Gysin Greta · Nationalrat · 2020-06-17
Gysin Greta · Nationalrat · Tessin · Grüne Fraktion · 2020-06-17
Wortprotokoll
37, ripeto, 37 sono state le procedure avviate in Ticino nei primi due anni dall'entrata in vigore del divieto di dissimulare o nascondere il viso - meno di due casi al mese. Delle 20 contravvenzioni per dissimulazione del volto emesse dalla polizia di Lugano nel 2018, nessun caso di burqa - zero. Per contro tre persone sono state multate perché portavano un passamontagna. Un magro bilancio per una legge che si poneva come obiettivo quello di migliorare la condizione delle donne e la sicurezza nel cantone. La legge c'è, il fenomeno per contro continua ad essere assolutamente marginale. L'esperienza, insomma, conferma quello che già si saprebbe se si affrontasse la questione con meno ideologia e più buon senso: stiamo perdendo tempo anche qui, oggi, a discutere un non problema.
Stiamo discutendo di niente meno di una modifica costituzionale, della legge fondamentale cui sottostanno tutti gli altri atti normativi di ogni livello istituzionale. Accanto alle norme che reggono l'organizzazione dello Stato, che garantiscono i diritti fondamentali e quelli di partecipazione, si vuole introdurre anche un codice di abbigliamento.
Per quanto lo si possa reputare brutto esteticamente e problematico per il messaggio che veicola, vietare il burqa non è né nell'interesse pubblico, né proporzionato. Ma la nostra Costituzione ci impone proprio questo all'articolo 5: "L'attività [PAGE 1021] dello Stato deve rispondere al pubblico interesse ed essere proporzionata allo scopo." Viviamo in uno Stato liberale. Non spetta all'autorità decidere come i cittadini debbano vestirsi, anche se si tratta di simboli religiosi. Vietare un simbolo senza che questo ponga minimamente un problema di ordine pubblico, non solo cozza contro i principi di uno Stato liberale, ma viola in maniera palese un diritto fondamentale, quello della libertà di credo e di coscienza, pure protetto dalla nostra Costituzione.
Sostenere - come è stato fatto anche oggi da questi pulpiti - che il divieto di dissimulare il viso sia nell'interesse delle donne è assolutamente ridicolo. Siamo seri: quante donne sarebbero toccate da questa iniziativa? Dieci, venti, forse cinquanta? Un numero in ogni caso irrisorio di fronte alle 4,2 milioni di donne che vivono in Svizzera e che ogni giorno sono confrontate con problemi seri come sessismo e disparità salariale. Chi vuole impegnarsi per la parità di genere lotta contro queste ingiustizie. Chi vuole impegnarsi per le donne lotta contro la violenza domestica. Ogni due settimane in Svizzera una donna è vittima di femminicidio. Questi sono i problemi da affrontare nell'interesse delle donne.
E se anche sotto un burqa, o un niqab, o un chador si nascondesse una donna costretta a portarlo, un divieto di certo non l'aiuterebbe a liberarsi dalla coazione. La proibizione avrebbe anzi l'effetto contrario: costrette a stare in casa, queste donne verrebbero ancor più marginalizzate, stigmatizzate e isolate. Serve più dialogo interculturale, integrazione nel mondo del lavoro e nella società in generale. Solo così queste donne oppresse possono conoscere i loro diritti e liberarsi dal giogo.
Il gruppo dei Verdi boccerà questa iniziativa illiberale, inutile e discriminatoria. Continueremo per contro ad essere in prima linea nella lotta alla disparità di genere: nei fatti però, non nei simboli. Per tutte le donne e non contro poche donne.