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30 novembre 2023Italiano38 min

i contributi AVS/AI/IPG, sia per la parte del salariato che quella del datore

Source ti.ch

Fatti

i contributi AVS/AI/IPG, sia per la parte del salariato che quella del datore

di lavoro (STF H 166/02 del 28 ottobre 2002 consid. 4.1; STCA 31.2002.10 del 10

giugno 2002 consid. 2.3; Pratique VSI 1994 pag. 104); i contributi della

disoccupazione (STF H 346/01 del 4 ottobre 2002 consid. 4); i contributi dovuti

all’assicurazione cantonale degli assegni familiari; le spese di

amministrazione; gli interessi moratori (art. 41bis OAVS); le spese esecutive

(cfr. la giurisprudenza citata in RDAT II 1995 pagg. 369-370 confermata in RDAT

Considerandi

II 2002 pag. 533; STF H 113/00 del 24 ottobre 2000 consid. 6 e RtiD II 2006

pagg. 368-370).

Secondo

costante giurisprudenza, spetta all’amministrazione documentare la propria

pretesa, mediante estratti, salari, fatture ecc. (RDAT II 1995 pag. 396).

Tuttavia va ricordato che, in applicazione del principio dell’obbligo di

collaborazione delle parti, in caso di contestazione incombe alla controparte

portare le prove che l’importo del danno richiesto dalla cassa di compensazione

non è corretto (RDAT II 1995 pag. 397 che rinvia alla RCC 1991 pag. 133 consid.

II/1b).

Nella

fattispecie in esame, la Cassa ha debitamente comprovato e documentato il danno

da lei subito allegando alla decisione di risarcimento i conteggi determinanti

per i contributi AVS/AI/IPG/AD e AF relativi agli anni 2020 e 2021,

quest’ultimo fino al mese di giugno, per complessivi fr. 7'085.20,

importo rimasto peraltro in questa sede incontestato (cfr.

conteggi allegati al doc. 1 dell’incarto della Cassa).

2.5

La cassa di compensazione che constata di aver subìto un

danno in seguito alla non osservanza delle prescrizioni (ad es. dell'art. 14

LAVS, relativo all'obbligo di dedurre da ogni paga i contributi e di versarli

periodicamente alla cassa, rispettivamente degli artt. 34 e segg. OAVS relativi

ai modi di conteggio e di pagamento dei contributi) può presumere che il datore

di lavoro ha violato le prescrizioni intenzionalmente o almeno per grave

negligenza e quindi può procedere contro di lui. Come verrà precisato al

consid. 2.7, incombe allora al datore di lavoro far valere e provare validi

motivi di giustificazione e di discolpa, idonei cioè ad escludere una

violazione intenzionale o per negligenza grave delle prescrizioni,

rispettivamente idonei a giustificarla in base a circostanze speciali (DTF 108

V 187; SVR 1995 AHV Nr. 70 pag. 213). L’obbligo del datore di lavoro e dei suoi organi

responsabili di risarcire il danno alla Cassa sarà negato, e di conseguenza

decadrà, se questi reca e prova motivi di giustificazione, rispettivamente di

discolpa (DTF 108 V 187 consid. 1b; Frésard, op. cit., RSA 1987 pag. 7).

2.6

Ai sensi della giurisprudenza del TF si deve ammettere una

negligenza grave del datore di lavoro quando questi abbia trascurato di fare

quanto doveva apparire importante a qualsiasi persona ragionevolmente posta

nella stessa situazione.

La misura della diligenza

richiesta viene apprezzata secondo il dovere di diligenza che si può e si deve

generalmente esigere, in materia di gestione, da un datore di lavoro della

stessa categoria di quella a cui appartiene l’interessato (RCC 1988 pag. 634

consid. 5a; DTF 112 V 159 consid. 4 con riferimenti; Knus, Die

Schadenersatzpflicht des Arbeitgebers in der AHV, 1989, pag. 53). I fatti

di cui si è resa colpevole una ditta non sono necessariamente imputabili a

tutti gli organi della stessa. Si deve infatti esaminare se e in quale misura

questi fatti possano essere addebitati ad un organo determinato, tenuto conto

della situazione di diritto e di fatto di quest’ultimo nella ditta medesima. Il

tema di sapere se un organo ha agito in modo colposo dipende dalle

responsabilità e dalle competenze che gli sono state attribuite dalla ditta

(DTF 108 V 202 consid. 3a; RCC 1985 pag. 647 consid. 3b; Knus, op. cit.,

pag. 52; Dieterle/Kieser, Das Schadenersatzprozess nach Art. 52 AHVG, in Der

Schweizer Treuhänder, 1995, pag. 658). La giurisprudenza ritiene che, di

regola, la mancata deduzione e relativo trasferimento alla Cassa dei contributi

configura una grave negligenza (DTF 108 V 186 segg. consid. 1b).

2.7

Va

rilevato che il ricorrente, accettando il mandato di presidente della gerenza

di una Sagl, ha assunto tutti gli oneri che da tale funzione derivano.

