no" popolare, non deve credere di rendere un servizio alla democrazia diretta ed al popolo. Perché altro non fa che speculare sull'impreparazione della popolazione ad affrontare una scelta oggettivamente difficile. Ritengo quindi saggio cercare una soluzione al problema che l'iniziativa ci pone attraverso l'elaborazione di un controprogetto [PAGE 578] indiretto, che possa aiutare gli autori dell'iniziativa a convincersi che la migliore soluzione è il suo ritiro. Da questa riflessione deriva il tentativo di parecchi colleghi - radicali, liberali, PDC - di centrare la proposta giusta. Ma non è così importante quale testo alla fine verrà scelto, a patto che indichi nel suo capoverso un appoggio all'indirizzo voluto dal Consiglio federale e fissi un programma che eviti il rischio che la discussione vera intorno al quesito della nostra adesione all'Unione europea avvenga troppo tardi, quando sarà passato il tempo che ancora è a disposizione per una nostra collaborazione con gli altri paesi nella costruzione di quella Unione europea che sarà definitiva.

Attendere troppo potrebbe significare una condanna a restar fuori non per scelta, ma per inedia, per inattività, per paura. Le nuove generazioni di svizzeri che dovranno sopportare le conseguenze di tale nostro atteggiamento, non ce lo potrebbero perdonare.