Chiesa Marco · Ständerat · 2022-03-17
Chiesa Marco · Ständerat · Tessin · Fraktion der Schweizerischen Volkspartei · 2022-03-17
Wortprotokoll
Molti ticinesi, ed è a loro in particolare che si rivolge la mia riflessione, scelgono di condurre i propri studi in ambito medico nella vicina Penisola, sia per una questione linguistica, talvolta anche per una questione economica, ma certamente più spesso anche a causa del numerus clausus vigente nelle facoltà di medicina delle università svizzere, soprattutto nella parte germanofona.
Al rientro in Ticino, dopo aver ottenuto il diploma italiano, si trovano loro malgrado confrontati con una insormontabile discriminazione. Non è infatti permesso loro affrontare il percorso di specializzazione nel loro paese, la Svizzera, con i relativi esami FMH, e questo malgrado il fatto che abbiano conseguito una laurea abilitante italiana paragonabile a quella del vecchio percorso. Questi neolaureati hanno infatti ottenuto lo stesso numero di crediti, hanno eseguito gli stessi stage e anche gli stessi esami, solo in un ordine temporale diverso. Se in passato il percorso italiano era laurea, stage, esame di Stato e seguente abilitazione a esercitare la professione di medico, sia da libero professionista che da medico ospedaliero, oggi il percorso prevede esami finali e stage all'interno della formazione universitaria, valutazione, accesso agli esami finali e presentazione della tesi per ottenere il titolo di dottore con relativa attribuzione dell'abilitazione.
L'impossibilità per un neolaureato ticinese a specializzarsi desta oggettivamente non poche preoccupazioni sul futuro dell'approvvigionamento di medici nel canton Ticino. Il rischio per un cantone come il mio, già confrontato con il fatto che molti ticinesi laureati in medicina oltre Gottardo decidono in seguito di non fare più ritorno al sud delle Alpi, è di andare incontro a una penuria di medici in futuro. Anzi, questa facile profezia è già realtà. Il cambiamento generazionale al sud delle Alpi sta arrancando. L'età media dei medici si attesta a 58 anni e ciò non può che generare preoccupazioni sanitarie d'ordine maggiore per chi, come tutti noi, desidera assicurare la presenza di medici su tutto il territorio.
Quindi il problema non si scioglierà come neve al solo ed è per questo che la risposta del Consiglio federale a questa interpellanza è comunque insoddisfacente.
Ritengo che noi parlamentari a Berna siamo tutti chiamati a trovare delle soluzioni. Non dovremmo semplicemente accettare lo stallo in attesa che il Comitato misto UE-Svizzera affronti il problema e proponga una ragionevole prassi. Le nostre autorità, penso anche all'Ufficio della sanità pubblica, hanno gli strumenti e le competenze per intervenire senza attendere discussioni bilaterali. Per questo il tema che oggi sembra evaso resta a mio modo di vedere di scottante attualità.