Conformemente

alla giurisprudenza i soci gerenti e i gerenti di una Sagl rispondono dei danni

causati dal non pagamento dei contributi sociali come gli organi di una società

anonima. Pertanto nell'ambito della responsabilità ex art. 52 LAVS, il socio

gerente e il gerente di una Sagl devono essere parificati ad un amministratore

di una società anonima (DTF 126 V 238 = Pratique VSI 2000, pagg. 226-229; cfr.

anche Pratique VSI 2002 pagg. 177seg; STFA H 20/01 del 21 giugno 2001). Il suo

comportamento nell’ambito della gestione va quindi valutato secondo gli stessi

criteri applicati agli amministratori di questa società (STF 9C_788/ 2007 del

29.

ottobre 2008; STFA H 95/04 dell’8 marzo 2005, H 337/01 del 23 gennaio 2003;

STCA 31. 2011.6 dell’11 ottobre 2011 con riferimenti).

A tal

riguardo ai sensi dell’art. 716a cpv. 1 cifra 5 CO ad ogni amministratore (e di

conseguenza anche al gerente/socio gerente di una Sagl) spetta l’alta vigilanza

sulle persone incaricate della gestione, in particolare per quanto concerne

l’osservanza della legge, dello statuto, dei regolamenti e delle istruzioni.

L’amministratore

(e nel caso della Sagl il gerente) deve, di principio, informarsi

periodicamente dell’andamento dell’azienda ed in particolare sugli affari

principali, richiedendo rapporti dettagliati, studiandoli attentamente,

cercando di chiarire errori ed agendo per correggere irregolarità. Se, dalle

informazioni raccolte, sorge il sospetto di una gestione scorretta o negligente

da parte di chi ha ottenuto la delega gestionale, l’organo deve intervenire

affinché le prescrizioni siano rispettate (STFA H 282/01 del 27 febbraio 2002;

DTF 114 V 219 = RCC 1989 pag. 116; cfr. anche STFA 29 agosto 1997 nella causa

M.). Segnatamente è suo preciso dovere vigilare affinché i contributi vengano

regolarmente versati, peraltro già prelevati dai salari dei dipendenti in

conformità all'art. 51 LAVS (STFA H 171/02 del 2 dicembre 2003, STFA H 310/02

dell’11 novembre 2003, H 33/03 dell’8 ottobre 2003 e H 208/00 + H 209/00 del 28

aprile 2003; DTF 108 V 202; Frésard, cit., RSA 1991, pag. 165). In caso

contrario si finirebbe per legittimare la figura "dell'uomo di

paglia" (STFA 365/01 del 15 aprile 2002 consid. 5, H 234/00 del

27.

aprile 2001 consid. 5d). In tale contesto, nella sentenza inedita dell'8

novembre 1999 (H 160/99), il TFA ha rilevato in particolare che "scopo

della norma (art. 716a cpv. 1 CO, ndr) è di evidenziare che il

mandato quale consigliere d'amministrazione non può essere inteso unicamente

quale sinecura, ossia quale incombenza scarsamente impegnativa e di poca

responsabilità." Secondo la nostra Massima istanza, i membri del

CdA devono rassegnare le proprie dimissioni se, nonostante le sollecitazioni, i

contributi paritetici rimangono impagati (STFA H 38/01 del 17 gennaio 2002, 21

dicembre 1993 nella causa M.T.S. e 15 dicembre 1993 nella causa N., tutte

citate nella STCA 31.2009.1 del 18 novembre 2009 consid. 2.8 confermata dal TF

con la STF 9C_29/2010 del 28 ottobre 2010).

Addirittura

è da ritenere una negligenza grave anche la passività di amministratori di

fatto esclusi dalla gestione della società, i quali sono tenuti ad un costante

controllo della gestione. In tale contesto, anche il fatto che un

amministratore non abbia competenza alcuna per quanto riguarda i pagamenti

(STFA H 210/99 del 5 ottobre 2000; cfr. anche STCA 31.2003.18 del 28 gennaio

2004.

consid. 2.10.2 con riferimenti) o che non benefici di alcun diritto di

firma (STFA 17 ottobre 1996 nella causa M.G.), non costituiscono in sé motivi

liberatori o di discolpa. Nella STFA H 13/03 del 21 maggio 2003 l’Alta Corte ha

ribadito che un amministratore non può liberarsi dalla propria responsabilità

limitandosi a sostenere che non avrebbe mai partecipato alla gestione

dell’impresa, che la sua partecipazione alla costituzione non era che di natura

fiduciaria e che non avrebbe percepito alcuna remunerazione e rivestito un

ruolo subalterno, un tale agire configurando già di per sé una grave

negligenza. Del resto il fatto che altre persone abbiano esercitato il potere

effettivo nell'ambito della società quali organi di fatto non scarica

l'amministratore formale dalle sue responsabilità (STFA H 195/92 del 30 marzo

1993.

e STCA 31.94.4 del 7 agosto 1996 consid. 2.9).

