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Rinvii coatti. Il Consiglio federale continuerà a chiudere gli occhi dinanzi alla situazione politica, di sicurezza e umanitaria in Etiopia?

21.3152 · Interpellanza · 2021-03-11

Dipartimento di giustizia e polizia

Liquidato

Wortlaut

Da novembre 2020 la situazione di sicurezza in Etiopia non fa che peggiorare. Secondo l'International Crisis Group, rispettato organismo che lavora su questioni di pace e di sicurezza, i combattimenti nella regione del Tigray hanno provocato la peggiore crisi di sicurezza che l'Etiopia abbia vissuto negli ultimi decenni. La guerra ha ucciso migliaia di persone provocando l'esodo di circa un terzo della popolazione del Tigray e atrocità sono state segnalate da tutte le parti. Oltre 4,5 milioni di persone necessiterebbero di un aiuto alimentare d'emergenza e centinaia di migliaia potrebbero morire di fame. (International Crisis Group, Finding a Path to Peace in Ethiopia's Tigray Region, febbraio 2021)

Nel gennaio scorso, il CICR riportava violenze interetniche, scoppiate nella zona di Konso, che hanno portato alla fuga di popolazioni (CICR, Ethiopie: le CICR et la Croix-Rouge éthiopienne apportent une aide d'urgence aux déplacés internes dans le sud du pays, gennaio 2021).

Secondo l'Alto rappresentante dell'Unione europea (UE) per la politica estera, esistono "rapporti credibili di violenze etniche mirate, uccisioni, saccheggi di massa, stupri, rimpatri forzati di rifugiati e possibili crimini di guerra" (Josep Borell, 15 gennaio 2021).

Nonostante questa situazione, a fine gennaio la Svizzera ha comunque eseguito rinvii verso l'Etiopia.

La Svizzera applicherebbe peraltro un accordo risalente al 2018 stipulato tra l'Etiopia e l'UE in materia di riammissione, le cui basi giuridiche e la cui applicazione restano poco trasparenti. Questo accordo, né firmato né ratificato dal nostro Paese, prevede in particolare la trasmissione alle autorità etiopi dei dati personali delle persone rinviate in maniera coatta.

In questo contesto:

- Come analizza il Consiglio federale la situazione politica, di sicurezza e umanitaria in Etiopia?

- Alla luce della situazione, prevede di sospendere i rinvii verso l'Etiopia?

- Conferma di applicare l'accordo del 2018 in materia di riammissione tra l'UE e l'Etiopia?

- In caso affermativo, su quali basi legali si fonda il Consiglio federale per applicare un accordo che la Svizzera non ha né firmato né ratificato?

Stellungnahme des Bundesrates

1. Dall'entrata in carica del primo ministro Abiy Ahmed nell'aprile 2018 l'Etiopia si trova in una fase di trasformazione politica. Oltre a lodevoli misure quali il maggiore coinvolgimento della società civile nei processi politici, il potenziamento di determinate istituzioni e il miglioramento della loro indipendenza o l'accordo di pace con l'Eritrea, negli ultimi mesi sono emersi anche fenomeni preoccupanti quali le crescenti tensioni etniche e, più di recente, il conflitto nella Stato regionale del Tigray, nel Nord del Paese. Dallo scoppio del conflitto a inizio 2020, diversi rapporti attendibili riportano gravi violazioni dei diritti umani nel Tigray. Inoltre, le organizzazioni umanitarie non sono in grado di rispondere efficacemente alla crisi umanitaria in quanto l'accesso alla regione di conflitto è limitato in particolare dalla persistente volatilità della situazione di sicurezza. Altri focolai di tensioni e conflitti in Etiopia mettono inoltre a repentaglio la situazione umanitaria e di sicurezza anche in altre regioni del Paese. Poiché le regioni di conflitto comprendono soltanto una parte del territorio etiope, gran parte della popolazione etiope non subisce le conseguenze dirette dei conflitti. In ampie parti del Paese, anche nella capitale, la vita pubblica ed economica è in complesso all'insegna della normalità, tanto più che nel frattempo le restrizioni locali dovute alla pandemia sono state revocate, nonostante il crescente numero di contagi.

2. Secondo la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) e il Tribunale amministrativo federale (TAF), nonostante l'attuale conflitto nella regione del Tigray non si può parlare di una situazione di violenza generalizzata nel Paese ai sensi dell'articolo 83 capoverso 4 della legge federale sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI; RS 142.20), che permetterebbe di presumere un pericolo concreto per tutti i cittadini etiopi. Ogni singola domanda d'asilo è esaminata in maniera minuziosa tenendo conto della situazione in loco nell'ottica sia dell'asilo che dell'allontanamento. Nel caso delle persone toccate direttamente dal conflitto nella regione del Tigray la cui domanda d'asilo è respinta, si esamina in maniera approfondita se il loro allontanamento verso l'Etiopia è ammissibile, ragionevolmente esigibile e possibile. Attualmente non sussiste pertanto alcun motivo per sospendere in maniera generalizzata i rinvii verso l'Etiopia. La SEM precisa comunque che nessuna persona proveniente dalla regione del Tigray è stata rimpatriata in Etiopia dallo scoppio del conflitto nel 2020.

3 e 4. Come già menzionato dal Consiglio federale in risposta all'interpellanza 19.3018 e nell'ora delle domande (19.5566 e 20.5940), il 4 gennaio 2019 è stata formalizzata la cooperazione al ritorno con l'Etiopia. Essa si fonda sull'accordo tra l'UE e l'Etiopia (SOP, Standard Operating Procedures) che definisce le procedure per l'identificazione e il ritorno dei cittadini etiopi. L'applicazione delle SOP nelle relazioni tra Svizzera ed Etiopia è stata formalizzata tramite scambio di note. La pertinente base legale è l'articolo 100 capoverso 2 lettera b LStrI, secondo cui il Consiglio federale può concludere con altri Stati accordi sulla riammissione delle persone in situazione irregolare in Svizzera. A tale proposito, il Consiglio federale precisa che questo accordo non costituisce la base legale per l'esecuzione dei rimpatri, che sono possibili anche in assenza di un accordo. Il principio della riammissione dei propri cittadini è infatti riconosciuto dal diritto internazionale e la Svizzera svolge un'ottima cooperazione al ritorno con vari Stati senza che questa sia stata formalizzata da un accordo.

Risposta del Consiglio federale.

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