Pedrina Fabio · Nationalrat · 2000-06-07
Pedrina Fabio · Nationalrat · Tessin · Sozialdemokratische Fraktion · 2000-06-07
Wortprotokoll
Porto una voce dal sud delle Alpi, da "trombone" europeista, come ci ha definito questa mattina il collega Maspoli, in alternativa a quella - per parafrasare - dei "tromboni" antieuropeisti come lui. Per le scelte di politica economica prese sempre più a livello internazionale, scelte con dei riflessi determinanti e di carattere ambientale e sociale anche a livello nazionale, la Svizzera non può più scansare il tema dell'Unione europea. Soprattutto la Lega in Ticino, e altre forze nel resto della Svizzera, illudono la gente con la presunta alternativa di una Svizzera trasformata in un ridotto nazionale di banche e finanzieri, o di un Ticino che diventi felice "zona franca" di affari e prostituzione, al riparo da invasori indesiderati. La soluzione dei problemi della realtà ticinese o svizzera odierne, e soprattutto quella di domani, va ben oltre l'incornare qualche euroburocrate. Il Ticino sta alla Svizzera come la Svizzera sta all'Europa. Il recente "sì" agli accordi bilaterali, che lo si voglia riconoscere o no, è un primo passo verso l'ulteriore integrazione della Svizzera nel contesto europeo.
Il voto negativo espresso dal Ticino sugli accordi bilaterali dev'essere preso molto sul serio. Ma attenti: esso non è solo un voto leghista visceralmente contrario all'Unione europea, esso è anche un voto di preoccupazione pre le grosse incertezze che permangono sugli effetti della prospettata libera circolazione delle persone e sugli effetti delle concessioni fatte sul dossier dei trasporti, vero tallone d'Achille di tutto l'accordo. E le particolarità del Ticino sono divenute più chiare a molti di voi da quando il consigliere federale Couchepin ha improvvidamente paragonato la vicinanza di Briga a Domodossola con quella fra Lugano e Milano. Un paragone fuorviante, e avrete certamente l'occasione di rendervi conto, nel 2001 durante la prossima sessione primaverile delle Camere federali in Ticino, delle peculiarità delle relazioni tra il Ticino e la vicina e potente Lombardia.
Ma il Ticino non si è messo a piangere per questi pericoli. Il Ticino vuole solo assicurarsi l'indispensabile vigilanza e, in caso di necessità, prontezza di reazione su questi dossiers caldi. Ciò con il dovuto supporto da parte della Confederazione. In questo chiediamo semplicemente di essere presi sul serio, tenendo presente che il Ticino intende anche sfruttare anche al meglio - e ce ne sono - le opportunità offerte da questi accordi.
Oggi occorre più che mai marcare nuovi spazi di progresso economico e ambientale, sociale e culturale, nuovi spazi di pace e solidarietà all'interno e all'esterno del nostro paese. Questo non può che avvenire in un quadro europeo, dalle alpi alle pianure, tutto da costruire su questi valori, democraticamente e con strutture federaliste. E proprio in questo contesto la nostra piccola Svizzera può offrire da subito molto della sua cultura e della sua esperienza democratica. Ma per far questo, non possiamo stare fuori dall'uscio e sperare di far filtrare qualcosa attraverso una finestra che peraltro sarà sempre meno aperta nei nostri confronti. A chi parla del mantenimento dell'autonomia svizzera, chiedo se sia preferibile l'attuale crescente "autonomer Nachvollzug", cioè il supino adeguamento, in moltissimi campi, delle nostre leggi a quanto deciso a Bruxelles, oppure se non sia preferibile essere sul carro europeo per codecidere. Più ritardiamo l'avvicinamento, più perderemo occasioni per influire sulle decisioni, rimanendo costretti a subire.
Quella dell'Europa non è una via facile, ma oggi di vie facili in materie così complesse e cariche di interessi contrastanti non ce ne sono. O si sceglie la via dell'apertura, se ne accettano le sfide e si contribuisce alla ricerca di soluzioni comuni con altri paesi vicini, oppure si sceglie la via della chiusura e si passa a coltivare il proprio orticello, nella vana speranza di poter essere degli approfittatori, restando fuori dal concerto generale e di non doverne subire i violenti contraccolpi. A mio avviso questa è una pia e fatale illusione.
Ciò non significa che il mio sia un "sì" incondizionato all'Europa. Sui temi della democrazia e del traffico ad esempio non sono disposto ad accettare una qualsivoglia soluzione. Ma di questo discutiamone da subito con gli altri paesi europei! Io ritengo che sono passati i tempi in cui la Svizzera può permettersi di rimandare e di temporeggiare impunemente. I tempi ci mostrano vieppiu la crescente debolezza contrattuale della Svizzera in questo particolare momento storico. Qui la nostra tanto decantata indipendenza ed autonomia sono già oggi vittime. Ciò significa che più aspettiamo, più sarà duro e difficile, soprattutto per coloro che non possono facilmente spostare capitali ed idee da far fruttare all'estero - soprattutto perciò per la stragrande maggioranza della popolazione svizzera.
In conclusione invito a non drammatizzare sulla data di riattivazione delle trattative che, per precoce che sia, richiederà comunque almeno cinque, se non otto anni prima di portarci effettivamente a formulare una scelta decisiva di fronte al popolo svizzero, cui spetterà, fra diversi anni quindi, il voto vero per una adesione o meno all'Europa. Decidiamo perciò la via delle trattative in tempi brevi, e prepariamoci per il successivo passo, senza con ciò ipotecare il futuro in una Europa centralizzatrice. Poiché in Europa ci sono moltissimi cittadini che pensano a un'Europa come noi: ad una struttura federalista e democratica, rispettosa dell'uomo e dell'ambiente. Ma bisogna volerla e costruirla con gli altri, già nei prossimi anni, e non nel 2015 o nel 2020. Da qui il mio sostegno ad una soluzione - iniziativa o controprogetto - che vada e faccia discutere e maturare il popolo svizzero in questa direzione.