2.8

Secondo la giurisprudenza, incorrono

inoltre in un agire approssimativo i nuovi amministratori che prima di assumere

la carica non verificano nel dettaglio ogni aspetto economico, soprattutto per

quanto attiene al pagamento dei contributi sociali. Un organo entrato a far

parte del CdA può essere ritenuto responsabile del debito scaduto nel corso del

periodo precedente alla sua entrata in funzione (STF 9C_841/2010 del 22

settembre 2011 consid. 4.3.). Se invece, al momento di assumere il mandato di

amministratore, non viene data allo stesso la possibilità di verificare la

contabilità e la situazione contributiva, esso non dovrebbe accettare tale

mandato o perlomeno esigere immediatamente il pagamento dell’arretrato

contributivo (STCA 31.2016.13 del 13 aprile 2017 con rinvii giurisprudenziali).

La passività a dispetto della conoscenza (eventuale) di mancati pagamenti di

contributi deve essere considerata un’inosservanza per negligenza grave delle

prescrizioni (RCC 1989 pag. 115).

2.9

Il ricorrente ha evidenziato di aver ricoperto la carica di

presidente della gerenza di FA 1 unicamente dal 28 giugno 2021 al 20 settembre

2021.

(cfr. supra consid. 1.1), rilevando come tutti i contributi paritetici

oggetto della presente procedura si riferiscano a periodo antecedenti alla sua

nomina, momento in cui sostiene peraltro che la società fosse già “totalmente

oberata di debiti”. A tal riguardo osserva inoltre che, al momento della

sua entrata in carica il conto corrente bancario della società era pari a zero.

Egli ha poi evidenziato di aver assunto la

carica di presidente della gerenza con la riserva di poter entrare in possesso

della “documentazione attinente alla società”. Sostiene quindi di non

aver potuto visionare tale documentazione e che, una volta a conoscenza della

situazione debitoria della società così come dell’intenzione del socio di non

voler procedere alla sua ricapitalizzazione, avrebbe immediatamente rassegnato

le dimissioni.

L’insorgente sostiene che in

siffatte circostanze il nesso di causalità verrebbe a cadere.

2.9.1

Conformemente alla

giurisprudenza federale, il nuovo amministratore ha il dovere di vegliare

affinché vengano versati i contributi correnti e quelli arretrati che sono

dovuti per il periodo in cui egli non faceva ancora parte del CdA, poiché

esiste in entrambi i casi un nesso di causalità adeguato tra il non agire

dell'organo e il non pagamento dei contributi (SVR 1996 AHV Nr. 98, pag.

300-301; DTF 119 V 407 consid. 4c; RCC 1992, pag. 269; cfr. anche Sentenza del

Tribunale cantonale di Lucerna, LGVE 2020 III Nr. 1, consid. 3.2.2.).

Tuttavia, il

nesso di causalità adeguato fra la violazione intenzionale o di grave

negligenza ed il danno va negato qualora la società fosse già insolvente al

momento dell'elezione nel consiglio di amministrazione. Ciò vale anche qualora

la società fosse gravemente indebitata e tuttavia non ancora insolvente (SVR

1996.

EVG Nr. 98, pag. 301). In queste condizioni quindi, i membri del consiglio

di amministrazione non possono essere considerati responsabili per il danno

verificatosi precedentemente all'assunzione della funzione di organo (STFA del

29.

agosto 2002 nella causa A., B., C., D., E., H 277/01, consid. 4; SVR 1996

EVG Nr. 98, pag. 301; DTF 119 V 407 consid. 4c; RCC 1992, pag 269).

Seppure un nuovo organo, formale o di fatto, non può di principio essere reso

responsabile per un comportamento scorretto antecedente alla sua entrata in

funzione, esso deve comportarsi conformemente ai suoi obblighi di legge in

relazione ai contributi paritetici non versati. Ciò significa che se il nuovo

organo, al momento dell’entrata in funzione, omette di pagare i debiti già

esistenti e non intraprende misure per il risanamento della società ma aumenta

addirittura i debiti, esso non ha fatto ciò che è esigibile da una persona

posta nelle medesime circostanze e non si può prevalere del fatto che il danno

fosse già insorto prima della sua nomina. Ciò è segnatamente il caso in cui

nonostante vi siano debiti pregressi, l’organo non ha tentato di ridurli almeno

parzialmente, ad esempio tramite una convenzione di pagamento rateale con la

cassa di compensazione (Bärtschi/Stohwasser, op. cit., pagg. 471, 472 e 481;

STFA H 112/03 del 2 novembre 2004 consid. 3.5.1. con rinvii giurisprudenziali).

In una

pronunzia del 2020 (STF 9C_538/2019 del 19 giugno 2020) il Tribunale

federale si è determinato sul ricorso di un ex presidente del CdA di una

società fallita che, in sintesi, declinava ogni responsabilità per i contributi

paritetici insoluti asserendo che al momento della sua elezione nel CdA la

società presentava già una situazione di eccedenza di debiti e di insolvenza,

circostanza dalla quale il ricorrente ne desumeva l’interruzione del nesso di

causalità adeguata. L’Alta Corte, ripercorrendo la giurisprudenza topica, ha

precisato quanto segue (sottolineature del redattore):

"

Vi è insolvenza se un debitore non

ha onorato da molto tempo i propri obblighi finanziari. In un simile caso un

creditore non può più sperare di essere pagato […] Si deve ammettere

una situazione d’insolvenza se vi sono attestati di carenza beni, è stato

dichiarato il fallimento o è stato concluso un concordato con cessione di beni.

È riconosciuta un’insolvenza anche quando sono presenti elementi che dimostrano

la continua inadempienza verso i propri obblighi finanziari, come la costante

mancanza di fondi per far fronte alle proprie obbligazioni scadute. Per

contro, in caso di difficoltà finanziarie di corto termine, l’insolvenza non è

ancora data; deve trattarsi infatti di una difficoltà durevole […].

Un’eccedenza di debiti è invece data quando i debiti

della società non sono più coperti né al valore di esercizio né al valore di

alienazione (art. 725 cpv. 2 seconda frase CO). […] L’eccedenza di

debiti configura un indizio dell’insolvenza della società.” (consid.

4.1

e 4.2.).”

Il

ricorrente sostiene che al momento della sua nomina a presidente della gerenza,

il conto corrente bancario della società presentava un saldo pari a zero e la

società fosse già “totalmente oberata di debiti”, come si evincerebbe “dall’elenco

delle esecuzioni pendenti”, limitandosi a tal riguardo a richiamare con

scritto 5 settembre 2023 l’incarto dell’Ufficio fallimenti.

Da parte

sua, la Cassa nella decisione impugnata ha osservato che “Per quanto

riguarda […] un eventuale pregresso sovraindebitamento ex art. 725 cpv. 2 CO,

gli accertamenti esperiti dalla Cassa con l’Autorità fiscale e l’Ufficio

fallimenti non hanno permesso di reperire eventuali bilanci della società, rilevando

peraltro che la stessa era stata iscritta a registro di commercio solo dalla

fine di febbraio 2020”.

Se da una parte la procedura davanti al TCA è retta dal principio inquisitorio,

secondo cui i fatti rilevanti per il giudizio devono essere accertati d'ufficio

dal giudice, dall’altra si rileva che questo principio non è però assoluto,

atteso che la sua portata è limitata dal dovere delle parti di collaborare

all'istruzione della causa (DTF 122 V 157 consid. 1a, 121 V 204 consid. 6c con

riferimenti). Il dovere processuale di collaborazione comprende in particolare

l'obbligo delle parti di apportare - ove ciò fosse ragionevolmente esigibile -

le prove necessarie, avuto riguardo alla natura della disputa e ai fatti

invocati, ritenuto che altrimenti rischiano di dover sopportare le conseguenze

della carenza di prove (DTF 117 V 261 consid. 3b con riferimenti).

In

concreto, pur tralasciando il fatto che sia l’UF che l’autorità fiscale hanno

comunicato alla Cassa di non disporre di documentazione contabile di FA 1 (cfr.

scambio corrispondenza elettronica di cui al doc. 6 dell’incarto della Cassa),

spettava al ricorrente, rappresentato da un legale, produrre la documentazione

contabile da lui ritenuta rilevante a sostegno della sua tesi, non potendosi

limitare a richiamare l’incarto dell’UF.

Infatti, l’Alta

Corte ha già avuto modo di precisare che non può essere chiesta in termini

generici l’assunzione di prove, ritenuto che è preciso dovere delle parti

indicare con esattezza le prove atte a dimostrare le circostanze da essa

invocate (cfr. sentenza H 258/03 del 14 aprile 2005, consid. 3.3: “[…]

Con riferimento alla pretesa necessità di richiamare dall'Ufficio esecuzioni e

fallimenti l'incarto concernente "le esecuzioni promosse ed ogni altro

atto ed incarti relativi ai contributi dovuti e/o pagati da ditta

D.________", giova qui ricordare che non può essere richiesta in

termini generici l'edizione di documentazione, ritenuto che è preciso dovere

processuale delle parti, a maggior ragione se patrocinate da un legale,

indicare con esattezza - dopo aver proceduto come lo consente il diritto di

consultazione dedotto dall'art. 8a cpv. 1 LEF (cfr. sull'estensione di siffatto

diritto: Peter, Commento basilese, no. 15 all'art. 8a LEF) - i documenti atti a

dimostrare le circostanze da esse invocate (cfr. sentenza del 23 luglio 2002 in

re G., H 170/01, consid. 3.3). (….)”).

Non

spetta in altre parole al giudice chiedere continuamente ulteriore documentazione,

ma incombe semmai alla parte che intende provare un fatto procedere in modo

selettivo e mirato all’offerta e alla produzione dei mezzi di prova rilevanti

per il giudizio, indicandone partitamente gli elementi che li individuano e

caratterizzano, nonché l’obiettivo probatorio perseguito con la richiesta (cfr.

sentenza H 170/01 del 23 luglio 2002, consid. 3.3). Scopo di siffatto rigore

formale è di consentire all’autorità giudicante di valutare la rilevanza di

ogni mezzo di prova ritualmente offerto (cfr. sentenza H 170/01 del 23 luglio

2002, consid. 3.3).

In

concreto, in assenza della produzione di documentazione contabile a comprova

della tesi del ricorrente, lo stato d’insolvenza al momento della sua nomina

quale presidente della gerenza di FA 1 non può essere riconosciuto.

Peraltro

dalla documentazione agli atti, segnatamente dall’elenco delle esecuzioni di

cui si avvale il ricorrente, non si rilevano attestati di carenza di beni (cfr.

supra consid. 2.2) o concordati di cessione dei beni al momento della nomina di

RI 1 quale presidente della gerenza di FA 1.

In queste

circostanze, il ricorrente deve rispondere anche dei contributi non versati

relativi al periodo precedente la sua entrata in carica.

2.9.2

Come esposto al precedente considerando,

il nesso di causalità naturale ed adeguata tra la violazione –

intenzionale o per negligenza – delle disposizioni pertinenti e

l’insorgenza del danno è da considerarsi interrotto anche qualora l’organo

chiamato a risarcire il danno non avrebbe potuto evitare l’insorgere dello

stesso. Ciò è il caso, tra l’altro, se la colpa di un terzo o del danneggiato

risulta così preponderante che il comportamento errato dell’organo passa

nettamente in secondo piano, cosicché secondo il normale corso delle cose e

l’esperienza ordinaria di vita non può più essere visto come causa adeguata del

danno insorto. L’interruzione del nesso causale può essere considerata in

particolare se un membro del consiglio d’amministrazione è stato ingannato da

macchinazioni penalmente rilevanti di un altro organo della società in merito

agli importi arretrati a favore della cassa di compensazione, vedendosi così

impedito nell’ossequiare ai propri incombenti nei confronti della cassa. Il

Tribunale federale ritiene quest’evenienza difficilmente realizzabile in

pratica (STF 9C_599/2017 del 26 giugno 2018 consid. 4.3.1.1. con rinvii

giurisprudenziali; cfr. anche Bärtschi/Stohwasser, op. cit., pag. 475).

In

concreto, il ricorrente non adduce – né del resto emergono dagli atti – elementi

che permettano di concludere che il precedente gerente o terzi gli abbiano

celato – eventualmente con atti di rilevanza penale – l’esistenza di oneri

sociali arretrati e/o impeditogli di saldare tale debito verso la Cassa.

In

siffatte circostanze quanto asserito dal ricorrente – ossia di non aver

ricevuto la documentazione societaria necessaria per lo svolgimento del suo

incarico, ciò che tuttavia è rimasto allo stadio di puro parlato, non avendo

l’insorgente minimamente comprovato tale affermazione – non lo esime dalla sua

responsabilità. Era infatti suo preciso dovere, prima di accettare la carica

accertarsi della situazione finanziaria e soprattutto debitoria della società.

Se realmente al momento di assumere il mandato l’insorgente non aveva avuto

accesso alla documentazione, egli non avrebbe dovuto accettare l’incarico o,

perlomeno, avrebbe dovuto esigere immediatamente il pagamento dell’arretrato

contributivo (cfr. supra consid. 2.8).

2.9.3

L’insorgente

asserisce che la Cassa deve perseguire, per il mancato versamento dei

contributi, tutti gli organi responsabili commettendo, in caso contrario, un

abuso.

Ora, tralasciando il fatto che la Cassa ha

avviato una procedura di risarcimento anche nei confronti di TERZ 1 (cfr. supra

consid. 1.7), a tal riguardo è sufficiente ricordare che, secondo

giurisprudenza, se più organi (formali o di fatto) di una persona giuridica

hanno provocato il danno, essi rispondono solidalmente e spetta alla Cassa

decidere se pretendere l’intero risarcimento nei confronti di uno solo, di

alcuni oppure di tutti gli organi (DTF 119 V 86, 108 V 195; SVR 2003 AHV Nr.

5), ritenuto che il creditore può a sua scelta esigere da tutti o da uno solo

dei debitori solidali tutto il debito o una parte soltanto (art. 144 cpv.

1.

CO). Qualora la Cassa omette di procedere contro uno di loro,

nessun’altra autorità può sostituirsi ad

essa ed agire al suo posto (DTF 108 V 195 consid. 3; fra le tante cfr. anche

STCA 31.2018.1 del 25 ottobre 2018 consid. 2.3.3).

2.10

L’insorgente non fatto valere né tanto meno reso verosimile

l’esistenza di speciali circostanze – che d’altronde neppure emergono dalle

tavole processuali – che avrebbero potuto legittimare il datore di lavoro a non

versare i contributi o avrebbero potuto scusarlo dal provvedervi (DTF 121 V 244

consid. 4b, 108 V consid. 1b e 193 consid. 2b).

Trattasi da un lato di

eventuali motivi di giustificazione, che si realizzano

allorquando vi è omissione del pagamento per fare fronte a una mancanza

passeggera di liquidità in una delicata situazione finanziaria e nella misura

in cui in questo modo il datore di lavoro onora altri crediti (segnatamente

quelli dei lavoratori e dei fornitori) essenziali per la sopravvivenza

dell'azienda e al tempo stesso può oggettivamente ritenere che i contributi

dovuti verranno soluti entro un termine ragionevole (STF 9C_812/2007 del 12

dicembre 2008 consid. 3.2 con riferimenti; cfr. in dettaglio Reichmuth, Die

Haftung des Arbeitgebers und seiner Organe nach art. 52 AHVG, 2008,

n.

668s pagg. 156ss; vedi anche Meyer, Die Rechtsprechung des Eidgenössischen

Versicherungsgerichts zur Arbeitgeberhaftung; in: Temi scelti di diritto delle

assicurazioni sociali, 2006, pag. 25ss e 35s; cfr. anche STFA H 103/00 dell’11

gennaio 2002 consid. 4c e DTF 123 V 244 consid. 4b).

La questione decisiva, in

tale contesto, non è tanto se il datore di lavoro all'epoca credeva realmente

che l'azienda potesse essere salvata e che i contributi sarebbero stati pagati

in un futuro prossimo, bensì piuttosto se un tale atteggiamento fosse allora

oggettivamente sostenibile agli occhi di un terzo responsabile (STF 9C_812/2007

del 12 dicembre 2008 consid. 3.2 con riferimenti; cfr. in dettaglio Reichmuth,

op.cit., n. 668 seg. pag. 156 segg.; vedi anche Meyer, Die Rechtsprechung des

Eidgenössischen Versicherungsgerichts zur Arbeitgeberhaftung; in: Temi scelti

di diritto delle assicurazioni sociali, 2006, pagg. 25 segg. e 35 segg.; cfr.

anche STF H 103/00 dell’11 gennaio 2002 consid. 4c e DTF 123 V 244 consid. 4b).

In questo contesto, l’Alta Corte ha precisato che la ditta che attraversa una

fase difficile e fonda la sua esistenza su equilibri delicati deve prendere

delle misure drastiche e immediate (STF H 170/01 del 23 luglio 2002 consid.

4.6

con riferimenti e H 336/95 del 7 maggio 1997 consid. 3d). La

giurisprudenza federale ha ribadito che l’organo della società deve prestare

particolare attenzione nell'ipotesi in cui è a conoscenza del fatto che la

ditta sta attraversando una crisi finanziaria (STF H 446/00 del 31 agosto 2001

consid. 4a).

Quindi

l’illiquidità della società non giustifica il procrastinare del pagamento dei

contributi se non sono realizzati i chiari criteri di discolpa posti dalla

citata giurisprudenza (STCA 31.2008.6 del 12 febbraio 2009).

D’altro

lato possono essere dati motivi di discolpa per quelle

aziende, che dopo avere per lungo tempo e ineccepibilmente onorato, dal profilo

delle assicurazioni sociali, i propri obblighi di datori di lavoro, cadono in difficoltà

economiche, devono essere sciolte (normalmente per causa di fallimento) e

rimangono debitrici dei contributi sociali per gli ultimi mesi della loro

esistenza. In questi casi, la giurisprudenza circoscrive a due o tre mesi la

perdita contributiva tollerabile dal profilo dell'art. 52 LAVS (STF 9C_812/2007

del 12 dicembre 2008 consid. 3.3 con riferimenti; cfr. in dettaglio Reichmuth,

op. cit., n. 696ss pagg. 163ss; cfr. anche Meyer, op. cit., pag. 36). Va poi

ricordato che per giurisprudenza non può essere riconosciuto alcun motivo di

discolpa se il differimento dei pagamenti dei contributi paritetici era cronico

e i pagamenti venivano effettuati solo dopo che le procedure esecutive,

ripetute e numerose, giungevano a uno stadio avanzato (STF 27 giugno 1994 nella

causa M.).

Nel caso

di specie, stante le considerazioni che precedono (cfr. supra consid. 2.9.1-2.9.3),

non si rileva alcun motivo di giustificazione o di discolpa ai sensi della

surriferita giurisprudenza.

Quanto

alla brevità della carica dell’insorgente, il quale rileva di aver dimissionato

dal ruolo di presidente della gerenza di FA 1 una volta venuto a conoscenza

della situazione debitoria della società e dell’intenzione del socio di non

ricapitalizzare la stessa, si osserva quanto segue.

Innanzitutto deve essere rilevato che, per quanto riguarda il

periodo di carica, giusta la giurisprudenza l’amministratore è responsabile dal

momento della sua entrata effettiva nel consiglio di amministrazione,

indipendentemente dalla data d'iscrizione a registro di commercio (DTF 123 V

172). Nel caso in esame il ricorrente ha

assunto la carica di presidente della gerenza il 16 giugno 2021, come si evince

dal verbale assembleare agli atti e ha rassegnato le sue dimissioni il 20

settembre 2021 (cfr. lettera di dimissioni agli atti), restando quindi in

carica per oltre tre mesi.

Secondo

giurisprudenza per liberare

l'amministratore che si dimette dopo pochi mesi dall'assunzione della

carica, deve essere anche adempiuta la condizione secondo la quale prima del

corto periodo di vuoto contributivo la società ha pagato regolarmente i

contributi sociali (DTF 121 V 243; STFA H 134/02 del 30 gennaio 2003, consid.

3.1

e 3.2; H 295/01 del 20 agosto 2002, consid. 5; H 209/01 del 29 aprile 2002,

consid. 4b).

Non può

in ogni modo essere riconosciuto alcun motivo di giustificazione se il

differimento dei pagamenti dei contributi paritetici era cronico, e i pagamenti

venivano effettuati solo dopo che le procedure esecutive, ripetute e numerose,

giungevano a uno stadio avanzato (STFA del 27 giugno 1994 in re M.).

Nel caso

di specie, la brevità del periodo di carica del ricorrente non costituisce

motivo di giustificazione e quindi di esclusione di responsabilità ex art. 52

LAVS, già solo per il fatto che al momento dell'entrata in carica quale presidente

della gerenza, come si evince chiaramente dagli specchietti riassuntivi del

debito contributivo (cfr. docc. 4 e 5 incarto della Cassa), la società era in

mora con il pagamento dei contributi. Inoltre come rettamente osservato dalla

Cassa al momento della sua nomina risultavano:

"

- precettati gli acconti del 3° e

4° trimestre 2020 (mai saldati);

- diffidata la fattura del 1° trimestre 2021

(precettata pochi giorni dopo la sua entrata in carica);

- emessa e non ancora scaduta la fattura del 2°

trimestre 2021”

2.11

In conclusione, visto quanto sopra, essendo venuto meno

agli obblighi di presidente della gerenza della società e non sussistendo

validi motivi di discolpa e/o di giustificazione, l’insorgente va ritenuto

responsabile ex art. 52 LAVS del danno derivante dal mancato pagamento fr.

7'085.20 a titolo di contributi paritetici AVS/AI/IPG/AD e AF non soluti dalla

società per gli anni 2020 e 2021, quest’ultimo sino al mese di giugno.

Ne consegue

che il ricorso va respinto e la decisione su opposizione impugnata, confermata.

2.12

Il nuovo art. 61 lett. a LPGA in vigore dal 1° gennaio 2021

(cfr. l’art. 82a Disposizione transitoria LPGA) non prevede più la gratuità

della procedura ma unicamente che la stessa deve essere semplice, rapida e di

regola pubblica. Dal 1. gennaio 2021 è pure in vigore il nuovo art. 61 lett. fbis LPGA

secondo cui in caso di controversie relative a prestazioni, la procedura è

soggetta a spese se la singola legge interessata lo prevede; se la singola

legge non lo prevede il tribunale può imporre spese processuali alla parte che

ha un comportamento temerario o sconsiderato.

Pronunciandosi

di recente sul tema dell’accollamento delle spese, in una vertenza ticinese -

in cui il TCA, in evasione di un ricorso per ritardata giustizia in materia

LAINF, considerata la causa non relativa a prestazioni, aveva accollato le

spese all’ente assicuratore rinviando al nuovo art. 61 lett. a LPGA e all’art.

29.

cpv. 4 Lptca (cfr. inc. 35.2021.6) - il Tribunale federale ha sottolineato

che “eliminando il principio della gratuità generalizzata di cui all'art. 61

lett. a LPGA, il legislatore federale non ha voluto imporre in maniera

generalizzata per tutta la Svizzera l'applicazione di spese giudiziarie al di

fuori del campo di applicazione dell'art. 61 lett. f bis LPGA,

ma ha lasciato ai Cantoni la libertà di disciplinare la questione. Nulla

impedisce a un Cantone in tale contesto di prevedere la gratuità della

procedura integralmente o soltanto per alcune controversie (FF 2018 1334; BU

2018.

S 668 segg; BU 2019 N 329 segg.). Se però un Cantone desidera imporre

spese al di fuori del campo di applicazione dell'art. 61 lett. f bis LPGA,

trattandosi di un tributo causale, deve prevedere una base legale formale

chiara ed esplicita (art. 127 Cost.; DTF 145 I 52 consid. 5.2; 143 I 227

consid. 4.3.1; 124 I 241 consid. 4a, con riferimenti; Kieser, Kommentar zum

Bundesgesetz über den Allgemeinen Teil des Sozialversicherungsrechts ATSG,

2020, n. 209 ad art. 61 LPGA).”

Ricordato

quindi come la normativa sulle spese giudiziarie dinanzi al Tribunale cantonale

delle assicurazioni ticinese trova la sua sede all'art. 29 Lptca e che a

tutt’oggi tale norma esplicita il principio della gratuità generalizzata (art.

29.

cpv. 1 Lptca), la Corte federale ha escluso che attualmente sia possibile

prelevare spese in tutti gli ambiti non inclusi dall’art. 61 lett. f bis LPGA

(come segnatamente nell’ambito della procedura di risarcimento ex art. 52

LAVS), richiamandosi all’art. 29 cpv. 4 Lptca. Secondo la Corte federale

infatti, “l'art. 29 cpv. 4 Lptca/TI non è una normativa sussidiaria

applicabile a tutti i casi non disciplinati dalle leggi speciali, ma si limita

a stabilire la tariffa applicabile della tassa di giustizia "quando è

dovuta". L'imposizione delle spese è subordinata manifestamente a un'altra

base legale (federale o cantonale) che obblighi in modo perentorio al

pagamento.” (STF 8C_265/2021 del 21 luglio 2021).

Nella

fattispecie dunque, in assenza di una base legale necessaria (federale o

cantonale) che obblighi in modo perentorio al pagamento di spese di procedura,

considerato come né la LPGA né la LAVS né altre leggi del diritto cantonale

prevedano imperativamente l'applicazione di spese, malgrado il ricorso sia

stato presentato dopo l’entrata in vigore delle citate modifiche legislative, e

malgrado la vertenza non abbia come oggetto prestazioni assicurative, non sono

prelevate spese di procedura (cfr. pure STF 9C_394/2021 del 3 gennaio 2022).

2.13

In DTF 137 V 51, chiamato a pronunciarsi in merito

all’ammissibilità del ricorso in materia di diritto pubblico in un caso

concernente la responsabilità del datore di lavoro per il danno risultante

dalla violazione delle prescrizioni in materia di AVS, il TF ha stabilito che

il ricorso in materia di diritto pubblico interposto contro un giudizio sulla

responsabilità ex art. 52 cpv. 1 LAVS è ammissibile solo qualora il valore

litigioso raggiunga il limite di fr. 30'000 o in presenza di una questione di

diritto di importanza fondamentale (circa l’interpretazione in un senso largo

della nozione di “responsabilità dello Stato” ai sensi dell’art. 85 cpv.

1.

lett. a LTF vedi Moser-Szeless, Le recours en matière de droit pubblic au

Tribunal fédéral dans le domaine des assurances sociales – aspects choisis, in

HAVE 2010 pag. 342; Fretz, La responsabilité selon l’art. 52 LAVS: une

comparaison avec les art. 78 LPGA e 52 LPP, in HAVE 2009 pag. 249; cfr. inoltre

anche la DTF 135 V 98 nella quale il TF si è pronunciato circa l’ammissibilità

del ricorso in un caso concernente la responsabilità del titolare di una cassa

di disoccupazione nei confronti della Confederazione per il danno derivante dal

pagamento di prestazioni indebite e la DTF 134 V 138 nella quale l’Alta Corte

si è pronunciata circa l’ammissibilità di un ricorso in tema di responsabilità

dell’Ufficio AI per i danni cagionati a un terzo evidenziando, in particolare,

che l’eventuale presupposto della “questione di diritto di importanza

fondamentale” – presupposto questo che, secondo l’art. 85

cpv. 2 LTF, renderebbe ammissibile il ricorso in materia di diritto pubblico

anche se il valore litigioso non raggiunge i fr. 30'000 – deve

essere dimostrata dal ricorrente).

Dispositivo

Per questi motivi

dichiara e pronuncia

1. Il

ricorso è respinto.

2. Non si

percepisce tassa di giustizia, mentre le spese sono poste a carico dello Stato.

3. Comunicazione agli interessati.

Contro la presente decisione è dato ricorso in materia di diritto

pubblico al Tribunale federale, Schweizerhofquai 6, 6004 Lucerna, entro 30

giorni dalla comunicazione.

In materia patrimoniale il ricorso di diritto pubblico è

inammissibile nel campo della responsabilità dello Stato se il valore litigioso

è inferiore ai fr. 30'000 (art. 85 cpv. 1 lett. a LTF). Se il valore litigioso

non raggiunge i fr. 30'000 il ricorso è nondimeno ammissibile se si pone una

questione di diritto di importanza fondamentale (art. 85 cpv. 2 LTF).

Qualora non sia dato il ricorso in materia di diritto pubblico è possibile

proporre negli stessi termini ricorso sussidiario in materia costituzionale

(art. 113 LTF) per i motivi previsti dall’art. 116 LTF.

Per il Tribunale cantonale delle

assicurazioni

Il vicepresidente Il

segretario di Camera

giudice Raffaele Guffi Gianluca

Menghetti

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